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Democrazia senza libertà, di Fareed Zakaria

Democrazia senza libertà è stato pubblicato negli USA nell’aprile 2003 ed è subito entrato nelle classifiche dei best seller, e qualche mese dopo, tradotto e pubblicato in lingua italiana da Rizzoli.

Scritto da Fareed Zakaria, un americano di origine indiana, studioso di politica internazionale presso il Council of Foreign Relations ed è stato direttore della prestigiosa rivista “Foreign Affairs” e dirige oggi l’edizione internazionale di “Newsweek”.

L’autore ci offre riflessioni che derivano da reali esperienze dei popoli che sono applicabili attualmente anche alla nostra situazione socio-politica.

Attraverso esperienze di tutti i tempi antichi ed attuali, viene evidenziato come non si debba dare per scontato che la democrazia sia sinonimo e garanzia di libertà e, attraverso un percorso storico, mette in evidenza come la tanto lodata democrazia ateniese si basasse sul lavoro degli schiavi e come Hitler giunse al potere attraverso il voto dei suoi concittadini.

Evidenzia inoltre come la democrazia da sola non basti a garantire i fondamenti del liberalismo che si ritiene essere alla base della moderna civiltà occidentale ma perché la democrazia funzioni davvero, deve accompagnarsi ad una diffusa consapevolezza civile e ad un certo benessere.

Per questo il voto universale non è di per sé garanzia di libertà e come, in alcuni paesi del terzo mondo, nonostante il voto siano scivolati in dittature che hanno inasprito la loro povertà.

Da questo rischio però non è esente nemmeno il “ ricco” occidente, poiché secondo l’autore la democrazia oggi tende a deteriorarsi in demagogia e illiberalità.

E’ opportuno quindi riflettere sui limiti per poterne interpretare i pericoli: l’ascesa al potere di estremismi e totalitarismi, specialmente ora per lo strapotere dei media come informazione di massa, da cui per ora è esente internet, non ancora irreggimentato.

Studiando la situazione ambientale, l’autore ritiene inoltre che sarebbe pericoloso esportare la democrazia nel medio oriente di oggi.

 

Una breve nomenclatura si può estrapolare da questo lavoro

Democrazia: libere e regolari elezioni

Democrazia liberale: libere e regolari elezioni, ma anche tutela delle libertà fondamentali di parola, di associazione, di religione e di proprietà.

Liberalismo costituzionale: Garanzie costituzionali per garantire il diritto di ciascun individuo, alla vita, alla proprietà, alla libertà di religione e di parola.

 

Esaminando il percorso della libertà dell’uomo,  l’autore evidenzia come la conformazione geografica sia fattore di libertà in quanto territori senza barriere siano stati facilmente invasi (Russia, Africa). Nell’Europa occidentale barriere naturali hanno protetto culture profondamente diverse fra loro: persone, idee, tendenze artistiche, tale eterogeneità è stata importante occasione di competizione fra gli Stati, che produsse innovazione ed efficienza nell’organizzazione politica, tecnologica, militare e nella politica economica e come il tutto esitò nel “miracolo europeo”.

La centralizzazione della esazione delle tasse, invece, produsse il rafforzamento dello Stato che ostacolò il diffondersi delle libertà civili poiché ad  uno stato forte corrisponde una società civile debole.

Fattori socio-economici possono influenzare la vera democrazia poiché essa deve essere accompagnata dalla rinascita del ceto borghese e non da proventi derivanti da risorse naturali (es. petrolio), o peggio da assistenzialismo che produce una classe imprenditoriale debole, sottomessa.

Lo Stato forte produce scarse libertà imprenditoriali.

Lo sviluppo economico deve partire da sviluppo dell’agricoltura, poi produrre l’industria, e infine dar luogo alla fornitura di servizi.

In sintesi, le ricchezze che non derivano dal lavoro sono controproducenti perché ostacolano lo sviluppo di istituzioni politiche, impediscono l’instaurarsi di sistemi, di leggi, e di burocrazie moderne.

La crescita economica che deriva dal lavoro è fattore decisivo per richiedere con forza allo stato diritti civili di libertà di stampa e di impresa, e per imporre leggi che favoriscano le richieste dei consumatori.

 

In questo lavoro, viene anche esaminata quella che l’autore definisce “l’eccezione islamica” in cui mentre nel mondo occidentale il liberalismo ha alimentato la democrazia, negli stati arabi, il liberalismo ha prodotto regimi dittatoriali che hanno incrementato il terrorismo. Non che siano contrari al voto ma: un uomo, un voto, una volta sola.

Accanto al terrorismo c’è anche la paralisi economica, la stagnazione sociale, l’assenza di un ceto intellettuale. Vengono anche esaminati i termini islamico, mediorientale, arabo che normalmente sono usati come sinonimi ma non hanno lo stesso significato.

Viene anche messo in evidenza il carattere autoritario e patriarcale della società araba, in famiglia, nel lavoro, nelle organizzazioni religiose, politiche, sociali, che pretende obbedienza assoluta e dimostra scarsa tolleranza al dissenso. Infatti, ammantandosi di autorevolezza paterna, chi occupa posizioni di responsabilità non può essere destituito se non da chi ha pari autorità.

 

La crisi del Medio Oriente, non è dovuta alla povertà ma alla ricchezza ( e lo prova con dati economici) è invece dovuta al fatto che il denaro guadagnato senza sforzo, induce i governi a chiedere poco e a dare poco alla popolazione, al contrario, se i governi chiedono tasse, devono dare in cambio responsabilità e rappresentatività ai partiti politici.

La questione palestinese è invece usata dai governi arabi per distogliere l’attenzione dai loro errori e l’autore, invita gli USA ad affiancare economia e morale e con l’ausilio della diplomazia sostenere paesi che usino i finanziamenti che ricevono per scopi sociali quali:  sanità, istruzione, infrastrutture e non per finanziare fanatici e terroristi.

 

Esaminando poi l’attuale situazione della democrazia negli USA, l’autore riferisce che nonostante la straordinaria crescita economica e la stabilità sociale che hanno caratterizzato la vita del Paese,  l’opinione pubblica americana negli ultimi trent’anni  relativamente all’operato del governo, si è trasformata da positiva in negativa. Attualmente, secondo l’autore la democrazia è eccessivamente aperta, al punto che gruppi di interessi clientelari bene organizzati sovrastano le minoranze silenziose ed esercitano pressioni sul governo influenzandone le scelte politiche ed economiche.

Quando un governo non è in grado di stabilire delle priorità e di programmare la spesa secondo criteri razionali, perde la fiducia degli elettori i quali ritengono di non poter esercitare su di esso nessuna forma di controllo e perdono la fiducia nella capacità che gli eletti  siano in grado di risolvere nuovi problemi

Infatti, negli USA c’è un declino dei partiti, che si manifesta anche nella scarsa partecipazione alle consultazioni elettorali.

Più interesse risvegliano i referendum, esempio di democrazia partecipativa che consentono di interrogare direttamente i cittadini.

Ad esempio, nel 1978, la Proposizione 13 della California, diede una svolta al corso della storia americana con il quale i cittadini chiedevano al governo, che pur disponendo di un surplus di miliardi di dollari,  non sembrava disposto a diminuire le tasse.

Fu proposto il quesito referendario che fu approvato con il 65% di voti favorevoli. Questa scelta diede un notevole impulso all’economia della California, e da quel momento tutti i politici si impegnarono ad elaborare progetti per ribassare le tasse.

Da allora il numero dei referendum negli Usa è in continuo aumento.

Ma siccome nella maggior parte dei referendum si chiedeva di ridurre le tasse e migliorare i servizi, cosa assolutamente improponibile, l’impossibilità di soddisfare tali richieste, si tradusse in mancanza di potere e di responsabilità con risultati di mancanza di fiducia nel governo. Di conseguenza anche i partiti il cui compito è di mediare fra le istanze, persero di prestigio e di autorevolezza.

I referendum e le iniziative politiche popolari, hanno sottratto potere ai politici per darlo al popolo senza però eliminare le numerose lobby e le potenti élites poco controllabili che creano un continuo stato di campagna elettorale influenzando notevolmente le scelte del governo.

Il declino della classe dirigente delle istituzioni culturali, economiche, politiche, religiose, è il cardine dell’attuale trasformazione della società americana. I modelli di cultura proposta non formano il gusto, ma seguono gli orientamenti del pubblico; anche nella religiosità, viene favorito il credente medio, da lui dipendono la struttura organizzativa, le convinzioni religiose, le indicazioni morali, e si è passati da modello di autorità religiosa tradizionale ed episcopale pastore e guida morale della comunità, al nuovo modello evangelico proposto negli show televisivi. Si è passati ad un cristianesimo meno esigente e più accogliente orientato al servizio.

Una peculiarità della società angloamericana è sempre stata dovuta al fatto che élites professionali si rendessero disponibili al servizio del bene comune. Al contrario nei paesi europei, l’attività politica è una vera e propria professione.

 

L’autore esamina anche la situazione dell’Europa e del governo di Bruxelles, ritiene che il ruolo di Bruxelles sia importante per controllare l’inflazione e le spese dei governi dei vari stati; espone anche le riserve degli inglesi nei confronti dell’euro, e la prudenza con cui alcuni stati europei valutano il governo di Bruxelles relativamente all’intrusione e al dirigismo nei confronti dei prodotti tradizionali locali, i timori della globalizzazione, e le riserve di Le Pen, di Haider (e di Bossi) relativamente alle garanzie che devono venir date al cittadino ogni volta che il potere si allontana da lui.

Conclusione:

Una democrazia priva di vincoli e poco efficiente, rischia di screditare la democrazia stessa mettendo in cattiva luce ogni forma di governo popolare. In Europa negli anni trenta i regimi comunisti  non sembravano poi così assurdi come si sono poi manifestati e come tra le due guerre possano essere sorti regimi dittatoriali.

Con la depressione del concetto di democrazia, possono imporsi governi autoritari per cui è opportuno vigilare affinché le democrazie siano sostenute e reintegrate e come debbano essere mantenute efficienti le istituzioni politiche e le associazioni civili.

In sintesi, la democrazia è “Work in progress” e rappresenta la migliore speranza per tutti i popoli del mondo.

 

In questo libro ricchissimo di dati e considerazioni interessanti, manca un sia pur breve cenno ai vari movimenti autonomisti che sono presenti in tutta Europa. Fra questi la Lega Nord che, puntando al Federalismo, sta modificando il sistema di governo del nostro stato. Bossi ha già realizzato tutte le strutture per far vivere il Nord come macroregione in modo autonomo e ci sono anche uomini abili e capaci di svolgere con onore compiti istituzionali.

E pensare che proprio l’autore riferisce il merito del “miracolo economico” ai piccoli stati, all’agilità delle loro organizzazioni, alle loro peculiarità, alla competizione e deplora l’assistenzialismo e il guadagno che non proviene dal lavoro. Evidentemente non conosce bene la vita del nostro Paese o la conosce attraverso la stampa ufficiale tutt’altro che fedele alla realtà. Qui è purtroppo presente tutto ciò che l’autore deplora: assistenzialismo, centralismo, centralizzazione delle esazioni fiscali, lobby, interessi clientelari e altro. C’è il rischio, non ipotetico, che i governanti europei (che a differenza dei governanti americani fanno politica a vita) abbiano trasportato le comode abitudini mediterranee a Bruxelles e altri centralisti abbiano portato le loro.  I movimenti autonomisti, magari piccoli ma vitalissimi, possono costituire essi stessi nuclei di studiosi e ricercatori di programmi per la libertà dei popoli, anche se talora possono risultare un  po’ scomodi per i governanti centrali che non vorrebbero essere tanto controllati.

 

Taziana Gallo

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