Home

perchè rl

RL in comune

CARONTE'S CORNER

   COMUNICATI

   DOCUMENTI

POSTA

DIOGENE

NO-TAV

MOVIMENTO ZERO

      OLIMPIADI 2006

 OSSERVATORIO

NOTA LEGALE

CONTATTI

Home     Sommario

horizontal rule

NOTIZIE DAL FRONTE 5 

10 Marzo 2004

IL PARTITO SPOSTA LA MANIFESTAZIONE DAL LUX AL TEATRO NUOVO PERCHÉ C’È LA DOMENICA ECOLOGICA

«Pure i ds disertano il centro chiuso»

Gli esercenti: i divieti ci stanno facendo morire
 

Alessandro Mondo
Troppe promesse pochi fatti per aiutare le sale cinematografiche del centro a superare la crisi dei botteghini. E quei pochi rischiano di essere vanificati da tutte quelle misure che, invece di agevolare la frequentazione del «salotto» di Torino, si traducono in un deterrente: nemmeno le domeniche ecologiche sono al di sopra di ogni sospetto. Anzi.
La denuncia è di Edoardo Gazzera, delegato dell’Agis per i problemi del centro storico nonchè rappresentante della «Giac», la società che gestisce il «Lux» e il «Doria». Sua la decisione di rendere pubblica la «diserzione» dei Democratici di sinistra a pochi giorni dell’incontro organizzato sulla politica internazionale e il voto per la guerra in Iraq, presente il segretario nazionale Piero Fassino. Il giorno dell’appuntamento è domenica. La sede prevista è, o meglio era il cinema «Lux», scartato in favore del Teatro Nuovo quando gli organizzatori si sono resi conto della concomitanza con la domenica ecologica. Il fax inviato alla «Giac» dal gruppo consiliare dei Ds in Regione non lascia dubbi: «A causa della giornata ecologica e della conseguente chiusura al traffico della “Ztl allargata” ci troviamo costretti a disdire la prenotazione per l’utilizzo del cinema dalle ore 8 alle 13,30». E ancora: «L’incontro è volto al maggior numero possibile di interessati e le limitazioni al raggiungimento del luogo creerebbero difficoltà nella riuscita dell’iniziativa».
La conferma, sostiene Gazzera, di quanto sia urgente ridefinire con l’amministrazione una politica commerciale e dei trasporti altrimenti lesiva degli interessi di chi in centro lavora. «E’ un caso eclatante - lamenta - che fa il paio con altre misure: la chiusura serale di via Roma, le domeniche ecologiche, la Ztl allargata, i corsi e ricorsi del traffico in via Lagrange e in via Accademia Albertina. Per tacere della carenza di parcheggi in superficie, risarciti solo fino a un certo punto da quelli sotterranei. Alla fine il saldo resta comunque negativo». «Il problema è mal posto - replica l’assessore Dario Ortolano (Ambiente) -. Mi pare controproducente speculare su questo episodio per contestare un provvedimento sostenuto dalla maggioranza dei cittadini. Tutto si può dire, ma non che le difficoltà attraversate dai cinema siano imputabili alle domeniche ecologiche».
Resta l’invito della controparte «a non fare melina», destinatario Palazzo civico, se si vuole affrontare la crisi dei vecchi cinema progressivamente scalzati dalle multisale più periferiche. Complice una lunga serie di problemi irrisolti che esulano dalle scelte dell’amministrazione. L’ennesima chiusura, quella del «Fiamma», è già realtà. Il «Lux» e il «Doria» tengono duro, intoppi permettendo. Fra gli altri, aggiunge Gazzera con riferimento al «Doria», i tempi lunghi nel rinnovo della concessione da parte del Comune.
Il senso è quello di un «j’accuse» che, pur non pregiudicando la trattativa fra Comune e associazioni di categoria per restituire un futuro alle gloriose sale cinematografiche nel cuore di Torino, aumenta la tensione e si salda ad altri malumori. Gli ultimi sono quelli relativi alla chiusura serale di via Roma. L’argomento non ha trovato spazio durante la giunta di ieri. Nell’occasione ci si è limitati a proiettare il filmato girato sabato sera durante il sopralluogo dell’assessore Maria Grazia Sestero (Mobilità) in via Roma. Il Comune, sapendo che il giorno seguente gli esercenti dei bar di piazza San Carlo avrebbero organizzato lo sciopero del caffè, si era dotato di telecamera per verificare se - ad una via Roma zeppa di auto impegnate nello struscio serale - corrispondesse anche l’affollamento dei caffè storici della piazza «salotto». Operazione contestata dai diretti interessati. A partire da Giuliano Marcon, titolare del bar Mokita: «Vogliamo continuare il dialogo con l’amministrazione ma queste iniziative ci sembrano inutili. Se volevano dimostrare che i locali erano vuoti non servivano gli 007: bastava chiedercelo. Per far tornare i nostri clienti serviranno mesi e mesi di apertura».

 

12 Marzo 2004

COMUNE E PROVINCIA PERPLESSI: «NECESSARIO UN CHIARIMENTO POLITICO IMMEDIATO»

Bilancio del Teatro Stabile, stop di Farassino

L’assessore regionale si astiene sul documento contabile: «I conti non tornano»

Nuovo fronte di tensione tra il Comune e la Provincia di Torino da una parte e la Regione dall’altra. Ieri mattina l’assessore regionale, Gipo Farassino, ha deciso di astenersi nel corso della votazione per l’approvazione del bilancio consuntivo del 2002-2003 che era già stato approvato dai revisori dei conti. A quel punto l’assessore alla Cultura della Provincia, Valter Giuliano, d’accordo con il collega Fiorenzo Alfieri e con i rappresentanti della Fondazione Crt e della Compagnia San Paolo ha sospeso la seduta. «A questo punto - spiega Giuliano in serata - è necessario un chiarimento all’interno della Giunta regionale. Il programma dello Stabile per il 2002-2003 era stato infatti approvato anche dalla Regione e dal precedente assessore, Giampiero Leo». Aggiunge: «Vogliamo capire qual è la posizione del presidente Ghigo: o sconfessa Farassino e mette in difficoltà la sua maggioranza oppure gli dà ragione e allora va in crisi il Teatro».
Analoga la posizione di Alfieri: «Chiederò al sindaco di convocare un incontro con il Governatore. E’ la Regione la titolare della partecipazione nella Fondazione dello Stabile non certo Gipo. Mi chiedo: la linea di Farassino è condivisa da Ghigo? Spero si sia trattato di un equivoco ma è evidente che a questo punto serve un chiarimento al loro interno. Poi tra la Regione e le altre istituzioni».
Ma perché Farassino si è astenuto? In prima battuta Gipo si limita ad un «no comment». Poi quando apprende della richiesta di chiarimento avanzata da Comune e Provincia spiega: «Per me il re è nudo. Ho espresso la mia contrarietà ad una conduzione che ha presentato un bilancio consuntivo che pareggia sì sui 12,5 milioni di euro ma l’equilibrio è possibile solo grazie al massiccio intervento degli enti locali che tirano fuori 9 milioni e mezzo». Aggiunge: «I proventi dell’attività dello Stabile sono solo di 3 milioni il che vuol dire che senza l’intervento pubblico ci sarebbe un deficit di 9,5 milioni. Ma lo sa che fine farebbe una compagnia privata con un simile buco?». Attacca: «In un periodo come questo come faccio a dire ai cittadini che servono milioni di euro di soldi pubblici per ripianare il deficit di una fondazione teatrale?».
Gipo, comunque, si riserva di parlare della questione con il Governatore. La situazione è complessa. I revisori dei conti, infatti, hanno dato via libera al bilancio consuntivo. Il bilancio preventivo, poi, era stato anche votato dall’assessore regionale alla Cultura, Giampiero Leo, che allora aveva le deleghe. Gipo risponde: «Non sono abituato a giudicare i miei predecessori. Adesso tocca a me e io decido secondo coscienza. Dunque non voto un provvedimento che non condivido».
Che cosa succederà adesso? «Credo che il presidente dello Stabile - spiega il sindaco, Sergio Chiamparino - debba convocare una riunione urgente di tutti i soci della Fondazione per verificare la linea della Regione». Stessa richiesta arriva dalla presidente della Provincia, Mercedes Bresso: «Sono stata io a dare la notizia al Governatore nel corso di Expoelette e, contemporaneamente, ho sottolineato la necessità di un chiarimento».

 

12 Marzo 2004

LA FABBRICA DI CIOCCOLATO DI NONE SUL MERCATO, I LAVORATORI IN CASSA INTEGRAZIONE

L’amara vendita della Streglio

I dipendenti preoccupati
per il loro futuro:
«Quando Tanzi comprò
eravamo convinti che
avesse un gruppo solido»

Il curatore Parmalat liquida lo storico marchio
 

Antonio Giaimo

Claudio Laugeri
Cinque settimane di cassa integrazione al 60 per cento dello stipendio. E’ la prima conseguenza della «messa in liquidazione» della «Streglio» di None decisa dal commissario di Parmalat Enrico Bondi. Poco più di tre anni fa, l’azienda è entrata nella «galassia» del colosso di Calisto Tanzi. Già da un anno, a None si era sparsa la voce di una cessione, ma i nomi dei potenziali compratori erano rimasti avvolti nel mistero. Lo stesso accade in questi giorni, soprattutto dopo l’annuncio a pagamento affidato da Bondi ai principali quotidiani nazionali: ci sarà tempo fino al 22 marzo per comunicare al commissario l’intenzione di acquistare «Streglio», una settimana prima dell’inizio della cassa integrazione per i 75 dipendenti dell’azienda.
«Preoccupazione assoluta» è il commento di Franco Valvano, 44 anni, 8 trascorsi nello stabilimento di None, all’uscita dal portone blu dell’azienda specializzata nella produzione di cioccolato «dal 1924», come recita la scritta al neon sulla facciata della palazzina al 116 della statale per il Sestriere. Gli fa eco Angela Celauro, di 45, addetta al confezionamento: «Figli, mutui, paga ridotta, come faremo ad andare avanti?». «Abbiamo ricevuto oggi la notizia della cassa integrazione, non è una bella situazione - dice Antonio Gravina, 51 anni, reparto manutenzione -. Su uno stipendio di mille e 100 euro ne porteremo a casa più o meno 600».
Lui ha 35 anni di lavoro, è tra le vittime dalla riforme Dini e da quella abbozzata nelle ultime settimane dal governo. Quando 3 anni fa è arrivata «Parmalat», dice, «tutti speravamo in un rilancio. Da un colosso come quello ci aspettavamo investimenti, potenziamento delle strutture. Ma non è stato così, anzi». Allude alle dichiarazioni di Tanzi sui «prelievi» dalle casse dell’azienda. Centinaia di migliaia di euro, che non hanno intaccato la «galleggiabilità» della ditta, ma nemmeno hanno consentito il rilancio agognato da tanti.
«Speriamo, speriamo» dice soltanto una donna in camice bianco nello spaccio della «Streglio». E poco più in là, il sindacalista della Rsu Giuseppe Mantegna, 51 anni, rincara: «Abbiamo saputo oggi di questa decisione del commissario Bondi. L’azienda è sana, lavoriamo cacao di prima qualità, le vendite reggono. Stiamo lavorando per il periodo pasquale e tutto sembra procedere per il meglio, arrivano gli ordini e facciamo le consegne. Speriamo proprio in questo benedetto compratore».
Qualcuno parlava già di questa eventualità a novembre, quando ancora le banche rifilavano «bond» ai risparmiatori e le cronache erano sgombre dalle vicende di Calisto e famiglia. «In questo momento siamo contenti di uscire dal pantano della “Parmalat”. All’epoca, la motivazione della vendita era che “Streglio” non rientrava più nella “mission” del gruppo di Tanzi» ricorda Fedele Mandarano, responsabile territoriale della Cgil. Il sindacalista rammenta parole pronunciate da Paola Visconti, nipote del manager emiliano e amministratrice unica di «Streglio» fino alla caduta dell’impero dei Tanzi. Dinastia avvolta dal mito, con tanto di aneddoti. Uno riguarda pure l’azienda di None. La «Tanzileggenda» vuole che un giorno Paola Visconti avesse indugiato sulla sua passione per il cioccolato. Latte e cacao sono sempre stati un binomio gradito ai golosi, così la passione ha portato la mano di Tanzi al portafogli. «Streglio» è diventata una (piccola) stella nel firmamento finanziario del gruppo «Parmalat». Le sue casse, però, sarebbero servite a pagare le spesucce della nipotina di Tanzi. I 75 dipendenti lo hanno scoperto dai verbali d’interrogatorio pubblicati sui giornali.

  

12 Marzo 2004

L’ATTACCO DELLO SVIZZERO KASPER STUPISCE L’ORGANIZZAZIONE E KILLY, L’UOMO DEL CIO

«Per le Olimpiadi promossi solo gli impianti»

Critiche all’organizzazione di Coppa del Mondo dal presidente della Fis

Claudio Giacchino
Un
'altra giornata di sole a palla per l'assaggio di Olimpiade in Val di Susa e Val Chisone. Però, umore nero tra i nocchieri delle finali di Coppa del Mondo di sci per le aspre critiche di Gianfranco Kasper, il presidente della Fis, la federazione internazionale. A Bardonecchia, davanti all'impianto dell'half pipe, lo svizzero Kasper ha sparato a zero sull'organizzazione definendola non all'altezza, «di un livello inaccettabile anche per una gara di Coppa Europa».
Parole pesanti, alle quali Ettore Racchelli, assessore regionale al Turismo, e presidente del comitato che ha allestito le finali di Coppa, ha risposto dopo averci riflettuto su. Informato dell
'attacco di Kasper, Racchelli, alle 16, non aveva commentato promettendo: «Risponderemo domani, venerdì. Vi faremo divertire». Poi, un'ora dopo, è venuto nella gigantesca sala stampa del Sestriere e ha replicato all'accusa del gran capo del Circo bianco: «Kasper ha offeso tutti gli uomini e le donne che lavorano per la Coppa del Mondo e le Olimpiadi. Non possiamo tollerare le sue affermazioni».
Andiamo per ordine. Il presidente dello sci mondiale, a mezzogiorno, dopo aver elogiato la nuovissima struttura dell
'half pipe nata sulle pendici del Melezet, aveva dichiarato: «Tutto bene sino sulla linea del traguardo, piste e impianti sono ottimi, l'aspetto tecnico è eccellente. Però, il logistico, il sistema di accreditamento e l'ospitalità sono un'esperienza da dimenticare. Sicuramente, nel 2006, durante le Olimpiadi le cose andranno meglio, sarà tutto perfetto. Capisco che c'è stato un palleggiamento tra il Toroc e il Sestriere per organizzare l'avvenimento ma ribadisco che non si allestisce così nemmeno una competizione di Coppa Europa. Al contrario, è bellissimo quanto è stato fatto qui, a Bardonecchia, per lo snow board».
Insomma, Kasper è andato giù con la vanga, il suo attacco ha sorpreso non solo Racchelli ma anche la gente del Toroc, di Montagnedoc e persino Jean-Claude Killy, l
'asso francese dello sci che per conto del comitato olimpico internazionale è il Controllore di Torino 2006. Così, se per il Toroc Evelina Christillin ha liquidato l'accusa di Kasper con l'elegante «lo ringraziamo per le lodi all'half pipe di Bardonecchia», se Killy ha dato un colpo al cerchio e una alla botte «gare e impianti stupendi, che ci siano problemi è innegabile, comunque questi test events servono proprio a evidenziarli, lavorando si rivolveranno», se i responsabili del Sestriere hanno impostato la faccenda su una questione di concorrenza turistica «signori, suvvia, l'attacco del presidente della Fis è strumentale, all'estero non vedono di buon occhio le nostre Olimpiadi, temono di perdere turisti, che glieli si porti via noi», Racchelli è stato l'unico a replicare in modo articolato partendo dalla premessa: «Il lato tecnico della manifestazione è di altissima qualità, l'hanno riconosciuto tutti: atleti, dirigenti, allenatori, giornalisti. E' la prima volta nella storia dello sci che si disputano tutte insieme, nella stessa località, le finali di sci alpino, nordico, free style e snow board, abbiamo realizzato con 24 mesi di anticipo un'impresa che pareva impossibile. Questo evento è un fiore all'occhiello delle capacità imprenditoriale, organizzativa e politica del Piemonte. E' chiaro che alcuni problemi si sono verificati e, al di là di alcune strumentalizzazioni per situazioni che accadono in ogni parte del mondo, abbiamo lavorato e stiamo lavorando benissimo. Lo testimoniano i numeri, i 579 progetti alberghieri varati, la nascita di 156 imprese, i 15 mila nuovi posti letto pronti per il 2006. Impensabile che tutto fosse già utilizzabile oggi».
Stamane organizzatori e Kasper il criticone si incontreranno, vedremo se le polemiche proseguiranno o saranno spente da una retromarcia del boss dello sci.

 

13 Marzo 2004

PARLA IL DIRETTORE DELLA SANITÀ REGIONALE CIRIACO FERRO

«Verducci mi faceva
sentire in famiglia»

Regali e favori per ottenere trattamenti di riguardo per la clinica Bernini
«Oggi sono disilluso, circondato solo dalla solidarietà di gente comune»

CIRO Ferro è tornato libero da un paio di giorni: finiti gli arresti domiciliari, finite le altre limitazioni. Con una vistosa eccezione: non può venire in città se non per le udienze del processo o per recarsi dai suoi legali. Ma può parlare con chiunque, anche con un giornalista. E di tutto. Si comincia di mattino, in una pausa del suo processo che ha messo in scena il personaggio Verducci, mentore di Ferro sulla via della corruzione (per l’accusa) e suo amico carissimo prima del 29 settembre scorso, giorno in cui la vita di un potente direttore generale dell’assessorato regionale alla sanità è cambiata di colpo con l’arresto.
Chi gliel’ha presentato?
«L’assessore D’Ambrosio».
Un irresistibile anfitrione o no, questo Verducci?
«Mamma mia, uno che viene nel tuo ufficio e non ti molla più. Il tipo che ti circonda di mille attenzioni».
E di tanti omaggi: una Porsche superscontata, la barca, la crociera, le fiches, uno che divide in tre - lui, lei e l’avvocato-autista - investimenti in Borsa e in affari decisamente illegittimi, facendole il dono extra di non rivelarle l’origine sporca (l’usura). Per “ingraziarmi” il dirigente pubblico, dice lui. E lei?
«Non c’è stato un dare per avere. E pure sul dare .... La storia delle dazioni settimanali non gliela faccio certo passare».
Verducci è stato con lei un Babbo Natale, come ha commentato il presidente Gosso in aula?
«Mi ha illuso l’amicizia. Trascorrevamo le feste insieme e con le rispettive famiglie. Per Natale Verducci ospitava a casa sua decine di parenti. Mia moglie ed io siamo meridionali, calabresi: ci siamo sentiti parte di una famiglia allargata. Comunque l’amicizia restava fuori dal lavoro: nel 2002 sono stato io a far costituire la Regione parte civile in un processo contro Verducci. Ero stato sempre io a dirgli che la clinica Bernini doveva ridurre i posti letto convenzionabili».
Ci si rivede nel pomeriggio a San Mauro, in una caffetteria sotto i portici, fra specchi e vassoi di pasticcini. Ferro si presenta con la moglie. Più disteso rispetto al mattino, dopo che Verducci l’ha scagionato dall’accusa di concorso in usura, la più infamante. L’aspetta un processo lungo (con 120 testimoni), ma lui si vede già oltre: «Ne parlavo con Furlan». Il pm? «Sì, lui. E lo ripeto a lei. Sono innocente e voglio considerare questo processo un episodio che possa risolversi in fretta per consentirmi di completare il mio percorso di lavoro».
Vuole tornare al suo posto in assessorato?
«Con la sanità ho chiuso. Sono diventato dirigente nel 1990, dopo un concorso interno. Mi mancano 5 mesi di contributi per andare in pensione e voglio arrivarci da dirigente».
Di fronte a un caffè si possono digerire meglio anche gli argomenti più scottanti: la malasanità, le carriere di manager pubblici e primari segnate dalla politica. O non è così?
Lei non cercò appoggi politici per essere riconfermato? Il suo cellulare è stato intercettato per mesi.
«Il telefonino non ce l’ho più. Sa, l’idea stessa di essere ascoltati, a prescindere... Io non voglio apparire per quello che non sono. Onestamente, se non si costruisce un percorso che garantisca autonomia e indipendenza agli amministratori, si va a a finire dalla parte opposta. Quella dell’appartenenza. Quanto alla malasanità, parliamo piuttosto di comportamenti individuali. Il sistema è sano e reattivo. Ma le ripeto: se il settore amministrativo non riacquista autorevolezza e indipendenza non ci risolleviamo. Io non rispondo per l’intera Regione Piemonte né per l’intera classe politica».
Parliamo di Odasso e Di Summa: casi individuali? Nel primo il rapporto con la politica sembra aver avuto un bel peso, nel secondo un po’ meno.
«Apparentemente. Sulle forniture ho cercato di mettere ordine. Il monitoraggio dei costi si è rivelato un fastidio per tanti. Ad Odasso, poi, ho continuato a manifestare la mia stima anche dopo il suo arresto. Certo, siamo distanti anni luce: io non ho mai comprato tessere di partito per fare carriera».
Cosa si ritrova in mano?
«Disillusione. Solidarietà di gente comune. Gli affetti».

  

14 Marzo 2004

IN TRIBUNALE VIZI PUBBLICI E PRIVATI DELL’IMPRENDITORE CHE DISTRIBUIVA TANGENTI IN CAMBIO DI FAVORI DALLA REGIONE

Sanità, il gioco preferito da Verducci

Il manager delle cliniche: «A Ferro provvedevo io»

Alberto Gaino
Luigi Odasso era intercettato nel quadro dell’inchiesta su Ciriaco Ferro, il direttore generale dell’assessorato regionale alla sanità arrestato il 29 settembre scorso. Il giorno dopo, l’ex potente manager delle Molinette, commenta al telefono la notizia con parole pesanti e seguite da un «io so, vedrai» (rivolto al suo interlocutore) che fanno pensare all’attuale primario di radiologia all’ospedale di Nizza come a chi sia tuttora informatissimo su affari e malaffari nella sanità piemontese. Dice Odasso: «Te l’avevo detto di quei due mascalzoni. L’uno l’hanno preso. Ora toccherà all’altro». Chi? Il dottore, tuttora in attesa della conclusione della sua indagine penale, dà per scontato che l’amico sappia. Su di sé aggiunge: «Mi hanno messo in croce per una miseria». Forse si riferiva soltanto ai 10 milioni di lire videoregistrati dalla Guardia di Finanza e trovatigli nell’agenda pochi minuti dopo. E non al resto: tangenti, appalti dell’ospedale contestatigli.... L’amico ci prova: «Tu eri un chierichetto a confronto». E lui: «Hanno tolto il tappo. Sotto c’è una pozza nera. Io lo so. Vedrai se verrà fuori. Una pozza nera».
Lo stesso giorno, funzionari pubblici senza macchia commentavano più modestamente l’arresto di Ferro: «Ecco perché noi davamo parere negativo e...». L’imputato è di tutt’altro avviso: «Dal processo dovrà emergere che il mio ufficio non ha mai compiuto atti illegittimi. Io ero uno che separava l’amicizia dal lavoro». Della pioggia di omaggi di Salvatore Verducci, che il pm Roberto Furlan gli ha rovesciato contro, Ferro riconosce solo le briciole come una crociera nel Mediterraneo («ha voluto pensarci lui»). Sul resto - Porsche 911 e barca di 17 metri - il dirigente sospeso non sposta di un centimetro la sua difesa: «Ho pagato tutto». Né Verducci ha infierito, venerdì in aula. Non ha mai pronunciato l’espressione «lo tenevo a libro paga». Solo un «provvedevo io perché mi sembrava un modo elegante per ingraziarmi un funzionario pubblico».
Il personaggio Verducci va inquadrato meglio. Fallito due volte - prima con un’impresa di pulizie, poi con la clinica Bernini, guai giudiziari analoghi per saccheggio dei conti societari - Verducci è stato un giocatore anche come imprenditore. Lui si racconta come uno che i soldi li fa in fretta e in un amen può pure perderli. In qualsiasi modo. Il giochino degli investimenti in un’attività di strozzinaggio? Un’idea che gli venne dall’assidua frequentazione dei casinò: «Mi sono consultato con il mio legale, e siamo partiti». Le tangenti? Avrebbe persino fatto la cresta su quelle altrui. Tanto i soldi vanno e vengono.
La fama che lo scorta è da giocatore senza limiti: 11 miliardi di lire della vendita della clinica Major persi a chemin de fer in altrettanti mesi (così racconta il suo legale, Giorgio Chemi, a Ferro in una conversazione intercettata). In aula gli si chiede dell’antropologia del «vizio». Lui si concede a ricordi di famiglia: «Ero bambino, mio padre mi mandò a comprare il vino e per strada mi giocai i soldi. Papà non mi rimproverò per il vino, ma per non essermi io rifatto al gioco». Sa di incuriosire e sfoggia una disarmante flemma: «Mi giocavo da 50 a 200 milioni di lire per sera, Ferro puntava 50-100 mila lire per volta al black jack». Insomma, un dilettante. Quanto perdeva Verducci per sera? «I ricordi spiacevoli si dimenticano». Poi accontenta l’uditorio: «Una volta 380 milioni». Gli chiedono chi incontrava al Casinò di Sanremo dove era di casa. «Magistrati, giornalisti». Il presidente Pier Giorgio Gosso avverte: «I magistrati hanno il divieto prima della pensione». E Verducci: «Per carità, presidente, tutti pensionati». E chi altri? Gente famosa? «Ma sì, Beppe Grillo». La celebrità non lo impressiona. Per Verducci conta solo il gioco. Che lo impegnava dal giovedì alla domenica. Il resto erano parentesi. Adesso è una pena: spiantato (?) e agli arresti domiciliari in campagna.

  

14 Marzo 2004

FURTI DA ALMENO UN ANNO, L’ALTRA SERA LA POLIZIA HA BLOCCATO I LADRI IN PIAZZA CRIMEA

Colpo Grosso della banda dei parcometri

Spariti 100 mila euro dalle casse Gtt, arrestati due romeni

Hanno rubato centomila euro, alla Gtt, l’hanno fatto poco alla volta, ogni giorno, per un anno o poco più. Li hanno sfilati dai parcometri di mezza città: casseforti in apparenza inviolabili, ma che basta un banalissimo trapano a batteria per riuscire a scassinare e a depredare. Hanno preso cento, duecento, cinquecento euro a botta e sono sempre riusciti a farla franca.
Quanti siano i ladri che hanno alleggerito con così tanta caparbia e determinazione le casse della società che gestisce il trasporto pubblico in città, purtroppo non si può sapere con certezza. E’ assodato, invece, che due di loro, dall’altra sera, sono finiti in manette, arrestati dalla polizia quasi in flagrante, mentre tentavano di scassinare l’ennesimo parcometro, dalle parti di piazza Crimea, zona di precollina e di strisce blu. Sono due ragazzi romeni: uno ha ventidue anni e l’altro 19, non hanno permesso di soggiorno e non hanno neppure una casa, ma in città si spostavano su una vecchia Passat di colore verde, diventata l’incubo degli addetti al controllo dei parcometri. Poi, l’altro pomeriggio, uno di loro ha notato quell’auto ferma accanto ad una colonnina e tre uomini che stavano trafficando lì vicino. Si è messo a spiarli mentre con un trapano a batteria «bucavano» il fondo del cubo di lamiera e ha subito dato l’allarme.
Mezz’ora dopo due di loro erano già in manette. In auto, avvolti dentro un cappellino di lana, c’erano manciate di monete e gli attrezzi del mestiere: un punteruolo e il piccolo «Black & Decker» a pile. E per loro non c’è stato scampo.
Se i centomila euro rubati dai parcometri nell’ultimo anno se li siano messi in tasca tutti loro questo non è sicuro. Anche perché su 750 colonnine distributrici di ticket posteggio esistenti in città, ne sono state violate almeno un centinaio. E in certi casi anche più volte consecutive, con modi e tempi che lasciano pensare ad una organizzazione ben è più vasta, in grado di controllare le colonne e decidere quando colpire.
Alla Gtt, invece, spiegano che con la progressiva sostituzione dei parcometri il fenomeno dei furti è destinato a ridursi sempre di più: le cassaforti saranno più protette e sistemate in modo meno accessibile dall’eterno. Per intanto si adottano misure di prevenzione. La più scontata è quella di svuotare le casse delle colonnine ogni giorno. «Se il guadagno è minimo - dicono alla Gtt - scassinare i parcometri non sarà più così conveniente».

  

13 Marzo 2004

SPETTACOLARE MOBILITAZIONE DI UOMINI E MEZZI, IERI MATTINA, IN PIAZZA MANNO DOPO UN TENTATIVO DI OMICIDIO

In fuga sui tetti del palazzo di 8 piani


Carabinieri «acrobati» per catturare un algerino

Lodovico Poletto
L’elicottero dei vigili del fuoco si abbassa sul palazzo, volteggia lentamente e intanto pilota e coopilota scrutano i tetti. Pochi minuti e arriva un secondo elicottero, stavolta è dei carabinieri. Acora evoluzioni, poi quello rosso e bianco del 115 lascia spazio a quello dell’Arma. Giù in strada, sgommano le pattuglie dei carabinieri. L’autoscala dei pompieri si allunga verso il tetto di questo palazzo all’angolo di piazza Manno e la polizia municipale chiude una delle strade più trafficate della città, corso Grosseto: «I velivoli potrebbero atterrare qui; meglio essere prudenti». Intanto sul tetto di questo palazzone alto otto piani, i carabinieri inseguono due uomini in fuga.
Se fosse la scena di un film d’azione marchiato Usa, allora chi sta fuggendo sarebbe un superladro o un criminale che si è macchiato di chissà quali crimini. Ma questa non è fiction, né americana né italiana, e i due uomini che stanno scappando sono due stranieri che hanno accoltellato, per rapinarlo, un loro connazionale.
E’ accaduto ieri, pochi minuti dopo le 10. I primi accorgersi di tutto sono i vigili urbani di una pattuglia che si occupa di viabilità: vedono un uomo sanguinante nei giardinetti di piazza Manno e si fermano per soccorrerlo. Qualche istante e arriva anche una gazzella dei carabinieri. Il ferito racconta che è stato aggredito da due conoscenti che gli avevano offerto ospitalità per la notte e che gli hanno rubato un cellulare e 400 euro. Spiega che quei due abitano a pochi metri da lì, all’ultimo piano del palazzo di corso Grosseto 304. Con i rinforzi e l’ambulanza arrivano anche i vigili del fuoco: i due sospetti aggressori stanno scappando sui tetti e potrebbero cadere. L’elicottero del 115 che è in volo di addestramento arriva in aiuto in pochi istanti. Quello dell’Arma qualche minuto più tardi. Intanto inizia la caccia ai due uomini. Uno dei due riesce a fuggire: s’infila nelle soffitte di un palazzo vicino, trova una una via di fuga verso un capannone industriale e sparisce. L’altro, invece, braccato dai carabinieri, si nasconde ma non riesce a passare inosservato e viene bloccato. Ha il giubbotto e le mani sporche di sangue: dice che è un errore, che lui non c’entra nulla. Basta poco, però, per scoprire che non è così. Nella soffitta dove vive ci sono ovunque macchie di sangue e c’è un coltello da cucina, in terra, accanto all’ingresso. Si chiama Said Salah, è algerino, e ha 32 anni: è accusato di tentato omicidio.
Già in strada, intanto, si raduna una piccola folla di curiosi che ha assistito alle evoluzioni degli elicotteri. Dai balconi e dalle finestre delle case accanto ci sono centinaia di persone affacciate: corso Grosseto senza auto è uno spettacolo che non capita tanto spesso di vedere. E poi c’è uno strano affollamento di forze dell’ordine e pompieri. Qualcuno, con i vigili urbani che hanno un gran da fare a bloccare le auto che vorrebbero sfilare verso l’esterno città, s’informa su cos’è accaduto. Altri che conoscono tutta la vicenda protestano: «Questa zona - dicono - sta diventando invivibile. Certe sere, i giardinetti, sono colonizzati da brutta gente e da spacciatori. Bisogna fare qualcosa».

  

16 Marzo 2004

L’UE, PIÙ SEVERI CONTRO LA MICROCRIMINALITÀ

GIRO DI VITE

Mario Chiavario
[MICROCRIMINALITÀ. Con un
'etichetta di facile presa spesso si liquidano episodi che, sulla pelle di chi li subisce, non sono affatto di poco conto. E lo sanno soprattutto gli abitanti dei quartieri delle grandi città in cui scippi, furti in appartamento, spaccio di droga e intimidazioni varie sono vissuti quotidianamente come elementi di un «vissuto» tormentato e praticamente senza rimedio, tanto che ormai nemmeno più si denunciano. Adesso, anche dall'Esecutivo dell'Unione Europea giunge un monito severo a non sottovalutare il fenomeno e, con il preannuncio di misure a livello comunitario, viene la raccomandazione a non trascurare quanto può e deve farsi già sul territorio.
Sul piano teorico, analisi e proposte si sprecano, e non si vorrebbe che il tutto, una volta ancora, finisse soltanto con l
'infoltire il numero delle dotte pubblicazioni sul tema. D'altronde, non c'è dubbio che certe realtà sono estremamente complesse, nelle loro manifestazioni e soprattutto nelle loro cause. E non sono altro che risposte illusorie e fuorvianti a un'esasperazione reale le demagogiche proposte di «giri di vite» indiscriminati e terroristici, che inducano a dimenticare quanto lavoro ci sia da fare soprattutto «a monte», con l'impegno positivo e faticoso di istituzioni, organizzazioni sociali e singoli cittadini per promuovere alternative positive al disagio, non solo e non sempre di carattere economico, che sta il più delle volte alla base di tante esplosioni di delinquenza.
Ad offrire soluzioni autentiche di problemi per cui nessuno ha la chiave magica in tasca, non sono certo le minacce - e le applicazioni a casaccio o a tappeto - di pene da capogiro, che prescindano da ogni considerazione, in particolare, per l
'età di chi delinque o per altre condizioni di povertà o di disagio che possano aver influito sui suoi comportamenti. Resta però il fatto che nemmeno di fronte alla cosiddetta microcriminalità la società e lo Stato debbono dare un'impressione di impotenza, di generica indulgenza o di resa aprioristica. Ed è bene che ne tengano conto anche i magistrati più impegnati nella lotta alle maggiori illegalità che hanno attecchito in questo Paese: è infatti giustissimo dedicare un'attenzione particolare ai reati dei «colletti bianchi», a cominciare da quelli che, con effetti devastanti, sono il risultato di imponenti reti di corruzione; ma i meriti acquisiti su quel terreno non sarebbero una giustificazione per lasciare sguarnita la lotta ad altre forme di criminalità. In realtà, se è vero che uno dei più potenti stimoli a tante pulsioni delinquenziali, soprattutto nel mondo giovanile, è dato proprio dalle pretese di impunità che il crimine d'alto bordo vorrebbe garantirsi con i pretesti più diversi, è altrettanto vero che il cittadino comune finisce con il percepire di più certi fenomeni di impunità diffusa per una delinquenza che lo tocca più da vicino.
Lo hanno capito i responsabili di quegli uffici giudiziari, come esempio la Procura torinese, che da tempo destinano personale apposito e risorse specifiche a gruppi di lavoro chiamati ad occuparsi di «sicurezza urbana». Non varrebbe la pena che l
'esempio si generalizzasse?

  

16 Marzo 2004

DAI SINDACATI BOZZE DI DELIBERA CHE LE SCUOLE POSSONO ADOTTARE PER OSTACOLARE LA RIFORMA

«Ecco come sabotare la Moratti»
 

Una giornata di contestazione alla riforma della scuola, ieri, con due affollate manifestazioni: la prima sindacale, nel pomeriggio, e la seconda di informazione e dibattito, la sera, al Teatro Nuovo, promossa dal Manifesto dei 500, presente un migliaio di insegnanti e genitori.
Al palazzetto «Aldo Moro» le rsu della scuola si sono riunite per l’assemblea indetta da Cgil, Cisl e Uil Scuola in vista dello sciopero generale del 26 marzo in cui l’istruzione sarà un tema centrale. Giovedì alle 21, al Convitto Umberto I di via Bligny 1 bis, i sindacati incontreranno i rappresentanti dei consigli di circolo e d’istituto. Gli interventi hanno toccato, in particolare, l’entrata in scena del tutor (18 ore di insegnamento e responsabilità ad ampio raggio) e l’organizzazione del tempo scuola con le discipline opzionali. «Le scuole, con l’attuale legislazione sull’autonomia, possono decidere che tipo di offerta formativa realizzare stando nelle regole», ha spiegato Chiara Profumo, Cgil. «Sono i consigli di circolo e d’istituto a dover dare precise indicazioni per il piano dell’offerta formativa, a valutare se deve prevalere la logica del “supermercato”». In teoria, le scuole dovrebbero accontentare la singola famiglia, ma dall’altra parte la circolare appena emanata dice che non ci sono risorse disponibili. Rispetto al tutor, per Cgil, Cisl e Uil «è il contratto a dire che questa sorta di “maternage” non è prevista nella funzione docente e quindi non si applicherà per il 2004-5». Per Andrea Colombo, Cisl, «lo sciopero del 26 sarà la prova del nove per sapere chi sta con la Moratti e chi no: le nostre ragioni, contro le bugie del governo. Ora vogliamo che la verità sul cambiamento arrivi, in maniera seria, alle famiglie». I sindacati hanno predisposto bozze di delibera che le scuole possono adottare per la conferma del Pof, dei libri di testo, il rifiuto dell’organizzazione con il tutor.
La manifestazione del Teatro Nuovo si è conclusa con la richiesta di ritiro del primo decreto e l’abrogazione della legge Moratti. «Chiediamo ai sindacati uno sciopero della scuola unitario nel caso in cui - ha detto Lorenzo Varaldo, coordinatore nazionale del Manifesto dei 500 - quello del 26 non dovesse bastare a realizzare gli obiettivi».

  

16 Marzo 2004

UN CRONISTA PER VOI: IL PROBLEMA SOLLEVATO DA UNA SIGNORA PREOCCUPATA DALLA CONTINUA CRESCITA A SAN SALVARIO

Dalla legge un freno ai Phone center

Le direttive igieniche e le «tariffe etniche» li fermeranno

Giacomo Bramardo

Angelo Conti
Quanti sono i phone center a Torino? Come sopravvivono? Cosa si cela dietro la loro nascita ed il loro funzionamento? Perché da molti di essi salgono rumori e schiamazzi sino a tarda ora? La signora Lucia Lazzaroni, a San Salvario, ne ha contati 54 solo nel quadrilatero Nizza - Vittorio Emanuele - Madama Cristina - Marconi: «Mi chiedo, nell’era del telefonino, come è possibile che questi esercizi si espandano con questo ritmo? Sappiamo bene che spesso sono la copertura di attività illecite, ma proprio per questo credo che debbano essere controllati con occhio vigile da parte di chi è preposto a farlo. Tra l’altro dove sono presenti, le strade vengono usate come bagni pubblici. Perché non imporre nella normativa che questi locali siano dotati anche di una toilette, alla stregua di un bar? E poi pretendere che la toilette venga effettivamente usata?».
La signora Lazzaroni non sa che il loro numero è destinato ancora a crescere. Sotto i portici di via Nizza diventerà un phone center addirittura la storica profumeria Cocchis, il cui titolare era stato - per molti anni - fra i principali baluardi del degrado della zona. Al posto degli scaffali dei profumi ci sono già da giorni le cabine, l’apertura è prevista per la fine del mese. C’è un phone center anche nel futuro dell’ex negozio di dischi al numero 5, mentre avrà una «zona cabine» persino il fast-food che dovrebbe aprire, prima o poi, in via Nizza angolo via Berthollet. Con i due già esistenti (di proprietà pakistana), saranno così cinque i phone center affacciati sotto i portici, nell’arco di 200 metri.
Perché i phone center dilagano? Ce lo ha spiegato uno dei gestori di San Salvario: «Le cabine rendono solo nei negozi situati in buona posizione. A San Salvario ce ne sono quattro o cinque che hanno un utile netto giornaliero di 500 euro, gli altri si accontentano di molto meno, qualcuno con i telefoni non guadagna per niente. L’utile vero lo si fa con il money-transfer, cioè con il trasferimento di denaro all’estero. Ce l’hanno tutti i phone center, ma anche tante lavanderie, macellerie, asian shops. Le compagnie più grosse sono la Western Union e la Money Gram che affiliano ogni esercizio lo chieda, senza troppi problemi. Gli utenti principali sono i clandestini che non possono aprire un conto bancario in Italia e che mandano ogni guadagno a casa».
Il futuro dei phone center non è comunque rosa: «Una direttiva comunitaria consente di fatto a tutti di aprire una attività di questo tipo. Ma, a livello locale, un primo stop arriverà dall’introduzione di norme igieniche severe: l’obbligo di bagni distinti per uomini e per donne, e di un bagno anche per il personale, farà salire i costi dei negozi e ne bloccheranno la proliferazione. Ma la vera scoppola potrebbe arrivare dalla tariffa etnica che Tim e Vodafone stanno studiando: chi sceglierà questo profilo tariffario potrà chiamare, con il suo telefonino, alcuni numeri del paese d’origine pagando una cifra competitiva con quella offerta dei phone center».
Plausibili sono anche i timori sotto il profilo dell’ordine pubblico. Nei phone-center si telefona in tutti i paesi del mondo senza essere registrati, quindi in completo e blindatissimo anonimato, e si manda denaro semplicemente esibendo un documento del paese d’origine (ce ne sono moltissimi fasulli e nessun operatore di phone center si prenderà mai la briga di eccepire sulla loro validità). Così vengono mossi milioni e milioni di euro senza avere certezze di chi spedisce e nemmeno di chi riceve. Non è un mistero che molte partite di droga vengano pagate così. E vien da chiedersi, all’indomani delle stragi di Madrid, se questa «falla» nella sicurezza del nostro Paese non debba essere al più presto riparata.

 

17 Marzo 2004

ALLO STUDIO UNA SERIE DI NUOVE DISPOSIZIONI DI TIPO IGIENICO E EDILIZIO

«Stop al dilagare dei phone center»

Il Comune: entro l’estate norme più severe per gli esercenti
 

Alessandro Mondo
Norme più stringenti per contenere la giungla dei «phone center» cittadini, in espansione continua, sfoltendola di tutte quelle strutture che non rispettano le regole. Ma quali regole? Quelle messe in cantiere da Palazzo civico e riprese nella proposta di delibera consiliare attualmente al vaglio delle circoscrizioni. Fra un mese approderà in Consiglio comunale: in assenza di intoppi, entrerà in vigore prima dell’estate .
Per ora l’hanno sottoscritta 17 consiglieri appartenenti a Ds, Comunisti italiani e Margherita, convinti che sia arrivato il momento di supplire al vuoto normativo sul quale talora speculano i gestori dei «phone center». Come? Integrando il «Regolamento comunale di Igiene in materia di servizi di telecomunicazioni accessibili al pubblico» con un nuovo articolo: il 212 bis. Niente di trascendentale, quanto basta a garantire gli onesti e a mettere i bastoni fra le ruote dei disonesti sfruttando le competenze comunali sul fronte dell’igiene e dell’edilizia: allacciamento idrico e fognario; sistemi adeguati di ventilazione ed illuminazione; servizio igienico ad uso esclusivo del personale; altri due divisi per sesso, uno dei quali privo di barriere architettoniche; presenza di una postazione a misura di disabile... Altri requisiti disciplinano ampiezza e distribuzione degli spazi. Ovviamente sarà previsto un arco di tempo per adeguarsi.
L’iniziativa coincide con disposizioni analoghe già al vaglio dell’assessore Gian Luigi Bonino (Polizia municipale). «La nostra idea è anche quella di disiciplinare gli orari di apertura e di chiusura delle postazioni - conferma l’assessore -. Non potendo intervenire sulla concessione dei permessi, puntiamo ad imporre ai phone center almeno il rispetto delle norme valide per i locali pubblici. La delibera consiliare va nella stessa direzione: a questo punto non è escluso che le proposte discusse in giunta e quelle avanzate dai consiglieri si fondano in un testo unico. Intanto abbiamo avviato un censimento di tutti i phone center in città».
Si parte da una constatazione. «Il problema è che oggi non ci sono regole - spiega Giuseppe Borgogno, capogruppo dei Ds -. Per l’apertura dei locali basta una denuncia di inizio attività da inoltrare al Ministero delle Comunicazioni, che ha tempo 60 giorni per eventuali osservazioni o dinieghi. La normativa precedente prevedeva il rilascio di una licenza ministeriale, oggi l’attività è praticamente libera». «Così come è libero il trasferimento di somme di danaro che non superino i 12.500 euro al giorno - gli fa eco Vincenzo Cugusi -. Il risultato è una specie di Far West, dove all’ampia libertà di manovra per l’esercente si contrappongono margini di intervento minimi per gli enti locali». Non a caso il numero dei «phone center» lievita costantemente: in città se ne contano 150 circa.
Da qui la controffensiva su imput del gruppo dei Ds. Ne conviene anche il capogruppo della Margherita Marco Borgione, favorevole con alcuni distinguo: «Trovo il testo condivisibile laddove disciplina un settore privo delle norme più elementari, mettendo all’angolo soprattutto quei phone center dietro ai quali si nascondono traffici poco puliti. L’importante è fare bene i conti. Non vorrei che il provvedimento inneschi una raffica di ricorsi difficilmente gestibile. Fare un passo simile per poi doverlo rimangiare sarebbe controproducente».
 

La classica, viscida soluzione all'italiana: invece che affrontare il problema, lo si aggira illudendosi che una strumentale pastoia burocratica possa in qualche modo limitarlo (risolverlo veramente no: gli italioti non lo fanno mai). Provate voi padani ad aprire un phone center e spedire denaro all'estero per conto terzi: nel giro di cinque minuti arrivano i carabinieri che vi arrestano per irregolare raccolta ed intermediazione del risparmio (ma le autorità di vigilanza, Banca d'Italia in testa, che cosa fanno? Dormono, come hanno fatto con Cirio e Parmalat!). La crisi economica che sta distruggendo Torino, oltre a mamma Fiat che le Panda le va a fare in Polonia (e qui ha ragione Ciampi: ricordatevi di comprare made in Italy. E se la Fiat non fa l'auto che vi interessa in Italia, comprate l'equivalente tedesca, francese o spagnola, ossia da chi non tradisce il suo Popolo), è dovuta all'economia parallela che gli extracomunitari hanno fondato in questa città - creando un sistema chiuso su se stesso che non si integra con il resto del territorio - e alle rimesse degli emigranti verso i loro paesi, che producono qui ma spendono a casa loro, facendo saltare il circuito produzione-consumo. E non si venga a dire che una volta le rimesse dei nostri emigranti erano la prima voce in entrata della bilancia dei pagamenti italiana: per l'economia tedesca o americana in pieno boom valevano come una pulce sulla testa di un elefante. E poi erano rimesse regolari, registrate statisticamente e storicamente: i flussi finanziari che passano per i phone center (che Dio solo sa dove vanno a finire) non li registra nessuno e, quindi, è come non fossero mai esistiti. Uno stupendo esempio di come non si controlla il territorio al punto che non riusciremo nemmeno, in futuro, a scrivere correttamente la nostra storia economica. Ammesso che avremo un futuro.

Webmaster

 

20 Marzo 2004

Tubercolosi a scuola
Maestro ricoverato

10 bambini positivi
Tutti della stessa classe, sono stati subito sottoposti al «Tine test»
La dottoressa dell’Asl: questo non vuol dire che si ammaleranno

ALLARME ALL’ELEMENTARE «ITALO CALVINO» DI RIVALTA

il caso

Lodovico Poletto
 

Ua decina di bambini di seconda elementare della scuola «Italo Calvino» di Rivalta sono risultati positivi ai test anti tubercolosi. Il loro insegnante, invece, è da alcuni giorni ricoverato in ospedale per la stessa malattia. Il sindaco Amalia Neirotti invita alla prudenza: «E’ una situazione che non deve destare alcun allarme sociale. Adesso partiranno altri accertamenti e poi tutti i bambini che frequentano quel plesso scolastico saranno sottoposti ai test diagnostici».
Ma invitare alla calma e parlare di «situazione sotto controllo» con i genitori degli alunni oggi è quasi impossibile. Alle 16, le mamme dei 21 bambini di quella classe dov’è stato individuato il «focolaio» escono alla spicciolata dal salone dal municipio. Un paio di loro piangono perché i loro figli sono risultati «positivi»: a nulla sono servite le parole tranquillizzanti della dottoressa dell’Asl, invitata a scuola a spiegare la situazione. E cioè che anche se c’è stato un contatto tra il micobatterio e i soggetti positivi questo non significa che la malattia è imminente: «Vuol dire soltanto che è stata rilevata la presenza di anticorpi del bacillo di Koch». Ma, dicono queste mamme, è una mazzata scoprire che una malattia un tempo spaventosa e che si sperava debellata è tornata a farsi viva in modo così prepotente. Le altre non parlano: filano via veloci verso casa, dai bambini. Qualcuna si ferma nel posteggio del municipio a commentare con le amiche. E volano soltanto parole di accusa e di indignazione, verso il preside e verso l’insegnante malato. «Perché - spiegano - e l’uno e l’altro erano a conoscenza della situazione e non hanno mai parlato, non ci hanno informato di nulla».
L
'insegnante è irraggiungibile. E’ ricoverato in ospedale e, da scuola, manca ormai da quasi due mesi, dal 26 gennaio scorso. «Ma era tutto l’anno che era malaticcio. Polmoniti, raffreddori, bronchiti. Sembravano banalità, guai a cui può andare incontro chiunque. Invece...». Invece era tubercolosi. Una mamma ha iniziato ad avere qualche sospetto qualche settimana fa e ne ha parlato con altri genitori. Ma tutto è rimasto a livello di pettegolezzo. Di supposizioni da non diffondere troppo: «Perché finisce che quello magari ci querela pure». E il dirigente scolastico che c’entra? «Sapeva, sapeva tutto...» dice qualcuno. Ma Alfredo Cotroneo si nega. Fila via dal municipio alla velocità della luce. E si limita ad una battuta veloce sulle scale: «Io non ho niente da dire. Proprio niente...».
Alla fine dell’altra settimana, l’ospedale dov’è ricoverato il maestro ha avvisato l’Asl del caso e l’Asl ha allertato la scuola. Gli allievi di quella classe sono stati sottoposti immediatamente al «Tine test», un accertamento facile ed indolore, intracutaneo su un braccio. Ed è arrivato il responso che ha destato grande allarme. E ha scatenato una ridda di voci, ha creato preoccupazioni e timori.
Di qui l’incontro in municipio di ieri pomeriggio e l’annuncio che tutti i 371 allievi della elementare «Italo Calvino» dovranno essere sottoposti ad accertamenti preventivi. Quando e come, però, non è ancora stato deciso. «Lo facciamo non perché ci sia un rischio reale di infezione diffusa, ma per una semplice questione di prudenza» commenta Amalia Neirotti. Smentite anche le voci di una imminente, seppur temporanea, chiusura della scuola.
Mario Valpreda, il direttore della sanità pubblica della Regione, spiega che ogni anno, in Piemonte, su una popolazione di 4 milioni e 200 mila abitanti vengono rilevati almeno 400 casi di positività. «Abbiamo attivato un monitoraggio costante della malattia - commenta Valpreda - e siamo in grado di intervenire tempestivamente e con gli strumenti più adatti». Preoccupato? «No. La positività al “Tine test” non vuol dire nulla, si dovranno fare accertamenti più approfonditi. E, comunque, ormai da questa malattia si guarisce completamente, senza che rimangano conseguenze».

 

20 Marzo 2004

«Ci hanno tenuti all’oscuro di tutto»

La rabbia di una mamma: perché informarci così tardi?
 

Massimiliano Peggio
Piange. Aspetta vicino alla fermata dell’autobus l’arrivo del marito, torturando tra le mani un fazzoletto bianco. Signora, scusi, se la sente di dire come stanno davvero le cose? Il dirigente scolastico non ha voluto fare commenti. Ha infilato le scale del Comune di corsa, senza aprire bocca. Perché? «Lo so io, perché. Ho un bambino positivo ai test della tubercolosi. Con lui ci sono altri alunni della stessa classe, ma da mesi si sapeva che il loro maestro non stava bene. Era sempre a casa per malattia. Possibile che a nessuno sia mai venuto un sospetto, un dubbio? Io ho capito immediatamente che aveva qualcosa di serio. Ecco, questi sono i fatti».
Quando ha saputo della tubercolosi? «Lunedì scorso, in serata quando dalla scuola ci hanno chiesto di firmare il certificato di nulla osta per sottoporre mio figlio all’esame tubercolinico. Ci siamo spaventati: grazie al solito passaparola tra genitori abbiamo saputo del maestro e delle sue condizioni di salute». Ha gli occhi rossi, vorrebbe sfogarsi, dire tutto quello che pensa ma ha paura di sbilanciarsi. Già, perché in questa vicenda sembra che qualcosa non abbia funzionato, in particolare la catena informativa tra scuola e Comune, tra istituzioni scolastiche e sindaco, responsabile della salute pubblica. «Ho telefonato io al sindaco, non sapeva ancora nulla dell’emergenza». Senza perdere tempo, questa mamma, ha preso carta e penna ed ha inoltrato tre esposti: al Comune, alla Regione, al Provveditorato agli studi. «Ho fatto tutto da sola, perché gli altri genitori non hanno avuto il coraggio di esporsi. Eppure qui la situazione è grave: bisogna andare fino in fondo, capire a quale rischio sono stati esposti i nostri bambini, scovare eventuali responsabilità».
La scuola? «Certo. Il maestro è rimasto in malattia per troppo tempo: già all’inizio dell’anno, a settembre, è stato lontano dalla cattedra per 4 o 5 settimane. Nessuno vuole iniziare la caccia all’untore, o attribuire colpe assurde, ma era consapevole dei pericoli? Senza dimenticare poi che è compito della direzione scolastica vigilare e tutelare la salute degli alunni. Tacere o sottovalutare un problema così delicato non è certo un buon esempio di responsabilità». I test hanno dato esito positivo per una decina di soggetti: un incubo che accomuna in queste ore tutte le famiglie. «Io ho già fissato un appuntamento presso un noto pneumologo torinese. Ho il terrore di cosa mi dirà. Chissà quanti sacrifici dovrà sopportare il mio bambino: spero solo che non si ammali, che non diventi tubercolotico. Sennò, povero bambino, sai che vita d’inferno farà...».

  

26 Marzo 2004

SCOPERTA GRAZIE AD UNA RAGAZZINA FERMATA DAI VIGILI URBANI

La bidonville dei romeni sulle sponde dello Stura

Un grande villaggio di baracche tutte uguali sorte alle spalle degli orti
Abitato da almeno duecento immigrati fra cui donne e alcuni bambini
 

Lodovico Poletto
Mahjan dice che lì si trova bene. Che le case sono solide e calde e che lui, e quelli come lui, di meglio non possono trovare in questa città. E poi la gente che ci abita lì, dice, è pulita: «Guarda, guarda bene: davanti alle case non c’è immondizia. Io pulisco tutti i giorni, davanti alla casa di tutti, e poi butto lì dietro, vicino all’acqua. Tra qualche giorno compero 5 litri di benzina e brucio tutta la sporcizia, così non vengono le malattie...».
Mahjan è romeno e forse clandestino e la sua casa è un buco riscaldato da un vecchio bidone trasformato in stufa e gonfio di brace. Mahjan non esiste per nessuno e vive in uno scampolo di città che non puoi trovare su nessuno stradario, ma la vedi là lontano guardando lo Stura dal ponte di corso Giulio Cesare.
Ecco, laggiù tra gli alberi, dietro il Novotel, c’è la Torino che non ne sa nulla delle Olimpiadi del 2006 e tantomeno della Ztl, quella che vive nascosta, che non si fa vedere in giro e che, anche quando è in strada, è come se fosse trasparente. Ecco, quella è la bidonville di Torino: un grande villaggio diviso in piccoli agglomerati fatti di case costruite con i rifiuti e sorte con il tempo e senza che nessuno se ne accorgesse, alle spalle degli orti.
Una città di disperati, dove quelle che loro chiamano case sono baracche di pochi metri quadrati, tutte uguali: un po’ storte, colorate e con il tetto piatto. Le porte sono assi recuperati in discarica, le finestre non esistono. Ma tutte si affacciano su un piccolo cortile, dove la gente, la sera, si raduna a parlare. E a scolare boccioni di vino di pessima qualità che scatenano le liti. Poi, quando cala la notte, da lontano non vedi più nulla.
In questa bidonville sconosciuta ed angosciante oggi vivono poco meno di 200 persone: sono tutti immigrati di origine romena, richiamati lì da un passaparola che non si sa neppure come sia iniziato. Ci sono adulti e bambini, anche piccoli, anche di pochissimi mesi. Al mattino li vedi uscire alla spicciolata. Gli uomini hanno giacche malandate e sporche, le donne hanno borsoni che potrebbero contenere qualunque cosa. Vanno verso il centro. Oppure verso il quadrivio delle autostrade, oppure davanti al colorato e sempre pieno di gente centro commerciale di Auchan. Vanno a fare «vanghela», come dicono tra di loro, in romeno, vanno a chiedere la carità.
Viveva probabilmente qui, anche Margherita, la bambina di 8 anni che gli agenti del nucleo stranieri della polizia municipale hanno fermato qualche giorno fa in piazza Statuto. Faceva «vanghela». Poi l’hanno fermata e accompagnata negli uffici. Ha raccontato che suo papà è ancora in Romania, in un villaggio al Nord del paese, ed è poverissimo. E che sua mamma adesso non sa dove sia finita: forse è a Milano, forse è chissà dove. In che posto vivi, le hanno chiesto i vigili. E lei ha detto «Giù al fiume...». Con chi, però, questo non si sa. E’ sola. Forse sfruttata da qualcuno. Adesso è in una comunità; il tribunale dei minori vuole vederci chiaro, ha ordinato altri accertamenti, altri controlli. Anche perché c’è la certezza che anche gli altri 5 bambini che i vigili dello stesso nucleo hanno fermato negli ultimi giorni, mentre chiedevano la carità nelle strade del centro, vivessero in questa bidonville, in questa Torino che, almeno ufficialmente, non esiste. Loro, però, erano in compagnia dei genitori e sono stati lasciati tornare a casa, in una di queste baracche lungo il fiume, accanto a montagne di bottiglie e rifiuti di ogni tipo, con i topi che scorrazzano a caccia di qualcosa da mangiare.
C’erano gli orti, qui, una volta, ricorda qualcuno: fazzoletti di terreno coltivati a insalata, patate e carote e con una casetta per gli attrezzi. Oggi, molte di quelle baracche sono diventate le case più belle di questa colonia di disperati, quelle che le famiglie più forti di questa sconosciuta comunità di disperati, si sono conquistate. Spesso in mattoni, con una piccola veranda e la griglia per fare la carne alla brace lì in un angolo. Sembrano regge in mezzo alla bidonville. Lì dentro, anche se dovesse per molti giorni piovere forte, l’acqua non entra.
 
 
 
26 Marzo 2004

Raid di extracomunitari al Barcanova

Rotto il muro di cinta della società di calcio ospite al Parco Sempione

Ci sono situazioni di degrado sociale ed ambientale che nemmeno un muro riesce a tenere a bada. A farne le spese è stata la «Barcanova-Salus», società calcistica giovanile ospitata con la piscina «Rari Nantes» e la vicina bocciofila nel perimetro del Parco Sempione. Dentro, tre strutture sportive funzionali e curate, riportate alla piena operatività dopo essere state ereditate in pessime condizioni dal Comune. Fuori, proprio sul retro, i binari della ferrovia Torino-Milano circondati dalla vegetazione riselvatichita e dal pattume popolato da ratti di tutte le taglie. Nel mezzo, un muro. Anzi, un muretto di mattoni abbattuto senza un perchè nella notte fra mercoledì e giovedì.
Niente di irreparabile, se non fosse che l’episodio segue le due incursioni avvenute lo scorso anno: la prima volta i soliti ignoti hanno ripulito il piccolo ufficio della società; la seconda hanno sradicato l’inferriata a protezione della finestra, senza portare a termine il colpo. Da qui la rabbia e l’amarezza di chi si impegna ogni giorno per difendere spazi ad uso di giovani e meno giovani, comunque apprezzati. E’ il caso di Domenico Rosso, dirigente della «Barcanova-Salus», reduce dal sopralluogo della polizia e dalla prevedibile denuncia contro ignoti. «Ovviamente correremo subito ai ripari, senza stare a discutere se la riparazione non spetti alle Ferrovie - spiega -. Anche perchè la sensazione è che l’abbattimento del muro, con la porticina nel mezzo, sia il preludio a qualche altra visita poco gradevole. Certo è mortificante constatare come il nostro sforzo si infranga contro una situazione al di fuori di ogni controllo».
Vedere per credere. Il problema non sono i binari della Torino-Milano. Né quelli della vecchia linea, ormai abbandonata da anni, che permetteva ai treni merci di raggiungere lo scalo Vanchiglia. Il problema, quello vero, è rappresentato da una serie di fattori che si saldano fra loro: degrado ambientale, degrado sociale, pochi controlli. Oltre al muretto abbattuto non vivono solo legioni di ratti ma i disperati che la notte riparano nella baracca di fortuna costruita con rottami di ogni sorta. La intravedi appena, annegata tra i rovi. Idem sull’altro lato, dove si snodano i binari della ex linea merci. Luogo di spaccio e di consumo, come dimostra la presenza di tre ragazzi accovacciati fra le siringhe a ridosso della massicciata. Appena li vedi battono in ritirata. Uno si scusa pure di fronte agli imprevisti visitatori, scambiati per impiegati delle Fs. «Portate pazienza. Scendiamo qua sotto perchè ci vergogniamo», ti dice prima di saltare sul motorino.
Pensare che altri giovani, lontani anni-luce, raggiungono via Gottardo per nuotare o giocare a pallone. Sul campo da calcio della «Barcanova-Salus» ci sono dei progetti: il Comune pare intenzionato a valorizzarlo, come altri a Torino, coprendolo con erba sintetica; l’assessore Montabone (Sport) ci sta ragionando con i vertici della società. Insomma, quella che si dice una realtà promettente. Ma al contorno: chi ci pensa?

 

28 Marzo 2004

PANE AL PANE

Integralismo
all’ombra
delle moschee

Un gruppo di islamisti radicali impone la preghiera dei morti
per lo sceicco Yassin, «giustiziato» da Israele. Di questo
dobbiamo preoccuparci non del velo che portano le donne

 

Lorenzo Mondo
CON tutta la buona volontà delle nostre istituzioni e la generosa apertura della Chiesa cattolica, la presenza di tanti musulmani in Italia continua a essere complicata e densa di pericoli. Lo dimostra quello che è accaduto nella moschea di Roma, durante la preghiera del Venerdì. Un gruppo di islamisti radicali, una ventina, ha imposto ai fedeli la preghiera dei morti in onore dello sceicco Yassin, «giustiziato» dai missili di Israele. Un centinaio dei quattrocento presenti li ha seguiti, non l’imam Gomaa e il segretario del centro culturale islamico, che si sono ritirati precipitosamente nei loro uffici. Nonostante le pressioni subite da vari centri integralisti, avevano rifiutato di fare cenno a Yassin. Sia che fossero convinti dell’inopportunità morale, oltreché politica, di esaltarlo; sia che avessero appreso la lezione del giugno scorso: quando il precedente imam, Moussa, fu rimosso su iniziativa del ministro dell’Interno perché aveva inneggiato alla guerra santa e alle imprese dei kamikaze. Adesso ci risiamo, con un episodio anche più inquietante. Non si tratta soltanto di un personaggio autorevole che approfitta della libertà e tolleranza vigenti in Italia per abbandonarsi a farneticazioni pseudoreligiose, ma di un comportamento che nasce dal basso, radicato nelle comunità e che non esita ad ignorare le raccomandazioni dei rappresentanti ufficiali. E tutto questo non avviene in luoghi di culto periferici, ricavati magari in scantinati e garage, che accolgono le frange più disagiate e permeabili del mondo musulmano, ma all’ombra della moschea di Roma che riveste, quanto meno dal punto di vista simbolico, una primazia gerarchica.
Intendiamoci, non è il caso di condividere la politica repressiva del governo Sharon, gli omicidi mirati in terra palestinese. E non si può negare in linea di principio a uno spirito religioso la concessione di una preghiera a beneficio di chicchessia, fosse anche il peggiore degli uomini. A questo possono predisporsi l’insegnamento e la tradizione del cristianesimo. Ma è inaccettabile che la preghiera diventi il pretesto per una manifestazione di integralismo militante, tanto più in un clima reso incandescente dall’attentato di Madrid. E ripugna alla nostra coscienza che sia celebrato come un martire lo Sceicco del terrore, che ha sacrificato tanti ragazzi in missioni suicide e ha rivendicato la propria responsabilità nelle stragi di persone inermi. Di questo dobbiamo preoccuparci, e non del velo che le donne musulmane decidano liberamente di portare.
Quasi in contemporanea con il fatto di Roma, il ministro Pisanu, intrattenendosi a Palermo sul tema dell’immigrazione, proponeva alla massa di musulmani che vivono in Italia e in Europa un patto civile: «Un patto chiaro e leale, fondato sull’equilibrio dei diritti e dei doveri». Sante parole che non possono però prescindere da una più esplicita ed operativa dissociazione da parte dei responsabili delle varie comunità. E devono comunque tener conto, con la più grande vigilanza e fermezza, del retroterra inquinato che si è manifestato nella moschea di Roma, della sfida lanciata con un arrogante senso di impunità ai nostri valori. Una brutta gente che ci troviamo malauguratamente tra i piedi e con la quale, a scanso di dolorose sorprese, non si può abbassare la guardia.

 

27 Marzo 2004

GLI OCCHI ELETTRONICI ACCESI SOLO POCHE ORE AL GIORNO. BUFERA SUL SETTORE VIABILITÀ. L’ASSESSORE: ABBIAMO OBBEDITO ALLE DISPOSIZIONI DEL MINISTERO

Multe con la telecamera, un bluff lungo tre mesi

Nessuna contravvenzione fino a dopo Pasqua. Il Comune: era un test
 

manuela Minucci
Ricordate l’accoppiata «telecamera più multa», tanto amplificata dai giornali, soprattutto attorno al 16 febbraio, giorno di debutto dei sette occhi elettronici disseminati nella Ztl e nelle vie riservate a bus e tram? Ricordate la locandina «auto in entrata, auto fotografata e multata» con il castorino di Palazzo civico che si improvvisa reporter con tanto di flash a portata di zampa? Ricordate le statistiche, il numero di multe del primo giorno diffuso dagli uffici di «5T» che però poteva pure scendere «perchè magari domani qualcuno ci comunica che stava andando in hotel»? Bene. Per la gioia di quanti - infischiandosene del rischio sanzione - in questi 40 giorni hanno comunque imboccato le strade vietate al traffico privato, c’è una notizia: finora gli automobilisti non hanno rischiato nulla in più grazie al debutto delle telecamere. Perchè questi occhi elettronici, oltre ad essere rimasti accesi per ben poche ore al giorno non sono, per ora, mai stati in grado di emettere automaticamente un verbale dopo aver fotografato una targa. Risultato: o c’era il vigile, in carne e ossa, a multare l’automobilista, oppure la presenza della telecamera sarebbe stata del tutto inutile. Un colpo di scena che ha scatenato le opposizioni di Palazzo civico e anche un buon numero di cittadini. Tanti ieri telefonato ai centralini dei vigili e dei giornali: tutti a chiedersi perché il Comune si sia ben guardato dal chiarire che quegli occhi elettronici fino a dopo Pasqua sarebbero stati del tutto innocui.
«Non l’abbiamo chiarito per un motivo molto semplice - ha dichiarato ieri l’assessore alla Viabilità Sestero - perché per avere una qualche scientificità l’esperimento doveva sul serio simulare il divieto accompagnato dalla sanzione». E ha poi aggiunto: «E’ il Ministero che ci obbliga a fare questa sperimentazione di 60 giorni. Se avessimo detto che tutto rimaneva come prima, allora non avremmo neppure potuto misurare i cambiamenti comportamentali che discendono dall’ipotesi di una sanzione sicura». Il sindaco Chiamparino si è subito dichiarato con la «coscienza tranquilla» e ha detto: «Sarebbe stato molto più grave se l’amministrazione avesse elevato multe attraverso le telecamere senza aver ottenuto l’okay dal ministero, ma noi abbiamo agito in modo opposto per rendere più veritiera la simulazione e fare in modo che i torinesi si abituassero allo punizione della multa in maniera graduale». E ancora: «Senza contare che l’autorizzazione del ministero poteva arrivare anche prima del 20 marzo e quindi le multe sarebbero potute scattare sul serio, giorni fa, da un momento all’altro».
Sarà, ma intanto c’è chi, fra i cittadini si è sentito preso in giro. Titoli come «Domani scattano le multe con le telecamere» infatti, non sono mai stati minimamente smentiti da Palazzo civico. Ciò premesso, ieri, l’assessore ha illustrato altri dati: «Quasi un automobilista su due entra ancora, nonostante la campagna di dissuasione legata alle telecamere, nella Ztl o nelle corsie riservate senza avere il permesso di transito». È questo il dato che più preoccupa Sestero: «Su un totale di 73.342 transiti, 36.485 erano irregolari: è ancora un’enormità». Soltanto i 561 trasgressori fermati fisicamente dai vigili urbani, tuttavia, dovranno pagare la contravvenzione, fissata in 68,25 euro, gli altri, inquadrati semplicemente da quella telecamera dipinta come un civich inflessibile la passeranno senz’altro liscia sino a Pasqua.
Nella prima settimana di sperimentazione le telecamere sono rimaste accese soltanto per 85 ore complessive e hanno accertato 4.903 passaggi irregolari su 9.889 transiti. Il controllo è stato intensificato dal primo marzo. «Dopo Pasqua il sistema di controllo diventerà effettivo - ha annunciato Sestero - e anche i trasgressori sorpresi dai filmati saranno multati. Ma il dato del periodo sperimentale è allarmante e l’obiettivo del Comune non è quello di fare cassa, ma di migliorare l’efficienza del trasporto pubblico e ridurre il traffico nel centro». Obiettivo, quest’ultimo, già parzialmente raggiunto nell’ultimo mese e mezzo: il traffico nella Ztl è diminuito del 30 per cento e la regolarità di tram e autobus è migliorata del 15 per cento secondo il rapporto redatto dal «comitato strategico sulla viabilità». La delibera che sancirà la fase definitiva del controllo elettronico conterrà, quindi, «alcuni correttivi - ha concluso l’assessore alla Viabilità - a cominciare dalla segnaletica per le vie riservate: cartelli luminosi, striscioni e scritte a terra segnaleranno i percorsi vietati».

Con tutti i problemi che ci sono a Torino che cosa fanno questi? Spendono miliardi in telecamere per controllarci il culo delle nostre autovetture! E, per Giunta, si divertono anche a prenderci in giro. E la Privacy? E' giusto che qualcuno possa monitorare indistintamente i nostri movimenti? E poi non sarebbe meglio, se proprio vogliamo farlo, controllare con le telecamere i "giri" che ci sono a Porta Palazzo, San Salvario e dintorni? Lì puoi comprare un'arma che magari ha già ammazzato qualcuno come una lattina di Coca Cola al bar: ma di questo, ai sinistri e solidali Chiamparino e Sestero, non potrebbe fregargliene meno.

Webmaster

 

29 Marzo 2004

DUE AMICI DI 22 ANNI FINISCONO ALLE VALLETTE: VOLEVANO PORTARE LE RAGAZZE A BALLARE MA NON AVEVANO I SOLDI

Scippano due anziane per andare in discoteca
 

Angelo Conti
Si era fatto prestare l’auto da papà, poi era passato a prendere un amico ed insieme avevano architettato il sistema per trovare il denaro necessario al loro sabato sera. Ma la scelta di scippare donne anziane si è rivelata fatale, anche per l’imperizia mostrata nel mettere in pratica l’odioso progetto.
Protagonisti di questa vicenda due ragazzi di 22 anni, Antonio Caprarella, viale dei Mughetti 20, e Vincenzo Vento, corso Toscana 122. Sabato pomeriggio, con la Panda di papà, cominciano a bighellonare per il quartiere: il problema è quello di trovare il denaro per portare le ragazze a ballare, la sera. Non si sa se per loro sia stata la prima volta, ma decidono di compiere uno scippo. Verso le 16, in via Pianezza, non lontano da una fermata dell’autobus (e non lontano anche dal carcere), individuano la prima vittima, una pensionata di 75 anni. Le si avvicinano alle spalle, uno resta al volante e l’altro scende, giusto per il tempo del classico «strappo». Poi la fuga. Ma nella borsetta ci sono soltanto 12 euro. Non bastano per la serata.
I due ragazzi, che a questo punto è già possibile definire malviventi, puntano su una seconda vittima, un’altra pensionata, questa di 65 anni. La donna però si accorge di quel ragazzo che, appena sceso dalla Panda, le si avvicina alle spalle, e cerca di fuggire. L’aggressione avviene lo stesso, con la vittima che cerca di opporsi in ogni modo, sino a quando non viene scaraventata a terra, restando anche ferita.
Stavolta ci sono dei testimoni, che avvertono il 112, fornendo anche una descrizione dell’utilitaria e dei due occupanti. I carabinieri del Nucleo Radiomobile effettuano una battuta in zona e, proprio nei pressi della casa di uno dei due, intercettano gli scippatori, che tentano la fuga ma vengono subito bloccati dalle 156 dell’Arma. Il denaro scippato nei due assalti (una trentina di euro complessivamente) viene recuperato, i due ragazzi vengono accompagnati qualche isolato più in là, alla Casa circondariale delle Vallette

 

02 Aprile 2004


NEL LIBRO DI CAZZULLO IL CASO SOFRI COME UNA PAGINA MAI CHIUSA DELLA «TRAGEDIA ITALIANA»


Quello sparo del ‘72 che «riaccese la guerra civile»


Una generazione che
coltivò la febbre
della rivoluzione
e si lasciò sopraffare
a poco a poco
da un narcisismo
troppo sorretto
dall’idea del Bene

di Filippo Ceccarelli

A che servono i libri? A far capire. A volte anche a far capire quello che non si vuole capire, quello che si rifiuta perché è scomodo, perché fa male, perché è meglio così, perchè non è il momento. «Il caso Sofri» di Aldo Cazzullo (Mondadori, 165 pagine, 12 euro) arriva nel momento giusto, si spera, proprio quando Ciampi riassume l'iniziativa. Ma è soprattutto un libro utile perché dimostra che da una vicenda spaventosa si può trarre virtù e speranza.
O almeno: se ne ricava un insegnamento civico. Che è già moltissimo. Una lezione sulla gioventù, innanzitutto, e su quanto è facile, e gioioso, e divertente, scherzare con il fuoco. Fondare un mondo, alla fine degli anni sessanta, e chiamarlo: «Lotta continua». Rifiutare la storia dei padri, riderne anzi, coltivare la febbre della rivoluzione e lasciarsi sopraffare a poco a poco dall'avventura dell'uguaglianza, dalle suggestioni di un narcisismo fin troppo operoso, sorretto com'è dall'idea del Bene. Che poi è un male travestito da bene. Il peggiore: «Una grandiosa follia».
Quindi, è chiaro, occorrono anche dei capi, e arriva Sofri. Intelligentissimo, fascinoso, fin troppo superbo. La seconda lezione de «Il caso Sofri» è sul potere. Un vero capo può tutto. Vale in Lotta continua come nelle SS, in una tribù come in una multinazionale. Davanti al capo la gente scatta, e pur di farlo contento arriva a indovinare quello che egli forse desidera. Non di rado i leader giocano con le emozioni e i sentimenti altrui. L'odio è, purtroppo, il più efficace. Tanto più potente - ed è un'ulteriore lezione - quanto più elementare, cioè personalizzato.
Inutile qui dare conto della storia. Si sa. E' un autentico, terribile dramma. Né l'alleviano i riferimenti letterari: da una parte Shakespeare, Dostoeskij, Pinocchio, la Bibbia; dall'altra una verità processuale controversa nella sua aridità.
Cazzullo, che su Lc ha già pubblicato nel 1998 «I ragazzi che volevano fare la rivoluzione», la ricostruisce con equilibrio. Racconta dei «ragazzi», appunto, che andavano perdendosi; dedica un capitolo alle ragioni dell'accusa (e delle sentenze) e un altro capitolo alle ragioni della difesa. Ma il vero tesoro del libro è nel quarto capitolo, tornato proprio ieri d'attualità: la grazia. Sì, no, forse, però. La solita questione, sembrerebbe.
Ma forse non è più così. Forse bisogna allargare il campo, inserire quel delitto nella storia più inconfessabile dell'Italia, nel suo peccato originale. Perché quello sparo «riaccende la guerra civile». Quell'assassinio rende conto di «una tragedia mai conclusa davvero». E' da qui che si deve ripartire: dalla frattura, da una linea di divisione che dura ancora oggi. L'anomalia italiana.
Che quella divisione sia da mettersi in relazione con il comunismo - come propende l'autore - o con qualcosa che è venuto prima, o addirittura con le fragilità della natura umana, rischia ormai di essere persino fuorviante. Come del resto lacerarsi sull'innocenza e la colpevolezza di Sofri, o sul suo cambiamento.
Il salto da compiere è se, con la garanzia di Ciampi, la grazia sia o possa essere vissuta da quanta più gente possibile come un simbolo di «tregua civile» e autentica riconciliazione. L'atteggiamento della famiglia Calabresi è da questo punto di vista prodigioso. Di miracoli, anche, vive la storia. E a cosa servono i libri, a volte, se non a segnalarne le ombre e i bagliori?

  

02 Aprile 2004

UNA CASSETTA TROVATA A CREMONA IN CASA DI UN SOSPETTO TERRORISTA

«Al Qaeda distruggerà Roma, culla della cristianità»

Minacce all’Italia in un video e in nuove intercettazioni compiute a Brescia

Paolo Colonnello
MILANO
«La distruzione di Roma è da farsi con le spade: chi distruggerà Roma sta già preparando le spade. Roma non sarà conquistata con la parola bensì con la forza delle armi. Roma è la croce, e l’occidente è la croce e i romani sono i padroni della croce. Apriremo Roma (”apriremo”: parola storica che significa impadronirsene con la forza e con il sangue distruggendo e sottomettendo il popolo) se Dio vuole e vinceranno i musulmani e riconquisteremo Constantinopoli per la seconda volta. Questo è l’obiettivo dei musulmani, Occidente! L’obiettivo dell’Islam è conquistare tutta la terra e Roma sarà conquistata con la forza».
Con i servizi segreti di mezzo mondo occidentale allertati per le imminenti festività pasquali e preoccupati, vedi la Cia, proprio per l’incolumità del Papa, si capisce che le farneticanti dichiarazioni di tale Abu Qatadah Al Falastini, cittadino giordano arrestato a Londra due anni fa e considerato uno dei vertici di Al Qaeda, destano ora un certo scalpore. Tanto da essere tornate all’attenzione degli stessi servizi di sicurezza americani che proprio sulla base di queste dichiarazioni e di altre ugualmente aberranti, hanno inserito il Vaticano tra i possibili obiettivi delle organizzazioni terroristiche islamiche. Anche se le parole pronunciate in tono perentorio da Al Falastini, risalgono almeno al 2002 e sono contenute in un’intervista-sermone registrata su una video cassetta ritrovata, insieme ad altre nel novembre di quell’anno, dalla Digos di Brescia nell’abitazione di Mourad Trabelsi, un tunisino residente a Cremona, ex vice imam della moschea di quella città, arrestato sia da Milano che da Brescia con l’accusa di concorso in terrorismo internazionale.
Ed è proprio nel suo provvedimento di cattura, emesso il 23 febbraio scorso, che gli inquirenti bresciani hanno inserito anche intercettazioni, nonchè il racconto di un piccolo trafficante di stupefacenti tunisino, relative a presunti attentati progettati dalla cellula ai danni del Duomo di Cremona e della metropolitana di Milano. E il risultato è impressionante: un concentrato d’odio che la dice lunga sul «programma politico» dei terroristi collegati a Bin Laden. Significativa, ad esempio, la video cassetta contenente una conferenza tenuta dallo sceicco Al Fisasi, dal titolo eloquente: «La democrazia, quel feticcio». Lo sceicco parte morbido dicendo che «l’Islam è una religione di clemenza e bisogna aver pietà dei miscredenti». E come si pratica la clemenza islamica nei confronti dei miscredenti? «Ammazzandoli, combattendoli, tagliando loro le teste, lapidandoli, massacrandoli...solo così si può aver pietà di loro» Quindi prosegue: «Il Jihad con le armi e il fuoco ha come obiettivo quello di togliere il marcio da questa terra perciò è questa la pietà: salvare il mondo da loro. Per quel che riguarda la democrazia - secondo l’oratore - nel passato in Europa e specialmente in Italia la gente era comandata e governata con l’ingiustizia, il male, lo sfruttamento in nome della religione, della Chiesa e di Gesù...Quel potere ingiusto, della Chiesa e dei crociati, è stato combattuto dalla gente di cultura. Questi per poter affrontare la religione cristiana, hanno creato un’altra religione basata sulla terra e sul popolo: la Democrazia. la Democrazia è una religione a tutti gli effetti e i musulmani non possono accettare una religione che non sia l’Islam e non sia Allah. Perciò i democratici sono dei miscredenti e bisogna combatterli con il Jihad e con la spada. Gli obiettivi della democrazia contrastano con quelli dell’Islam...Loro accettano i musulmani tra loro, accettano lo chador e le barbe dei musulmani ma in cambio chiedono che i musulmani accettino loro, la loro religione e la loro libertà individuale. Ciò è impossibile...». Gli «esportatori» di democrazia sono avvertiti.

 

 

02 Aprile 2004


DOPO LE DIMISSIONI ANNUNCIATE IL LUNGO VIAGGIO AEREO DA VANCOUVER NON HA SCIOLTO IL GELO CON CHIAMPARINO


Tessore: la giunta deve credere nelle Olimpiadi


Lo sfogo dell’assessore a poche ore dal vertice con la maggioranza

NON c’è segno di jet-lag sul viso leggermente abbronzato di Elda Tessore. E’ passata un’ora dal suo rientro da Vancouver. L’aereo su cui viaggiava con il sindaco Chiamparino è arrivato a Caselle puntuale, alle 14 e 10, e loro si sono rivolti la parola soltanto al ritiro dei bagagli. Dopo una trasferta di 13 ore: e non sono state parole tenere.
Sessanta minuti dopo l’atterraggio, l’assessore sul punto di diventare «un ex», ci riceve nel suo attico di via Pietro Micca da cui si domina Torino: da sinistra, Palazzo Civico, il Teatro Regio, e persino, girando su se stessi, il grattacielo del Toroc di corso Novara. Una vista che coincide con la sua carriera politica. Ma una carriera che ora è di fronte al bivio delle dimissioni da assessore alle Olimpiadi e al Turismo della giunta Chiamparino. «Dicono che l’ho fatto troppe volte e sempre con il paracadute, ma non è affatto vero - dice lei accarezzando la stoffa écru del divano - quando ho detto che lasciavo la delega nell’85 da assessore allo Sport poi me ne sono andata, nel ’97 ho lasciato il Regio e un anno e mezzo fa ho minacciato di andarmene dalla giunta Chiamparino se non mi avessero lasciato seguire anche l’aspetto logistico dei lavori pubblici nei mercati, e l’ho ottenuto. Non minaccio mai tanto per minacciare, tanto meno stavolta. Sono in ballo questioni troppo delicate, squisitamente politiche».
Assessore, lei ha detto che stavolta è decisa ad andare fino in fondo. Ma che cosa potrebbe, a questo punto, farle cambiare idea?
«Una premessa. Anche se il sindaco ieri ha parlato di “personalismi”, vorrei chiarire che questo non è un attacco nei confronti di Paolo Peveraro. E’ una persona con cui non farei le vacanze, ma credo che la sua relazione finale in cui spiega che “le Olimpiadi e il turismo non possono diventare un asse portante dell’economia torinese” costituisca un atto grave dal punto di vista politico, ecco perché ho reagito con le dimissioni. Ma si può non far circolare prima in giunta un documento di questo tipo, che in qualche modo coincide con la linea politica che la città intende assumere per il futuro? Bene. O dopo la riunione di maggioranza di stasera Peveraro si impegna a riscrivere o integrare questo passaggio che riguarda i Giochi, oppure io sbatto la porta e me ne vado».
Non le sembra una reazione eccessiva? Persino i capigruppo della sua stessa maggioranza non hanno trovato nulla di straordinario in quelle parole.
«Guardi che nel programma elettorale del sindaco sta scritto l’esatto contrario di quanto messo nero su bianco in quella relazione. Ma si metta nei miei panni. Se è la stessa giunta a dichiarare che le Olimpiadi si riveleranno un trampolino modesto per la città, i cui benefici effetti si esauriranno nel giro di pochi mesi, con che faccia ci presentiamo agli investitori, agli spagnoli di Ac Hotels, agli albergatori, alla stessa società che vorrebbe acquistare il cinque stelle in piazza San Carlo? Mi dica lei, ma se siamo i primi noi a dimostrare di non crederci come possiamo davvero sperare che Torino possa imboccare una strada di sviluppo alternativo all’industria? Questo l’ho già chiesto al sindaco: cosa diremmo ai cittadini nell’eventualità che Mirafiori dovesse chiudere? A cosa serviranno 155 milioni investiti nelle opere pubbliche se una volta finiti i Giochi non continuerà il turismo? Dalle Ogr all’Oval tutte queste strutture diventeranno tante piccole Italia 61».
Quando deciderà se restare o andarsene?
«Domani sera (oggi per chi legge, ndr) parteciperò al vertice di maggioranza. E in ogni caso ho già chiesto al presidente Marino di tenere uno spazio per un mio intervento, lunedì, in Consiglio. Quella pagina racchiuderà il mio testamento politico»

Onore all'onestà intellettuale dell'Assessore Peveraro, che ha detto una verità che quasi tutti, a Torino, hanno già ben presente nella testa: che queste Olimpiadi  a Torino serviranno a poco o niente (ma per la montagna dove caleranno gli impianti saranno un disastro ambientale che, insieme al TAV, modificherà in maniera irreversibile il paesaggio di questo sciagurato Piemonte).

Webmaster

 

 

02 Aprile 2004

Peveraro: nulla da rimproverarmi

«La mia relazione sottolinea i problemi reali della città»
 

Allora assessore Peveraro, pare che lei ci sia quasi riuscito, come sostengono le malelingue di Palazzo Civico, a rispedire a casa l’assessore Tessore, la sua collega di giunta «meno amata».
«Respingo ogni tentativo di affrontare la questione in questi termini. E’ offensivo ritenere che un assessore utilizzi una relazione importante come quella sul bilancio per regolare conti personali».
E nel merito che dice? Ha ragione Tessore quando sostiene che lei rema contro i Giochi e che la giunta non può crederci soltanto a metà?
«Se sostiene questo vuol dire che non ha capito il senso delle mie parole, peraltro condivise, in sede di dibattito, da tutti i capigruppo di maggioranza e persino da alcuni di minoranza come Marilde Provera. Provo a spiegarmi meglio. Nessuno ha inteso, né attraverso la relazione, né attraverso la discussione in Sala Rossa sminuire il valore e l’effetto economico delle Olimpiadi e dello sviluppo del turismo, ma - e non mi pare che questo punto risulti antitetico con la premessa, anzi - si è soltanto voluto ribadire e riaffermare la centralità dell’industria ai fini dello sviluppo economico del nostro territorio. E l’industria non è soltanto settore automobilistico e manifatturiero, ma è anche ricerca applicata, alta tecnologia, infrastrutture adeguate, formazione di livello e tante altre cose».
Tessore però sostiene che così come sono state trattate le Olimpiadi nella sua relazione risultano una risorsa di secondo piano i cui effetti sono destinati a esaurirsi in poco tempo. Una diagnosi che non può che allontanare investimenti ed investitori.
«Credo che la mole di investimenti realizzati dalla Città in questi anni in vista dell’evento olimpico provi l’esatto contrario, vale a dire che i Giochi vengono considerati un evento di grande rilievo. Ma ciò non toglie che non ci si debba preoccupare anche del domani, vale a dire di che cosa accadrà alla fine del febbraio del 2006».
L’assessore Tessore sostiene anche che sarebbe disposta a tornare sui suoi passi soltanto se lei si impegnasse a modificare la relazione in questione, magari integrando il passaggio dedicato alle Olimpiadi senza liquidarlo «come se fosse un evento di secondo piano».
«Il documento è già stato presentato in Sala Rossa».
Un altro rilievo che le è stato mosso dalla collega che si occupa di Olimpiadi e Turismo riguarda l’iter che ha seguito quel documento. Secondo Tessore è grave che una relazione dal così alto contenuto politico non sia stata presentata in giunta, per un confronto, prima di arrivare in Sala Rossa.
«Mi pare una richiesta quanto meno inusuale. Prima di tutto perché è la relazione dell’assessore al Bilancio di cui soltanto l’assessore si assume la responsabilità, ma c’è da aggiungere un’altra cosa: come mai negli anni scorsi nessuno mi ha mai chiesto un passaggio in giunta di questo documento? Ho già presentato sette relazioni di questo tipo al Consiglio e nessuno ha mai eccepito.

 

 

03 Aprile 2004

BLITZ IN TUTTA ITALIA: DUE IMMIGRATI SFUGGONO AI CONTROLLI

Caccia alle cellule torinesi
dell’estremismo islamico

Polizia e carabinieri hanno effettuato 9 perquisizioni sotto la Mole
Obiettivo: verificare eventuali rapporti con i terroristi di Al Qaeda
Sequestrato materiale propagandistico, ora all’esame degli esperti
 

Massimo Numa
Nelle vecchie carte dell’operazione «Minareto» (’95-’97) e fra le pieghe di inchieste iniziate anni fa, con decine di persone iscritte nel registro degli indagati, ma mai sfociate nel processo, c’è la chiave per capire i retroscena dell’operazione di polizia e carabinieri nel cuore del fondamentalismo islamico.
Centinaia di perquisizioni in tutta Italia, coordinate dal Viminale, nove a Torino e provincia, 5 portate a termine dalla Digos, 4 da parte dei carabinieri. Mancano all’appello due extracomunitari oggetto del blitz. Pare che non risiedano agli indirizzi indicati dai documenti in mano agli 007 del Viminale. Insomma, sono spariti o forse hanno semplicemente cambiato casa. Nessuna accusa specifica nei loro confronti; semplicemente un controllo a vasto raggio per capire se, in questi anni, avessero continuato a coltivare amicizie pericolose o a frequentare le cellule fondamentaliste, legate alla Rete terrorista. Tutti giovani, i 9 uomini residenti in Piemonte. Età tra i 25 e i 35 anni, alcuni con il permesso di soggiorno, sposati, con figli e un lavoro regolare; altri sono invece clandestini, hanno il permesso di soggiorno scaduto e per questo scatteranno immediamente nei loro confronti le misure previste dalla legge Bossi-Fini.
Non parlano i capi della Digos di Torino («L’operazione è coordinata da Roma, e ha comunque principalmente una funzione preventiva», spiega il dirigente, il vice questore Giovanni Sarlo); né i responsabili della comunità marocchina, ormai sotto pressione da mesi. Tutti i perquisiti sono di nazionalità marocchina, tutti frequentavano le moschee di Porta Palazzo e dintorni. I più, quando è arrivata la Digos, stavano dormendo. Nessuno s’è ribellato, mentre gli agenti provvedevano a sequestrare documenti, videocassette, audiovisivi e altro materiale propagandistico della Jihad, definito dagli inquirenti «interessante, da valutare con calma nei prossimi giorni». Quasi tutti hanno avuto contatti con le «fabbriche» di documenti falsi, diffuse anche a Torino e nel resto del Piemonte. Soprattutto l’uomo che non è stato più individuato aveva contatti di un certo rilievo con il Gia, il gruppo terrorista algerino, da tempo assorbito nell’arcipelago della Rete, una volta ramificato tra Milano, Torino, Lione e la Spagna.
Così, allora, l’analisi degli inquirenti: «...Il fenomeno, socialmente rilevante, conseguente all’immigrazione incontrollata, è quello della fitta presenza di cittadini di origine maghrebina che, offrendo ampie possibilità di mimetizzazione, soprattutto nei luoghi di culto di fede islamica, permette l’infiltrazione e un sicuro riparto agli attivisti riconducibili alle organizzazioni terroriste». Parole profetiche, viste con il senno di poi. Adesso, passati gli anni, gli inquirenti hanno voluto percorrere a ritroso gli stessi sentieri. Obiettivo, ricostruire alleanze e complicità antiche e nuove.
I marocchini, dopo le perquisizioni, sono stati portati in questura e in caserma, interrogati a lungo e infine rilasciati. E’ stata una giornata lunga, per gli inquirenti. Nel mirino non solo Porta Palazzo, ma anche altre zone della città, da San Paolo a Mirafiori. Le perquisizioni si sono concluse solo nella tarda mattinata di ieri
Tra i documenti sequestrati, anche ritagli di riviste e giornali. Tema, gli ultimi attentati di Madrid e i raid sanguinosi in Iraq. Sotto il profilo investigativo, non dicono nulla. Potrebbero essere solo un sintomo, neppure troppo significativo, dello stato d’animo di moltissimi arabi, di fronte alla guerra e alla crisi palestinese.

  

03 Aprile 2004

LUCIA ANNUNZIATA: VOGLIONO PUNTARE SOLO SU MILANO E ROMA

«Tutto deciso sulla Rai
Torino resterà isolata»

Al pessimismo della presidente si contrappone l’ottimismo di Ghigo
«Con i parlamentari abbiamo in corso una forte azione per il rilancio»
 

Maurizio Tropeano
«Nel piano industriale che il consiglio d’amministrazione della Rai ha approvato martedì scorso con il mio voto contrario è prevista la trasformazione delle proprietà immobiliari dell’azienda a Roma e Milano. Si tratta della vendita di edifici storici come viale Mazzini e corso Sempione. Il ricavato sarà reinvestito nella costruzione di due grandi centri di produzione di Roma e Milano, e questo significa riduzioni importanti di sedi come Torino e Napoli». Lucia Annunziata, presidente della Tv di Stato, sceglie il palco del Lingotto dove si sta svolgendo il XXIII congresso delle Acli per lanciare il suo grido d’allarme sul futuro del centro di produzione subalpino.
Annunziata non si sbilancia sui numeri del piano industriale («E’ depositato in Commissione di Vigilanza in Parlamento») anche se le voci che rimbalzano da Roma parlano di uno stanziamento di 500 milioni in tre anni, cento immediatamente a disposizione delle due sedi per «il rafforzamento immobiliare». In quel documento non ci sarebbe traccia del futuro di Torino. La presidente conferma solo che «il cuore degli investimenti è concentrato su Roma e Milano. Il futuro di Torino è sospeso all’interno di una zona grigia e, visto come funzionano le zone grigie, sono pessimista sul ruolo della vostra città».
E’ veramente così? Domanda obbligata visto che nella serata di ieri arriva una precisazione dell’azienda che di fatto smentisce le affermazioni della presidente sostenendo che non ci sarà nessun depotenziamento della sede di Torino: «Nel piano industriale della Rai - si legge in una nota dell’azienda - non c’è alcun depotenziamento dei Centri di Produzione di Torino e di Napoli. Il piano di investimenti, oltre ai centri di Milano e Roma prevede interventi a Torino e Napoli».
Scommette su queste rassicurazioni il presidente della Regione Piemonte che contrappone al pessimismo dell’Annunziata il suo ottimismo. Enzo Ghigo è convinto infatti che «il futuro della Rai di Torino non è ancora stato determinato in senso negativo». Poi spiega: «Insieme ai parlamentari piemontesi, con cui stiamo elaborando proposte concrete, andremo nei prossimi giorni a Roma per incontrare il direttore generale Cattaneo e ho validi motivi per pensare che Torino sarà la capitale della sperimentazione del digitale terrestre e la sede del nuovo programma di informazioni sulla montagna Rai Alp». E l’ottimismo porta il Governatore a sollecitare la collaborazione della presidente Rai: «Visto il momento delicato e la trattativa aperta con il direttore generale Cattaneo, auspico di poter contare sul sostegno dell’Annunziata per un piano di rilancio della Rai torinese».
Anche il deputato della Margherita, Giorgio Merlo, componente della Commissione di Vigilanza, invita a «lavorare su fatti concreti. Il fatto che si parli di Roma e di Milano non mi preoccupa. Dobbiamo batterci per valorizzare le eccellenze disseminate sul territorio». Il Cda parla di centralità del prodotto e allora se si sceglie di spalmare questo criterio sul territorio Torino ha tutte le carte in regola». Il sottosegretario alla Giustizia, Michele Vietti, sottolinea come questa sia l’occasione per «tutti i parlamentari piemontesi di mettere in pratica la disponibilità a fare un’azione di lobbing fin dall’incontro con Cattaneo».
La palla, dunque, torna al direttore generale della Rai. A quell’incontro, che dovrebbe svolgersi nelle prossime settimane, guarda anche il sindaco. Sergio Chiamparino, però, non è ottimista: «Le dichiarazioni pessimistiche sul futuro della presenza Rai a Torino fatte dalla presidente Lucia Annunziata non mi sorprendono e riflettono quanto io stesso avevo denunciato una settimana fa, cioè che il piano industriale - dalle anticipazioni che avevo avuto - avrebbe contenuto solo cattive notizie per la nostra città». Aggiunge: «Ora è indispensabile accelerare i tempi per l’incontro con il direttore generale Cattaneo».
Mercedes Bresso, presidente della Provincia, però non si fida più di quelle che definisce «melliflue rassicurazioni di Catteneo». Il motivo? «Nel piano industriale l’Orchestra sinfonica di Torino verrebbe posta alle dipendenze delle sede regionale, privata del suo ruolo nazionale e avviata pertanto a morte sicura, mentre il Centro Ricerche, aggregato a una direzione romana, non avrebbe più il compito di procedere alla sperimentazione del digitale terrestre. Nel cinquantesimo anniversario della nascita della Rai a Torino si pongono dunque le premesse per celebrare il funerale della Rai di Torino».

 

05 Aprile 2004

IL RAID IERI ALL’ALBA: OTTO VETTURE DISTRUTTE, UNA VENTINA IRRORATE DI BENZINA, SFONDATA LA PORTA DI UN CIRCOLO

Porta Palazzo, teppisti danno fuoco alle auto
 

Angelo Conti
Alba di fuoco a Porta Palazzo. Otto auto sono state incendiate e completamente distrutte, altre venti sono state soltanto irrorate di carburante con evidenti finalità intimidatorie, la porta di un circolo è stata sfondata ed una vetrata spaccata. E’ accaduto fra le 4 e le 5 di ieri mattina nell’isolato fra corso Giulio Cesare, corso Emilia, corso Vercelli e il lungo Dora Napoli. I gesti di più esasperato teppismo nel tratto che si affaccia sul torrente, fra il Ponte Carpanini ed il Ponte Mosca, e su corso Giulio Cesare, all’altezza del numero 25.
In fiamme sono andate due Renault, due Daewoo, una Golf, una Fiat Regata, una Fiat Panda ed una Fiat Punto. A quasi tutte è stato frantumato il parabrezza e attraverso il foro è stata versata benzina nell’abitacolo. In diversi punti, per l’intenso calore, si è addirittura liquefatto l’asfalto «imprigionando» le carcasse delle auto.
Il circolo colpito è quello di corso Vercelli 3. Si tratta di un locale frequentato prevalentemente da extracomunitari, il cui presidente, però, aveva scelto una linea dura contro lo spaccio di droga, minacciando, con un cartello appeso proprio nel punto dove si è verificato il gesto teppistico, di «consegnare alla polizia» i soci sorpresi a spacciare «droghe pesanti» (di quelle leggere non si parla).
Proprio i pusher maghrebini, che controllano da anni lo spaccio lungo questo isolato, sono i principali sospettati dell’accaduto. «Qualche settimana fa - raccontano gli inquilini di un palazzo che si affaccia su corso Giulio Cesare - abbiamo denunciato due spacciatori che, più che vendere, trafficavano robuste quantità di stupefacente, persino scaricandole da un furgone. E’ arrivata la polizia, sono stati arrestati. Ma la loro detenzione è durata appena una decina di giorni. Poi li abbiamo rivisti qui sotto, impegnati nel lavoro di sempre. Quando si accorgono che li guardiamo, sorridono. Sanno che, comunque vada, nessuno gli toglierà il lavoro. Pensiamo che gli incendi di ieri mattina possano essere una vendetta per quell’episodio».
Ma, a raccogliere le voci del borgo, questa non è la sola ipotesi. Qualcuno, intimorito, mostra alcune scritte che sono comparse recentemente sui muri: «Viva Saddam», «Assassini». E qualcuno mette in collegamento quei roghi con la morte dei tre terroristi maghrebini a Madrid, avvenuta solo poche ore prima del raid incendiario.
La protesta della gente, qui, è comunque corale. «S’era detto e ripetuto che proprio questa zona, quella di fronte al Ponte Mosca, sarebbe stata monitorata con delle telecamere. Non sappiamo dove siano esattamente ma, considerato che il raid è durato molti minuti, abbiamo il sospetto che fossero spente. Quella delle telecamere è una risorsa alla quale stiamo comunque pensando anche a livello condominiale. E’ forse la sola strada per scoraggiare le violenze sul marciapiede di casa. Il garante della privacy? Lo temiamo molto meno di questi delinquenti».


 

08 Aprile 2004

I DATI DELL’ATC: LA FIBRA PRESENTE IN SETTE PALAZZI SU DIECI

il caso

Emergenza amianto nelle case popolari

Alessandro Mondo

Per una radicale bonifica servirebbero sessanta milioni di euro
L’agenzia avverte la Regione: se non intervenite finanziariamente
dal 2007 saremo costretti a sospendere il piano di smaltimento
 

PENSI all’amianto e ti immagini l’imbuto dell’Amiantifera di Balangero o gli operai al lavoro nelle ex-officine ferroviarie, candidati all’absestosi e al mesotelioma pleurico. Invece il nemico vive in mezzo a noi. Si trova sotto i tetti, nei pannelli delle facciate, lungo le tubature dell’acqua e del riscaldamento, nelle canaline e nelle canne fumarie, in alcuni tipi di pavimenti. Fuori e dentro gli alloggi. Puoi vederlo e non vederlo l’amianto, conviverci per decenni senza sospettarne la presenza. E quando qualcuno si prende la briga di andarlo a cercare, salta fuori da ogni interstizio trasudando come una maledizione.
E’ il caso dell’Agenzia territoriale per la casa, alle prese con un patrimonio immobiliare dove dire che l’amianto è di casa suona come un eufemismo. I dati sul programma di monitoraggio e smaltimento avviato dall’Istituto nel ‘99, resi pubblici dopo la scoperta di pannelli di fibroicemento in amianto negli stabili popolari di via Cuneo (Barriera di Milano), parlano chiaro: su 1.268 fabbricati ispezionati, corrispondenti a 3.278 scale, 875 hanno rilevato la presenza di componenti in amianto. Parliamo di una percentuale del 69,1%, scorporata nei dati relativi ai campioni prelevati tanto nelle parti comuni quanto all’interno dei singoli alloggi: la punta dell’iceberg rappresentato da un patrimonio immobiliare forte di 32.268 alloggi a Torino e Provincia; quanto basta e avanza al presidente dell’Atc Giorgio Ardito per bussare alla porta della Regione chiedendo i quattrini indispensabili a portare avanti il costoso piano di monitoraggio, bonifica o messa in sicurezza. Se è il caso, istituendo una «tassa di scopo». «Abbiamo calcolato che la bonifica totale del nostro patrimonio comporterebbe un investimento di 60 milioni di euro - dice Ardito scartabellando tra le decine di faldoni in cui si articola il «report» -. Ovviamente è una cifra teorica, considerato che la legge prevede di intervenire solo in caso di deterioramento del materiale, ma anche così c’è poco da stare allegri: fino al 2006 confidiamo nelle nostre risorse. Dal 2007, esauriti i piani di vendita degli alloggi, dovremo sospendere il programma in corso. Questione di numeri: con un canome medio di 95 euro anche la bonifica dell’amianto diventa un lusso al di là della nostra portata».
Per il momento Atc rinnova a tutti gli inquilini l’invito di segnalare tempestivamente qualsiasi sospetto sulla presenza di amianto. Conferma l’architetto Ero Braghini, responsabile per la Manutenzione: «Siamo attrezzati per muoverci subito. Sta accadendo a Collegno con la bonifica dell’amianto floccato, il più pericoloso». Torino non fa eccezione, anzi: dagli accumuli nei sottotetti alle coperture in eternit, dalle canaline ai pavimenti in vinile salta fuori ovunque. Talora la presenza dell’intruso è insospettabile: fanno fede i pannelli scoperti nei bagni degli stabili di via Cuneo, prodotti dalla Eternit negli Anni ‘70 e resi uguali agli innocui truciolati dalla verniciatura a caldo. Nemmeno il prossimo abbattimento della «torre» in via Artom 99 prescinde dalla bonifica del materiale, che unisce come un filo rosso tutti i quartieri popolari. L’emergenza vale oggi come ieri: il caso Falchera insegna.
Questo non significa che il discorso sia una prerogativa dell’Edilizia residenziale pubblica: l’equazione case popolari uguale amianto è troppo grossolana per trovare qualche riscontro. Più semplicemente, l’Agenzia ha messo il dito in una piaga condivisa in silenzio dall’«altra Torino». Lo precisa Ardito. Una conferma arriva dall’Arpa, che ricorda come il «pianeta amianto» sia ancora in gran parte sconosciuto: l’unico censimento in Italia, disposto dal ministero della Sanità, data al ‘96-’97 e si basava sull’autocertificazione da parte degli inquilini sulla presenza reale o sospetta di amianto. Poi buio completo fino al 2003, quando il decreto di un altro ministero - quello dell’Ambiente -, ha delegato alle Regioni una mappatura del fenomeno, tuttora nel cassetto delle buone intenzioni.
 

 
08 Aprile 2004

CGIL, CISL E UIL PRONTE ALL’AZIONE LEGALE PER ESTENDERE LE ESENZIONI SUI FARMACI. L’ASSESSORE: IL PRONTO SOCCORSO SOLO IL PRIMO PASSO

Scontro sui ticket sanitari della Regione

I sindacati: «Patti non rispettati»
 

Maurizio Tropeano
«L’abolizione del ticket di Pronto Soccorso, pur essendo un gran risultato, è solo una parte di quello che prevedeva inizialmente l’intesa. La giunta regionale non ha rispettato i patti sottoscritti sulla sanità. Siamo pronti alla mobilitazione». Piero Valpreda, segretario regionale della Uil, sintetizza così la decisione delle tre organizzazioni di riprendere le azioni contro l’esecutivo guidato da Enzo Ghigo. Silvana Tiberti (Cgil), spiega: «Purtroppo dobbiamo prendere atto che il Governatore e i suoi assessori hanno rotto l’unico tavolo di concertazione ancora aperto. Questo modifica il quadro complessivo delle relazioni sindacali. Credo che presto rilanceremo iniziative contro il declino economico e per la modifica dello Statuto». Una delle prime azioni sarà «l’organizzazione dell’azione legale contro la delibera che fissa i criteri di esenzione dal pagamento del ticket sui farmaci», spiega Giovanna Ventura (Cisl). I tre sindacati metteranno a disposizione i loro studi legali per «tutti i cittadini che vorranno presentare un ricorso contro quei criteri che discriminano i piemontesi. Siamo sicuri di vincere perché il provvedimento è limitato ai soli pensionati Inps con un unico reddito inferiore a 516 euro. Puntiamo anche ad ottenere il rimborso dei pagamenti impropri di questi due anni».
Insomma, muro contro muro, anche se c’è da registrare che nel tardo pomeriggio di ieri l’assessore alla sanità, Valter Galante, lancia un messaggio distensivo: «Ogni decisione politica spetta alla giunta. Credo che saranno certamente variate le incongruenze che riguardano i pensionati con più di 65 anni non Inps e con unico reddito non superiore a 516 euro». Poi precisa: «Non sono stati inoltre previsti aumenti sui ticket delle visite specialistiche ambulatoriali».
Basterà questo a ricucire i rapporti con i sindacati oppure sarà necessario un intervento del presidente, Enzo Ghigo? Difficile dirlo anche se il malessere di Cgil, Cisl e Uil è forte. «Nel giro di 24 ore - spiega Ventura - Ghigo e i suoi assessori hanno disatteso un’accordo concertato sottoscritto dal direttore generale dell’assessorato alla sanità. Un’intesa che completava una serie di accordi firmati prima con l’assessore D’Ambrosio, poi con Ghigo e infine con lo stesso Galante per la modifica dei criteri di esenzione che sono chiaramente discriminatori». Così si arriva al 31 marzo quando i responsabili dei sindacati firmano con il direttore generale, Luigi Robino, un verbale di concertazione in tre punti. In 17 righe è prevista oltre all’abolizione dei ticket sul pronto soccorso anche la revisione dei criteri di esenzione che vengono estesi a tutti i pensionati di età superiore ai 65 anni con un reddito annuo sino a 8263,31 euro che diventano 11362 in presenza di coniuge. Il provvedimento è valido per tutti i pensionati indipendentemente dal trattamento pensionistico percepito. L’intesa prevede anche l’abolizione del ticket fisso regionale per confezione per i medicinali a brevetto scaduto.
Per i sindacati, dunque, era tutto scritto nero su bianco al punto che decidono di convocare una conferenza stampa per annunciare «importanti cambiamenti nella sanità piemontese». «Invece ci siamo ritrovati - spiega Valpreda - un provvedimento monco, limitato all’abolizione dei ticket sul pronto soccorso ma evidentemente efficace per la prossima campagna elettorale di Ghigo». Aggiunge il segretario della Uil: «E’ evidente il ridimensionamento di Galante che non riesce a mantenere fede ad un impegno preso con i sindacati. Ghigo ha fatto una scelta politica che modifica il quadro delle relazioni sindacali».
Le dichiarazioni di Valpreda fotografano l’andamento della Giunta di martedì. In quella sede il Governatore ha espresso la necessità di una preventiva informazione agli assessori e di una scelta collegiale prima di annunciare, e soprattutto di far annunciare da altri, qualsiasi tipo di provvedimento. Perplessità sono state espresse anche da molti altri assessori. Così alla fine è passato solo il via libera all’abolizione del ticket sul pronto soccorso che di fatto non avrebbe comportato oneri aggiuntivi per le casse regionali. Insomma, il primo passo falso dell’assessore. Galante si limita a spiegare: «La Giunta ha individuato come primo provvedimento da applicare quello relativo ai ticket del pronto soccorso, rimandando a una ulteriore fase di approfondimento gli altri provvedimenti».

 

10 Aprile 2004

BATTAGLIA LEGALE TRA DUE PAESI. L’ITALIA: INDIZI ANCORA TROPPO DEBOLI

Torino entra nell’indagine sulla strage a Casablanca

La procura del Marocco: un presunto terrorista abitava sotto la Mole
 

Massimo Numa
Gli attentati di Casablanca (maggio 2003) e di Madrid (11 marzo), costati centinaia di morti, sono stati compiuti - ormai è certo - da estremisti islamici organizzati nel Gruppo Islamico Combattente Marocchino. Alcune cellule del Gicm, nato nel dicembre 1999 a Istambul sono da tempo attive anche in Italia e anche a Torino, punto di partenza (luglio 2001) per i campi d’addestramento di Al Qaeda in Afghanistan, a cura del cosiddetto «ramo libico», tuttora radicato in Piemonte. Sino a ieri si conoscevano i nomi di tre giovani maghrebini finiti poi a Guantanamo. Nelle ultime ore, dalle strutture dell’Antiterrorismo, è filtrata la notizia dell’esistenza di un quarto «combattente» di nazionalità marocchina ma residente da anni a Torino, addestrato tra il 2001 e il 2003 nei campi della Rete di Bin Laden. Sino a ieri, uno sconosciuto: 25 anni, permesso di soggiorno, le solite amicizie con i connazionali già espulsi per i loro legami con il terrorismo, nel novembre 2003. Nulla di più.
Il ruolo del Gicm in Europa lo disegna il procuratore generale presso la corte d’appello di Rabat, Hassan El Oufi, che ha firmato l’ordinanza internazionale per la cattura di 14 cittadini marocchini, accusati di avere, a vario titolo, partecipato agli attentati di Casablanca. Nell’ordinanza, affidata agli inquirenti italiana, compaiono i nomi di Youness Alami; Houssaine Haski; Mohamed Achemlal; Khalid Lamhouli; Karim Bouchairi; Mohamed Aluane; Foaud Charqali; Bachir Ghamid; Mohamed Rauoiane; Abdelkader Hakimi; Abdellah Chahid; Mostafà Baouchi; Hamid Slimi e Khalid Bouloudou. Tre sono stati individuati in Italia. Uno, Raouiane, ha vissuto a Torino per 10 ann prima di trasferirsi, alla fine del 1999, a Varese; altri due (Aloane e Bouloudou) sono stati segnalati a Torino e a Firenze. La loro attività, secondo la magistratura di Rabat, è sintetizzata nell’ordinanza internazionale per cattura: «...Dal verbale della polizia di Casablanca n.3695 del 3 agosto 2003, oggetto della pratica penale n.763/03/22, risulta che il nominato Raouiane Mohamed e compagni sono stati incaricati dal Gicm per cercare altri nuovi membri del Marocco per eseguire il loro piano terroristico tendente a creare uno stato “Imara” come hanno fatto i Talebani. Ricevevano contributi finanziari dall’estero, in particolare dall’Inghilterra e dall’Italia e usavano passaporti falsi lasciare il territorio nazionale, inoltre fornivano passaporti falsi ai membri che si trovavano all’estero per lasciare il territorio nazionale...».
Nell’ottobre scorso, Mohamed Raouiane, sul cui conto, addirittura nel ‘94, era già stato aperto un fascicolo a Torino dall’Antiterrorismo, è stato arrestato dalla Digos. Mesi di carcere, in attesa della temutissima estradizione. Sino a quando la corte d’appello di Milano, alla fine del marzo scorso, ha deciso di respingere la richiesta delle autorità marocchine, ritenendo le accuse «insufficienti e troppo generiche». La procura generale di Milano ha però presentato ricorso in Cassazione e, per il marocchino, che per i giudici di Rabat ha la residenza ancora a Torino, i prossimi saranno mesi di paura. Spiega il suo avvocato di fiducia, Luca Bauccio: «Non so nulla di eventuali collegamenti con gli altri ricercati. A noi interessava semplicente difenderlo dal pericolo dell’estradizione. Credo che gli elementi raccolti dagli inquirenti marocchini siano esigui. Raouiane non ha commesso alcun reato, tantomeno in Italia».
Sulla carta d’identità è indicata la professione di operaio ma, dopo il trasferimento in Lombardia, il ricercato, sposato e con due figli, avrebbe organizzato un piccolo commercio di immagini e testi religiosi, in stretto contatto con l’Imam di Varese. Adesso ha paura. «Non delle autorità italiane, ovviamente - spiega il legale - ma dei suoi connazionali. Soprattutto in tempi come questi».

 

 

10 Aprile 2004

IL PIANO DI CONTROLLI DEGLI OBIETTIVI SENSIBILI

A messa con le forze dell’ordine
La Sindone sorvegliata speciale
 

Angelo Conti
L’allarme del Sismi che ha sottolineato i rischi di un attentato nell’area di Roma (dove è stato introdotto, in questi giorni, persino il divieto di sorvolo) non poteva non toccare, seppur indirettamente, anche Torino, dove è ospitato uno dei simboli della Cristianità, la Santa Sindone. Il sacro lenzuolo potrebbe - proprio per la notorietà che riscuote a livello mondiale - essere obiettivo di un gesto eclatante.
Il Duomo, che fra l’altro si trova proprio a ridosso dell’area a maggior densità islamica della città, è dunque discretamente controllato dalle forze dell’Ordine. Proprio per non offrire occasioni d’allarme per i fedeli, carabinieri e polizia hanno optato per servizi intermittenti, mantenendo comunque sempre piazza San Giovanni nei percorsi delle gazzelle e delle volanti in servizio nella zona centrale. Alla normale attività, polizia e carabinieri hanno affiancato anche un’azione preventiva con un potenziamento delle forze impegnate in tutta l’area urbana, facendo anche ricorso al personale normalmente impegnato negli uffici amministrativi.
Oltre che in piazza San Giovanni, controlli sono stati programmati nei luoghi normalmente più frequentati durante le festività: la Mole Antonelliana e Palazzo Reale, nonchè l’aeroporto internazionale di Caselle. Sotto osservazione anche l’aeroclub di Corso Marche, nei pressi del quale ha sede l’Alenia, un altro dei cosiddetti «obiettivi strategici».
Carabinieri di quartiere e pattuglie appiedate della polizia sorveglieranno, inoltre, San Salvario e le vie prevedibilmente più affollate: via Roma, via Po, via Garibaldi, via Nizza ma anche i parchi cittadini, il Valentino, la Pellerina, il Ruffini, la Tesoriera e il Colletta. Particolari attenzioni anche per le stazioni ferroviarie di Porta Nuova, Porta Susa e Lingotto.
Il colonnello Cosimo Damiano Apostolo, comandante provinciale dell’Arma, ha disposto anche servizi volanti nei pressi di alcune chiese proprio in occasione delle messe pasquali. Nei giorni scorsi, proprio i carabinieri del comando provinciale avevano anche effettuato una serie di controlli, in chiave di controllo dell’immigrazione, nei principali mercati della città. Sotto la lente dei militari soprattutto piazza Bangasi, dove è da tempo segnalata l’infiltrazione di bande di malviventi extracomunitari, soprattutto slavi ed albanesi. Giovedì mattina è stata invece la volta di piazza della Repubblica dove, accanto alle normali verifiche nel mondo della comunità islamica, è stata anche portata a termine un’azione antiborseggio, per disturbare i piccoli malviventi (soprattutto sudamericani e maghrebini) che sono specializzati nel far sparire i portafogli dalle borse delle signore che fanno la spesa. Più in generale tutta la città è stata interessata da retate di clandestini, con particolarme riferimento alle prostitute del quartiere Mirafiori ed ai sospetti pusher di San Salvario, molti dei quali sono stati prima arrestati e poi rimpatriati, come prevede la legge Bossi-Fini.
 

 

14 Aprile 2004

Italia, l’altra faccia della malattia


Le migrazioni riportano
antiche epidemie
Gli stili di vita diffondono
nuovi disturbi, dal panico
a mobbing e anoressia

La lotta al cancro
con le campagne
di prevenzione
aumenta le probabilità
di sopravvivenza

IL LIBRO
 

Saverio Luzzi
LE patologie di antico radicamento sono ormai una realtà sempre più marginale nella patocenosi italiana. Ovviamente esistono ancora i malati di malaria, i tubercolotici e gli affetti da patologie veneree, ma ormai queste malattie sono ottimamente controllabili grazie ai progressi farmacologici e al miglioramento della rete assistenziale. Tuttavia, si sa che ogni grande mutamento della storia sociale ha riflessi sul quadro della salute. Nel 1984 vennero notificati nel nostro paese 286 casi di malaria. Nel 1994 essi furono 784, per poi calare a 560 due anni dopo. Non è sufficiente spiegare tale andamento della morbilità malarica con gli aumentati viaggi degli italiani in paesi esotici. L’elemento rilevante che motiva l’aumento dell’incidenza di questa malattia è l’arrivo in Italia di migranti provenienti dall’Africa e da altre zone a rischio.
Un discorso non dissimile va fatto per la morbilità tubercolare, che nel medesimo arco di tempo in sostanza è rimasta invariata (circa 4200 nuovi casi annui). Una volta di più si ha la conferma che la salute è legata alle appartenenze sociali (negli anni settanta si sarebbe detto, per la verità non sbagliando, che «la salute è di classe»): i migranti afro-asiatici, infatti, sono a volte portatori di patologie divenute di scarsa importanza in Italia. Tale quadro non presenta rischi significativi per gli italiani, ma non va ignorato che le cattive condizioni in cui molti migranti sono costretti a vivere, drammaticamente simili a quelle esposte parlando della migrazione interna nell’Italia del boom (abitazioni malsane e sovraffollate, precarie condizioni igieniche e similari) agevolano l’incremento di talune malattie infettive. Si profila perciò il dovere da parte dello Stato (e, quindi, del SSN) di tutelare queste nuove collettività non autoctone, cui va garantito quel diritto di cittadinanza base che è il diritto alla salute, nella medesima misura in cui è garantito a chi nasce in Italia.
Se le patologie veneree sono abbastanza diffuse, pur se in forme molto più blande della vecchia sifilide, nel giugno 2002 l’Italia è stata dichiarata una nazione ufficialmente libera dalla poliomielite. Altri successi sono stati conseguiti nella morbilità tetanica e da epatite B, quest’ultima anche grazie all’obbligatorietà della vaccinazione per neonati ed adolescenti prescritta dalla legge 165 del 1991.
Le patologie della modernità dimostrano invece tutta la loro capacità di incidere nella determinazione del quadro sanitario nazionale. Si è già detto che le affezioni cardiovascolari e tumorali sono sempre le principali cause di mortalità in Italia, e ora si evidenzia che l’incidenza degli eventi coronarici maggiori per individui di età compresa tra i 25 e i 74 anni crebbe fino al 1980 (46.154 casi stimati), per poi scendere fino ai 32005 casi stimati del 2000. I modelli previsionali indicano la possibilità di un ulteriore calo dell’incidenza degli infarti per i prossimi anni, unita a una maggiore possibilità di sopravvivenza a questo tipo di patologie. Per quanto riguarda il cancro, se i tassi di mortalità hanno mostrato una tendenza a una lieve ma costante discesa durante tutti gli anni novanta, altrettanto non può dirsi per l’incidenza. Sono valutabili in circa 270000 le nuove diagnosi neoplastiche annue nel nostro paese; per esse, nei prossimi anni, si prevede un aumento, considerato l’invecchiamento medio della popolazione. In questi ultimi anni è cresciuta la morbilità dei tumori del colon-retto, della mammella e della prostata, mentre è calata quella del cancro del polmone e dello stomaco. La migliore capacità diagnostica e terapeutica di queste malattie (e un’aumentata attenzione verso la prevenzione) è testimoniata dal fatto che nel 1978 solo il 27% degli uomini e il 45% delle donne sopravviveva per almeno cinque anni alla diagnosi tumorale, mentre nel 1994 si è saliti rispettivamente al 40 e al 56%. Anche il diabete continua a essere una malattia a elevata incidenza, interessando non meno di due milioni di italiani9.
Alla metà degli anni ottanta, la modernità si presentò mostrando un volto che atterrì l’Europa. Nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1986, durante lo svolgimento di alcune operazioni di manutenzione, si verificò un incidente nella centrale nucleare Lenin di Cernobyl, Ucraina, nell’allora Urss. La fuoriuscita di materiale radioattivo fu estremamente abbondante, ed in pochi giorni, trasportato dalle correnti, esso si estese in tutta Europa. La nube radioattiva giunse sui cieli del nostro paese il 30 aprile. Gli italiani – ma, in verità, non solo loro – furono colti dalla psicosi. Verdure, latte, formaggi e carne erano gli alimenti che avevano la maggiore proprietà di assorbire le particelle radioattive. Esse furono viste alla stregua di moderni untori. Il 2 maggio, il MdS emanò due ordinanze con le quali vietò: la vendita di verdure a foglia larga; la somministrazione ai bambini ed alle donne incinte di latte fresco e di quello pastorizzato e/o Uht prodotto prima della data di conservazione; l’importazione dai paesi più prossimi alla zona dell’incidente di alimenti animali e vegetali. Anche i prodotti dell’area dell’allora Cee furono sottoposti a controlli severi. I cittadini iniziarono a familiarizzare con nomi fino ad allora sconosciuti: iodio 131 e 132, stronzio, cesio 134 e 137. Fino ad allora nessuna casalinga e nessun impiegato avrebbe mai pensato che nella propria quotidianità potessero entrare termini come «radionuclidi» o «nanocurie». L’incremento della concentrazione delle sostanze sopra elencate in tutti gli anelli della catena alimentare fu evidente, anche se le dosi assorbite dagli italiani furono piuttosto ridotte. Tuttavia, come è stato ricordato in un convegno svoltosi presso il Cnr a Roma, era pur vero che i rischi per la salute umana derivanti da esposizioni relativamente limitate non erano – e forse non sono – mai state determinate con chiarezza e ciò non ci consente di determinare appieno la possibile presenza di effetti tardivi sulla salute umana. \
Nel primo capitolo di Salute e Sanità si è parlato di Alzheimer e Parkinson e dell’importanza degli incidenti stradali per la salute pubblica. Ora si torna sulle malattie della terza fase per ricordare il grande rilievo che hanno assunto in questi ultimi anni le patologie legate ai disturbi alimentari, il cui aumento in una certa misura può essere fittizio – emergente, cioè, più dall’aumentata attenzione al fenomeno che non da un reale incremento di morbilità – ma non è spiegabile esclusivamente in tal modo. Uno studio di alcuni anni fa ha parlato di una morbilità da disturbi alimentari che interessa non meno dell’8% della popolazione complessiva, con un’incidenza dalle dieci alle venti volte superiore per le donne rispetto agli uomini. L’ultima Relazione sullo stato sanitario nazionale ha confermato questo quadro, arricchendolo di dati e considerazioni. I motivi della grande diffusione di bulimia e anoressia non risiedono in fattori né biologici né ambientali, ma hanno quasi sicuramente la loro origine in ambito socio-relazionale e psichico. Hilde Bruck, forse la massima studiosa del fenomeno, ha evidenziato come l’anoressia trovi terreno fertile nelle distorsioni del rapporto genitori-figli, da cui scaturirebbe un disturbo di autopercezione.
Sempre dall’ambito relazionale e psichico provengono affezioni che in questi ultimi dieci-quindici anni hanno conosciuto un boom: disturbi ossessivo-compulsivi, attacchi di panico, forme di ansia di vario genere (che interessano attualmente non meno del 7% degli italiani). È difficile spiegare i motivi del grande fiorire di patologie legate alla sfera mentale. Anche in questo settore può esservi stato un aumento fittizio dell’incidenza patologica: per esprimerci in modo brutale, 30-35 anni fa una persona che avesse manifestato sintomi da attacchi di panico, agorafobie e forme ansiogene nella quasi totalità dei casi sarebbe finita in un manicomio ove sarebbe stata etichettata come «matta». Oggi, capita la dannosità delle terapie custodialistiche, il peso reale e i gradi di gravità delle malattie mentali possono essere meglio compresi. Ricordato ciò, pare che i motivi dell’incremento della morbilità da patologie mentali lievi possano comunque risiedere nell’alto grado di competitività della società in cui viviamo e nell’aumento del senso di inadeguatezza rispetto ad essa.
Anche le malattie professionali sono condizionate da nuove forme di disagio figlie della esasperata tensione interna ai rapporti sociali. In questi ultimi anni si è iniziato a parlare di mobbing, una pratica consistente in un insieme di prevaricazioni psicologiche che il datore di lavoro (mobber) pone in essere contro uno o più dipendenti (i mobbizzati) da lui non più desiderati, al fine di creare in essi una situazione di malessere psicologico che, prima o poi, li induca ad abbandonare il posto di lavoro. Il lavoratore mobbizzato può alla lunga manifestare disturbi che vanno da banali forme di nevralgia e tachicardia a disturbi post-traumatici da stress. Si è valutato in un milione il numero dei lavoratori italiani mobbizzati. Tale valutazione appare esagerata, ma di certo il mobbing è un fenomeno in crescita, favorito dalla strutturazione del settore terziario e della flessibilità del lavoro, due fattori che quasi sempre hanno modificato i rapporti tra imprese e prestatori d’opera in un senso sfavorevole a questi ultimi, divenuti via via più precari e più esposti a forme di prevaricazione. I lavoratori tuttavia continuano anche ad essere esposti ai rischi «tradizionali».
 

 

 

15 Aprile 2004

Il piromane colpisce alla Gran Madre

Danneggiati altre cinque automobili e un camper
 

Angelo Conti
Il piromane è tornato a colpire l’altra notte: cinque auto e un camper sono andati distrutti. Sulla sua strada, però, da ieri c’è il «carabiniere antipiromane». E’ la carta giocata dal comandante provinciale dell’Arma, colonnello Cosimo Damiano Apostolo, per cercare di mettere un freno agli incendi dolosi di vetture che si stanno susseguendo in città. «Pattuglie in borghese - spiega l’alto ufficiale - gireranno per tutti i quartieri della città tenendo d’occhio le persone e le situazioni sospette. In caso, malaugurato, di altri incendi, potranno comunque essere subito sul posto, per cercare di raccogliere tutti gli elementi utili alle indagini in corso».
L’ultimo allarme ieri mattina all’alba, quando in precollina, sull’asse di via Moncalvo, ma anche nelle immediate adiacenze, sono state incendiate le cinque vetture ed un camper. Tre auto (una Bmw, una Stilo ed una Volvo) sono andate completamente distrutte, altre due (una Ka ed una Fiesta) sono state danneggiate, al pari del camper. Non è stata accertata nessuna relazione fra i proprietari dei mezzi, tutti residenti nelle immediate vicinanze: il piromane ha scelto a caso. Come le altre volte.
Il raid in precollina è il quinto di questo mese in città. Il primo, fra il 3 ed il 4 aprile, intorno alle 5 del mattino, a Porta Palazzo: otto auto bruciate in corso Giulio Cesare, corso Vercelli, corso Emilia, e nei pressi dei ponti Carpanini e Mosca. Il secondo, la notte fra il 5 ed il 6 aprile, a San Donato: sette auto in fiamme fra via Talucchi e via Piffetti. Il terzo, la notte fra il 6 ed il 7 aprile, a Santa Rita: sette auto distrutte fra corso Agnelli e via San Marino. Il quarto nella notte fra Pasqua e Pasquetta, alle 2, nel quartiere a Madonna di Campagna: tre vetture in fiamme. L’ultimo, ieri mattina alle 5,20, in zona Gran Madre.
Il modus operandi appare simile, con differenze sostanziali soltanto in relazione all’orario. E’ stata sempre usata benzina, di solito sparsa sui pneumatici, ma anche versata all’interno dell’abitacolo dopo avere infranto il parabrezza. La mano potrebbe essere la stessa in quattro dei cinque assalti (quello di corso Venezia presenta qualche anomalia), mentre si stanno esaminando, in queste ore, tutte le registrazioni delle telecamere a circuito chiuso collocate nelle zone degli incendi. Soprattutto quelle delle banche e delle caserme.
I carabinieri, che gestiscono la parte più consistente delle indagini, non sembrano affatto sicuri che tutti i roghi siano riconducibili allo stesso responsabile: «Accanto all’ipotesi di un piromane autentico, che gode nell’appiccare il fuoco e che gode magari anche nel vedere i tentativi di spegnerlo - spiegano al Reparto Operativo - non possiamo tralasciare anche altre ipotesi di lavoro. Innanzitutto ci sono bande di ragazzi che girano per la città, anche nelle ore notturne, che potrebbero essere autori di bravate come queste. Poi non possiamo nemmeno scartare la possibilità dell’effetto domino: le gesta di uno squilibrato che contagiano altri. Se fosse così sarebbe difficile venirne a capo, prima dell’esaurimento del fenomeno».
Quali accorgimenti mettere in pratica per evitare di ritrovarsi l’auto incendiata? I carabinieri invitano ad usare soprattutto il buonsenso: «Ovvio che è preferibile parcheggiare in una zona illuminata piuttosto che in una buia. Come è ovvio che ci sono quartieri obiettivamente più a rischio, anche se proprio gli ultimi roghi in precollina, potrebbero far ritenere che nessun luogo è realmente sicuro».
Ma l’arma migliore resta quella della prevenzione. «Piromani che compiono simili gesti si muovono con al seguito taniche o almeno bottiglioni di benzina. Ed è impensabile che abbiano sempre la fortuna di farla franca. L’invito è dunque quello di giocare d’anticipo: se qualcuno pensa di avere intravisto un potenziale piromane chiami il 112. Le pattuglie in borghese e le “gazzelle” effettueranno immediatamente un controllo».
 

horizontal rule

Gli articoli sono stati pubblicati dal quotidiano "LA STAMPA"

horizontal rule

Home     Sommario     Top