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Sommario

NOTIZIE DAL FRONTE 5
10 Marzo 2004
IL PARTITO SPOSTA LA MANIFESTAZIONE DAL LUX AL
TEATRO NUOVO PERCHÉ C’È LA DOMENICA ECOLOGICA
«Pure i ds disertano il centro chiuso»
Gli esercenti: i divieti ci stanno facendo
morire
Alessandro Mondo
Troppe promesse pochi fatti per aiutare le sale cinematografiche del centro a
superare la crisi dei botteghini. E quei pochi rischiano di essere vanificati
da tutte quelle misure che, invece di agevolare la frequentazione del
«salotto» di Torino, si traducono in un deterrente: nemmeno le domeniche
ecologiche sono al di sopra di ogni sospetto. Anzi.
La denuncia è di Edoardo Gazzera, delegato dell’Agis per i problemi del centro
storico nonchè rappresentante della «Giac», la società che gestisce il «Lux» e
il «Doria». Sua la decisione di rendere pubblica la «diserzione» dei
Democratici di sinistra a pochi giorni dell’incontro organizzato sulla
politica internazionale e il voto per la guerra in Iraq, presente il
segretario nazionale Piero Fassino. Il giorno dell’appuntamento è domenica. La
sede prevista è, o meglio era il cinema «Lux», scartato in favore del Teatro
Nuovo quando gli organizzatori si sono resi conto della concomitanza con la
domenica ecologica. Il fax inviato alla «Giac» dal gruppo consiliare dei Ds in
Regione non lascia dubbi: «A causa della giornata ecologica e della
conseguente chiusura al traffico della “Ztl allargata” ci troviamo costretti a
disdire la prenotazione per l’utilizzo del cinema dalle ore 8 alle 13,30». E
ancora: «L’incontro è volto al maggior numero possibile di interessati e le
limitazioni al raggiungimento del luogo creerebbero difficoltà nella riuscita
dell’iniziativa».
La conferma, sostiene Gazzera, di quanto sia urgente ridefinire con
l’amministrazione una politica commerciale e dei trasporti altrimenti lesiva
degli interessi di chi in centro lavora. «E’ un caso eclatante - lamenta - che
fa il paio con altre misure: la chiusura serale di via Roma, le domeniche
ecologiche, la Ztl allargata, i corsi e ricorsi del traffico in via Lagrange e
in via Accademia Albertina. Per tacere della carenza di parcheggi in
superficie, risarciti solo fino a un certo punto da quelli sotterranei. Alla
fine il saldo resta comunque negativo». «Il problema è mal posto - replica
l’assessore Dario Ortolano (Ambiente) -. Mi pare controproducente speculare su
questo episodio per contestare un provvedimento sostenuto dalla maggioranza
dei cittadini. Tutto si può dire, ma non che le difficoltà attraversate dai
cinema siano imputabili alle domeniche ecologiche».
Resta l’invito della controparte «a non fare melina», destinatario Palazzo
civico, se si vuole affrontare la crisi dei vecchi cinema progressivamente
scalzati dalle multisale più periferiche. Complice una lunga serie di problemi
irrisolti che esulano dalle scelte dell’amministrazione. L’ennesima chiusura,
quella del «Fiamma», è già realtà. Il «Lux» e il «Doria» tengono duro, intoppi
permettendo. Fra gli altri, aggiunge Gazzera con riferimento al «Doria», i
tempi lunghi nel rinnovo della concessione da parte del Comune.
Il senso è quello di un «j’accuse» che, pur non pregiudicando la trattativa
fra Comune e associazioni di categoria per restituire un futuro alle gloriose
sale cinematografiche nel cuore di Torino, aumenta la tensione e si salda ad
altri malumori. Gli ultimi sono quelli relativi alla chiusura serale di via
Roma. L’argomento non ha trovato spazio durante la giunta di ieri.
Nell’occasione ci si è limitati a proiettare il filmato girato sabato sera
durante il sopralluogo dell’assessore Maria Grazia Sestero (Mobilità) in via
Roma. Il Comune, sapendo che il giorno seguente gli esercenti dei bar di
piazza San Carlo avrebbero organizzato lo sciopero del caffè, si era dotato di
telecamera per verificare se - ad una via Roma zeppa di auto impegnate nello
struscio serale - corrispondesse anche l’affollamento dei caffè storici della
piazza «salotto». Operazione contestata dai diretti interessati. A partire da
Giuliano Marcon, titolare del bar Mokita: «Vogliamo continuare il dialogo con
l’amministrazione ma queste iniziative ci sembrano inutili. Se volevano
dimostrare che i locali erano vuoti non servivano gli 007: bastava
chiedercelo. Per far tornare i nostri clienti serviranno mesi e mesi di
apertura».
12 Marzo 2004
COMUNE E PROVINCIA PERPLESSI: «NECESSARIO UN CHIARIMENTO POLITICO
IMMEDIATO»
Bilancio del Teatro Stabile,
stop di Farassino
L’assessore regionale
si astiene sul documento contabile: «I conti non tornano»
Nuovo fronte di
tensione tra il Comune e la Provincia di Torino da una parte e la Regione
dall’altra. Ieri mattina l’assessore regionale, Gipo Farassino, ha deciso di
astenersi nel corso della votazione per l’approvazione del bilancio consuntivo
del 2002-2003 che era già stato approvato dai revisori dei conti. A quel punto
l’assessore alla Cultura della Provincia, Valter Giuliano, d’accordo con il
collega Fiorenzo Alfieri e con i rappresentanti della Fondazione Crt e della
Compagnia San Paolo ha sospeso la seduta. «A questo punto - spiega Giuliano in
serata - è necessario un chiarimento all’interno della Giunta regionale. Il
programma dello Stabile per il 2002-2003 era stato infatti approvato anche dalla
Regione e dal precedente assessore, Giampiero Leo». Aggiunge: «Vogliamo capire
qual è la posizione del presidente Ghigo: o sconfessa Farassino e mette in
difficoltà la sua maggioranza oppure gli dà ragione e allora va in crisi il
Teatro».
Analoga la posizione di Alfieri: «Chiederò al sindaco di
convocare un incontro con il Governatore. E’ la Regione la titolare della
partecipazione nella Fondazione dello Stabile non certo Gipo. Mi chiedo: la
linea di Farassino è condivisa da Ghigo? Spero si sia trattato di un equivoco ma
è evidente che a questo punto serve un chiarimento al loro interno. Poi tra la
Regione e le altre istituzioni».
Ma perché Farassino si è astenuto? In prima battuta Gipo
si limita ad un «no comment». Poi quando apprende della richiesta di chiarimento
avanzata da Comune e Provincia spiega: «Per me il re è nudo. Ho espresso la mia
contrarietà ad una conduzione che ha presentato un bilancio consuntivo che
pareggia sì sui 12,5 milioni di euro ma l’equilibrio è possibile solo grazie al
massiccio intervento degli enti locali che tirano fuori 9 milioni e mezzo».
Aggiunge: «I proventi dell’attività dello Stabile sono solo di 3 milioni il che
vuol dire che senza l’intervento pubblico ci sarebbe un deficit di 9,5 milioni.
Ma lo sa che fine farebbe una compagnia privata con un simile buco?». Attacca:
«In un periodo come questo come faccio a dire ai cittadini che servono milioni
di euro di soldi pubblici per ripianare il deficit di una fondazione teatrale?».
Gipo, comunque, si riserva di parlare della questione
con il Governatore. La situazione è complessa. I revisori dei conti, infatti,
hanno dato via libera al bilancio consuntivo. Il bilancio preventivo, poi, era
stato anche votato dall’assessore regionale alla Cultura, Giampiero Leo, che
allora aveva le deleghe. Gipo risponde: «Non sono abituato a giudicare i miei
predecessori. Adesso tocca a me e io decido secondo coscienza. Dunque non voto
un provvedimento che non condivido».
Che cosa succederà adesso? «Credo
che il presidente dello Stabile - spiega il sindaco, Sergio Chiamparino - debba
convocare una riunione urgente di tutti i soci della Fondazione per verificare
la linea della Regione». Stessa richiesta arriva dalla presidente della
Provincia, Mercedes Bresso: «Sono stata io a dare la notizia al Governatore nel
corso di Expoelette e, contemporaneamente, ho sottolineato la necessità di un
chiarimento».
12 Marzo 2004
LA FABBRICA DI CIOCCOLATO DI NONE SUL MERCATO, I LAVORATORI IN
CASSA INTEGRAZIONE
L’amara vendita della
Streglio
I dipendenti preoccupati
per il loro futuro:
«Quando Tanzi comprò
eravamo convinti che
avesse un gruppo solido»
Il curatore Parmalat
liquida lo storico marchio
Antonio Giaimo
Claudio Laugeri
Cinque settimane di cassa integrazione al 60 per cento
dello stipendio. E’ la prima conseguenza della «messa in liquidazione» della «Streglio»
di None decisa dal commissario di Parmalat Enrico Bondi. Poco più di tre anni
fa, l’azienda è entrata nella «galassia» del colosso di Calisto Tanzi. Già da un
anno, a None si era sparsa la voce di una cessione, ma i nomi dei potenziali
compratori erano rimasti avvolti nel mistero. Lo stesso accade in questi giorni,
soprattutto dopo l’annuncio a pagamento affidato da Bondi ai principali
quotidiani nazionali: ci sarà tempo fino al 22 marzo per comunicare al
commissario l’intenzione di acquistare «Streglio», una settimana prima
dell’inizio della cassa integrazione per i 75 dipendenti dell’azienda.
«Preoccupazione assoluta» è il commento di Franco
Valvano, 44 anni, 8 trascorsi nello stabilimento di None, all’uscita dal portone
blu dell’azienda specializzata nella produzione di cioccolato «dal 1924», come
recita la scritta al neon sulla facciata della palazzina al 116 della statale
per il Sestriere. Gli fa eco Angela Celauro, di 45, addetta al confezionamento:
«Figli, mutui, paga ridotta, come faremo ad andare avanti?». «Abbiamo ricevuto
oggi la notizia della cassa integrazione, non è una bella situazione - dice
Antonio Gravina, 51 anni, reparto manutenzione -. Su uno stipendio di mille e
100 euro ne porteremo a casa più o meno 600».
Lui ha 35 anni di lavoro, è tra le vittime dalla riforme
Dini e da quella abbozzata nelle ultime settimane dal governo. Quando 3 anni fa
è arrivata «Parmalat», dice, «tutti speravamo in un rilancio. Da un colosso come
quello ci aspettavamo investimenti, potenziamento delle strutture. Ma non è
stato così, anzi». Allude alle dichiarazioni di Tanzi sui «prelievi» dalle casse
dell’azienda. Centinaia di migliaia di euro, che non hanno intaccato la
«galleggiabilità» della ditta, ma nemmeno hanno consentito il rilancio agognato
da tanti.
«Speriamo, speriamo» dice soltanto una donna in camice
bianco nello spaccio della «Streglio». E poco più in là, il sindacalista della
Rsu Giuseppe Mantegna, 51 anni, rincara: «Abbiamo saputo oggi di questa
decisione del commissario Bondi. L’azienda è sana, lavoriamo cacao di prima
qualità, le vendite reggono. Stiamo lavorando per il periodo pasquale e tutto
sembra procedere per il meglio, arrivano gli ordini e facciamo le consegne.
Speriamo proprio in questo benedetto compratore».
Qualcuno parlava già di questa
eventualità a novembre, quando ancora le banche rifilavano «bond» ai
risparmiatori e le cronache erano sgombre dalle vicende di Calisto e famiglia.
«In questo momento siamo contenti di uscire dal pantano della “Parmalat”.
All’epoca, la motivazione della vendita era che “Streglio” non rientrava più
nella “mission” del gruppo di Tanzi» ricorda Fedele Mandarano, responsabile
territoriale della Cgil. Il sindacalista rammenta parole pronunciate da Paola
Visconti, nipote del manager emiliano e amministratrice unica di «Streglio» fino
alla caduta dell’impero dei Tanzi. Dinastia avvolta dal mito, con tanto di
aneddoti. Uno riguarda pure l’azienda di None. La «Tanzileggenda» vuole che un
giorno Paola Visconti avesse indugiato sulla sua passione per il cioccolato.
Latte e cacao sono sempre stati un binomio gradito ai golosi, così la passione
ha portato la mano di Tanzi al portafogli. «Streglio» è diventata una (piccola)
stella nel firmamento finanziario del gruppo «Parmalat». Le sue casse, però,
sarebbero servite a pagare le spesucce della nipotina di Tanzi. I 75 dipendenti
lo hanno scoperto dai verbali d’interrogatorio pubblicati sui giornali.
12 Marzo 2004
L’ATTACCO DELLO SVIZZERO KASPER STUPISCE L’ORGANIZZAZIONE E KILLY,
L’UOMO DEL CIO
«Per le Olimpiadi promossi
solo gli impianti»
Critiche
all’organizzazione di Coppa del Mondo dal presidente della Fis
Claudio Giacchino
Un'altra
giornata di sole a palla per l'assaggio di Olimpiade in Val di Susa e Val
Chisone. Però, umore nero tra i nocchieri delle finali di Coppa del Mondo di sci
per le aspre critiche di Gianfranco Kasper, il presidente della Fis, la
federazione internazionale. A Bardonecchia, davanti all'impianto dell'half pipe,
lo svizzero Kasper ha sparato a zero sull'organizzazione definendola non
all'altezza, «di un livello inaccettabile anche per una gara di Coppa Europa».
Parole pesanti, alle quali Ettore
Racchelli, assessore regionale al Turismo, e presidente del comitato che ha
allestito le finali di Coppa, ha risposto dopo averci riflettuto su. Informato
dell'attacco di
Kasper, Racchelli, alle 16, non aveva commentato promettendo: «Risponderemo
domani, venerdì. Vi faremo divertire». Poi, un'ora dopo, è venuto nella
gigantesca sala stampa del Sestriere e ha replicato all'accusa del gran capo del
Circo bianco: «Kasper ha offeso tutti gli uomini e le donne che lavorano per la
Coppa del Mondo e le Olimpiadi. Non possiamo tollerare le sue affermazioni».
Andiamo per ordine. Il presidente
dello sci mondiale, a mezzogiorno, dopo aver elogiato la nuovissima struttura
dell'half pipe nata
sulle pendici del Melezet, aveva dichiarato: «Tutto bene sino sulla linea del
traguardo, piste e impianti sono ottimi, l'aspetto tecnico è eccellente. Però,
il logistico, il sistema di accreditamento e l'ospitalità sono un'esperienza da
dimenticare. Sicuramente, nel 2006, durante le Olimpiadi le cose andranno
meglio, sarà tutto perfetto. Capisco che c'è stato un palleggiamento tra il
Toroc e il Sestriere per organizzare l'avvenimento ma ribadisco che non si
allestisce così nemmeno una competizione di Coppa Europa. Al contrario, è
bellissimo quanto è stato fatto qui, a Bardonecchia, per lo snow board».
Insomma, Kasper è andato giù con
la vanga, il suo attacco ha sorpreso non solo Racchelli ma anche la gente del
Toroc, di Montagnedoc e persino Jean-Claude Killy, l'asso
francese dello sci che per conto del comitato olimpico internazionale è il
Controllore di Torino 2006. Così, se per il Toroc Evelina Christillin ha
liquidato l'accusa di Kasper con l'elegante «lo ringraziamo per le lodi all'half
pipe di Bardonecchia», se Killy ha dato un colpo al cerchio e una alla botte
«gare e impianti stupendi, che ci siano problemi è innegabile, comunque questi
test events servono proprio a evidenziarli, lavorando si rivolveranno», se i
responsabili del Sestriere hanno impostato la faccenda su una questione di
concorrenza turistica «signori, suvvia, l'attacco del presidente della Fis è
strumentale, all'estero non vedono di buon occhio le nostre Olimpiadi, temono di
perdere turisti, che glieli si porti via noi», Racchelli è stato l'unico a
replicare in modo articolato partendo dalla premessa: «Il lato tecnico della
manifestazione è di altissima qualità, l'hanno riconosciuto tutti: atleti,
dirigenti, allenatori, giornalisti. E' la prima volta nella storia dello sci che
si disputano tutte insieme, nella stessa località, le finali di sci alpino,
nordico, free style e snow board, abbiamo realizzato con 24 mesi di anticipo
un'impresa che pareva impossibile. Questo evento è un fiore all'occhiello delle
capacità imprenditoriale, organizzativa e politica del Piemonte. E' chiaro che
alcuni problemi si sono verificati e, al di là di alcune strumentalizzazioni per
situazioni che accadono in ogni parte del mondo, abbiamo lavorato e stiamo
lavorando benissimo. Lo testimoniano i numeri, i 579 progetti alberghieri
varati, la nascita di 156 imprese, i 15 mila nuovi posti letto pronti per il
2006. Impensabile che tutto fosse già utilizzabile oggi».
Stamane organizzatori e Kasper il
criticone si incontreranno, vedremo se le polemiche proseguiranno o saranno
spente da una retromarcia del boss dello sci.
13 Marzo 2004
PARLA IL DIRETTORE DELLA SANITÀ REGIONALE CIRIACO FERRO
«Verducci mi faceva
sentire in famiglia»
Regali e favori per
ottenere trattamenti di riguardo per la clinica Bernini
«Oggi sono disilluso, circondato
solo dalla solidarietà di gente comune»
CIRO Ferro è tornato
libero da un paio di giorni: finiti gli arresti domiciliari, finite le altre
limitazioni. Con una vistosa eccezione: non può venire in città se non per le
udienze del processo o per recarsi dai suoi legali. Ma può parlare con chiunque,
anche con un giornalista. E di tutto. Si comincia di mattino, in una pausa del
suo processo che ha messo in scena il personaggio Verducci, mentore di Ferro
sulla via della corruzione (per l’accusa) e suo amico carissimo prima del 29
settembre scorso, giorno in cui la vita di un potente direttore generale
dell’assessorato regionale alla sanità è cambiata di colpo con l’arresto.
Chi gliel’ha presentato?
«L’assessore D’Ambrosio».
Un irresistibile anfitrione o no, questo Verducci?
«Mamma mia, uno che viene nel tuo ufficio e non ti molla
più. Il tipo che ti circonda di mille attenzioni».
E di tanti omaggi: una Porsche superscontata, la barca,
la crociera, le fiches, uno che divide in tre - lui, lei e l’avvocato-autista -
investimenti in Borsa e in affari decisamente illegittimi, facendole il dono
extra di non rivelarle l’origine sporca (l’usura). Per “ingraziarmi” il
dirigente pubblico, dice lui. E lei?
«Non c’è stato un dare per avere. E pure sul dare ....
La storia delle dazioni settimanali non gliela faccio certo passare».
Verducci è stato con lei un Babbo Natale, come ha
commentato il presidente Gosso in aula?
«Mi ha illuso l’amicizia. Trascorrevamo le feste insieme
e con le rispettive famiglie. Per Natale Verducci ospitava a casa sua decine di
parenti. Mia moglie ed io siamo meridionali, calabresi: ci siamo sentiti parte
di una famiglia allargata. Comunque l’amicizia restava fuori dal lavoro: nel
2002 sono stato io a far costituire la Regione parte civile in un processo
contro Verducci. Ero stato sempre io a dirgli che la clinica Bernini doveva
ridurre i posti letto convenzionabili».
Ci si rivede nel pomeriggio a San Mauro, in una
caffetteria sotto i portici, fra specchi e vassoi di pasticcini. Ferro si
presenta con la moglie. Più disteso rispetto al mattino, dopo che Verducci l’ha
scagionato dall’accusa di concorso in usura, la più infamante. L’aspetta un
processo lungo (con 120 testimoni), ma lui si vede già oltre: «Ne parlavo con
Furlan». Il pm? «Sì, lui. E lo ripeto a lei. Sono innocente e voglio considerare
questo processo un episodio che possa risolversi in fretta per consentirmi di
completare il mio percorso di lavoro».
Vuole tornare al suo posto in assessorato?
«Con la sanità ho chiuso. Sono diventato dirigente nel
1990, dopo un concorso interno. Mi mancano 5 mesi di contributi per andare in
pensione e voglio arrivarci da dirigente».
Di fronte a un caffè si possono digerire meglio anche
gli argomenti più scottanti: la malasanità, le carriere di manager pubblici e
primari segnate dalla politica. O non è così?
Lei non cercò appoggi politici per essere riconfermato?
Il suo cellulare è stato intercettato per mesi.
«Il telefonino non ce l’ho più. Sa, l’idea stessa di
essere ascoltati, a prescindere... Io non voglio apparire per quello che non
sono. Onestamente, se non si costruisce un percorso che garantisca autonomia e
indipendenza agli amministratori, si va a a finire dalla parte opposta. Quella
dell’appartenenza. Quanto alla malasanità, parliamo piuttosto di comportamenti
individuali. Il sistema è sano e reattivo. Ma le ripeto: se il settore
amministrativo non riacquista autorevolezza e indipendenza non ci risolleviamo.
Io non rispondo per l’intera Regione Piemonte né per l’intera classe politica».
Parliamo di Odasso e Di Summa: casi individuali? Nel
primo il rapporto con la politica sembra aver avuto un bel peso, nel secondo un
po’ meno.
«Apparentemente. Sulle forniture ho cercato di mettere
ordine. Il monitoraggio dei costi si è rivelato un fastidio per tanti. Ad Odasso,
poi, ho continuato a manifestare la mia stima anche dopo il suo arresto. Certo,
siamo distanti anni luce: io non ho mai comprato tessere di partito per fare
carriera».
Cosa si ritrova in mano?
«Disillusione. Solidarietà di
gente comune. Gli affetti».
14 Marzo 2004
IN TRIBUNALE VIZI PUBBLICI E PRIVATI DELL’IMPRENDITORE CHE
DISTRIBUIVA TANGENTI IN CAMBIO DI FAVORI DALLA REGIONE
Sanità, il gioco preferito da
Verducci
Il manager delle
cliniche: «A Ferro provvedevo io»
Alberto Gaino
Luigi Odasso era intercettato nel quadro dell’inchiesta
su Ciriaco Ferro, il direttore generale dell’assessorato regionale alla sanità
arrestato il 29 settembre scorso. Il giorno dopo, l’ex potente manager delle
Molinette, commenta al telefono la notizia con parole pesanti e seguite da un
«io so, vedrai» (rivolto al suo interlocutore) che fanno pensare all’attuale
primario di radiologia all’ospedale di Nizza come a chi sia tuttora
informatissimo su affari e malaffari nella sanità piemontese. Dice Odasso: «Te
l’avevo detto di quei due mascalzoni. L’uno l’hanno preso. Ora toccherà
all’altro». Chi? Il dottore, tuttora in attesa della conclusione della sua
indagine penale, dà per scontato che l’amico sappia. Su di sé aggiunge: «Mi
hanno messo in croce per una miseria». Forse si riferiva soltanto ai 10 milioni
di lire videoregistrati dalla Guardia di Finanza e trovatigli nell’agenda pochi
minuti dopo. E non al resto: tangenti, appalti dell’ospedale contestatigli....
L’amico ci prova: «Tu eri un chierichetto a confronto». E lui: «Hanno tolto il
tappo. Sotto c’è una pozza nera. Io lo so. Vedrai se verrà fuori. Una pozza
nera».
Lo stesso giorno, funzionari pubblici senza macchia
commentavano più modestamente l’arresto di Ferro: «Ecco perché noi davamo parere
negativo e...». L’imputato è di tutt’altro avviso: «Dal processo dovrà emergere
che il mio ufficio non ha mai compiuto atti illegittimi. Io ero uno che separava
l’amicizia dal lavoro». Della pioggia di omaggi di Salvatore Verducci, che il pm
Roberto Furlan gli ha rovesciato contro, Ferro riconosce solo le briciole come
una crociera nel Mediterraneo («ha voluto pensarci lui»). Sul resto - Porsche
911 e barca di 17 metri - il dirigente sospeso non sposta di un centimetro la
sua difesa: «Ho pagato tutto». Né Verducci ha infierito, venerdì in aula. Non ha
mai pronunciato l’espressione «lo tenevo a libro paga». Solo un «provvedevo io
perché mi sembrava un modo elegante per ingraziarmi un funzionario pubblico».
Il personaggio Verducci va inquadrato meglio. Fallito
due volte - prima con un’impresa di pulizie, poi con la clinica Bernini, guai
giudiziari analoghi per saccheggio dei conti societari - Verducci è stato un
giocatore anche come imprenditore. Lui si racconta come uno che i soldi li fa in
fretta e in un amen può pure perderli. In qualsiasi modo. Il giochino degli
investimenti in un’attività di strozzinaggio? Un’idea che gli venne dall’assidua
frequentazione dei casinò: «Mi sono consultato con il mio legale, e siamo
partiti». Le tangenti? Avrebbe persino fatto la cresta su quelle altrui. Tanto i
soldi vanno e vengono.
La fama che lo scorta è da
giocatore senza limiti: 11 miliardi di lire della vendita della clinica Major
persi a chemin de fer in altrettanti mesi (così racconta il suo legale, Giorgio
Chemi, a Ferro in una conversazione intercettata). In aula gli si chiede
dell’antropologia del «vizio». Lui si concede a ricordi di famiglia: «Ero
bambino, mio padre mi mandò a comprare il vino e per strada mi giocai i soldi.
Papà non mi rimproverò per il vino, ma per non essermi io rifatto al gioco». Sa
di incuriosire e sfoggia una disarmante flemma: «Mi giocavo da 50 a 200 milioni
di lire per sera, Ferro puntava 50-100 mila lire per volta al black jack».
Insomma, un dilettante. Quanto perdeva Verducci per sera? «I ricordi spiacevoli
si dimenticano». Poi accontenta l’uditorio: «Una volta 380 milioni». Gli
chiedono chi incontrava al Casinò di Sanremo dove era di casa. «Magistrati,
giornalisti». Il presidente Pier Giorgio Gosso avverte: «I magistrati hanno il
divieto prima della pensione». E Verducci: «Per carità, presidente, tutti
pensionati». E chi altri? Gente famosa? «Ma sì, Beppe Grillo». La celebrità non
lo impressiona. Per Verducci conta solo il gioco. Che lo impegnava dal giovedì
alla domenica. Il resto erano parentesi. Adesso è una pena: spiantato (?) e agli
arresti domiciliari in campagna.
14 Marzo 2004
FURTI DA ALMENO UN ANNO, L’ALTRA SERA LA POLIZIA HA BLOCCATO I
LADRI IN PIAZZA CRIMEA
Colpo Grosso della banda dei
parcometri
Spariti 100 mila euro
dalle casse Gtt, arrestati due romeni
Hanno rubato
centomila euro, alla Gtt, l’hanno fatto poco alla volta, ogni giorno, per un
anno o poco più. Li hanno sfilati dai parcometri di mezza città: casseforti in
apparenza inviolabili, ma che basta un banalissimo trapano a batteria per
riuscire a scassinare e a depredare. Hanno preso cento, duecento, cinquecento
euro a botta e sono sempre riusciti a farla franca.
Quanti siano i ladri che hanno alleggerito con così
tanta caparbia e determinazione le casse della società che gestisce il trasporto
pubblico in città, purtroppo non si può sapere con certezza. E’ assodato,
invece, che due di loro, dall’altra sera, sono finiti in manette, arrestati
dalla polizia quasi in flagrante, mentre tentavano di scassinare l’ennesimo
parcometro, dalle parti di piazza Crimea, zona di precollina e di strisce blu.
Sono due ragazzi romeni: uno ha ventidue anni e l’altro 19, non hanno permesso
di soggiorno e non hanno neppure una casa, ma in città si spostavano su una
vecchia Passat di colore verde, diventata l’incubo degli addetti al controllo
dei parcometri. Poi, l’altro pomeriggio, uno di loro ha notato quell’auto ferma
accanto ad una colonnina e tre uomini che stavano trafficando lì vicino. Si è
messo a spiarli mentre con un trapano a batteria «bucavano» il fondo del cubo di
lamiera e ha subito dato l’allarme.
Mezz’ora dopo due di loro erano già in manette. In auto,
avvolti dentro un cappellino di lana, c’erano manciate di monete e gli attrezzi
del mestiere: un punteruolo e il piccolo «Black & Decker» a pile. E per loro non
c’è stato scampo.
Se i centomila euro rubati dai parcometri nell’ultimo
anno se li siano messi in tasca tutti loro questo non è sicuro. Anche perché su
750 colonnine distributrici di ticket posteggio esistenti in città, ne sono
state violate almeno un centinaio. E in certi casi anche più volte consecutive,
con modi e tempi che lasciano pensare ad una organizzazione ben è più vasta, in
grado di controllare le colonne e decidere quando colpire.
Alla Gtt, invece, spiegano che con
la progressiva sostituzione dei parcometri il fenomeno dei furti è destinato a
ridursi sempre di più: le cassaforti saranno più protette e sistemate in modo
meno accessibile dall’eterno. Per intanto si adottano misure di prevenzione. La
più scontata è quella di svuotare le casse delle colonnine ogni giorno. «Se il
guadagno è minimo - dicono alla Gtt - scassinare i parcometri non sarà più così
conveniente».
13 Marzo 2004
SPETTACOLARE MOBILITAZIONE DI UOMINI E MEZZI, IERI MATTINA, IN
PIAZZA MANNO DOPO UN TENTATIVO DI OMICIDIO
In fuga sui tetti del palazzo
di 8 piani
Carabinieri
«acrobati» per catturare un algerino
Lodovico Poletto
L’elicottero dei vigili del fuoco si abbassa sul
palazzo, volteggia lentamente e intanto pilota e coopilota scrutano i tetti.
Pochi minuti e arriva un secondo elicottero, stavolta è dei carabinieri. Acora
evoluzioni, poi quello rosso e bianco del 115 lascia spazio a quello dell’Arma.
Giù in strada, sgommano le pattuglie dei carabinieri. L’autoscala dei pompieri
si allunga verso il tetto di questo palazzo all’angolo di piazza Manno e la
polizia municipale chiude una delle strade più trafficate della città, corso
Grosseto: «I velivoli potrebbero atterrare qui; meglio essere prudenti». Intanto
sul tetto di questo palazzone alto otto piani, i carabinieri inseguono due
uomini in fuga.
Se fosse la scena di un film d’azione marchiato Usa,
allora chi sta fuggendo sarebbe un superladro o un criminale che si è macchiato
di chissà quali crimini. Ma questa non è fiction, né americana né italiana, e i
due uomini che stanno scappando sono due stranieri che hanno accoltellato, per
rapinarlo, un loro connazionale.
E’ accaduto ieri, pochi minuti dopo le 10. I primi
accorgersi di tutto sono i vigili urbani di una pattuglia che si occupa di
viabilità: vedono un uomo sanguinante nei giardinetti di piazza Manno e si
fermano per soccorrerlo. Qualche istante e arriva anche una gazzella dei
carabinieri. Il ferito racconta che è stato aggredito da due conoscenti che gli
avevano offerto ospitalità per la notte e che gli hanno rubato un cellulare e
400 euro. Spiega che quei due abitano a pochi metri da lì, all’ultimo piano del
palazzo di corso Grosseto 304. Con i rinforzi e l’ambulanza arrivano anche i
vigili del fuoco: i due sospetti aggressori stanno scappando sui tetti e
potrebbero cadere. L’elicottero del 115 che è in volo di addestramento arriva in
aiuto in pochi istanti. Quello dell’Arma qualche minuto più tardi. Intanto
inizia la caccia ai due uomini. Uno dei due riesce a fuggire: s’infila nelle
soffitte di un palazzo vicino, trova una una via di fuga verso un capannone
industriale e sparisce. L’altro, invece, braccato dai carabinieri, si nasconde
ma non riesce a passare inosservato e viene bloccato. Ha il giubbotto e le mani
sporche di sangue: dice che è un errore, che lui non c’entra nulla. Basta poco,
però, per scoprire che non è così. Nella soffitta dove vive ci sono ovunque
macchie di sangue e c’è un coltello da cucina, in terra, accanto all’ingresso.
Si chiama Said Salah, è algerino, e ha 32 anni: è accusato di tentato omicidio.
Già in strada, intanto, si raduna
una piccola folla di curiosi che ha assistito alle evoluzioni degli elicotteri.
Dai balconi e dalle finestre delle case accanto ci sono centinaia di persone
affacciate: corso Grosseto senza auto è uno spettacolo che non capita tanto
spesso di vedere. E poi c’è uno strano affollamento di forze dell’ordine e
pompieri. Qualcuno, con i vigili urbani che hanno un gran da fare a bloccare le
auto che vorrebbero sfilare verso l’esterno città, s’informa su cos’è accaduto.
Altri che conoscono tutta la vicenda protestano: «Questa zona - dicono - sta
diventando invivibile. Certe sere, i giardinetti, sono colonizzati da brutta
gente e da spacciatori. Bisogna fare qualcosa».
16 Marzo 2004
L’UE, PIÙ SEVERI CONTRO LA MICROCRIMINALITÀ
GIRO DI VITE
Mario Chiavario
[MICROCRIMINALITÀ. Con un'etichetta
di facile presa spesso si liquidano episodi che, sulla pelle di chi li subisce,
non sono affatto di poco conto. E lo sanno soprattutto gli abitanti dei
quartieri delle grandi città in cui scippi, furti in appartamento, spaccio di
droga e intimidazioni varie sono vissuti quotidianamente come elementi di un
«vissuto» tormentato e praticamente senza rimedio, tanto che ormai nemmeno più
si denunciano. Adesso, anche dall'Esecutivo dell'Unione Europea giunge un monito
severo a non sottovalutare il fenomeno e, con il preannuncio di misure a livello
comunitario, viene la raccomandazione a non trascurare quanto può e deve farsi
già sul territorio.
Sul piano teorico, analisi e
proposte si sprecano, e non si vorrebbe che il tutto, una volta ancora, finisse
soltanto con l'infoltire
il numero delle dotte pubblicazioni sul tema. D'altronde, non c'è dubbio che
certe realtà sono estremamente complesse, nelle loro manifestazioni e
soprattutto nelle loro cause. E non sono altro che risposte illusorie e
fuorvianti a un'esasperazione reale le demagogiche proposte di «giri di vite»
indiscriminati e terroristici, che inducano a dimenticare quanto lavoro ci sia
da fare soprattutto «a monte», con l'impegno positivo e faticoso di istituzioni,
organizzazioni sociali e singoli cittadini per promuovere alternative positive
al disagio, non solo e non sempre di carattere economico, che sta il più delle
volte alla base di tante esplosioni di delinquenza.
Ad offrire soluzioni autentiche di
problemi per cui nessuno ha la chiave magica in tasca, non sono certo le minacce
- e le applicazioni a casaccio o a tappeto - di pene da capogiro, che
prescindano da ogni considerazione, in particolare, per l'età
di chi delinque o per altre condizioni di povertà o di disagio che possano aver
influito sui suoi comportamenti. Resta però il fatto che nemmeno di fronte alla
cosiddetta microcriminalità la società e lo Stato debbono dare un'impressione di
impotenza, di generica indulgenza o di resa aprioristica. Ed è bene che ne
tengano conto anche i magistrati più impegnati nella lotta alle maggiori
illegalità che hanno attecchito in questo Paese: è infatti giustissimo dedicare
un'attenzione particolare ai reati dei «colletti bianchi», a cominciare da
quelli che, con effetti devastanti, sono il risultato di imponenti reti di
corruzione; ma i meriti acquisiti su quel terreno non sarebbero una
giustificazione per lasciare sguarnita la lotta ad altre forme di criminalità.
In realtà, se è vero che uno dei più potenti stimoli a tante pulsioni
delinquenziali, soprattutto nel mondo giovanile, è dato proprio dalle pretese di
impunità che il crimine d'alto bordo vorrebbe garantirsi con i pretesti più
diversi, è altrettanto vero che il cittadino comune finisce con il percepire di
più certi fenomeni di impunità diffusa per una delinquenza che lo tocca più da
vicino.
Lo hanno capito i responsabili di
quegli uffici giudiziari, come esempio la Procura torinese, che da tempo
destinano personale apposito e risorse specifiche a gruppi di lavoro chiamati ad
occuparsi di «sicurezza urbana». Non varrebbe la pena che l'esempio
si generalizzasse?
16 Marzo 2004
DAI SINDACATI BOZZE DI DELIBERA CHE LE SCUOLE POSSONO ADOTTARE
PER OSTACOLARE LA RIFORMA
«Ecco come sabotare la
Moratti»
Una giornata di
contestazione alla riforma della scuola, ieri, con due affollate manifestazioni:
la prima sindacale, nel pomeriggio, e la seconda di informazione e dibattito, la
sera, al Teatro Nuovo, promossa dal Manifesto dei 500, presente un migliaio di
insegnanti e genitori.
Al palazzetto «Aldo Moro» le rsu della scuola si sono
riunite per l’assemblea indetta da Cgil, Cisl e Uil Scuola in vista dello
sciopero generale del 26 marzo in cui l’istruzione sarà un tema centrale.
Giovedì alle 21, al Convitto Umberto I di via Bligny 1 bis, i sindacati
incontreranno i rappresentanti dei consigli di circolo e d’istituto. Gli
interventi hanno toccato, in particolare, l’entrata in scena del tutor (18 ore
di insegnamento e responsabilità ad ampio raggio) e l’organizzazione del tempo
scuola con le discipline opzionali. «Le scuole, con l’attuale legislazione
sull’autonomia, possono decidere che tipo di offerta formativa realizzare stando
nelle regole», ha spiegato Chiara Profumo, Cgil. «Sono i consigli di circolo e
d’istituto a dover dare precise indicazioni per il piano dell’offerta formativa,
a valutare se deve prevalere la logica del “supermercato”». In teoria, le scuole
dovrebbero accontentare la singola famiglia, ma dall’altra parte la circolare
appena emanata dice che non ci sono risorse disponibili. Rispetto al tutor, per
Cgil, Cisl e Uil «è il contratto a dire che questa sorta di “maternage” non è
prevista nella funzione docente e quindi non si applicherà per il 2004-5». Per
Andrea Colombo, Cisl, «lo sciopero del 26 sarà la prova del nove per sapere chi
sta con la Moratti e chi no: le nostre ragioni, contro le bugie del governo. Ora
vogliamo che la verità sul cambiamento arrivi, in maniera seria, alle famiglie».
I sindacati hanno predisposto bozze di delibera che le scuole possono adottare
per la conferma del Pof, dei libri di testo, il rifiuto dell’organizzazione con
il tutor.
La manifestazione del Teatro Nuovo
si è conclusa con la richiesta di ritiro del primo decreto e l’abrogazione della
legge Moratti. «Chiediamo ai sindacati uno sciopero della scuola unitario nel
caso in cui - ha detto Lorenzo Varaldo, coordinatore nazionale del Manifesto dei
500 - quello del 26 non dovesse bastare a realizzare gli obiettivi».
16 Marzo 2004
UN CRONISTA PER VOI: IL PROBLEMA SOLLEVATO DA UNA SIGNORA
PREOCCUPATA DALLA CONTINUA CRESCITA A SAN SALVARIO
Dalla legge un freno ai Phone
center
Le direttive
igieniche e le «tariffe etniche» li fermeranno
Giacomo Bramardo
Angelo Conti
Quanti sono i phone center a Torino? Come sopravvivono?
Cosa si cela dietro la loro nascita ed il loro funzionamento? Perché da molti di
essi salgono rumori e schiamazzi sino a tarda ora? La signora Lucia Lazzaroni, a
San Salvario, ne ha contati 54 solo nel quadrilatero Nizza - Vittorio Emanuele -
Madama Cristina - Marconi: «Mi chiedo, nell’era del telefonino, come è possibile
che questi esercizi si espandano con questo ritmo? Sappiamo bene che spesso sono
la copertura di attività illecite, ma proprio per questo credo che debbano
essere controllati con occhio vigile da parte di chi è preposto a farlo. Tra
l’altro dove sono presenti, le strade vengono usate come bagni pubblici. Perché
non imporre nella normativa che questi locali siano dotati anche di una
toilette, alla stregua di un bar? E poi pretendere che la toilette venga
effettivamente usata?».
La signora Lazzaroni non sa che il loro numero è
destinato ancora a crescere. Sotto i portici di via Nizza diventerà un phone
center addirittura la storica profumeria Cocchis, il cui titolare era stato -
per molti anni - fra i principali baluardi del degrado della zona. Al posto
degli scaffali dei profumi ci sono già da giorni le cabine, l’apertura è
prevista per la fine del mese. C’è un phone center anche nel futuro dell’ex
negozio di dischi al numero 5, mentre avrà una «zona cabine» persino il
fast-food che dovrebbe aprire, prima o poi, in via Nizza angolo via Berthollet.
Con i due già esistenti (di proprietà pakistana), saranno così cinque i phone
center affacciati sotto i portici, nell’arco di 200 metri.
Perché i phone center dilagano? Ce lo ha spiegato uno
dei gestori di San Salvario: «Le cabine rendono solo nei negozi situati in buona
posizione. A San Salvario ce ne sono quattro o cinque che hanno un utile netto
giornaliero di 500 euro, gli altri si accontentano di molto meno, qualcuno con i
telefoni non guadagna per niente. L’utile vero lo si fa con il money-transfer,
cioè con il trasferimento di denaro all’estero. Ce l’hanno tutti i phone center,
ma anche tante lavanderie, macellerie, asian shops. Le compagnie più grosse sono
la Western Union e la Money Gram che affiliano ogni esercizio lo chieda, senza
troppi problemi. Gli utenti principali sono i clandestini che non possono aprire
un conto bancario in Italia e che mandano ogni guadagno a casa».
Il futuro dei phone center non è comunque rosa: «Una
direttiva comunitaria consente di fatto a tutti di aprire una attività di questo
tipo. Ma, a livello locale, un primo stop arriverà dall’introduzione di norme
igieniche severe: l’obbligo di bagni distinti per uomini e per donne, e di un
bagno anche per il personale, farà salire i costi dei negozi e ne bloccheranno
la proliferazione. Ma la vera scoppola potrebbe arrivare dalla tariffa etnica
che Tim e Vodafone stanno studiando: chi sceglierà questo profilo tariffario
potrà chiamare, con il suo telefonino, alcuni numeri del paese d’origine pagando
una cifra competitiva con quella offerta dei phone center».
Plausibili sono anche i timori
sotto il profilo dell’ordine pubblico. Nei phone-center si telefona in tutti i
paesi del mondo senza essere registrati, quindi in completo e blindatissimo
anonimato, e si manda denaro semplicemente esibendo un documento del paese
d’origine (ce ne sono moltissimi fasulli e nessun operatore di phone center si
prenderà mai la briga di eccepire sulla loro validità). Così vengono mossi
milioni e milioni di euro senza avere certezze di chi spedisce e nemmeno di chi
riceve. Non è un mistero che molte partite di droga vengano pagate così. E vien
da chiedersi, all’indomani delle stragi di Madrid, se questa «falla» nella
sicurezza del nostro Paese non debba essere al più presto riparata.
17 Marzo 2004
ALLO STUDIO UNA SERIE DI NUOVE
DISPOSIZIONI DI TIPO IGIENICO E EDILIZIO
«Stop al dilagare dei phone center»
Il Comune: entro
l’estate norme più severe per gli esercenti
Alessandro Mondo
Norme più stringenti per contenere la giungla dei «phone center» cittadini, in
espansione continua, sfoltendola di tutte quelle strutture che non rispettano
le regole. Ma quali regole? Quelle messe in cantiere da Palazzo civico e
riprese nella proposta di delibera consiliare attualmente al vaglio delle
circoscrizioni. Fra un mese approderà in Consiglio comunale: in assenza di
intoppi, entrerà in vigore prima dell’estate .
Per ora l’hanno sottoscritta 17 consiglieri appartenenti a Ds, Comunisti
italiani e Margherita, convinti che sia arrivato il momento di supplire al
vuoto normativo sul quale talora speculano i gestori dei «phone center». Come?
Integrando il «Regolamento comunale di Igiene in materia di servizi di
telecomunicazioni accessibili al pubblico» con un nuovo articolo: il 212 bis.
Niente di trascendentale, quanto basta a garantire gli onesti e a mettere i
bastoni fra le ruote dei disonesti sfruttando le competenze comunali sul
fronte dell’igiene e dell’edilizia: allacciamento idrico e fognario; sistemi
adeguati di ventilazione ed illuminazione; servizio igienico ad uso esclusivo
del personale; altri due divisi per sesso, uno dei quali privo di barriere
architettoniche; presenza di una postazione a misura di disabile... Altri
requisiti disciplinano ampiezza e distribuzione degli spazi. Ovviamente sarà
previsto un arco di tempo per adeguarsi.
L’iniziativa coincide con disposizioni analoghe già al vaglio dell’assessore
Gian Luigi Bonino (Polizia municipale). «La nostra idea è anche quella di
disiciplinare gli orari di apertura e di chiusura delle postazioni - conferma
l’assessore -. Non potendo intervenire sulla concessione dei permessi,
puntiamo ad imporre ai phone center almeno il rispetto delle norme valide per
i locali pubblici. La delibera consiliare va nella stessa direzione: a questo
punto non è escluso che le proposte discusse in giunta e quelle avanzate dai
consiglieri si fondano in un testo unico. Intanto abbiamo avviato un
censimento di tutti i phone center in città».
Si parte da una constatazione. «Il problema è che oggi non ci sono regole -
spiega Giuseppe Borgogno, capogruppo dei Ds -. Per l’apertura dei locali basta
una denuncia di inizio attività da inoltrare al Ministero delle Comunicazioni,
che ha tempo 60 giorni per eventuali osservazioni o dinieghi. La normativa
precedente prevedeva il rilascio di una licenza ministeriale, oggi l’attività
è praticamente libera». «Così come è libero il trasferimento di somme di
danaro che non superino i 12.500 euro al giorno - gli fa eco Vincenzo Cugusi
-. Il risultato è una specie di Far West, dove all’ampia libertà di manovra
per l’esercente si contrappongono margini di intervento minimi per gli enti
locali». Non a caso il numero dei «phone center» lievita costantemente: in
città se ne contano 150 circa.
Da qui la controffensiva su imput del gruppo dei Ds. Ne conviene anche il
capogruppo della Margherita Marco Borgione, favorevole con alcuni distinguo:
«Trovo il testo condivisibile laddove disciplina un settore privo delle norme
più elementari, mettendo all’angolo soprattutto quei phone center dietro ai
quali si nascondono traffici poco puliti. L’importante è fare bene i conti.
Non vorrei che il provvedimento inneschi una raffica di ricorsi difficilmente
gestibile. Fare un passo simile per poi doverlo rimangiare sarebbe
controproducente».
La classica,
viscida soluzione all'italiana: invece che affrontare il problema, lo si aggira
illudendosi che una strumentale pastoia burocratica possa in qualche modo
limitarlo (risolverlo veramente no: gli italioti non lo fanno mai). Provate voi
padani ad aprire un phone center e spedire denaro all'estero per conto terzi: nel giro di cinque
minuti arrivano i carabinieri che vi arrestano per irregolare raccolta ed
intermediazione del risparmio (ma le autorità di vigilanza, Banca d'Italia in
testa, che cosa fanno? Dormono, come hanno fatto con Cirio e Parmalat!). La
crisi economica che sta distruggendo Torino, oltre a mamma Fiat che le Panda le
va a fare in Polonia (e qui ha ragione Ciampi: ricordatevi di comprare made in
Italy. E se la Fiat non fa l'auto che vi interessa in Italia, comprate
l'equivalente tedesca, francese o spagnola, ossia da chi non tradisce il suo
Popolo), è dovuta all'economia parallela che gli extracomunitari hanno fondato
in questa città - creando un sistema chiuso su se stesso che non si integra con
il resto del territorio - e alle rimesse degli emigranti verso i loro paesi, che
producono qui ma spendono a casa loro, facendo saltare il circuito
produzione-consumo. E non si venga a dire che una volta le rimesse dei nostri
emigranti erano la prima voce in entrata della bilancia dei pagamenti italiana:
per l'economia tedesca o americana in pieno boom valevano come una pulce sulla
testa di un elefante. E poi erano rimesse regolari, registrate statisticamente e
storicamente: i flussi finanziari che passano per i phone center (che Dio solo
sa dove vanno a finire) non li registra nessuno e, quindi, è come non fossero
mai esistiti. Uno stupendo esempio di come non si controlla il territorio al
punto che non riusciremo nemmeno, in futuro, a scrivere correttamente la nostra
storia economica. Ammesso che avremo un futuro.
Webmaster
20 Marzo 2004
Tubercolosi a scuola
Maestro ricoverato
10 bambini positivi
Tutti della stessa classe, sono stati subito
sottoposti al «Tine test»
La dottoressa dell’Asl: questo
non vuol dire che si ammaleranno
ALLARME
ALL’ELEMENTARE «ITALO CALVINO» DI RIVALTA
il caso
Lodovico Poletto
Ua decina di bambini
di seconda elementare della scuola «Italo Calvino» di Rivalta sono risultati
positivi ai test anti tubercolosi. Il loro insegnante, invece, è da alcuni
giorni ricoverato in ospedale per la stessa malattia. Il sindaco Amalia Neirotti
invita alla prudenza: «E’ una situazione che non deve destare alcun allarme
sociale. Adesso partiranno altri accertamenti e poi tutti i bambini che
frequentano quel plesso scolastico saranno sottoposti ai test diagnostici».
Ma invitare alla calma e parlare di «situazione sotto
controllo» con i genitori degli alunni oggi è quasi impossibile. Alle 16, le
mamme dei 21 bambini di quella classe dov’è stato individuato il «focolaio»
escono alla spicciolata dal salone dal municipio. Un paio di loro piangono
perché i loro figli sono risultati «positivi»: a nulla sono servite le parole
tranquillizzanti della dottoressa dell’Asl, invitata a scuola a spiegare la
situazione. E cioè che anche se c’è stato un contatto tra il micobatterio e i
soggetti positivi questo non significa che la malattia è imminente: «Vuol dire
soltanto che è stata rilevata la presenza di anticorpi del bacillo di Koch». Ma,
dicono queste mamme, è una mazzata scoprire che una malattia un tempo spaventosa
e che si sperava debellata è tornata a farsi viva in modo così prepotente. Le
altre non parlano: filano via veloci verso casa, dai bambini. Qualcuna si ferma
nel posteggio del municipio a commentare con le amiche. E volano soltanto parole
di accusa e di indignazione, verso il preside e verso l’insegnante malato.
«Perché - spiegano - e l’uno e l’altro erano a conoscenza della situazione e non
hanno mai parlato, non ci hanno informato di nulla».
L'insegnante
è irraggiungibile. E’ ricoverato in ospedale e, da scuola, manca ormai da quasi
due mesi, dal 26 gennaio scorso. «Ma era tutto l’anno che era malaticcio.
Polmoniti, raffreddori, bronchiti. Sembravano banalità, guai a cui può andare
incontro chiunque. Invece...». Invece era tubercolosi. Una mamma ha iniziato ad
avere qualche sospetto qualche settimana fa e ne ha parlato con altri genitori.
Ma tutto è rimasto a livello di pettegolezzo. Di supposizioni da non diffondere
troppo: «Perché finisce che quello magari ci querela pure». E il dirigente
scolastico che c’entra? «Sapeva, sapeva tutto...» dice qualcuno. Ma Alfredo
Cotroneo si nega. Fila via dal municipio alla velocità della luce. E si limita
ad una battuta veloce sulle scale: «Io non ho niente da dire. Proprio
niente...».
Alla fine dell’altra settimana, l’ospedale dov’è
ricoverato il maestro ha avvisato l’Asl del caso e l’Asl ha allertato la scuola.
Gli allievi di quella classe sono stati sottoposti immediatamente al «Tine
test», un accertamento facile ed indolore, intracutaneo su un braccio. Ed è
arrivato il responso che ha destato grande allarme. E ha scatenato una ridda di
voci, ha creato preoccupazioni e timori.
Di qui l’incontro in municipio di ieri pomeriggio e
l’annuncio che tutti i 371 allievi della elementare «Italo Calvino» dovranno
essere sottoposti ad accertamenti preventivi. Quando e come, però, non è ancora
stato deciso. «Lo facciamo non perché ci sia un rischio reale di infezione
diffusa, ma per una semplice questione di prudenza» commenta Amalia Neirotti.
Smentite anche le voci di una imminente, seppur temporanea, chiusura della
scuola.
Mario Valpreda, il direttore della
sanità pubblica della Regione, spiega che ogni anno, in Piemonte, su una
popolazione di 4 milioni e 200 mila abitanti vengono rilevati almeno 400 casi di
positività. «Abbiamo attivato un monitoraggio costante della malattia - commenta
Valpreda - e siamo in grado di intervenire tempestivamente e con gli strumenti
più adatti». Preoccupato? «No. La positività al “Tine test” non vuol dire nulla,
si dovranno fare accertamenti più approfonditi. E, comunque, ormai da questa
malattia si guarisce completamente, senza che rimangano conseguenze».
20 Marzo 2004
«Ci hanno tenuti all’oscuro di tutto»
La rabbia di una
mamma: perché informarci così tardi?
Massimiliano Peggio
Piange. Aspetta vicino alla fermata dell’autobus
l’arrivo del marito, torturando tra le mani un fazzoletto bianco. Signora,
scusi, se la sente di dire come stanno davvero le cose? Il dirigente scolastico
non ha voluto fare commenti. Ha infilato le scale del Comune di corsa, senza
aprire bocca. Perché? «Lo so io, perché. Ho un bambino positivo ai test della
tubercolosi. Con lui ci sono altri alunni della stessa classe, ma da mesi si
sapeva che il loro maestro non stava bene. Era sempre a casa per malattia.
Possibile che a nessuno sia mai venuto un sospetto, un dubbio? Io ho capito
immediatamente che aveva qualcosa di serio. Ecco, questi sono i fatti».
Quando ha saputo della tubercolosi? «Lunedì scorso, in
serata quando dalla scuola ci hanno chiesto di firmare il certificato di nulla
osta per sottoporre mio figlio all’esame tubercolinico. Ci siamo spaventati:
grazie al solito passaparola tra genitori abbiamo saputo del maestro e delle sue
condizioni di salute». Ha gli occhi rossi, vorrebbe sfogarsi, dire tutto quello
che pensa ma ha paura di sbilanciarsi. Già, perché in questa vicenda sembra che
qualcosa non abbia funzionato, in particolare la catena informativa tra scuola e
Comune, tra istituzioni scolastiche e sindaco, responsabile della salute
pubblica. «Ho telefonato io al sindaco, non sapeva ancora nulla dell’emergenza».
Senza perdere tempo, questa mamma, ha preso carta e penna ed ha inoltrato tre
esposti: al Comune, alla Regione, al Provveditorato agli studi. «Ho fatto tutto
da sola, perché gli altri genitori non hanno avuto il coraggio di esporsi.
Eppure qui la situazione è grave: bisogna andare fino in fondo, capire a quale
rischio sono stati esposti i nostri bambini, scovare eventuali responsabilità».
La scuola? «Certo. Il maestro è
rimasto in malattia per troppo tempo: già all’inizio dell’anno, a settembre, è
stato lontano dalla cattedra per 4 o 5 settimane. Nessuno vuole iniziare la
caccia all’untore, o attribuire colpe assurde, ma era consapevole dei pericoli?
Senza dimenticare poi che è compito della direzione scolastica vigilare e
tutelare la salute degli alunni. Tacere o sottovalutare un problema così
delicato non è certo un buon esempio di responsabilità». I test hanno dato esito
positivo per una decina di soggetti: un incubo che accomuna in queste ore tutte
le famiglie. «Io ho già fissato un appuntamento presso un noto pneumologo
torinese. Ho il terrore di cosa mi dirà. Chissà quanti sacrifici dovrà
sopportare il mio bambino: spero solo che non si ammali, che non diventi
tubercolotico. Sennò, povero bambino, sai che vita d’inferno farà...».
26 Marzo 2004
SCOPERTA GRAZIE AD UNA RAGAZZINA FERMATA DAI VIGILI
URBANI
La bidonville dei romeni sulle sponde dello Stura
Un grande villaggio di baracche tutte uguali
sorte alle spalle degli orti
Abitato da almeno duecento immigrati fra cui donne e alcuni bambini
Lodovico Poletto
Mahjan dice che lì si trova bene. Che le case sono solide e calde e che lui,
e quelli come lui, di meglio non possono trovare in questa città. E poi la
gente che ci abita lì, dice, è pulita: «Guarda, guarda bene: davanti alle
case non c’è immondizia. Io pulisco tutti i giorni, davanti alla casa di
tutti, e poi butto lì dietro, vicino all’acqua. Tra qualche giorno compero 5
litri di benzina e brucio tutta la sporcizia, così non vengono le
malattie...».
Mahjan è romeno e forse clandestino e la sua casa è un buco riscaldato da un
vecchio bidone trasformato in stufa e gonfio di brace. Mahjan non esiste per
nessuno e vive in uno scampolo di città che non puoi trovare su nessuno
stradario, ma la vedi là lontano guardando lo Stura dal ponte di corso
Giulio Cesare.
Ecco, laggiù tra gli alberi, dietro il Novotel, c’è la Torino che non ne sa
nulla delle Olimpiadi del 2006 e tantomeno della Ztl, quella che vive
nascosta, che non si fa vedere in giro e che, anche quando è in strada, è
come se fosse trasparente. Ecco, quella è la bidonville di Torino: un grande
villaggio diviso in piccoli agglomerati fatti di case costruite con i
rifiuti e sorte con il tempo e senza che nessuno se ne accorgesse, alle
spalle degli orti.
Una città di disperati, dove quelle che loro chiamano case sono baracche di
pochi metri quadrati, tutte uguali: un po’ storte, colorate e con il tetto
piatto. Le porte sono assi recuperati in discarica, le finestre non
esistono. Ma tutte si affacciano su un piccolo cortile, dove la gente, la
sera, si raduna a parlare. E a scolare boccioni di vino di pessima qualità
che scatenano le liti. Poi, quando cala la notte, da lontano non vedi più
nulla.
In questa bidonville sconosciuta ed angosciante oggi vivono poco meno di 200
persone: sono tutti immigrati di origine romena, richiamati lì da un
passaparola che non si sa neppure come sia iniziato. Ci sono adulti e
bambini, anche piccoli, anche di pochissimi mesi. Al mattino li vedi uscire
alla spicciolata. Gli uomini hanno giacche malandate e sporche, le donne
hanno borsoni che potrebbero contenere qualunque cosa. Vanno verso il
centro. Oppure verso il quadrivio delle autostrade, oppure davanti al
colorato e sempre pieno di gente centro commerciale di Auchan. Vanno a fare
«vanghela», come dicono tra di loro, in romeno, vanno a chiedere la carità.
Viveva probabilmente qui, anche Margherita, la bambina di 8 anni che gli
agenti del nucleo stranieri della polizia municipale hanno fermato qualche
giorno fa in piazza Statuto. Faceva «vanghela». Poi l’hanno fermata e
accompagnata negli uffici. Ha raccontato che suo papà è ancora in Romania,
in un villaggio al Nord del paese, ed è poverissimo. E che sua mamma adesso
non sa dove sia finita: forse è a Milano, forse è chissà dove. In che posto
vivi, le hanno chiesto i vigili. E lei ha detto «Giù al fiume...». Con chi,
però, questo non si sa. E’ sola. Forse sfruttata da qualcuno. Adesso è in
una comunità; il tribunale dei minori vuole vederci chiaro, ha ordinato
altri accertamenti, altri controlli. Anche perché c’è la certezza che anche
gli altri 5 bambini che i vigili dello stesso nucleo hanno fermato negli
ultimi giorni, mentre chiedevano la carità nelle strade del centro,
vivessero in questa bidonville, in questa Torino che, almeno ufficialmente,
non esiste. Loro, però, erano in compagnia dei genitori e sono stati
lasciati tornare a casa, in una di queste baracche lungo il fiume, accanto a
montagne di bottiglie e rifiuti di ogni tipo, con i topi che scorrazzano a
caccia di qualcosa da mangiare.
C’erano gli orti, qui, una volta, ricorda qualcuno: fazzoletti di terreno
coltivati a insalata, patate e carote e con una casetta per gli attrezzi.
Oggi, molte di quelle baracche sono diventate le case più belle di questa
colonia di disperati, quelle che le famiglie più forti di questa sconosciuta
comunità di disperati, si sono conquistate. Spesso in mattoni, con una
piccola veranda e la griglia per fare la carne alla brace lì in un angolo.
Sembrano regge in mezzo alla bidonville. Lì dentro, anche se dovesse per
molti giorni piovere forte, l’acqua non entra.
26 Marzo 2004
Raid di extracomunitari al Barcanova
Rotto il muro di cinta della società di
calcio ospite al Parco Sempione
Ci sono situazioni di degrado sociale ed ambientale che nemmeno un muro
riesce a tenere a bada. A farne le spese è stata la «Barcanova-Salus»,
società calcistica giovanile ospitata con la piscina «Rari Nantes» e la
vicina bocciofila nel perimetro del Parco Sempione. Dentro, tre strutture
sportive funzionali e curate, riportate alla piena operatività dopo essere
state ereditate in pessime condizioni dal Comune. Fuori, proprio sul retro,
i binari della ferrovia Torino-Milano circondati dalla vegetazione
riselvatichita e dal pattume popolato da ratti di tutte le taglie. Nel
mezzo, un muro. Anzi, un muretto di mattoni abbattuto senza un perchè nella
notte fra mercoledì e giovedì.
Niente di irreparabile, se non fosse che l’episodio segue le due incursioni
avvenute lo scorso anno: la prima volta i soliti ignoti hanno ripulito il
piccolo ufficio della società; la seconda hanno sradicato l’inferriata a
protezione della finestra, senza portare a termine il colpo. Da qui la
rabbia e l’amarezza di chi si impegna ogni giorno per difendere spazi ad uso
di giovani e meno giovani, comunque apprezzati. E’ il caso di Domenico
Rosso, dirigente della «Barcanova-Salus», reduce dal sopralluogo della
polizia e dalla prevedibile denuncia contro ignoti. «Ovviamente correremo
subito ai ripari, senza stare a discutere se la riparazione non spetti alle
Ferrovie - spiega -. Anche perchè la sensazione è che l’abbattimento del
muro, con la porticina nel mezzo, sia il preludio a qualche altra visita
poco gradevole. Certo è mortificante constatare come il nostro sforzo si
infranga contro una situazione al di fuori di ogni controllo».
Vedere per credere. Il problema non sono i binari della Torino-Milano. Né
quelli della vecchia linea, ormai abbandonata da anni, che permetteva ai
treni merci di raggiungere lo scalo Vanchiglia. Il problema, quello vero, è
rappresentato da una serie di fattori che si saldano fra loro: degrado
ambientale, degrado sociale, pochi controlli. Oltre al muretto abbattuto non
vivono solo legioni di ratti ma i disperati che la notte riparano nella
baracca di fortuna costruita con rottami di ogni sorta. La intravedi appena,
annegata tra i rovi. Idem sull’altro lato, dove si snodano i binari della ex
linea merci. Luogo di spaccio e di consumo, come dimostra la presenza di tre
ragazzi accovacciati fra le siringhe a ridosso della massicciata. Appena li
vedi battono in ritirata. Uno si scusa pure di fronte agli imprevisti
visitatori, scambiati per impiegati delle Fs. «Portate pazienza. Scendiamo
qua sotto perchè ci vergogniamo», ti dice prima di saltare sul motorino.
Pensare che altri giovani, lontani anni-luce, raggiungono via Gottardo per
nuotare o giocare a pallone. Sul campo da calcio della «Barcanova-Salus» ci
sono dei progetti: il Comune pare intenzionato a valorizzarlo, come altri a
Torino, coprendolo con erba sintetica; l’assessore Montabone (Sport) ci sta
ragionando con i vertici della società. Insomma, quella che si dice una
realtà promettente. Ma al contorno: chi ci pensa?
28 Marzo
2004
PANE AL PANE
Integralismo
all’ombra
delle moschee
Un gruppo di islamisti radicali impone la preghiera dei
morti
per lo sceicco Yassin, «giustiziato» da Israele. Di questo
dobbiamo preoccuparci non del velo che portano le donne
Lorenzo Mondo
CON tutta la buona volontà delle nostre istituzioni e la
generosa apertura della Chiesa cattolica, la presenza di tanti musulmani in
Italia continua a essere complicata e densa di pericoli. Lo dimostra quello che
è accaduto nella moschea di Roma, durante la preghiera del Venerdì. Un gruppo di
islamisti radicali, una ventina, ha imposto ai fedeli la preghiera dei morti in
onore dello sceicco Yassin, «giustiziato» dai missili di Israele. Un centinaio
dei quattrocento presenti li ha seguiti, non l’imam Gomaa e il segretario del
centro culturale islamico, che si sono ritirati precipitosamente nei loro
uffici. Nonostante le pressioni subite da vari centri integralisti, avevano
rifiutato di fare cenno a Yassin. Sia che fossero convinti dell’inopportunità
morale, oltreché politica, di esaltarlo; sia che avessero appreso la lezione del
giugno scorso: quando il precedente imam, Moussa, fu rimosso su iniziativa del
ministro dell’Interno perché aveva inneggiato alla guerra santa e alle imprese
dei kamikaze. Adesso ci risiamo, con un episodio anche più inquietante. Non si
tratta soltanto di un personaggio autorevole che approfitta della libertà e
tolleranza vigenti in Italia per abbandonarsi a farneticazioni pseudoreligiose,
ma di un comportamento che nasce dal basso, radicato nelle comunità e che non
esita ad ignorare le raccomandazioni dei rappresentanti ufficiali. E tutto
questo non avviene in luoghi di culto periferici, ricavati magari in scantinati
e garage, che accolgono le frange più disagiate e permeabili del mondo
musulmano, ma all’ombra della moschea di Roma che riveste, quanto meno dal punto
di vista simbolico, una primazia gerarchica.
Intendiamoci, non è il caso di condividere la politica
repressiva del governo Sharon, gli omicidi mirati in terra palestinese. E non si
può negare in linea di principio a uno spirito religioso la concessione di una
preghiera a beneficio di chicchessia, fosse anche il peggiore degli uomini. A
questo possono predisporsi l’insegnamento e la tradizione del cristianesimo. Ma
è inaccettabile che la preghiera diventi il pretesto per una manifestazione di
integralismo militante, tanto più in un clima reso incandescente dall’attentato
di Madrid. E ripugna alla nostra coscienza che sia celebrato come un martire lo
Sceicco del terrore, che ha sacrificato tanti ragazzi in missioni suicide e ha
rivendicato la propria responsabilità nelle stragi di persone inermi. Di questo
dobbiamo preoccuparci, e non del velo che le donne musulmane decidano
liberamente di portare.
Quasi in contemporanea con il
fatto di Roma, il ministro Pisanu, intrattenendosi a Palermo sul tema
dell’immigrazione, proponeva alla massa di musulmani che vivono in Italia e in
Europa un patto civile: «Un patto chiaro e leale, fondato sull’equilibrio dei
diritti e dei doveri». Sante parole che non possono però prescindere da una più
esplicita ed operativa dissociazione da parte dei responsabili delle varie
comunità. E devono comunque tener conto, con la più grande vigilanza e fermezza,
del retroterra inquinato che si è manifestato nella moschea di Roma, della sfida
lanciata con un arrogante senso di impunità ai nostri valori. Una brutta gente
che ci troviamo malauguratamente tra i piedi e con la quale, a scanso di
dolorose sorprese, non si può abbassare la guardia.
27 Marzo 2004
GLI OCCHI ELETTRONICI ACCESI SOLO POCHE ORE AL GIORNO. BUFERA SUL
SETTORE VIABILITÀ. L’ASSESSORE: ABBIAMO OBBEDITO ALLE DISPOSIZIONI DEL MINISTERO
Multe con la telecamera, un
bluff lungo tre mesi
Nessuna
contravvenzione fino a dopo Pasqua. Il Comune: era un test
manuela Minucci
Ricordate l’accoppiata «telecamera più multa», tanto
amplificata dai giornali, soprattutto attorno al 16 febbraio, giorno di debutto
dei sette occhi elettronici disseminati nella Ztl e nelle vie riservate a bus e
tram? Ricordate la locandina «auto in entrata, auto fotografata e multata» con
il castorino di Palazzo civico che si improvvisa reporter con tanto di flash a
portata di zampa? Ricordate le statistiche, il numero di multe del primo giorno
diffuso dagli uffici di «5T» che però poteva pure scendere «perchè magari domani
qualcuno ci comunica che stava andando in hotel»? Bene. Per la gioia di quanti -
infischiandosene del rischio sanzione - in questi 40 giorni hanno comunque
imboccato le strade vietate al traffico privato, c’è una notizia: finora gli
automobilisti non hanno rischiato nulla in più grazie al debutto delle
telecamere. Perchè questi occhi elettronici, oltre ad essere rimasti accesi per
ben poche ore al giorno non sono, per ora, mai stati in grado di emettere
automaticamente un verbale dopo aver fotografato una targa. Risultato: o c’era
il vigile, in carne e ossa, a multare l’automobilista, oppure la presenza della
telecamera sarebbe stata del tutto inutile. Un colpo di scena che ha scatenato
le opposizioni di Palazzo civico e anche un buon numero di cittadini. Tanti ieri
telefonato ai centralini dei vigili e dei giornali: tutti a chiedersi perché il
Comune si sia ben guardato dal chiarire che quegli occhi elettronici fino a dopo
Pasqua sarebbero stati del tutto innocui.
«Non l’abbiamo chiarito per un motivo molto semplice -
ha dichiarato ieri l’assessore alla Viabilità Sestero - perché per avere una
qualche scientificità l’esperimento doveva sul serio simulare il divieto
accompagnato dalla sanzione». E ha poi aggiunto: «E’ il Ministero che ci obbliga
a fare questa sperimentazione di 60 giorni. Se avessimo detto che tutto rimaneva
come prima, allora non avremmo neppure potuto misurare i cambiamenti
comportamentali che discendono dall’ipotesi di una sanzione sicura». Il sindaco
Chiamparino si è subito dichiarato con la «coscienza tranquilla» e ha detto:
«Sarebbe stato molto più grave se l’amministrazione avesse elevato multe
attraverso le telecamere senza aver ottenuto l’okay dal ministero, ma noi
abbiamo agito in modo opposto per rendere più veritiera la simulazione e fare in
modo che i torinesi si abituassero allo punizione della multa in maniera
graduale». E ancora: «Senza contare che l’autorizzazione del ministero poteva
arrivare anche prima del 20 marzo e quindi le multe sarebbero potute scattare
sul serio, giorni fa, da un momento all’altro».
Sarà, ma intanto c’è chi, fra i cittadini si è sentito
preso in giro. Titoli come «Domani scattano le multe con le telecamere» infatti,
non sono mai stati minimamente smentiti da Palazzo civico. Ciò premesso, ieri,
l’assessore ha illustrato altri dati: «Quasi un automobilista su due entra
ancora, nonostante la campagna di dissuasione legata alle telecamere, nella Ztl
o nelle corsie riservate senza avere il permesso di transito». È questo il dato
che più preoccupa Sestero: «Su un totale di 73.342 transiti, 36.485 erano
irregolari: è ancora un’enormità». Soltanto i 561 trasgressori fermati
fisicamente dai vigili urbani, tuttavia, dovranno pagare la contravvenzione,
fissata in 68,25 euro, gli altri, inquadrati semplicemente da quella telecamera
dipinta come un civich inflessibile la passeranno senz’altro liscia sino a
Pasqua.
Nella prima settimana di
sperimentazione le telecamere sono rimaste accese soltanto per 85 ore
complessive e hanno accertato 4.903 passaggi irregolari su 9.889 transiti. Il
controllo è stato intensificato dal primo marzo. «Dopo Pasqua il sistema di
controllo diventerà effettivo - ha annunciato Sestero - e anche i trasgressori
sorpresi dai filmati saranno multati. Ma il dato del periodo sperimentale è
allarmante e l’obiettivo del Comune non è quello di fare cassa, ma di migliorare
l’efficienza del trasporto pubblico e ridurre il traffico nel centro».
Obiettivo, quest’ultimo, già parzialmente raggiunto nell’ultimo mese e mezzo: il
traffico nella Ztl è diminuito del 30 per cento e la regolarità di tram e
autobus è migliorata del 15 per cento secondo il rapporto redatto dal «comitato
strategico sulla viabilità». La delibera che sancirà la fase definitiva del
controllo elettronico conterrà, quindi, «alcuni correttivi - ha concluso
l’assessore alla Viabilità - a cominciare dalla segnaletica per le vie
riservate: cartelli luminosi, striscioni e scritte a terra segnaleranno i
percorsi vietati».
Con tutti i problemi che ci sono a Torino che cosa fanno
questi? Spendono miliardi in telecamere per controllarci il culo delle nostre
autovetture! E, per Giunta, si divertono anche a prenderci in giro. E la
Privacy? E' giusto che qualcuno possa monitorare indistintamente i nostri
movimenti? E poi non sarebbe meglio, se proprio vogliamo farlo, controllare con
le telecamere i "giri" che ci sono a Porta Palazzo, San Salvario e dintorni? Lì
puoi comprare un'arma che magari ha già ammazzato qualcuno come una lattina di
Coca Cola al bar: ma di questo, ai sinistri e solidali Chiamparino e Sestero,
non potrebbe fregargliene meno.
Webmaster
29 Marzo 2004
DUE AMICI DI 22 ANNI FINISCONO ALLE VALLETTE:
VOLEVANO PORTARE LE RAGAZZE A BALLARE MA NON AVEVANO I SOLDI
Scippano due anziane per andare in discoteca
Angelo Conti
Si era fatto prestare l’auto da papà, poi era passato a prendere un amico ed
insieme avevano architettato il sistema per trovare il denaro necessario al
loro sabato sera. Ma la scelta di scippare donne anziane si è rivelata fatale,
anche per l’imperizia mostrata nel mettere in pratica l’odioso progetto.
Protagonisti di questa vicenda due ragazzi di 22 anni, Antonio Caprarella,
viale dei Mughetti 20, e Vincenzo Vento, corso Toscana 122. Sabato pomeriggio,
con la Panda di papà, cominciano a bighellonare per il quartiere: il problema
è quello di trovare il denaro per portare le ragazze a ballare, la sera. Non
si sa se per loro sia stata la prima volta, ma decidono di compiere uno
scippo. Verso le 16, in via Pianezza, non lontano da una fermata dell’autobus
(e non lontano anche dal carcere), individuano la prima vittima, una
pensionata di 75 anni. Le si avvicinano alle spalle, uno resta al volante e
l’altro scende, giusto per il tempo del classico «strappo». Poi la fuga. Ma
nella borsetta ci sono soltanto 12 euro. Non bastano per la serata.
I due ragazzi, che a questo punto è già possibile definire malviventi, puntano
su una seconda vittima, un’altra pensionata, questa di 65 anni. La donna però
si accorge di quel ragazzo che, appena sceso dalla Panda, le si avvicina alle
spalle, e cerca di fuggire. L’aggressione avviene lo stesso, con la vittima
che cerca di opporsi in ogni modo, sino a quando non viene scaraventata a
terra, restando anche ferita.
Stavolta ci sono dei testimoni, che avvertono il 112, fornendo anche una
descrizione dell’utilitaria e dei due occupanti. I carabinieri del Nucleo
Radiomobile effettuano una battuta in zona e, proprio nei pressi della casa di
uno dei due, intercettano gli scippatori, che tentano la fuga ma vengono
subito bloccati dalle 156 dell’Arma. Il denaro scippato nei due assalti (una
trentina di euro complessivamente) viene recuperato, i due ragazzi vengono
accompagnati qualche isolato più in là, alla Casa circondariale delle Vallette
02 Aprile
2004
NEL LIBRO DI CAZZULLO IL
CASO SOFRI COME UNA PAGINA MAI CHIUSA DELLA «TRAGEDIA ITALIANA»
Quello sparo del ‘72
che «riaccese la guerra civile»
Una generazione che
coltivò la febbre
della rivoluzione
e si lasciò sopraffare
a poco a poco
da un narcisismo
troppo sorretto
dall’idea del Bene
di Filippo Ceccarelli
A che
servono i libri? A far capire. A volte anche a far capire quello che non si
vuole capire, quello che si rifiuta perché è scomodo, perché fa male, perché è
meglio così, perchè non è il momento. «Il caso Sofri» di Aldo Cazzullo (Mondadori,
165 pagine, 12 euro) arriva nel momento giusto, si spera, proprio quando Ciampi
riassume l'iniziativa. Ma è soprattutto un libro utile perché dimostra che da
una vicenda spaventosa si può trarre virtù e speranza.
O almeno: se ne ricava un insegnamento civico. Che è già moltissimo. Una lezione
sulla gioventù, innanzitutto, e su quanto è facile, e gioioso, e divertente,
scherzare con il fuoco. Fondare un mondo, alla fine degli anni sessanta, e
chiamarlo: «Lotta continua». Rifiutare la storia dei padri, riderne anzi,
coltivare la febbre della rivoluzione e lasciarsi sopraffare a poco a poco
dall'avventura dell'uguaglianza, dalle suggestioni di un narcisismo fin troppo
operoso, sorretto com'è dall'idea del Bene. Che poi è un male travestito da
bene. Il peggiore: «Una grandiosa follia».
Quindi, è chiaro, occorrono anche dei capi, e arriva Sofri. Intelligentissimo,
fascinoso, fin troppo superbo. La seconda lezione de «Il caso Sofri» è
sul potere. Un vero capo può tutto. Vale in Lotta continua come nelle SS, in una
tribù come in una multinazionale. Davanti al capo la gente scatta, e pur di
farlo contento arriva a indovinare quello che egli forse desidera. Non di rado i
leader giocano con le emozioni e i sentimenti altrui. L'odio è, purtroppo, il
più efficace. Tanto più potente - ed è un'ulteriore lezione - quanto più
elementare, cioè personalizzato.
Inutile qui dare conto della storia. Si sa. E' un autentico, terribile dramma.
Né l'alleviano i riferimenti letterari: da una parte Shakespeare, Dostoeskij,
Pinocchio, la Bibbia; dall'altra una verità processuale controversa nella sua
aridità.
Cazzullo, che su Lc ha già pubblicato nel 1998 «I ragazzi che volevano fare la
rivoluzione», la ricostruisce con equilibrio. Racconta dei «ragazzi», appunto,
che andavano perdendosi; dedica un capitolo alle ragioni dell'accusa (e delle
sentenze) e un altro capitolo alle ragioni della difesa. Ma il vero tesoro del
libro è nel quarto capitolo, tornato proprio ieri d'attualità: la grazia. Sì,
no, forse, però. La solita questione, sembrerebbe.
Ma forse non è più così. Forse bisogna allargare il campo, inserire quel delitto
nella storia più inconfessabile dell'Italia, nel suo peccato originale. Perché
quello sparo «riaccende la guerra civile». Quell'assassinio rende conto di «una
tragedia mai conclusa davvero». E' da qui che si deve ripartire: dalla frattura,
da una linea di divisione che dura ancora oggi. L'anomalia italiana.
Che quella divisione sia da mettersi in relazione con il comunismo - come
propende l'autore - o con qualcosa che è venuto prima, o addirittura con le
fragilità della natura umana, rischia ormai di essere persino fuorviante. Come
del resto lacerarsi sull'innocenza e la colpevolezza di Sofri, o sul suo
cambiamento.
Il salto da compiere è se, con la garanzia di Ciampi, la grazia sia o possa
essere vissuta da quanta più gente possibile come un simbolo di «tregua civile»
e autentica riconciliazione. L'atteggiamento della famiglia Calabresi è da
questo punto di vista prodigioso. Di miracoli, anche, vive la storia. E a cosa
servono i libri, a volte, se non a segnalarne le ombre e i bagliori?
02 Aprile
2004
UNA CASSETTA TROVATA A CREMONA
IN CASA DI UN SOSPETTO TERRORISTA
«Al Qaeda distruggerà
Roma, culla della cristianità»
Minacce all’Italia in un video e in
nuove intercettazioni compiute a Brescia
Paolo
Colonnello
MILANO
«La distruzione di Roma è da farsi con le spade: chi distruggerà Roma sta già
preparando le spade. Roma non sarà conquistata con la parola bensì con la forza
delle armi. Roma è la croce, e l’occidente è la croce e i romani sono i padroni
della croce. Apriremo Roma (”apriremo”: parola storica che significa
impadronirsene con la forza e con il sangue distruggendo e sottomettendo il
popolo) se Dio vuole e vinceranno i musulmani e riconquisteremo Constantinopoli
per la seconda volta. Questo è l’obiettivo dei musulmani, Occidente! L’obiettivo
dell’Islam è conquistare tutta la terra e Roma sarà conquistata con la forza».
Con i servizi segreti di mezzo mondo occidentale allertati per le imminenti
festività pasquali e preoccupati, vedi la Cia, proprio per l’incolumità del
Papa, si capisce che le farneticanti dichiarazioni di tale Abu Qatadah Al
Falastini, cittadino giordano arrestato a Londra due anni fa e considerato uno
dei vertici di Al Qaeda, destano ora un certo scalpore. Tanto da essere tornate
all’attenzione degli stessi servizi di sicurezza americani che proprio sulla
base di queste dichiarazioni e di altre ugualmente aberranti, hanno inserito il
Vaticano tra i possibili obiettivi delle organizzazioni terroristiche islamiche.
Anche se le parole pronunciate in tono perentorio da Al Falastini, risalgono
almeno al 2002 e sono contenute in un’intervista-sermone registrata su una video
cassetta ritrovata, insieme ad altre nel novembre di quell’anno, dalla Digos di
Brescia nell’abitazione di Mourad Trabelsi, un tunisino residente a Cremona, ex
vice imam della moschea di quella città, arrestato sia da Milano che da Brescia
con l’accusa di concorso in terrorismo internazionale.
Ed è proprio nel suo provvedimento di cattura, emesso il 23 febbraio scorso, che
gli inquirenti bresciani hanno inserito anche intercettazioni, nonchè il
racconto di un piccolo trafficante di stupefacenti tunisino, relative a presunti
attentati progettati dalla cellula ai danni del Duomo di Cremona e della
metropolitana di Milano. E il risultato è impressionante: un concentrato d’odio
che la dice lunga sul «programma politico» dei terroristi collegati a Bin Laden.
Significativa, ad esempio, la video cassetta contenente una conferenza tenuta
dallo sceicco Al Fisasi, dal titolo eloquente: «La democrazia, quel feticcio».
Lo sceicco parte morbido dicendo che «l’Islam è una religione di clemenza e
bisogna aver pietà dei miscredenti». E come si pratica la clemenza islamica nei
confronti dei miscredenti? «Ammazzandoli, combattendoli, tagliando loro le
teste, lapidandoli, massacrandoli...solo così si può aver pietà di loro» Quindi
prosegue: «Il Jihad con le armi e il fuoco ha come obiettivo quello di togliere
il marcio da questa terra perciò è questa la pietà: salvare il mondo da loro.
Per quel che riguarda la democrazia - secondo l’oratore - nel passato in Europa
e specialmente in Italia la gente era comandata e governata con l’ingiustizia,
il male, lo sfruttamento in nome della religione, della Chiesa e di Gesù...Quel
potere ingiusto, della Chiesa e dei crociati, è stato combattuto dalla gente di
cultura. Questi per poter affrontare la religione cristiana, hanno creato
un’altra religione basata sulla terra e sul popolo: la Democrazia. la Democrazia
è una religione a tutti gli effetti e i musulmani non possono accettare una
religione che non sia l’Islam e non sia Allah. Perciò i democratici sono dei
miscredenti e bisogna combatterli con il Jihad e con la spada. Gli obiettivi
della democrazia contrastano con quelli dell’Islam...Loro accettano i musulmani
tra loro, accettano lo chador e le barbe dei musulmani ma in cambio chiedono che
i musulmani accettino loro, la loro religione e la loro libertà individuale. Ciò
è impossibile...». Gli «esportatori» di democrazia sono avvertiti.
02 Aprile
2004
DOPO LE DIMISSIONI
ANNUNCIATE IL LUNGO VIAGGIO AEREO DA VANCOUVER NON HA SCIOLTO IL GELO CON
CHIAMPARINO
Tessore: la giunta
deve credere nelle Olimpiadi
Lo sfogo dell’assessore a poche ore
dal vertice con la maggioranza
NON c’è
segno di jet-lag sul viso leggermente abbronzato di Elda Tessore. E’ passata
un’ora dal suo rientro da Vancouver. L’aereo su cui viaggiava con il sindaco
Chiamparino è arrivato a Caselle puntuale, alle 14 e 10, e loro si sono rivolti
la parola soltanto al ritiro dei bagagli. Dopo una trasferta di 13 ore: e non
sono state parole tenere.
Sessanta minuti dopo l’atterraggio, l’assessore sul punto di diventare «un ex»,
ci riceve nel suo attico di via Pietro Micca da cui si domina Torino: da
sinistra, Palazzo Civico, il Teatro Regio, e persino, girando su se stessi, il
grattacielo del Toroc di corso Novara. Una vista che coincide con la sua
carriera politica. Ma una carriera che ora è di fronte al bivio delle dimissioni
da assessore alle Olimpiadi e al Turismo della giunta Chiamparino. «Dicono che
l’ho fatto troppe volte e sempre con il paracadute, ma non è affatto vero - dice
lei accarezzando la stoffa écru del divano - quando ho detto che lasciavo la
delega nell’85 da assessore allo Sport poi me ne sono andata, nel ’97 ho
lasciato il Regio e un anno e mezzo fa ho minacciato di andarmene dalla giunta
Chiamparino se non mi avessero lasciato seguire anche l’aspetto logistico dei
lavori pubblici nei mercati, e l’ho ottenuto. Non minaccio mai tanto per
minacciare, tanto meno stavolta. Sono in ballo questioni troppo delicate,
squisitamente politiche».
Assessore, lei ha detto che stavolta è decisa ad andare fino in fondo. Ma che
cosa potrebbe, a questo punto, farle cambiare idea?
«Una premessa. Anche se il sindaco ieri ha parlato di “personalismi”, vorrei
chiarire che questo non è un attacco nei confronti di Paolo Peveraro. E’ una
persona con cui non farei le vacanze, ma credo che la sua relazione finale in
cui spiega che “le Olimpiadi e il
turismo non possono diventare un asse portante dell’economia torinese”
costituisca un atto grave dal punto di vista politico, ecco perché ho
reagito con le dimissioni. Ma si può non far circolare prima in giunta un
documento di questo tipo, che in qualche modo coincide con la linea politica che
la città intende assumere per il futuro? Bene. O dopo la riunione di maggioranza
di stasera Peveraro si impegna a riscrivere o integrare questo passaggio che
riguarda i Giochi, oppure io sbatto la porta e me ne vado».
Non le sembra una reazione eccessiva? Persino i capigruppo della sua stessa
maggioranza non hanno trovato nulla di straordinario in quelle parole.
«Guardi che nel programma elettorale del sindaco sta scritto l’esatto contrario
di quanto messo nero su bianco in quella relazione. Ma si metta nei miei panni.
Se è la stessa giunta a dichiarare che le Olimpiadi si riveleranno un trampolino
modesto per la città, i cui benefici effetti si esauriranno nel giro di pochi
mesi, con che faccia ci presentiamo agli investitori, agli spagnoli di Ac Hotels,
agli albergatori, alla stessa società che vorrebbe acquistare il cinque stelle
in piazza San Carlo? Mi dica lei, ma se siamo i primi noi a dimostrare di non
crederci come possiamo davvero sperare che Torino possa imboccare una strada di
sviluppo alternativo all’industria? Questo l’ho già chiesto al sindaco: cosa
diremmo ai cittadini nell’eventualità che Mirafiori dovesse chiudere? A cosa
serviranno 155 milioni investiti nelle opere pubbliche se una volta finiti i
Giochi non continuerà il turismo? Dalle Ogr all’Oval tutte queste strutture
diventeranno tante piccole Italia 61».
Quando deciderà se restare o andarsene?
«Domani sera (oggi per chi legge, ndr) parteciperò al vertice di maggioranza. E
in ogni caso ho già chiesto al presidente Marino di tenere uno spazio per un mio
intervento, lunedì, in Consiglio. Quella pagina racchiuderà il mio testamento
politico»
Onore all'onestà intellettuale dell'Assessore Peveraro, che ha detto una verità
che quasi tutti, a Torino, hanno già ben presente nella testa: che queste
Olimpiadi a Torino serviranno a poco o niente (ma per la montagna dove
caleranno gli impianti saranno un disastro ambientale che, insieme al TAV,
modificherà in maniera irreversibile il paesaggio di questo sciagurato
Piemonte).
Webmaster
02 Aprile
2004
Peveraro: nulla da rimproverarmi
«La mia relazione sottolinea i
problemi reali della città»
Allora
assessore Peveraro, pare che lei ci sia quasi riuscito, come sostengono le
malelingue di Palazzo Civico, a rispedire a casa l’assessore Tessore, la sua
collega di giunta «meno amata».
«Respingo ogni tentativo di affrontare la questione in questi termini. E’
offensivo ritenere che un assessore utilizzi una relazione importante come
quella sul bilancio per regolare conti personali».
E nel merito che dice? Ha ragione Tessore quando sostiene che lei rema contro i
Giochi e che la giunta non può crederci soltanto a metà?
«Se sostiene questo vuol dire che non ha capito il senso delle mie parole,
peraltro condivise, in sede di dibattito, da tutti i capigruppo di maggioranza e
persino da alcuni di minoranza come Marilde Provera. Provo a spiegarmi meglio.
Nessuno ha inteso, né attraverso la relazione, né attraverso la discussione in
Sala Rossa sminuire il valore e l’effetto economico delle Olimpiadi e dello
sviluppo del turismo, ma - e non mi pare che questo punto risulti antitetico con
la premessa, anzi - si è soltanto voluto ribadire e riaffermare la centralità
dell’industria ai fini dello sviluppo economico del nostro territorio. E
l’industria non è soltanto settore automobilistico e manifatturiero, ma è anche
ricerca applicata, alta tecnologia, infrastrutture adeguate, formazione di
livello e tante altre cose».
Tessore però sostiene che così come sono state trattate le Olimpiadi nella sua
relazione risultano una risorsa di secondo piano i cui effetti sono destinati a
esaurirsi in poco tempo. Una diagnosi che non può che allontanare investimenti
ed investitori.
«Credo che la mole di investimenti realizzati dalla Città in questi anni in
vista dell’evento olimpico provi l’esatto contrario, vale a dire che i Giochi
vengono considerati un evento di grande rilievo. Ma ciò non toglie che non ci si
debba preoccupare anche del domani, vale a dire di che cosa accadrà alla fine
del febbraio del 2006».
L’assessore Tessore sostiene anche che sarebbe disposta a tornare sui suoi passi
soltanto se lei si impegnasse a modificare la relazione in questione, magari
integrando il passaggio dedicato alle Olimpiadi senza liquidarlo «come se fosse
un evento di secondo piano».
«Il documento è già stato presentato in Sala Rossa».
Un altro rilievo che le è stato mosso dalla collega che si occupa di Olimpiadi e
Turismo riguarda l’iter che ha seguito quel documento. Secondo Tessore è grave
che una relazione dal così alto contenuto politico non sia stata presentata in
giunta, per un confronto, prima di arrivare in Sala Rossa.
«Mi pare una richiesta quanto meno inusuale. Prima di tutto perché è la
relazione dell’assessore al Bilancio di cui soltanto l’assessore si assume la
responsabilità, ma c’è da aggiungere un’altra cosa: come mai negli anni scorsi
nessuno mi ha mai chiesto un passaggio in giunta di questo documento? Ho già
presentato sette relazioni di questo tipo al Consiglio e nessuno ha mai
eccepito.
03 Aprile
2004
BLITZ IN TUTTA ITALIA: DUE
IMMIGRATI SFUGGONO AI CONTROLLI
Caccia alle cellule torinesi
dell’estremismo islamico
Polizia e carabinieri hanno effettuato 9
perquisizioni sotto la Mole
Obiettivo: verificare eventuali rapporti con i terroristi di Al Qaeda
Sequestrato materiale propagandistico, ora all’esame degli esperti
Massimo
Numa
Nelle vecchie carte dell’operazione «Minareto» (’95-’97) e fra le pieghe di
inchieste iniziate anni fa, con decine di persone iscritte nel registro degli
indagati, ma mai sfociate nel processo, c’è la chiave per capire i retroscena
dell’operazione di polizia e carabinieri nel cuore del fondamentalismo islamico.
Centinaia di perquisizioni in tutta Italia, coordinate dal Viminale, nove a
Torino e provincia, 5 portate a termine dalla Digos, 4 da parte dei carabinieri.
Mancano all’appello due extracomunitari oggetto del blitz. Pare che non
risiedano agli indirizzi indicati dai documenti in mano agli 007 del Viminale.
Insomma, sono spariti o forse hanno semplicemente cambiato casa. Nessuna accusa
specifica nei loro confronti; semplicemente un controllo a vasto raggio per
capire se, in questi anni, avessero continuato a coltivare amicizie pericolose o
a frequentare le cellule fondamentaliste, legate alla Rete terrorista. Tutti
giovani, i 9 uomini residenti in Piemonte. Età tra i 25 e i 35 anni, alcuni con
il permesso di soggiorno, sposati, con figli e un lavoro regolare; altri sono
invece clandestini, hanno il permesso di soggiorno scaduto e per questo
scatteranno immediamente nei loro confronti le misure previste dalla legge
Bossi-Fini.
Non parlano i capi della Digos di Torino («L’operazione è coordinata da Roma, e
ha comunque principalmente una funzione preventiva», spiega il dirigente, il
vice questore Giovanni Sarlo); né i responsabili della comunità marocchina,
ormai sotto pressione da mesi. Tutti i perquisiti sono di nazionalità
marocchina, tutti frequentavano le moschee di Porta Palazzo e dintorni. I più,
quando è arrivata la Digos, stavano dormendo. Nessuno s’è ribellato, mentre gli
agenti provvedevano a sequestrare documenti, videocassette, audiovisivi e altro
materiale propagandistico della Jihad, definito dagli inquirenti «interessante,
da valutare con calma nei prossimi giorni». Quasi tutti hanno avuto contatti con
le «fabbriche» di documenti falsi, diffuse anche a Torino e nel resto del
Piemonte. Soprattutto l’uomo che non è stato più individuato aveva contatti di
un certo rilievo con il Gia, il gruppo terrorista algerino, da tempo assorbito
nell’arcipelago della Rete, una volta ramificato tra Milano, Torino, Lione e la
Spagna.
Così, allora, l’analisi degli inquirenti: «...Il fenomeno, socialmente
rilevante, conseguente all’immigrazione incontrollata, è quello della fitta
presenza di cittadini di origine maghrebina che, offrendo ampie possibilità di
mimetizzazione, soprattutto nei luoghi di culto di fede islamica, permette
l’infiltrazione e un sicuro riparto agli attivisti riconducibili alle
organizzazioni terroriste». Parole profetiche, viste con il senno di poi.
Adesso, passati gli anni, gli inquirenti hanno voluto percorrere a ritroso gli
stessi sentieri. Obiettivo, ricostruire alleanze e complicità antiche e nuove.
I marocchini, dopo le perquisizioni, sono stati portati in questura e in
caserma, interrogati a lungo e infine rilasciati. E’ stata una giornata lunga,
per gli inquirenti. Nel mirino non solo Porta Palazzo, ma anche altre zone della
città, da San Paolo a Mirafiori. Le perquisizioni si sono concluse solo nella
tarda mattinata di ieri
Tra i documenti sequestrati, anche ritagli di riviste e giornali. Tema, gli
ultimi attentati di Madrid e i raid sanguinosi in Iraq. Sotto il profilo
investigativo, non dicono nulla. Potrebbero essere solo un sintomo, neppure
troppo significativo, dello stato d’animo di moltissimi arabi, di fronte alla
guerra e alla crisi palestinese.
03 Aprile
2004
LUCIA ANNUNZIATA: VOGLIONO
PUNTARE SOLO SU MILANO E ROMA
«Tutto deciso sulla Rai
Torino resterà isolata»
Al pessimismo della presidente si
contrappone l’ottimismo di Ghigo
«Con i parlamentari abbiamo in corso una forte azione per il rilancio»
Maurizio
Tropeano
«Nel piano industriale che il consiglio d’amministrazione della Rai ha approvato
martedì scorso con il mio voto contrario è prevista la trasformazione delle
proprietà immobiliari dell’azienda a Roma e Milano. Si tratta della vendita di
edifici storici come viale Mazzini e corso Sempione. Il ricavato sarà
reinvestito nella costruzione di due grandi centri di produzione di Roma e
Milano, e questo significa riduzioni importanti di sedi come Torino e Napoli».
Lucia Annunziata, presidente della Tv di Stato, sceglie il palco del Lingotto
dove si sta svolgendo il XXIII congresso delle Acli per lanciare il suo grido
d’allarme sul futuro del centro di produzione subalpino.
Annunziata non si sbilancia sui numeri del piano industriale («E’ depositato in
Commissione di Vigilanza in Parlamento») anche se le voci che rimbalzano da Roma
parlano di uno stanziamento di 500 milioni in tre anni, cento immediatamente a
disposizione delle due sedi per «il rafforzamento immobiliare». In quel
documento non ci sarebbe traccia del futuro di Torino. La presidente conferma
solo che «il cuore degli investimenti è concentrato su Roma e Milano. Il futuro
di Torino è sospeso all’interno di una zona grigia e, visto come funzionano le
zone grigie, sono pessimista sul ruolo della vostra città».
E’ veramente così? Domanda obbligata visto che nella serata di ieri arriva una
precisazione dell’azienda che di fatto smentisce le affermazioni della
presidente sostenendo che non ci sarà nessun depotenziamento della sede di
Torino: «Nel piano industriale della Rai - si legge in una nota dell’azienda -
non c’è alcun depotenziamento dei Centri di Produzione di Torino e di Napoli. Il
piano di investimenti, oltre ai centri di Milano e Roma prevede interventi a
Torino e Napoli».
Scommette su queste rassicurazioni il presidente della Regione Piemonte che
contrappone al pessimismo dell’Annunziata il suo ottimismo. Enzo Ghigo è
convinto infatti che «il futuro della Rai di Torino non è ancora stato
determinato in senso negativo». Poi spiega: «Insieme ai parlamentari piemontesi,
con cui stiamo elaborando proposte concrete, andremo nei prossimi giorni a Roma
per incontrare il direttore generale Cattaneo e ho validi motivi per pensare che
Torino sarà la capitale della sperimentazione del digitale terrestre e la sede
del nuovo programma di informazioni sulla montagna Rai Alp». E l’ottimismo porta
il Governatore a sollecitare la collaborazione della presidente Rai: «Visto il
momento delicato e la trattativa aperta con il direttore generale Cattaneo,
auspico di poter contare sul sostegno dell’Annunziata per un piano di rilancio
della Rai torinese».
Anche il deputato della Margherita, Giorgio Merlo, componente della Commissione
di Vigilanza, invita a «lavorare su fatti concreti. Il fatto che si parli di
Roma e di Milano non mi preoccupa. Dobbiamo batterci per valorizzare le
eccellenze disseminate sul territorio». Il Cda parla di centralità del prodotto
e allora se si sceglie di spalmare questo criterio sul territorio Torino ha
tutte le carte in regola». Il sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti,
sottolinea come questa sia l’occasione per «tutti i parlamentari piemontesi di
mettere in pratica la disponibilità a fare un’azione di lobbing fin
dall’incontro con Cattaneo».
La palla, dunque, torna al direttore generale della Rai. A quell’incontro, che
dovrebbe svolgersi nelle prossime settimane, guarda anche il sindaco. Sergio
Chiamparino, però, non è ottimista: «Le dichiarazioni pessimistiche sul futuro
della presenza Rai a Torino fatte dalla presidente Lucia Annunziata non mi
sorprendono e riflettono quanto io stesso avevo denunciato una settimana fa,
cioè che il piano industriale - dalle anticipazioni che avevo avuto - avrebbe
contenuto solo cattive notizie per la nostra città». Aggiunge: «Ora è
indispensabile accelerare i tempi per l’incontro con il direttore generale
Cattaneo».
Mercedes Bresso, presidente della Provincia, però non si fida più di quelle che
definisce «melliflue rassicurazioni di Catteneo». Il motivo? «Nel piano
industriale l’Orchestra sinfonica di Torino verrebbe posta alle dipendenze delle
sede regionale, privata del suo ruolo nazionale e avviata pertanto a morte
sicura, mentre il Centro Ricerche, aggregato a una direzione romana, non avrebbe
più il compito di procedere alla sperimentazione del digitale terrestre. Nel
cinquantesimo anniversario della nascita della Rai a Torino si pongono dunque le
premesse per celebrare il funerale della Rai di Torino».
05 Aprile 2004
IL RAID IERI ALL’ALBA: OTTO
VETTURE DISTRUTTE, UNA VENTINA IRRORATE DI BENZINA, SFONDATA LA PORTA DI UN
CIRCOLO
Porta Palazzo, teppisti
danno fuoco alle auto
Angelo Conti
Alba di fuoco a Porta Palazzo. Otto auto sono state incendiate e completamente
distrutte, altre venti sono state soltanto irrorate di carburante con evidenti
finalità intimidatorie, la porta di un circolo è stata sfondata ed una vetrata
spaccata. E’ accaduto fra le 4 e le 5 di ieri mattina nell’isolato fra corso
Giulio Cesare, corso Emilia, corso Vercelli e il lungo Dora Napoli. I gesti di
più esasperato teppismo nel tratto che si affaccia sul torrente, fra il Ponte
Carpanini ed il Ponte Mosca, e su corso Giulio Cesare, all’altezza del numero
25.
In fiamme sono andate due Renault, due Daewoo, una Golf, una Fiat Regata, una
Fiat Panda ed una Fiat Punto. A quasi tutte è stato frantumato il parabrezza e
attraverso il foro è stata versata benzina nell’abitacolo. In diversi punti,
per l’intenso calore, si è addirittura liquefatto l’asfalto «imprigionando» le
carcasse delle auto.
Il circolo colpito è quello di corso Vercelli 3. Si tratta di un locale
frequentato prevalentemente da extracomunitari, il cui presidente, però, aveva
scelto una linea dura contro lo spaccio di droga, minacciando, con un cartello
appeso proprio nel punto dove si è verificato il gesto teppistico, di
«consegnare alla polizia» i soci sorpresi a spacciare «droghe pesanti» (di
quelle leggere non si parla).
Proprio i pusher maghrebini, che controllano da anni lo spaccio lungo questo
isolato, sono i principali sospettati dell’accaduto. «Qualche settimana fa -
raccontano gli inquilini di un palazzo che si affaccia su corso Giulio Cesare
- abbiamo denunciato due spacciatori che, più che vendere, trafficavano
robuste quantità di stupefacente, persino scaricandole da un furgone. E’
arrivata la polizia, sono stati arrestati. Ma la loro detenzione è durata
appena una decina di giorni. Poi li abbiamo rivisti qui sotto, impegnati nel
lavoro di sempre. Quando si accorgono che li guardiamo, sorridono. Sanno che,
comunque vada, nessuno gli toglierà il lavoro. Pensiamo che gli incendi di
ieri mattina possano essere una vendetta per quell’episodio».
Ma, a raccogliere le voci del borgo, questa non è la sola ipotesi. Qualcuno,
intimorito, mostra alcune scritte che sono comparse recentemente sui muri:
«Viva Saddam», «Assassini». E qualcuno mette in collegamento quei roghi con la
morte dei tre terroristi maghrebini a Madrid, avvenuta solo poche ore prima
del raid incendiario.
La protesta della gente, qui, è comunque corale. «S’era detto e ripetuto che
proprio questa zona, quella di fronte al Ponte Mosca, sarebbe stata monitorata
con delle telecamere. Non sappiamo dove siano esattamente ma, considerato che
il raid è durato molti minuti, abbiamo il sospetto che fossero spente. Quella
delle telecamere è una risorsa alla quale stiamo comunque pensando anche a
livello condominiale. E’ forse la sola strada per scoraggiare le violenze sul
marciapiede di casa. Il garante della privacy? Lo temiamo molto meno di questi
delinquenti».
08 Aprile 2004
I DATI DELL’ATC: LA FIBRA PRESENTE IN SETTE PALAZZI
SU DIECI
il caso
Emergenza amianto nelle case popolari
Alessandro Mondo
Per una radicale bonifica servirebbero
sessanta milioni di euro
L’agenzia avverte la Regione: se non intervenite finanziariamente
dal 2007 saremo costretti a sospendere il piano di smaltimento
PENSI all’amianto e ti immagini l’imbuto dell’Amiantifera
di Balangero o gli operai al lavoro nelle ex-officine ferroviarie, candidati
all’absestosi e al mesotelioma pleurico. Invece il nemico vive in mezzo a noi.
Si trova sotto i tetti, nei pannelli delle facciate, lungo le tubature
dell’acqua e del riscaldamento, nelle canaline e nelle canne fumarie, in
alcuni tipi di pavimenti. Fuori e dentro gli alloggi. Puoi vederlo e non
vederlo l’amianto, conviverci per decenni senza sospettarne la presenza. E
quando qualcuno si prende la briga di andarlo a cercare, salta fuori da ogni
interstizio trasudando come una maledizione.
E’ il caso dell’Agenzia territoriale per la casa, alle prese con un patrimonio
immobiliare dove dire che l’amianto è di casa suona come un eufemismo. I dati
sul programma di monitoraggio e smaltimento avviato dall’Istituto nel ‘99,
resi pubblici dopo la scoperta di pannelli di fibroicemento in amianto negli
stabili popolari di via Cuneo (Barriera di Milano), parlano chiaro: su 1.268
fabbricati ispezionati, corrispondenti a 3.278 scale, 875 hanno rilevato la
presenza di componenti in amianto. Parliamo di una percentuale del 69,1%,
scorporata nei dati relativi ai campioni prelevati tanto nelle parti comuni
quanto all’interno dei singoli alloggi: la punta dell’iceberg rappresentato da
un patrimonio immobiliare forte di 32.268 alloggi a Torino e Provincia; quanto
basta e avanza al presidente dell’Atc Giorgio Ardito per bussare alla porta
della Regione chiedendo i quattrini indispensabili a portare avanti il costoso
piano di monitoraggio, bonifica o messa in sicurezza. Se è il caso, istituendo
una «tassa di scopo». «Abbiamo calcolato che la bonifica totale del nostro
patrimonio comporterebbe un investimento di 60 milioni di euro - dice Ardito
scartabellando tra le decine di faldoni in cui si articola il «report» -.
Ovviamente è una cifra teorica, considerato che la legge prevede di
intervenire solo in caso di deterioramento del materiale, ma anche così c’è
poco da stare allegri: fino al 2006 confidiamo nelle nostre risorse. Dal 2007,
esauriti i piani di vendita degli alloggi, dovremo sospendere il programma in
corso. Questione di numeri: con un canome medio di 95 euro anche la bonifica
dell’amianto diventa un lusso al di là della nostra portata».
Per il momento Atc rinnova a tutti gli inquilini l’invito di segnalare
tempestivamente qualsiasi sospetto sulla presenza di amianto. Conferma
l’architetto Ero Braghini, responsabile per la Manutenzione: «Siamo attrezzati
per muoverci subito. Sta accadendo a Collegno con la bonifica dell’amianto
floccato, il più pericoloso». Torino non fa eccezione, anzi: dagli accumuli
nei sottotetti alle coperture in eternit, dalle canaline ai pavimenti in
vinile salta fuori ovunque. Talora la presenza dell’intruso è insospettabile:
fanno fede i pannelli scoperti nei bagni degli stabili di via Cuneo, prodotti
dalla Eternit negli Anni ‘70 e resi uguali agli innocui truciolati dalla
verniciatura a caldo. Nemmeno il prossimo abbattimento della «torre» in via
Artom 99 prescinde dalla bonifica del materiale, che unisce come un filo rosso
tutti i quartieri popolari. L’emergenza vale oggi come ieri: il caso Falchera
insegna.
Questo non significa che il discorso sia una prerogativa dell’Edilizia
residenziale pubblica: l’equazione case popolari uguale amianto è troppo
grossolana per trovare qualche riscontro. Più semplicemente, l’Agenzia ha
messo il dito in una piaga condivisa in silenzio dall’«altra Torino». Lo
precisa Ardito. Una conferma arriva dall’Arpa, che ricorda come il «pianeta
amianto» sia ancora in gran parte sconosciuto: l’unico censimento in Italia,
disposto dal ministero della Sanità, data al ‘96-’97 e si basava
sull’autocertificazione da parte degli inquilini sulla presenza reale o
sospetta di amianto. Poi buio completo fino al 2003, quando il decreto di un
altro ministero - quello dell’Ambiente -, ha delegato alle Regioni una
mappatura del fenomeno, tuttora nel cassetto delle buone intenzioni.
08 Aprile 2004
CGIL, CISL E UIL PRONTE ALL’AZIONE LEGALE PER
ESTENDERE LE ESENZIONI SUI FARMACI. L’ASSESSORE: IL PRONTO SOCCORSO SOLO IL
PRIMO PASSO
Scontro sui ticket sanitari della Regione
I sindacati: «Patti non rispettati»
Maurizio Tropeano
«L’abolizione del ticket di Pronto Soccorso, pur essendo un gran risultato, è
solo una parte di quello che prevedeva inizialmente l’intesa. La giunta
regionale non ha rispettato i patti sottoscritti sulla sanità. Siamo pronti
alla mobilitazione». Piero Valpreda, segretario regionale della Uil,
sintetizza così la decisione delle tre organizzazioni di riprendere le azioni
contro l’esecutivo guidato da Enzo Ghigo. Silvana Tiberti (Cgil), spiega:
«Purtroppo dobbiamo prendere atto che il Governatore e i suoi assessori hanno
rotto l’unico tavolo di concertazione ancora aperto. Questo modifica il quadro
complessivo delle relazioni sindacali. Credo che presto rilanceremo iniziative
contro il declino economico e per la modifica dello Statuto». Una delle prime
azioni sarà «l’organizzazione dell’azione legale contro la delibera che fissa
i criteri di esenzione dal pagamento del ticket sui farmaci», spiega Giovanna
Ventura (Cisl). I tre sindacati metteranno a disposizione i loro studi legali
per «tutti i cittadini che vorranno presentare un ricorso contro quei criteri
che discriminano i piemontesi. Siamo sicuri di vincere perché il provvedimento
è limitato ai soli pensionati Inps con un unico reddito inferiore a 516 euro.
Puntiamo anche ad ottenere il rimborso dei pagamenti impropri di questi due
anni».
Insomma, muro contro muro, anche se c’è da registrare che nel tardo pomeriggio
di ieri l’assessore alla sanità, Valter Galante, lancia un messaggio
distensivo: «Ogni decisione politica spetta alla giunta. Credo che saranno
certamente variate le incongruenze che riguardano i pensionati con più di 65
anni non Inps e con unico reddito non superiore a 516 euro». Poi precisa: «Non
sono stati inoltre previsti aumenti sui ticket delle visite specialistiche
ambulatoriali».
Basterà questo a ricucire i rapporti con i sindacati oppure sarà necessario un
intervento del presidente, Enzo Ghigo? Difficile dirlo anche se il malessere
di Cgil, Cisl e Uil è forte. «Nel giro di 24 ore - spiega Ventura - Ghigo e i
suoi assessori hanno disatteso un’accordo concertato sottoscritto dal
direttore generale dell’assessorato alla sanità. Un’intesa che completava una
serie di accordi firmati prima con l’assessore D’Ambrosio, poi con Ghigo e
infine con lo stesso Galante per la modifica dei criteri di esenzione che sono
chiaramente discriminatori». Così si arriva al 31 marzo quando i responsabili
dei sindacati firmano con il direttore generale, Luigi Robino, un verbale di
concertazione in tre punti. In 17 righe è prevista oltre all’abolizione dei
ticket sul pronto soccorso anche la revisione dei criteri di esenzione che
vengono estesi a tutti i pensionati di età superiore ai 65 anni con un reddito
annuo sino a 8263,31 euro che diventano 11362 in presenza di coniuge. Il
provvedimento è valido per tutti i pensionati indipendentemente dal
trattamento pensionistico percepito. L’intesa prevede anche l’abolizione del
ticket fisso regionale per confezione per i medicinali a brevetto scaduto.
Per i sindacati, dunque, era tutto scritto nero su bianco al punto che
decidono di convocare una conferenza stampa per annunciare «importanti
cambiamenti nella sanità piemontese». «Invece ci siamo ritrovati - spiega
Valpreda - un provvedimento monco, limitato all’abolizione dei ticket sul
pronto soccorso ma evidentemente efficace per la prossima campagna elettorale
di Ghigo». Aggiunge il segretario della Uil: «E’ evidente il ridimensionamento
di Galante che non riesce a mantenere fede ad un impegno preso con i
sindacati. Ghigo ha fatto una scelta politica che modifica il quadro delle
relazioni sindacali».
Le dichiarazioni di Valpreda fotografano l’andamento della Giunta di martedì.
In quella sede il Governatore ha espresso la necessità di una preventiva
informazione agli assessori e di una scelta collegiale prima di annunciare, e
soprattutto di far annunciare da altri, qualsiasi tipo di provvedimento.
Perplessità sono state espresse anche da molti altri assessori. Così alla fine
è passato solo il via libera all’abolizione del ticket sul pronto soccorso che
di fatto non avrebbe comportato oneri aggiuntivi per le casse regionali.
Insomma, il primo passo falso dell’assessore. Galante si limita a spiegare:
«La Giunta ha individuato come primo provvedimento da applicare quello
relativo ai ticket del pronto soccorso, rimandando a una ulteriore fase di
approfondimento gli altri provvedimenti».
10 Aprile
2004
BATTAGLIA LEGALE TRA DUE PAESI.
L’ITALIA: INDIZI ANCORA TROPPO DEBOLI
Torino entra nell’indagine sulla strage a
Casablanca
La procura del Marocco: un presunto
terrorista abitava sotto la Mole
Massimo
Numa
Gli attentati di Casablanca (maggio 2003) e di Madrid (11 marzo), costati
centinaia di morti, sono stati compiuti - ormai è certo - da estremisti islamici
organizzati nel Gruppo Islamico Combattente Marocchino. Alcune cellule del Gicm,
nato nel dicembre 1999 a Istambul sono da tempo attive anche in Italia e anche a
Torino, punto di partenza (luglio 2001) per i campi d’addestramento di Al Qaeda
in Afghanistan, a cura del cosiddetto «ramo libico», tuttora radicato in
Piemonte. Sino a ieri si conoscevano i nomi di tre giovani maghrebini finiti poi
a Guantanamo. Nelle ultime ore, dalle strutture dell’Antiterrorismo, è filtrata
la notizia dell’esistenza di un quarto «combattente» di nazionalità marocchina
ma residente da anni a Torino, addestrato tra il 2001 e il 2003 nei campi della
Rete di Bin Laden. Sino a ieri, uno sconosciuto: 25 anni, permesso di soggiorno,
le solite amicizie con i connazionali già espulsi per i loro legami con il
terrorismo, nel novembre 2003. Nulla di più.
Il ruolo del Gicm in Europa lo disegna il procuratore generale presso la corte
d’appello di Rabat, Hassan El Oufi, che ha firmato l’ordinanza internazionale
per la cattura di 14 cittadini marocchini, accusati di avere, a vario titolo,
partecipato agli attentati di Casablanca. Nell’ordinanza, affidata agli
inquirenti italiana, compaiono i nomi di Youness Alami; Houssaine Haski; Mohamed
Achemlal; Khalid Lamhouli; Karim Bouchairi; Mohamed Aluane; Foaud Charqali;
Bachir Ghamid; Mohamed Rauoiane; Abdelkader Hakimi; Abdellah Chahid; Mostafà
Baouchi; Hamid Slimi e Khalid Bouloudou. Tre sono stati individuati in Italia.
Uno, Raouiane, ha vissuto a Torino per 10 ann prima di trasferirsi, alla fine
del 1999, a Varese; altri due (Aloane e Bouloudou) sono stati segnalati a Torino
e a Firenze. La loro attività, secondo la magistratura di Rabat, è sintetizzata
nell’ordinanza internazionale per cattura: «...Dal verbale della polizia di
Casablanca n.3695 del 3 agosto 2003, oggetto della pratica penale n.763/03/22,
risulta che il nominato Raouiane Mohamed e compagni sono stati incaricati dal
Gicm per cercare altri nuovi membri del Marocco per eseguire il loro piano
terroristico tendente a creare uno stato “Imara” come hanno fatto i Talebani.
Ricevevano contributi finanziari dall’estero, in particolare dall’Inghilterra e
dall’Italia e usavano passaporti falsi lasciare il territorio nazionale, inoltre
fornivano passaporti falsi ai membri che si trovavano all’estero per lasciare il
territorio nazionale...».
Nell’ottobre scorso, Mohamed Raouiane, sul cui conto, addirittura nel ‘94, era
già stato aperto un fascicolo a Torino dall’Antiterrorismo, è stato arrestato
dalla Digos. Mesi di carcere, in attesa della temutissima estradizione. Sino a
quando la corte d’appello di Milano, alla fine del marzo scorso, ha deciso di
respingere la richiesta delle autorità marocchine, ritenendo le accuse
«insufficienti e troppo generiche». La procura generale di Milano ha però
presentato ricorso in Cassazione e, per il marocchino, che per i giudici di
Rabat ha la residenza ancora a Torino, i prossimi saranno mesi di paura. Spiega
il suo avvocato di fiducia, Luca Bauccio: «Non so nulla di eventuali
collegamenti con gli altri ricercati. A noi interessava semplicente difenderlo
dal pericolo dell’estradizione. Credo che gli elementi raccolti dagli inquirenti
marocchini siano esigui. Raouiane non ha commesso alcun reato, tantomeno in
Italia».
Sulla carta d’identità è indicata la professione di operaio ma, dopo il
trasferimento in Lombardia, il ricercato, sposato e con due figli, avrebbe
organizzato un piccolo commercio di immagini e testi religiosi, in stretto
contatto con l’Imam di Varese. Adesso ha paura. «Non delle autorità italiane,
ovviamente - spiega il legale - ma dei suoi connazionali. Soprattutto in tempi
come questi».
10 Aprile
2004
IL PIANO DI CONTROLLI DEGLI
OBIETTIVI SENSIBILI
A messa con le forze dell’ordine
La Sindone sorvegliata speciale
Angelo
Conti
L’allarme del Sismi che ha sottolineato i rischi di un attentato nell’area di
Roma (dove è stato introdotto, in questi giorni, persino il divieto di sorvolo)
non poteva non toccare, seppur indirettamente, anche Torino, dove è ospitato uno
dei simboli della Cristianità, la Santa Sindone. Il sacro lenzuolo potrebbe -
proprio per la notorietà che riscuote a livello mondiale - essere obiettivo di
un gesto eclatante.
Il Duomo, che fra l’altro si trova proprio a ridosso dell’area a maggior densità
islamica della città, è dunque discretamente controllato dalle forze
dell’Ordine. Proprio per non offrire occasioni d’allarme per i fedeli,
carabinieri e polizia hanno optato per servizi intermittenti, mantenendo
comunque sempre piazza San Giovanni nei percorsi delle gazzelle e delle volanti
in servizio nella zona centrale. Alla normale attività, polizia e carabinieri
hanno affiancato anche un’azione preventiva con un potenziamento delle forze
impegnate in tutta l’area urbana, facendo anche ricorso al personale normalmente
impegnato negli uffici amministrativi.
Oltre che in piazza San Giovanni, controlli sono stati programmati nei luoghi
normalmente più frequentati durante le festività: la Mole Antonelliana e Palazzo
Reale, nonchè l’aeroporto internazionale di Caselle. Sotto osservazione anche l’aeroclub
di Corso Marche, nei pressi del quale ha sede l’Alenia, un altro dei cosiddetti
«obiettivi strategici».
Carabinieri di quartiere e pattuglie appiedate della polizia sorveglieranno,
inoltre, San Salvario e le vie prevedibilmente più affollate: via Roma, via Po,
via Garibaldi, via Nizza ma anche i parchi cittadini, il Valentino, la Pellerina,
il Ruffini, la Tesoriera e il Colletta. Particolari attenzioni anche per le
stazioni ferroviarie di Porta Nuova, Porta Susa e Lingotto.
Il colonnello Cosimo Damiano Apostolo, comandante provinciale dell’Arma, ha
disposto anche servizi volanti nei pressi di alcune chiese proprio in occasione
delle messe pasquali. Nei giorni scorsi, proprio i carabinieri del comando
provinciale avevano anche effettuato una serie di controlli, in chiave di
controllo dell’immigrazione, nei principali mercati della città. Sotto la lente
dei militari soprattutto piazza Bangasi, dove è da tempo segnalata
l’infiltrazione di bande di malviventi extracomunitari, soprattutto slavi ed
albanesi. Giovedì mattina è stata invece la volta di piazza della Repubblica
dove, accanto alle normali verifiche nel mondo della comunità islamica, è stata
anche portata a termine un’azione antiborseggio, per disturbare i piccoli
malviventi (soprattutto sudamericani e maghrebini) che sono specializzati nel
far sparire i portafogli dalle borse delle signore che fanno la spesa. Più in
generale tutta la città è stata interessata da retate di clandestini, con
particolarme riferimento alle prostitute del quartiere Mirafiori ed ai sospetti
pusher di San Salvario, molti dei quali sono stati prima arrestati e poi
rimpatriati, come prevede la legge Bossi-Fini.
14 Aprile 2004
Italia, l’altra faccia
della malattia
Le migrazioni riportano
antiche epidemie
Gli stili di vita diffondono
nuovi disturbi, dal panico
a mobbing e anoressia
La lotta al cancro
con le campagne
di prevenzione
aumenta le probabilità
di sopravvivenza
IL LIBRO
Saverio Luzzi
LE patologie di antico radicamento sono ormai una realtà sempre più marginale
nella patocenosi italiana. Ovviamente esistono ancora i malati di malaria, i
tubercolotici e gli affetti da patologie veneree, ma ormai queste malattie
sono ottimamente controllabili grazie ai progressi farmacologici e al
miglioramento della rete assistenziale. Tuttavia, si sa che ogni grande
mutamento della storia sociale ha riflessi sul quadro della salute. Nel 1984
vennero notificati nel nostro paese 286 casi di malaria. Nel 1994 essi furono
784, per poi calare a 560 due anni dopo. Non è sufficiente spiegare tale
andamento della morbilità malarica con gli aumentati viaggi degli italiani in
paesi esotici. L’elemento rilevante che motiva l’aumento dell’incidenza di
questa malattia è l’arrivo in Italia di migranti provenienti dall’Africa e da
altre zone a rischio.
Un discorso non dissimile va fatto per la morbilità tubercolare, che nel
medesimo arco di tempo in sostanza è rimasta invariata (circa 4200 nuovi casi
annui). Una volta di più si ha la conferma che la salute è legata alle
appartenenze sociali (negli anni settanta si sarebbe detto, per la verità non
sbagliando, che «la salute è di classe»): i migranti afro-asiatici, infatti,
sono a volte portatori di patologie divenute di scarsa importanza in Italia.
Tale quadro non presenta rischi significativi per gli italiani, ma non va
ignorato che le cattive condizioni in cui molti migranti sono costretti a
vivere, drammaticamente simili a quelle esposte parlando della migrazione
interna nell’Italia del boom (abitazioni malsane e sovraffollate, precarie
condizioni igieniche e similari) agevolano l’incremento di talune malattie
infettive. Si profila perciò il dovere da parte dello Stato (e, quindi, del
SSN) di tutelare queste nuove collettività non autoctone, cui va garantito
quel diritto di cittadinanza base che è il diritto alla salute, nella medesima
misura in cui è garantito a chi nasce in Italia.
Se le patologie veneree sono abbastanza diffuse, pur se in forme molto più
blande della vecchia sifilide, nel giugno 2002 l’Italia è stata dichiarata una
nazione ufficialmente libera dalla poliomielite. Altri successi sono stati
conseguiti nella morbilità tetanica e da epatite B, quest’ultima anche grazie
all’obbligatorietà della vaccinazione per neonati ed adolescenti prescritta
dalla legge 165 del 1991.
Le patologie della modernità dimostrano invece tutta la loro capacità di
incidere nella determinazione del quadro sanitario nazionale. Si è già detto
che le affezioni cardiovascolari e tumorali sono sempre le principali cause di
mortalità in Italia, e ora si evidenzia che l’incidenza degli eventi
coronarici maggiori per individui di età compresa tra i 25 e i 74 anni crebbe
fino al 1980 (46.154 casi stimati), per poi scendere fino ai 32005 casi
stimati del 2000. I modelli previsionali indicano la possibilità di un
ulteriore calo dell’incidenza degli infarti per i prossimi anni, unita a una
maggiore possibilità di sopravvivenza a questo tipo di patologie. Per quanto
riguarda il cancro, se i tassi di mortalità hanno mostrato una tendenza a una
lieve ma costante discesa durante tutti gli anni novanta, altrettanto non può
dirsi per l’incidenza. Sono valutabili in circa 270000 le nuove diagnosi
neoplastiche annue nel nostro paese; per esse, nei prossimi anni, si prevede
un aumento, considerato l’invecchiamento medio della popolazione. In questi
ultimi anni è cresciuta la morbilità dei tumori del colon-retto, della
mammella e della prostata, mentre è calata quella del cancro del polmone e
dello stomaco. La migliore capacità diagnostica e terapeutica di queste
malattie (e un’aumentata attenzione verso la prevenzione) è testimoniata dal
fatto che nel 1978 solo il 27% degli uomini e il 45% delle donne sopravviveva
per almeno cinque anni alla diagnosi tumorale, mentre nel 1994 si è saliti
rispettivamente al 40 e al 56%. Anche il diabete continua a essere una
malattia a elevata incidenza, interessando non meno di due milioni di
italiani9.
Alla metà degli anni ottanta, la modernità si presentò mostrando un volto che
atterrì l’Europa. Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, durante lo
svolgimento di alcune operazioni di manutenzione, si verificò un incidente
nella centrale nucleare Lenin di Cernobyl, Ucraina, nell’allora Urss. La
fuoriuscita di materiale radioattivo fu estremamente abbondante, ed in pochi
giorni, trasportato dalle correnti, esso si estese in tutta Europa. La nube
radioattiva giunse sui cieli del nostro paese il 30 aprile. Gli italiani – ma,
in verità, non solo loro – furono colti dalla psicosi. Verdure, latte,
formaggi e carne erano gli alimenti che avevano la maggiore proprietà di
assorbire le particelle radioattive. Esse furono viste alla stregua di moderni
untori. Il 2 maggio, il MdS emanò due ordinanze con le quali vietò: la vendita
di verdure a foglia larga; la somministrazione ai bambini ed alle donne
incinte di latte fresco e di quello pastorizzato e/o Uht prodotto prima della
data di conservazione; l’importazione dai paesi più prossimi alla zona
dell’incidente di alimenti animali e vegetali. Anche i prodotti dell’area
dell’allora Cee furono sottoposti a controlli severi. I cittadini iniziarono a
familiarizzare con nomi fino ad allora sconosciuti: iodio 131 e 132, stronzio,
cesio 134 e 137. Fino ad allora nessuna casalinga e nessun impiegato avrebbe
mai pensato che nella propria quotidianità potessero entrare termini come «radionuclidi»
o «nanocurie». L’incremento della concentrazione delle sostanze sopra elencate
in tutti gli anelli della catena alimentare fu evidente, anche se le dosi
assorbite dagli italiani furono piuttosto ridotte. Tuttavia, come è stato
ricordato in un convegno svoltosi presso il Cnr a Roma, era pur vero che i
rischi per la salute umana derivanti da esposizioni relativamente limitate non
erano – e forse non sono – mai state determinate con chiarezza e ciò non ci
consente di determinare appieno la possibile presenza di effetti tardivi sulla
salute umana. \
Nel primo capitolo di Salute e Sanità si è parlato di Alzheimer e
Parkinson e dell’importanza degli incidenti stradali per la salute pubblica.
Ora si torna sulle malattie della terza fase per ricordare il grande rilievo
che hanno assunto in questi ultimi anni le patologie legate ai disturbi
alimentari, il cui aumento in una certa misura può essere fittizio –
emergente, cioè, più dall’aumentata attenzione al fenomeno che non da un reale
incremento di morbilità – ma non è spiegabile esclusivamente in tal modo. Uno
studio di alcuni anni fa ha parlato di una morbilità da disturbi alimentari
che interessa non meno dell’8% della popolazione complessiva, con un’incidenza
dalle dieci alle venti volte superiore per le donne rispetto agli uomini.
L’ultima Relazione sullo stato sanitario nazionale ha confermato questo
quadro, arricchendolo di dati e considerazioni. I motivi della grande
diffusione di bulimia e anoressia non risiedono in fattori né biologici né
ambientali, ma hanno quasi sicuramente la loro origine in ambito
socio-relazionale e psichico. Hilde Bruck, forse la massima studiosa del
fenomeno, ha evidenziato come l’anoressia trovi terreno fertile nelle
distorsioni del rapporto genitori-figli, da cui scaturirebbe un disturbo di
autopercezione.
Sempre dall’ambito relazionale e psichico provengono affezioni che in questi
ultimi dieci-quindici anni hanno conosciuto un boom: disturbi
ossessivo-compulsivi, attacchi di panico, forme di ansia di vario genere (che
interessano attualmente non meno del 7% degli italiani). È difficile spiegare
i motivi del grande fiorire di patologie legate alla sfera mentale. Anche in
questo settore può esservi stato un aumento fittizio dell’incidenza
patologica: per esprimerci in modo brutale, 30-35 anni fa una persona che
avesse manifestato sintomi da attacchi di panico, agorafobie e forme ansiogene
nella quasi totalità dei casi sarebbe finita in un manicomio ove sarebbe stata
etichettata come «matta». Oggi, capita la dannosità delle terapie
custodialistiche, il peso reale e i gradi di gravità delle malattie mentali
possono essere meglio compresi. Ricordato ciò, pare che i motivi
dell’incremento della morbilità da patologie mentali lievi possano comunque
risiedere nell’alto grado di competitività della società in cui viviamo e
nell’aumento del senso di inadeguatezza rispetto ad essa.
Anche le malattie professionali sono condizionate da nuove forme di disagio
figlie della esasperata tensione interna ai rapporti sociali. In questi ultimi
anni si è iniziato a parlare di mobbing, una pratica consistente in un insieme
di prevaricazioni psicologiche che il datore di lavoro (mobber) pone in essere
contro uno o più dipendenti (i mobbizzati) da lui non più desiderati, al fine
di creare in essi una situazione di malessere psicologico che, prima o poi, li
induca ad abbandonare il posto di lavoro. Il lavoratore mobbizzato può alla
lunga manifestare disturbi che vanno da banali forme di nevralgia e
tachicardia a disturbi post-traumatici da stress. Si è valutato in un milione
il numero dei lavoratori italiani mobbizzati. Tale valutazione appare
esagerata, ma di certo il mobbing è un fenomeno in crescita, favorito dalla
strutturazione del settore terziario e della flessibilità del lavoro, due
fattori che quasi sempre hanno modificato i rapporti tra imprese e prestatori
d’opera in un senso sfavorevole a questi ultimi, divenuti via via più precari
e più esposti a forme di prevaricazione. I lavoratori tuttavia continuano
anche ad essere esposti ai rischi «tradizionali».
15 Aprile 2004
Il piromane colpisce alla Gran Madre
Danneggiati altre cinque automobili e
un camper
Angelo Conti
Il piromane è tornato a colpire l’altra notte: cinque auto e un camper sono
andati distrutti. Sulla sua strada, però, da ieri c’è il «carabiniere
antipiromane». E’ la carta giocata dal comandante provinciale dell’Arma,
colonnello Cosimo Damiano Apostolo, per cercare di mettere un freno agli
incendi dolosi di vetture che si stanno susseguendo in città. «Pattuglie in
borghese - spiega l’alto ufficiale - gireranno per tutti i quartieri della
città tenendo d’occhio le persone e le situazioni sospette. In caso,
malaugurato, di altri incendi, potranno comunque essere subito sul posto, per
cercare di raccogliere tutti gli elementi utili alle indagini in corso».
L’ultimo allarme ieri mattina all’alba, quando in precollina, sull’asse di via
Moncalvo, ma anche nelle immediate adiacenze, sono state incendiate le cinque
vetture ed un camper. Tre auto (una Bmw, una Stilo ed una Volvo) sono andate
completamente distrutte, altre due (una Ka ed una Fiesta) sono state
danneggiate, al pari del camper. Non è stata accertata nessuna relazione fra i
proprietari dei mezzi, tutti residenti nelle immediate vicinanze: il piromane
ha scelto a caso. Come le altre volte.
Il raid in precollina è il quinto di questo mese in città. Il primo, fra il 3
ed il 4 aprile, intorno alle 5 del mattino, a Porta Palazzo: otto auto
bruciate in corso Giulio Cesare, corso Vercelli, corso Emilia, e nei pressi
dei ponti Carpanini e Mosca. Il secondo, la notte fra il 5 ed il 6 aprile, a
San Donato: sette auto in fiamme fra via Talucchi e via Piffetti. Il terzo, la
notte fra il 6 ed il 7 aprile, a Santa Rita: sette auto distrutte fra corso
Agnelli e via San Marino. Il quarto nella notte fra Pasqua e Pasquetta, alle
2, nel quartiere a Madonna di Campagna: tre vetture in fiamme. L’ultimo, ieri
mattina alle 5,20, in zona Gran Madre.
Il modus operandi appare simile, con differenze sostanziali soltanto in
relazione all’orario. E’ stata sempre usata benzina, di solito sparsa sui
pneumatici, ma anche versata all’interno dell’abitacolo dopo avere infranto il
parabrezza. La mano potrebbe essere la stessa in quattro dei cinque assalti
(quello di corso Venezia presenta qualche anomalia), mentre si stanno
esaminando, in queste ore, tutte le registrazioni delle telecamere a circuito
chiuso collocate nelle zone degli incendi. Soprattutto quelle delle banche e
delle caserme.
I carabinieri, che gestiscono la parte più consistente delle indagini, non
sembrano affatto sicuri che tutti i roghi siano riconducibili allo stesso
responsabile: «Accanto all’ipotesi di un piromane autentico, che gode
nell’appiccare il fuoco e che gode magari anche nel vedere i tentativi di
spegnerlo - spiegano al Reparto Operativo - non possiamo tralasciare anche
altre ipotesi di lavoro. Innanzitutto ci sono bande di ragazzi che girano per
la città, anche nelle ore notturne, che potrebbero essere autori di bravate
come queste. Poi non possiamo nemmeno scartare la possibilità dell’effetto
domino: le gesta di uno squilibrato che contagiano altri. Se fosse così
sarebbe difficile venirne a capo, prima dell’esaurimento del fenomeno».
Quali accorgimenti mettere in pratica per evitare di ritrovarsi l’auto
incendiata? I carabinieri invitano ad usare soprattutto il buonsenso: «Ovvio
che è preferibile parcheggiare in una zona illuminata piuttosto che in una
buia. Come è ovvio che ci sono quartieri obiettivamente più a rischio, anche
se proprio gli ultimi roghi in precollina, potrebbero far ritenere che nessun
luogo è realmente sicuro».
Ma l’arma migliore resta quella della prevenzione. «Piromani che compiono
simili gesti si muovono con al seguito taniche o almeno bottiglioni di
benzina. Ed è impensabile che abbiano sempre la fortuna di farla franca.
L’invito è dunque quello di giocare d’anticipo: se qualcuno pensa di avere
intravisto un potenziale piromane chiami il 112. Le pattuglie in borghese e le
“gazzelle” effettueranno immediatamente un controllo».

Gli articoli sono
stati pubblicati dal quotidiano "LA STAMPA"

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