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Sommario

NOTIZIE
DAL FRONTE 4
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11
Ottobre 2003
LA TRE GIORNI CONTRO IL SISTEMA
CARCERARIO E LA REPRESSIONE E’ INIZIATA CON UNA SERIE DI INCURSIONI DEGLI
ATTIVISTI
Raid anarchici dalla periferia al centro
Arrestato vicino alle Vallette l’ex brigatista Ermanno Gallo |
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E’ iniziato con tre raid, il primo contro l’ex ospedale
psichiatrico «Villa Cristina» il secondo contro la sede Rai di via Verdi e
il terzo al «Bit» di corso Unità d’Italia, la tre giorni anarchica contro
sistema carcerario e la repressione dal titolo: «Scateniamoci». Cinque
persone sono state arrestate dagli investigatori della Digos che avevano
predisposto un servizio «ad hoc» di vigilanza sul territorio e dal personale
del reparto volanti. Tra i fermati c’è anche Ermanno Gallo, 55 anni, ex
brigatista, arrestato nel ‘75, e dall’82 all’85 latitante in Francia. Un
personaggio sicuramente di secondo piano nel panorama degli anni
dell’eversione, ma il cui nome era ben noto tra i Bierrini torinesi. Con lui
sono finiti in manette, accusati di violenza privata e danneggiamento, anche
Sara Pantoli, 23 anni di Cervia, Maya Husejic, 22 di Forli, Roberto Riccioni
ventitreenne di Santa Croce sull’Arno e Giuseppe Conversano, 25 anni di
Torino.
I dimostranti sono stati bloccati verso le 16
all’interno della clinica psichiatrica Villa Cristina di strada Pianezza,
quasi al confine con Savonera, a pochi metri dal carcere delle Vallette.
Poco prima, infatti, una quindicina di persone, tutte incappucciate, si
erano avvicinate all’edificio e, dopo aver messo fuori uso le telecamere
della videosorveglianza a circuito chiuso, avevano bloccato il portone con
una grossa corda. Una volta all’interno, con bombolette spray, avevano
scritto sulla cinta: «Qui si pratica il ricovero coatto e si collabora con
sbirri e secondini. No lobotomizzazioni, no galere psichiatriche. Abbattiamo
le carceri».
Il secondo blitz è stato messo
a segno contro la sede del «Bit», dove sono state lanciate lampadine piene
di colore ed agganciati due striscioni: «Sbirri europei per la nuova
inquisizione» e «Scuola di repressione». Quindi sono fuggiti, per rifarsi
vivi, poco più tardi in via Verdi, ancora una volta, con le bombolette di
vernice. Sui muri è apparsa la scritta: «La Rai sfrutta i detenuti» e ancora
«La stampa Rai detiene il potere dell’informazione falsa al servizio dei
potenti». Anche in questo caso la polizia è intervenuta in forze, ma ormai
gli autori dell’azione si erano già allontanati verso il centro.
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11
Ottobre 2003
L’UOMO COLPITO CON UNA SPRANGA E
DERUBATO DI 12 MILA EURO
Aggredito e rapinato
il «re» dei pescivendoli
L’ambulante, noto per la sua bancarella in piazza Carlina, atteso
da due malviventi
extracomunitari all’alba vicino al garage di casa |
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Angelo Conti
Walter Albertin, il pescivendolo più noto della
città per via del suo cinquantenario banco in piazza Carlina, è stato
vittima di una violenta rapina, ieri mattina all’alba, nel garage di casa
sua. Aggredito a sprangate, il commerciante ha reagito sparando con il suo
revolver, ma è stato comunque raggiunto dai banditi che l’hanno
selvaggiamente colpito e ferito. Poi gli hanno portato via, oltre al denaro
(12.000 euro), anche la 38 special.
L’aggressione pochi minuti prima delle 5. Walter
Albertin esce dalla sua casa come tutte le mattine, percorre a piedi quei
pochi metri ed entra nel garage privato, dove tiene parcheggiata la sua
vettura. Ha in mano due borselli: nel primo ci sono solo documenti, nel
secondo le carte di credito e 12 mila euro in contanti. Nel momento in cui
estrae dalla tasca le chiavi dell’auto nota due uomini, parzialmente
travisati, che si muovono verso di lui. Capisce subito che si tratta di una
rapina ed estrae la Smith & Wesson che porta in tasca. I due malviventi, che
parlano fra loro in lingua romena od albanese, gli sono addosso e lo
colpiscono con una grossa spranga. Albertin cade a terra, ma riesce a
sparare un colpo: «L’ho fatto più che altro per spaventarli - ha poi
spiegato - perché non avevo affatto intenzione di colpirli».
La detonazione tuttavia non ha l’effetto sperato sia
perché il proiettile - dopo una traiettoria quasi fantozziana - si conficca
in un pneumatico dell’auto del pescivendolo, sia perché - imbestialiti da
questa reazione - i due rapinatori picchiano con maggior violenza il
commerciante e gli strappano il borsello con il denaro, prima di fuggire a
gambe levate.
Il commerciante, che perde sangue dalla testa,
riesce a fatica a tornare in strada ed a dare l’allarme. Ma la successiva
battuta di polizia e carabinieri per le strade del quartiere non porta ad
alcun risultato. Le indagini sono comunque rivolte ai romeni che abitano nel
quartiere e che avrebbero potuto essere così ben al corrente delle abitudini
del pescivendolo. Per gli inquirenti infatti non c’è alcun dubbio che lo
stessero aspettando: avevano infatti addirittura forzato una recinzione per
raggiungere il garage e poi nascondersi dietro un basso muretto, in attesa
della vittima.
Veneto di famiglia, Walter Albertin, 57 anni, è
notissimo in città perché ogni mattina allestisce, in piazza Carlina, una
«vetrina» che è uno spettacolo. Sono infatti in molti a sostenere che lì si
trovi il pesce migliore di tutta Torino: spada nostrani del Mediterraneo,
calamari di Viareggio, aragoste di Sardegna, tonno di Sicilia, branzini
dalla Costa Azzurra.
All’esperienza di Albertin, «maestro del gusto» e
citato in molte guide gastronomiche, si affidano anche alcuni ristoratori
del centro. Walter racconta di aver cominciato a frequentare quel mercato
quando aveva 3 anni (anche la mamma Pasqualina faceva la pescivendola) e,
quindi, di essere ormai lì da oltre cinquant’anni. Ha fra i suoi clienti
molte massaie della zona, gli alti ufficiali dei carabinieri della vicina
caserma Bergia, ma anche tanti top-manager della collina, appassionati di
cucina, che ordinano per telefono e discutono di ricette con lui.
I pesci sono tutta la sua vita
ed Albertin è anche noto come pescatore: «Tutti i lunedì, il mio giorno
libero, vado a gettare l’amo nel Po, ma ributto in acqua i pesci che
abboccano». Ha un attaccamento alla professione, ed al suo ordinatissimo
banco, che è quasi maniacale: ricorda volentieri di quando un cliente volle
assolutamente acquistare un dentice reale di 7-8 chili, e lui fece invece di
tutto per non venderglielo perché «darglielo avrebbe voluto dire rovinare la
vetrina». |
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12
Ottobre 2003
AZIONI DI PROTESTA IN VARIE ZONE
DELLA CITTÀ MA SENZA INCIDENTI
Un
pomeriggio con i raid di anarchici e disobbedienti
Traffico bloccato, occupato un vecchio cinema
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Lodovico Poletto
Un presidio per protestare
contro l’arresto dei cinque anarchici fermati l’altra sera. Un’azione di
disturbo in pieno centro con il blocco del traffico, proprio all’ora di
punta. E poi l'occupazione
di un ex cinema, inutilizzato da un anno i cui muri sono di proprietà di
Comune, Regione e Provincia.
Giornata all’insegna delle iniziative quella di ieri
per la galassia antagonista torinese. E, per un caso del tutto fortuito, si
sono incrociate le azioni del mondo anarchico e quell’ala della
disobbedienza. «Non c’è alcun collegamento tra noi, abbiamo organizzato
azioni distinte e che hanno finalità del tutto differenti. Non bisogna
confonderle, per non creare confusione».
Il primo appuntamento è poco dopo mezzogiorno quando
un gruppo di anarchici - che partecipano alla tre giorni contro repressione
e carceri, dal titolo «Scateniamoci» - blocca corso Giulio Cesare. Per farlo
basta una catena, stesa da parte a parte della carreggiata e agganciata ai
lampioni elettrici. Si bloccano tram e mezzi pubblici, le auto
s’incolonnano. Per dieci minuti il traffico va in tilt. Gli autori
dell’azione, un gruppo di ragazzi che stende uno striscione, scappano
velocemente. Quando arrivano le volanti sono già lontani. Il parlamentare An,
Agostino Ghiglia, intanto punta il dito contro anarchici e manifestazioni
spesso violente: «Mi rivolgerò al ministro Pisanu, chiederò un controllo
sulle strutture che si dovrebbero occupare di prevenzione, in modo da far
emergere eventuali carenze di strumenti e di personale, nonché per testare
l’efficienza dell’intera organizzazione di intelligence».
E’ soltanto un caso, ma due ore dopo l’azione di
corso Giulio Cesare, un gruppo di Disobbedienti occupa i locali del cinema
«Astra» di via Rosolino Pilo, chiuso ormai da più di un anno. E’ un cinema
datato, che il Comune ha affidato al Teatro Stabile, già al centro di
ingenti opere di recupero e sistemazione. Sulla pensilina compare uno
striscione: «Mucchio selvaggio. Laboratorio sociale occupato». Una decina di
persone si chiude all’interno dell’edificio. Denuncia lo stato di abbandono
della struttura. Annuncia l’intenzione di rimanere lì e trasformare
quell’edificio in un luogo di aggregazione. «Ma creativo. Dove si faranno
laboratori artistici, e un centro di documentazione. No, niente concerti,
niente attività che disturberanno i residenti. Noi vogliamo soltanto
rivitalizzare questa struttura».
Le volanti della Polizia, intanto, bloccano
l’accesso alla strada. La gente dei palazzi si affaccia sul cinema e guarda
incuriosita. Un gruppetto di disobbedienti che aderisce all’ala dei «Pinker
silver» inscena uno spettacolo. «Noi siamo l’ala del movimento che fa
resistenza creativa. Durante le manifestazioni vestiamo di rosa e ci
muoviamo facendo musica. La violenza da noi è bandita...».
All’interno, intanto, qualcuno esplora l’edificio.
Il salone è rovinato, le stanze al primo piano lo sono ancora di più. «Ma la
struttura tiene, non ci sono problemi». E fino a sera inoltrata va avanti il
volantinaggio in zona e prosegue lo spettacolo improvvisato. Senza incidenti
e senza problemi: «Speriamo che non venga deciso lo sgombero; questo
edificio sarebbe la soluzione ideale per tutte le nostre necessità».
Da via Rosolino al carcere
delle Vallette. Alle 18 un centinaio di anarchici si ritrova al capolinea di
corso Molise. Un presidio annunciato, per solidarietà ai detenuti e per
sostenere i cinque compagni arrestati nella serata di venerdì. Da una parte
c’è la polizia in assetto antisommossa, dall’altra ci sono i dimostranti.
Gli altoparlanti diffondono musica a tutto volume; qualcuno prepara un po’
cena con costine e vino. E’ un happening che prosegue fino a notte
inoltrata, senza problemi né incidenti. E’ il modo pensato per chiudere
questa tre giorni di iniziative «contro la società carceraria», iniziate
giovedì al centro Fenix. I manifestanti appendono striscioni, rivolti verso
gli edifici della casa circondariale, qualcuno urla slogan. Ma ormai la
manifestazione è alla fine.
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16 Ottobre 2003
TOSSICODIPENDENTI E SPACCIATORI HANNO
INVASO LA ZONA DOPO LA «FUGA» DA PORTA PALAZZO
Lungodora ostaggio della droga
Topi lungo le sponde e ubriachi sulle panchine
Claudio Laugeri
Le forze dell’ordine puntano i riflettori su Porta Palazzo e l’ombra del degrado
scivola verso la Dora. Le sponde del fiume sono rifugio di tossicodipendenti in
cerca di tranquillità per il «rito del buco», le panchine sono occupate da
ubriachi e spacciatori, pantegane lunghe una spanna (coda esclusa) nemmeno più
spaventate dalla presenza dell’uomo, pronte a contendere ai piccioni molliche e
croste di pane lasciate da anziani impietositi. «E’ troppo» dicono 700 abitanti
della zona tra Porta Palazzo e Barriera di Milano, che hanno sottoscritto un
documento inviato a sindaco, prefetto, forze di polizia e ufficio d’igiene.
Completo di un elenco (con tanto di targhe e numero civico di riferimento) di 33
auto, uno scooter, un motocarro e un camion abbandonati in zona da svariati
mesi. Chiedono «interventi di controllo e di bonifica continui» per evitare che
i ponti della zona «vengano utilizzati come rifugi per i senza dimora, come
latrina, come nascondiglio per i tossicodipendenti e ricettacolo di ogni tipo di
rifiuti».
«Lo vede quello? E’ uno spacciatore ed è anche tossicodipendente. Se arriva da
là, significa che è andato a “farsi” una dose» spiega Bruna Baldo, 58 anni,
titolare del bar all’angolo tra corso Giulio Cesare e Lungodora Savona. Da poco
tempo ha rilevato il locale, «non per quello che è, ma per quello che può
diventare» afferma con piglio deciso. Il Comune ha avviato un piano di
riqualificazione da via Cigna fino al Ponte Mosca. «Ci hanno detto che poi
toccherà anche a questa parte di quartiere, speriamo bene» sospira la titolare
del bar al crocevia dello spaccio. Già, perché i venditori di morte in polvere
prediligono quel punto: almeno 4 vie di fuga, oltre alla possibilità di scendere
verso il fiume per risalire dove più conviene. «Ho faticato per cercare di
garantire un po’ di quiete alla clientela - racconta -. Nella vita ho lavorato
con giudici, avvocati e anche dietro il bancone di bar. Di brutte facce ne ho
viste tante Appena aperto il locale, c’era un viavai di tossicodipendenti che
andavano in bagno e si facevano gli affari loro. Non è più così, vado ad aprire
la porta della toilette e accompagno chi deve andare. E quando escono, chiudo.
La situazione è cambiata».
«I controlli delle forze dell’ordine hanno “liberato” la zona di Piazza della
Repubblica, ma drogati e spacciatori si sono soltanto spostati. Comunque,
bisogna ringraziare in particolare la polzia per quanto ha fatto. Purtroppo,
però, non basta» dice Carmelo Livuri, rappresentante del Comitato spontaneo di
Porta Palazzo. «Negli ultimi due mesi c’è stato un miglioramento. Prima, c’erano
risse tutti i giorni» concorda la titolare del bar.
«Guardi che non è facile trattare con questa gente - dice Carmine Batilde, 63
anni, anche lui del Comitato spontaneo di Porta Palazzo -. Fino a 7 mesi fa
ricevevo minacce di continuo proprio perché avevo deciso di interessarmi delle
sorti del quartiere. Danni all’auto e telefonate la notte sono cessate da
qualche tempo, grazie a un intervento della polizia».
Un’arma contro il degrado è la riqualificazione di palazzi, ponti, aree verdi.
Ma non sempre è sufficiente. Un esempio è piazzetta Alessandria, a pochi metri
dalla Dora, tra via Bologna e via Alessandria. «Da quando è stata risistemata, è
stata “occupata” da immigrati che fanno di tutto - racconta Laura Gemello, 73
anni -. La situazione migliora con l’arrivo della stagione più fredda, ma
d’estate è uno spettacolo poco edificante. Ricordo Torino com’era e mi dispiace
vederla ridotta così».
«La sera questa piazzetta è un tappeto di bottiglie» dice A. C., 43 anni. Chiede
l’anonimato, come U. S., di 65. «E’ facile ricevere una coltellata nella
schiena, questa è brutta gente» si giustifica. «Questa zona non è sicura,
soprattutto per le donne. Ci sono state tre violenze carnali in pochi mesi, ne
hanno parlato anche i giornali - ricorda Silvia Zanella, 28 anni -. Una è
avvenuta domenica mattina, un’altra all’ora di cena. Non posso credere che
nessuno abbia visto. Le forze dell’ordine possono anche lavorare, ma noi
dobbiamo collaborare. Altrimenti, le pattuglie servono a poco».
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19
Ottobre 2003
L’AREA VERDE ALLE SPALLE DI CORSO
TRAIANO DOPO IL TRAMONTO DIVENTA TERRA DI SPACCIATORI , DROGATI E SBANDATI
La
notte violenta del parco «Di Vittorio»
Appello della polizia
a chi ha assistito
all’aggressione
al giovane clandestino
«Aiutateci a ricostruire
cos’è accaduto»
Al centro anziani
e davanti al chiosco
è un coro: di giorno
va bene, ma se si viene
quando è buio
bisogna stare attenti
Nei giardini dove è stato assassinato a coltellate un
palestinese
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Lodovico Poletto
Sotto la scala che porta al centro anziani, per due
volte, nel giro di pochissimi giorni, hanno trovato un coltello; l’ultima è
all’inizio della settimana. Più in là, dove un tempo c’era il laghetto
illuminato e con gli zampilli, adesso qualcuno ha sfasciato tutto. Faretti e
canne dell’acqua comprese. Dietro il centro anziani, quando scende la sera,
si ritrovano i pusher. E i tossici fanno la spola tra lì e una specie di
oasi con panchine e alberi: l’area del buco.
Ecco i giardini «Di Vittorio» polmone verde di
questo spicchio di città schiacciato alle spalle di corso Traiano. Un parco
dal doppio volto, dove al pomeriggio trovi pensionati e bambini a spasso con
i genitori e la sera incontri soltanto sbandati e qualcuno che porta il cane
a spasso prima di andare a dormire. E’ in questo ambiente che bazzicava
Mohamed Blahl, il palestinese trentunenne ammazzato a coltellate l’altra
notte, in corso Traiano. E’ qui che è stato aggredito con una coltellata
alle natiche; duecento metri più in là è stato finito con l’ultimo fendente.
Cosa facesse, come vivesse Mohamed Blahl, è
difficile da spiegare. Si sa che di giorno era un posteggiatore abusivo
nella zona di Porta Nuova. Le forze dell’ordine lo avevano fermato tante
volte per controlli. Ma non era mai finito nei guai. Adesso dicono che,
forse, dormiva sotto un balcone del centro anziani dove ancora ci sono
cartoni e teli di plastica. Chissà.
Il capo della omicidi, Marco Basile, si appella a
chi ha visto l’aggressione: «Mettetevi in contatto con la polizia; aiutateci
a ricostruire cos’è accaduto». Ma da dietro le finestre di quei palazzoni
che si affacciano sui via Donato Bachi, sembra che l’altra notte non ci
fosse nessuno. O, forse, chi ha visto preferisce tacere. Giù, nel parco,
invece si discute, si narrano scene di violenza e di spaccio. La notte,
però.
Salvatore Caudara, del centro
anziani e il suo amico e collega Gioacchino Palumbo hanno mille episodi da
raccontare. Microstorie di bottiglie di birra abbandonate ovunque, di brutta
gente, di ragazzi tossici e disperati che si fanno sotto gli occhi
indifferenti dei passanti. E poi ci sono i dispetti e i gesti di vandalismo
subiti: «Ci hanno addirittura tagliato un tubo dell’acqua che abbiamo sul
retro. Per fortuna che ce ne siamo accorti...». Più o meno sono le stesse
cose che racconta anche Giuseppe Trapani, 72 anni, che ogni pomeriggio viene
qui a fare quattro passi. «D’estate - dice - è un’altra cosa: ci sono
famiglie e bambini. Ma adesso, la sera, è meglio stare lontani. Troppa
brutta gente: litigano, bevono, si ubriacano. E‘ pericoloso». L’hanno mai
aggredita? «Io? No, mai; a quell’ora preferisco starmene a casa». Davanti
all’unico chiosco del parco un gruppetto di persone sorseggia un caffè
caldo. Anche loro ripetono il ritornello di tutti: «La notte bisogna stare
molto attenti». E il palestinese ucciso, lo conoscevate? «E chi lo può dire.
Certe sere, qui dentro, ci saranno cento o duecento stranieri». |
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20
Ottobre 2003
LE GIOVANI ORA SONO OSPITATE IN UNA
COMUNITA’ PROTETTA: «NON FATECI TORNARE PIU’ A CASA»
Fanno arrestare i loro tre aguzzini
Cinque ungheresi, due minorenni, costrette a prostituirsi
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Katarina non vede e non sente i genitori da due anni. Loro
vivono alla periferia di Pecs, Ungheria. Lei, 19 anni, vive in Italia:
schiava di una banda di sfruttatori che la costringeva a prostituirsi.
Johana è più fortunata: i genitori non li sente da qualche mese. A loro,
però, non ha mai raccontato che qui, in Italia, si guadagna da vivere
vendendo il suo corpo, che è costretta a restare nascosta tutto il giorno in
una camera d’albergo, che di soldi in tasca non ne ha mai, perché finiscono
tutti in mano ai suoi sfruttatori.
Katarina, Johana e altre tre ragazze, due delle
quali minorenni, adesso sono in una comunità protetta. Testimoni e vittime
di un’ennesima storia di sfruttamento e di violenza, di esseri umani ridotti
in schiavitù da persone senza scrupoli.
Gli sfruttatori, anche loro ungheresi, da ieri
mattina sono in carcere, arrestati dai vigili urbani del Nucleo stranieri e
nomadi che indagavano su quel gruppo da diverse settimane. Cercano prove, le
hanno trovate l’altra notte quando hanno fatto irruzione nelle stanze
dell’hotel «Viginia» di via Sant’Anselmo. Pistola in pugno i vigili urbani
hanno bloccato i tre sfruttatori: il capo, Tibor Karosi, 31 anni, e i suoi
due aiutanti: Henrik Karsai, 22 anni, un ex pugile specialista in arti
marziali e Jozsef Kardos, 19 anni, tutti di Pecs, tutti clandestini.
Sarebbero stati loro ad agganciare in Ungheria le ragazze sfruttate qui in
Italia e convinte a pugni e ceffoni a prostituirsi.
Nei racconti delle ragazze una storia di violenza
continua, di fughe tentate e di rapimenti. Come quella volta, due settimane
fa, quando due ragazze sono scappate. Le hanno rintracciare in un bar di
corso Vittorio, due giorni dopo. A forza le hanno caricate sull’auto di
Henrik Karsai, una Golf nuova di pacca e riportate in albergo. Agli
investigatori le ragazze hanno raccontato la loro storia, i mesi di
privazioni e angherie. Ma hanno anche scongiurato di non farle più tornare
in Ungheria: «Perché lassù la nostra vita diventerebbe un inferno...».
I tre in carcere sono accusati
di riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e sequestro di
persona. Loro non parlano. A gesti spiegano di non capire una parola di
italiano, si fingono stupiti delle manette e di tutto il resto. Ma li
inchiodano le ragazze, che li indicano come coloro che le hanno portate via
con la forza dal loro paese.
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31
Ottobre 2003
L’INDAGINE DEI CARABINIERI
DELLA COMPAGNIA OLTREDORA DOVE HANNO BASE DECINE DI AUTISTI
Taxisti abusivi, tre denunciati
Sequestrati i primi «kabou kabou» di nigeriani |
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Angelo Conti
A far partire l’indagine era stato un articolo de La
Stampa. Foto e dati alla mano, documentava la presenza di decine di taxisti
di colore abusivi, sparsi un po’ per tutta la città. I carabinieri della
Compagnia Oltredora hanno voluto fare chiarezza su un fenomeno che, se di
per se stesso scarsamente pericoloso (se non per le finanze dei taxisti
ufficiali), può comunque fungere da copertura per fatti illeciti, in primis
il traffico della droga e lo sfruttamento della prostituzione.
Così sono stati sequestrati
tre taxi abusivi ed i loro conducenti, in regola con il permesso di
soggiorno e titolari di altrettanto regolare patente di guida, sono stati
denunciati per aver esercitato l'attività
senza la prescritta licenza (art. 86 comma 2 del Codice della Strada).
Rischiano una sanzione che va da un minimo di 137,55 euro a un massimo di
550,20 euro.
L’attività dei kabou kabou torinesi (il loro nome
non è altro che l’africanizzazione del termine inglese cab) si svolge su più
fronti: il «parcheggio» più frequentato è quello di fronte all’Asian Market
di piazza della Repubblica, ma almeno una decina di altri taxisti di colore
operano nell’area di San Salvario (con punto di aggregazione preferito
intorno all’emporio cinese di via Galliari).
I tre autisti individuati e sanzionati dai
carabinieri sono nigeriani. Il primo è stato sorpreso il 18 settembre: K. M.
53 anni era alla guida di una Renault 21 ed aveva chiesto 10 euro per
accompagnare due maghrebine a un Ipermercato di corso Romania. Il 29
settembre è stata bloccata l’Alfa Romeo 33, guidata da S. A., 46 anni: per 5
euro aveva accompagnato una ragazza a fare delle commissioni e poi a casa.
Infine, il 9 ottobre scorso i militari hanno sequestrato la Fiat Uno guidata
da A. M. C., 33 anni: l’uomo aveva chiesto 5 euro per accompagnare una donna
di colore in via Domodossola.
Ma non è quella nigeriana l’etnia maggiormente
dedita, a Torino, a questo lavoro che è invece saldamente in mano a
senegalesi e camerunensi. Sono stati loro, nel ‘96, ad allestire i primi
taxi clandestini, subito battezzati kabou kabou e subito sparpagliatisi per
la città. All’inizio questa attività era tipica degli studenti camerunensi
che, così facendo, si pagavano gli studi all’Università di Torino e, sempre
in questi anni, fra decine di autisti di colore lavorò a lungo anche l’unico
kabou kabou bianco, che si chiama Sergio e che, allora, cercava quattrini
per le tasse della facoltà di medicina che stava frequentando. Oggi racconta
divertito dello stupore dei suoi clienti di colore nello scoprire che il
loro autista era italiano.
Clienti numero uno dei kabou kabou sono state e sono
le prostitute nigeriane, accompagnate e riprese dai tanti posti di lavoro
lungo le strade della provincia. Ai nostri giorni chiamare un kabou kabou è
molto più semplice che in passato: è sufficiente comporre il numero del
cellulare di uno di loro. Anche se il chiamato dovesse essere impegnato, in
pochi minuti, attraverso una velocissima rete di telefonate, farà comunque
arrivare, puntuale, una vettura all’indirizzo del richiedente. Vettura che
sarà sempre vecchia, sporca e scassatissima (pare per colpa di passeggeri
abituati a lasciare le vetture colme di sporcizia). Anche se con bollo ed
assicurazione sempre assolutamente in regola.
Quanto ai guadagni di questi
particolari professionisti c’è chi sostiene possano arrivare anche a 100
euro al giorno. Ma loro, invece, sostengono che i tempi dei ricchi incassi
sono passati: «Una volta le nigeriane ci chiamavano anche solo per
attraversare un isolato. Adesso hanno imparato tutte a prendere il tram». |
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08
Novembre 2003
Bloccato dai poliziotti di quartiere
Gli agenti mobilitati dal 113 dopo il colpo al supermarket |
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Un algerino e un marocchino in azione l’altra sera al
supermarket «Gs», corso Turati 15. Rubano cibo e cosmetici e la signora
Gerarda Papa, che fa la vigilante anti-taccheggio, li sorprende e li blocca.
Uno, Jalal Apassi, 23 anni, via San Massimo 76, se n’è stato calmo in un
angolo, in attesa della volante centro; l’altro, Bouchta El Bir, 26 anni,
marocchino con residenza in Sicilia, ha spinto la vigilante a terra ed è
fuggito. Fin qui, nulla di particolare. Ma alla fine anche Bouchta El Bir è
finito in cella. Perchè Gerarda Papa, che dopo il furto se ne stava andando
in commissariato di via Verdi per fare la denuncia, ha visto salire sul tram
15 quello che l’aveva poco prima colpita con violenza e ha subito richiamato
il 113. In zona c’erano i poliziotti di quartiere che, bloccato il tram,
hanno arrestato il giovane marocchino.
«È un episodio di lavoro ordinario - ha sottolineato
la dirigente del commissariato, Silvia Governa - ma il contributo dei
poliziotti di quartiere lo rende notevole. Dimostra ancora una volta che
sono riusciti davvero a inserirsi nel contesto della zona, con i loro
contatti quotidiani con residenti e commercianti, che in questo caso hanno
portato a un risultato immediato, con il fermo di un uomo che stavamo
cercando».
La neo dirigente del
commissariato (il suo predecessore, il vice questore Michelangelo Gobbi, è
stato trasferito a Mirafiori) ha aggiunto: «Le segnalazioni quotidiane che i
cittadini fanno ai poliziotti di quartiere spesso sono utili a completare
indagini e a contribuire a tenere sotto controllo la microcriminalità». L'
azione di prevenzione dei poliziotti consiste inoltre in interventi mirati,
come quello in corso per prevenire le truffe agli anziani. I poliziotti di
quartiere stanno infatti distribuendo degli opuscoli informativi, che
spiegano le modalità di azione dei truffatori e come difendersi.
Uno dei due extracomunitari fermati, Bouchtan El Bir,
è in regola con il permesso di soggiorno. Jalal Apassi, 23 anni, algerino
privo di documenti, è stato rovato in possesso di un coltello. Una volta a
bordo della volante ha cercato di divincolarsi e di fuggire.
Erano stato notati dai
dipendenti durante il furto e quindi sono intervenuti i poliziotti del
commissariato San Secondo. I due stavano cercando di uscire indisturbati con
la merce nascosta sotto il giubotto. Il secondo era confuso nella folla di
immigrati all'
interno della stazione ferroviaria di Porta Nuova. |
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09
Novembre 2003
Opificio, il degrado non si ferma
LA MIA CITTA’ Nuove proteste degli abitanti delle case
che confinano
con il complesso militare:
«Almeno l’Amiat potrebbe pulire i marciapiedi»
«Intorno allo stabile solo sporcizia e abbandono» |
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L’ultima chance, per l’Opificio militare, di riconquistare
gli antichi splendori (o meglio, essere strappato al degrado) risale a due
anni or sono. Quando il presidente della circoscrizione Luciano Barberis
aveva pensato di suggerire al Comune di acquisirlo come struttura
sostitutiva del centro di accoglienza temporanea per clandestini di corso
Brunelleschi.
Com’è noto, in quell’occasione, non se ne fece
nulla. Risultato? Quell’edificio che già allora si presentava degradato,
oggi appare in condizioni buone da richiamare l’attenzione del Gabibbo di
Striscia. «La Mia Città» ha ricevuto in merito diverse segnalazioni da parte
di cittadini le cui case confinano o si affacciano sull’Opificio. Scrive un
residente che da anni abita in zona: «Sappiamo benissimo che questo stabile,
che oggi appare in condizioni fatiscenti, è di proprietà dello Stato, ma
anche i marciapiedi lungo il corso Regina Margherita, via Fontanesi, via
Ricasoli, corso Belgio, corso Farini, sono ricoperti di arbusti di medio ed
alto fusto, soprattutto sul corso Regina di fronte al prospetto principale.
Inoltre sono presenti discrete quantità di macerie di intonaco provenienti
dai muri. In corrispondenza dell’attraversamento pedonale sul corso Regina
il tombino per lo smaltimento delle acque bianche, da anni, è completamente
occluso per cui quando piove si allaga il sedime stradale e pure il
marciapiede rendendo di fatto impossibile l’attraversamento del corso».
Tutta questa parte compete all’Amiat, e giriamo ai
vertici di via Germagnano la protesta. Ma c’è un aspetto del degrado,
invece, che riguarda il fabbricato, e quindi, il demanio: «Lungo tutte le
sue facciate - prosegue la lettera - l’edificio evidenzia numerosi distacchi
di intonaco e parti della zoccolatura in pietra, che oltre a rendere
fatiscente il complesso, sono di notevole pericolo per i passanti. I
pluviali (discese verticali delle grondaie) scaricano direttamente sui
marciapiedi favorendo accumuli di umidità sulle murature limitrofe e
procurando disagio ai pedoni. Tra tutti, quello più pittoresco risulta
sull’angolo tra i corsi Belgio e Farini, che risulta interrotto a circa 2
metri di altezza e piegato in modo tale da creare un eccezionale effetto
doccia sia sui passanti che sulla facciata sulla quale insiste. Vale la pena
segnalare, inoltre, che le coperture del fabbricato sul corso Belgio sono
realizzate in "eternit" materiale ricco di amianto che mai si è provveduto a
bonificare, incuranti del fatto che sia nocivo ed inquinante. Per
concludere, nella parte di copertura piana i lucernari risultano per il 70
per cento privi di vetri, così come le finestre lungo i prospetti, per cui
durante le piogge gli ambienti sottostanti si allagano con conseguenti danni
agli stessi e alle proprietà confinanti».
In realtà il Comune è già
intervenuto concretamente per acquisire quelo stabile e restaurarlo:
«Nell’aprile scorso - spiega l’assessore al Patrimonio Paolo Peveraro -
inoltrammo formale richiesta di acquisto al demanio. Ma la risposta è stata
negativa». Qualcuno sostiene che all’interno di quel palazzo esista ancora
una parte di edificio adibita ad archivio militare. Ci riproverà il Comune?
Oppure passerà all’esproprio? «Una richiesta di espoprio da parte del Comune
nei confronti di un bene dello Stato - risponde Peveraro può suonare un po’
strana. Certo questa situazione presenta caratteri di emergenza, e torneremo
presto all’attacco». |
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13
Novembre 2003
L’ALLARME RILANCIATO DA DON LUIGI
CIOTTI
«La nuova mafia punta
anche alle cooperative» |
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«C’è una mafia silenziosa ma presente; ci sono alcune leggi che possono
involontariamente favorirla; più in generale, c’è un diffuso calo nella
percezione della legalità di questo Paese, specie nei giovani». A lanciare
il grido di allarme è don Luigi Ciotti, uno che di mafia - anzi di mafie -
se ne intende. Perchè chi continua a percepire Cosa nostra come un’entità al
singolare, avverte a margine dell’incontro sul «Progetto Contact», dimostra
di non stare al passo con i tempi. «Sento spesso parlare di “tregua” della
mafia verso lo Stato - dice il fondatore del Gruppo Abele -. In realtà ha
smesso di fare quello che per Cosa nostra ha sempre rappresentato “l’estrema
ratio”, cioè uccidere. Si è fatta silenziosa, ma prepara nuove strategie».
Quali? «Un caso è quello dei beni appartenuti a mafiosi. La risposta della
mafia consiste nel creare cooperative di lavoro con prestanomi puliti che
chiedono di lavorare sui beni confiscati: cioè i suoi. Per tacere delle
intimidazioni. Una cooperativa pulita raccoglie mille quintali di frutta?
Spariscono in una notte. Ad un’altra rubano i trattori, e via di questo
passo. Poi ci sono i tentativi di infiltrarsi nelle piccole e medie imprese
a corto di capitali, la diversificazione del business malavitoso...». Uno
dei settori emergenti, spiega don Ciotti, è quello dell’ecomafia: «Altri,
non meno lucrosi, sono già nel mirino di Cosa nostra. Il doping, per
esempio. Dall’indagine condotta da 40 procure italiane è emerso che il
traffico delle sostanze dopanti si sta affiancando a quello degli
stupefacenti, spesso ricorrendo agli stessi canali di distribuzione». Guai a
sottovalutare la mafia, insomma, anche se il rischio è concreto: «L’ultima
vera legge, quella sui sequestri di persona, data al ‘92, subito dopo la
morte di Falcone. Ne sono seguite altre, ma non con la stessa incisività.
Alcune, poi, vengono abilmente messe a frutto. Chi pensa che la “Cirami”
favorisca solo alcuni personaggi politici non sa che l’invocazione del
legittimo sospetto ha già frenato un centinaio di processi di mafia. Anche
la legge che favorisce il rientro dei capitali dall’estero può essere
fuorviata e beneficiare il riciclaggio del denaro sporco». \ |
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15
Novembre 2003
I DATI DELLA PREFETTURA CONFERMANO
LA RELAZIONE DEL MINISTRO DEGLI INTERNI BEPPE PISANU
La
criminalità sceglie il centro
Più reati sotto la Mole, scendono in provincia
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Quattromila e 700 persone arrestate; 12 mila quelle
denunciate. La Torino criminale nell’anno 2002 è una città nella quale il
numero dei reati (86.399) è cresciuto, seppur non di molto, rispetto
all’anno precedente (82.292) e continua a lievitare. Mentre le persone
«punite» per i crimini commessi in città è sostanzialmente stabile,
controbilanciato, però, dalla tendenza della provincia, dove calano i
delitti e crescono arresti e fermi. Insomma: il 2002 ha fatto registrare,
percentualmente tra città e provincia, un aumento del 2,4% di reati,
confermando una tendenza già evidenziata lo scorso anno.
I dati li ha resi noti ieri mattina, in Prefettura,
l’osservatorio sulla sicurezza costituito nel maggio di cinque anni fa e che
comprende, oltre a Torino anche 23 comuni della prima cintura. La fotografia
che emerge da questa statistica è che il territorio torinese subisce un
aumento di fatti criminali. in tutti i settori. In città lievitano in modo
significativo i borseggi (+13,5%), gli scippi (+31,7%) le rapine in genere
(+14,6%). Calano, invece, su tutto il territorio provinciale, i furti di
automobili e di motociclette (-3,4%). Altalenante, invece, il numero delle
truffe condizionato dalle aggressioni agli anziani.
«L'incremento
dei delitti - commenta il Prefetto Achille Catalani - va letto anche in
relazione alla profonda trasformazione che sta avendo Torino. Qui, ogni
giorno, affluiscono migliaia di persone e questo la rende un terreno fertile
per le azioni della criminalità».
Certo, alcune zone della città sono particolarmente
in sofferenza. La Circoscrizione Centro, ad esempio, vanta il poco
invidiabile primato di essere al primo posto in città per scippi, borseggi,
truffe e furti su autoveicoli. San Salvario e Porta Palazzo, invece, sono in
pole position per lo spaccio. Percentualmente rilevante è il numero dei
furti in appartamento nella nelle zone collinari, mentre la massima
intensità per il numero di rapine è nella zona Nord, da Porta Palazzo a
barriera di Milano; nella zona Sud da via Nizza a Porta Nuova e San Salvario;
a Ovest corso Francia. Interessante il numero di reati commessi sui mezzi
pubblici: 2.884. la linea più colpita è la «1» con 500 reati; 296, invece,
quelli registrati sulla «63».
C’è infine, un altro dato
interessante ed è quello legato alla percezione di sicurezza e di
insicurezza della popolazione. «La preoccupazione dei cittadini - ha
concluso Catalani - oggi sembra maggiormente rivolta verso situazioni di
generale difficoltà di vita, verso la crisi economica, oppure la mancanza
del posto di lavoro. Tutto questo sembra aver fatto passare in secondo piano
le questioni legate alla sicurezza, intesa in senso stretto».
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16
Novembre 2003
IL DEPUTATO E SEGRETARIO PROVINCIALE
GHIGLIA: RISCHIO DI FUGA DI PERSONAGGI PERICOLOSI
Inchiesta Al Qaeda, il caso finisce in Parlamento
No dei gip alla richiesta di arresto della Digos,
interrogazione di An a Castelli
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Massimo Numa
La frattura che attraversa la magistratUra
sull’inchiesta che la Digos conduce da tre anni contro presunte cellulare di
Al Qaeda a Torino, irrompe sulla scena politica nazionale. Alle 14,18 di
ieri, l’agenzia Ansa ha battuto la notizia di un’interrogazione presentata
da Agostino Ghiglia, deputato e segretario provinciale di An, al ministro di
Grazia e Giustizia Roberto Castelli. Ghiglia ripercorre in una pagina scarna
i termini di quell’inchiesta: c’è la richiesta della Digos, avanzata più
volte, di provvedimenti di custodia per una decina di persone sospettate di
legami diretti con il terrorismo internale; c’è un primo no dei pubblici
ministeri, con l’invito a svolgere ulteriori indagini; e c’è, alla fine di
questo supplemento d’indagine, la decisione di procedere che però non viene
accolta dal giudice per le indagini preliminari. Tutto nelle regole del
nostro ordinamento giudiziario. Ma chiede Ghiglia a Castelli «quali
urgentissimi provvedimenti si intendano adottare al fine di risolvere la
grave situazione, impedendo, tra l’altro, fughe di personaggi pericolosi o
occultamento di prove». In altre parole: gli esponenti sospettati dalla
polizia di legami con il terrorismo internazionale vanno arrestati. E
subito.
Il magistrato titolare dell’ufficio dei giudici
prelinari, Francesco Gianfrotta, non vuole commentare. E tace anche il gip
Sabrina Noce, il giudice che ha detto no alle richieste dei procuratore
aggiunto Maurizio Laudi e del pm Marcello Tatangelo. Nessuna reazione anche
al terzo piano della questura, negli uffici della Digos. Dove si continua a
lavorare, giorno dopo giorno, nella stessa direzione.
Riepiloghiamo la storia. Dicembre 2002: dopo un anno
di indagini, la sezione antiterrorismo della Digos chiede ai pm torinesi di
arrestare un gruppo di maghrebini, radicati a Torino, che si ritiene legato
alle cellule fondamentaliste di Al Quaeda. Tra le prove, una appare agli
occhi della polizia lampante. Due marocchini e un libico, tutti con regolare
permesso di soggiorno, partono, nel luglio 2001, da Torino per combattere in
Afghanistan a fianco dei talebani. Tra questi, Mohamed Aouzar, che - ferito
gravemente alle gambe da una raffica di mitra - nella rivolta di
Mazar-i-Sharif subito dopo la caduta dei talebani - viene catturato dalle
milizie filo occidentali e consegnato agli americani.
Aouzar finisce nel X-Camp di Guantanamo e, solo
recentemente, è stato trasferito in un sottocampo dove le condizioni di vita
sono più facili. La Digos, dopo tre anni di durissimo lavoro, con un grande
dispiego di uomini e mezzi, riesce a ricostruire la rete torinese, collegata
ad altre cellule disseminate in altre città italiane ed europee. Tutto è
pronto per il blitz, ma la procura di Torino sostiene che gli elementi
raccolti non bastano. Ci vuole altro.
Gli uomini della sezione antiterrorismo continuano a
raccogliere dati su dati. E, nella tarda primavera del 2003, consegnano ai
pm un dossier di mille pagine. E’ il documento decisivo? Tutto lo fa
pensare, tanto che questa volta sia Laudi sia Tatangelo danno il loro via
libera ai provvedimenti.
Il passaggio ai gip appare, a
questo punto, poco più di una formalità. Invece, ecco lo stop dei giudici.
Motivo? Dietro il silenzio ufficiale dei diretti interessati, è evidente la
una diversità di valutazione degli elementi in base ai quali la Digos
richiederebbe misure restrittive. In particolare, l’ufficio dei gip non
avrebbe trovato nel dossier elementi sufficienti per stabilire un legame
diretto tra la struttura operativa di bin Laden e il gruppo fondamentalista
torinese. |
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16
Novembre 2003
Nei rapporti anche il nome dell’imam Bouchta
«A Milano le menti dell’organizzazione, a Torino il braccio
operativo»
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Un’organizzazione efficiente, quella di questi tour operator
della jihad. Bastava che un «fratello», contattato dagli Imam integralisti
manifestasse il desiderio di partire per il fronte afghano, iracheno o
ceceno e via, si va rapidi verso il sospirato «martirio». Magari, il centro
di reclutamento poteva essere anche in moschea. Come quella di via
Cottolengo dell’Imam Bouriqui Bouchta, coinvolto anche lui nell’indagine. Un
lungo viaggio attraverso un complesso percorso a zig-zag, tra gli stati
arabi, uperando i controlli degli aeroporti, mostrando documenti abilmente
flasificati nelle stamperie clandestina disseminate ovunque. Da via Catania,
sul lungodora, sino al fronte di Konduz, via Iran. Aerei, auto e camion.
Sino ai bunker nascosti nelle montagne afghane.
Gli inquirenti hanno ricostruito attimo dopo attimo
il viaggio del muhajeddin Mohamed Aouzar, 23 anni, marocchino di origine
berbera, che per imbracciare il Kalashnikov, s’è lasciato alle spalle i
genitori (papà operaio, mamma casalinga, due fratelli completamente estranei
al fondamentalismo) e una vita tranquilla, divisa fra un bar-gastronomia e
la moschea. Era un giorno del luglio 2001, quando - all’alba - Mohamed si
ritrovò in viale Jenner a Milano. Ad attenderlo c’erano altri giovani
«arruolati». Due settimane dopo stavano già completando il primo ciclo di
addestramento e spediti al fronte, contro le milizie dell’Alleanza.
Di lui tutti perdono le tracce. In famiglia aveva
detto che voleva iscriversi a una madrassa, un’università coranica: «Troppo
care quelle marocchine, vado in Pakistan». I genitori ci avevano creduto.
Nel frattempo i marines entrano a Kabul e il regime dei Talebani si
dissolve. Mohamed, catturato a Konduz, finisce con altri centinaia di
muhajeddin nell’inferno della fortezza di Mazar-i-sharif. Ferito, viene
arrestato dai miliziani e consegnato ai soldati americani. Ultima
destinazione, l’X-Ray Camp di Guantanamo. Nel febbraio 2002 inizia a
scrivere lettere ai genitori. «Sto bene grazie ad Allah, scusatemi per
quello che ho fatto, vi chiedo perdono». La famiglia si chiude nel silenzio
e spera che, prima o poi, Mohamed se ne torni, libero e guarito, nel piccolo
alloggio al primo piano di un’ex palazzina operaia, via Catania, Torino,
Italy.
Il viaggio di Mohamed è il
filo d’arianna che seguono gli investigatori della Digos per ricostruire
l’intera rete terroristiche. Da qui, le indagini si spostano e si allargano
in altre città italiane. Ogni mese un passo in più, un nuovo corridoio di un
labirinto per molti versi ancora sconosciuto, per ricostruire la
nomenclature dell’«esercito» dei seguaci di Osama bin Laden in Italia, con
Torino a svolgere un ruolo di primissimo piano. E molte sorprese. Il ruolo
ambiguo di elementi considerati moderati, oppure la sorprendente
destinazione dei fondi raccolti da alcuni fra gli indagati nel corso delle
collette in moschea. |
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22
Novembre 2003
DEL GRUPPO FANNO PARTE ANCHE I
MAGHREBINI ESPULSI NEI GIORNI SCORSI
Al
Qaeda sotto la Mole
gli indagati sono undici
Non per tutti l’accusa è di aver
fiancheggiato l’organizzazione
Esposto
di An sul volantino degli universitari contro i carabinieri |
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Sono 11 le persone iscritte nel registro degli indagati della
Procura di Torino nell’inchiesta sulla presenza di una presunta cellula di
Al Qaeda nel capoluogo piemontese. Non tutti, sarebbero indagati per reati
eversivi. Per altri invece, sono stati aperti fascicoli che consentono alla
Digos di approfondire le indagini. Tra questi un giovane sorpreso
dall’Antiterrorismo nella casa di via Catania 36 dove abitava il mujaheddin
Mohamed Azouar, tuttora prigioniero nello Z-Ray Camp di Guantanamo. Mistero
sul ruolo sostenuto dal giovane all’interno della cellula torinese. I
personaggi considerati dagli inquirenti più pericolosi (sei marocchini e un
algerino) sono già stati espulsi martedì scorso su iniziativa del ministero
dell’Interno. I familiari di alcuni si lamentano perché la polizia
marocchina non ha ancora concesso loro il permesso di vederli. Sarebbero
tuttora custoditi in una caserma di Rabat. L’Intelligence marocchina vuole
soprattutto ricostruire a chi erano destinati i fondi raccolti a Torino che
Noureddine Lamor, il capo, sosteneva fossero destinati alle «vedove dei
kamikaze del 16 maggio», cioè i quattordici uomini che con tre autobomba
effettuarono in una notte cinque attentati, tra Rabat e Casablanca,
provocando la morte di 41 persone.
Intanto continua a suscitare
proteste il volantino firmato dal «collettivo autonomo universitario» e
contenente espressioni di insulto rivolte ai carabinieri caduti a Nassiriya.
Il parlamentare di An, Agostino Ghiglia ha presentato un esposto in Procura
contro coloro che hanno distribuito «volantini propagandistici in favore
della guerriglia irachena», mentre i deputati di Forza italia, Daniele Galli
e Guido Crosetto, hanno presentato un’interrogazione al ministro di Grazia e
Giustizia per chiedere quali provvedimenti si intendano adottare per
identificare gli autori del volantino. Anche il Gruppo Forza Italia giovani
si è schierato contro l’iniziativa: «Tutti noi - si legge in una nota -
siamo ragazzi della stessa età di chi ha redatto quello scritto che è
soltanto un inno ed uno sprone al più bieco terrorismo». |
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22
Novembre 2003
DA UN BAMBINO GLI AGENTI DI BARRIERA
DI MILANO SONO RIUSCITI A RISALIRE ALLA GANG
Corrieri della droga a 10 anni
La polizia scopre banda di pusher: 6 arresti |
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Corso Vercelli, fine settembre 2003. Quel bimbo che sta
armeggiando vicino a un muretto, all’interno del parcheggio dei vigili
urbani della settima cricoscrizione, attira l’attenzione di un poliziotto
del commissariato di Barriera Milano. Il bambino ha appena preso dal
nascondiglio una dose di cocaina, la bustina termosaldata finisce nelle mani
dell’ispettore.
«Dove l’hai presa?». Il piccolo, 10 anni appena
compiuti, senza casa, senza famiglia, arrivato in Italia e a Torino chissà
come, se ne sta zitto per molte ore. Ma gli agenti gli sequestrano il
cellulare e, attraverso i numeri di telefono registrati sulla scheda,
risalgono alla gang. Adesso sono stati arrestati sei spacciatori,
sequestrata droga per oltre un milione di euro (un chilo di eroina in
pietra, due etti di cocaina, 4 mila pastiglie di ecstasy, tre chili di
hashish) che era nelle due basi, in largo Brescia 13 e corso Brescia 46.
Nella prima abitazione sono stati bloccati due
marocchini in regola con il permesso di soggiorno, Mohamed Qrochi, 28 anni,
e Ahmed El Jazouli; Mohamed, quando i poliziotti lo hanno interrogato, ha
detto di essere un volontario della Caritas; l’altro è un muratore. Erano in
possesso di 850 grammi di eroina in pietra e 500 euro in contanti.
Nel secondo appartamento, in corso Brescia, sono
stati arrestati un palestinese, Nour Assmar, 26 anni, e quattro marocchini,
Abdelmoula Baydour, di 24, Zouhair Lemaani, di 24, Mohamed Sada, di 38, e
Adnan Abou Falss, di 24, tutti clandestini. Interessanti i permessi di
soggiorno falsi. Si distinguono dagli originali solo per piccoli,
insignificanti, particolari. Il modo per fissare le fotografie, i timbri a
secco, la firma del dirigente. Per il resto, perfetti. Come il passaporto
olandese del palestinese Nour Assmar. Unico errore: il numero seriale nelle
pagine interne, diverso da quello riportato nell’intestazione.
Stupore: «Ma in Olanda non controllavano mai». Il
capo, spiega il dirigente Alessandro Giusa, era Adnan Abou Falss, un
marocchino griffato dalla testa ai piedi, dall’aria tranquilla. Anche lui,
muto e poco disponibile a collaborare. Ma è lui l’uomo che ha arruolato il
mini esercito di bimbi-pusher, a cui affidava la droga e un cellulare
d’ordinanza, per tenere i contatti con i clienti.
Tutti e tre sono stati affidati soprattutto alle
cure delle agenti. «Il loro telefonino - raccontano - quando li abbiamo
fermati ha continuato a squillare per ore. Ogni giorno riuscivano a
guadagnare un centinaio di euro. Storie terribili, le loro: dormono nelle
fabbriche abbandonate, nei furgoni, dove capita. Non sappiamo nulla dei loro
genitori, non sappiamo neppure dove sono nati». Per stabilirne l’età sono
stati sopposti ad accertamenti radiografici in ospedale. I tre piccoli
pusher individuati (altri sono riusciti a sparire nei meandri di Porta
Palazzo) sono stati divisi e affidati a comunità di recupero diverse. Non
sarà facile strapparli al controllo degli spacciatori maghrebini.
«La droga proveniva dall’Olanda, l’ecstasy la
spacciavano in discoteca. Un’organizzazione efficiente che “lavorava” da
mesi, forse da anni. Indipendente dal racket che controlla l’eroina e la
cocaina».
Singolare la figura di Mohamed
Qrochi che - dice - nei ritagli di tempo svolgeva la sua opera di volontario
nella Caritas. Dove nessuno, adesso, lo ricorda. «Mai sentito - dice il
direttore Pierluigi Dovis - ma questo Mohamed proprio non sappiamo chi sia.
Se poi frequentava una parrocchia, io non posso saperlo»». \ |
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22
Novembre 2003
Medici del 118 indagati per truffa
Non si presentavano sulle ambulanze dell’emergenza |
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Massimo Numa
Marco Accossato
«Msa»: è l’acronimo di Mezzo di Soccorso Avanzato.
Significa che a bordo di queste ambulanza dovrebbero esserci, oltre
all’autista, un infermiere professionale e un medico specializzati in
emergenza. Le «Msa» intervengono nei casi più gravi, a sirene spiegate,
quando il ferito o il malato è in pericolo di vita. A Torino ci sono cinque
mezzi con questa sigla: di stanza alle Molinette, al San Giovanni Bosco,
nella sede dei Vigili del fuoco di corso Regina Margherita, e al Martini. Ma
il medico, su quelle ambulanze, spesso non è salito.
Dopo un’interpellanza in Regione firmata nel giugno
scorso dai partiti di opposizione, l’Asl 1 ha avviato un’indagine interna
per verificare il perché di quelle assenze, e al termine dell’inchiesta ha
trasmesso la documentazione alla procura. Risultato? Cinque medici del «118»
sono stati già raggiunti da un avviso di garanzia con l’accusa di aver
truffato l’Asl 1. L’estate scorsa sono stati tutti sospesi dal servizio, nel
massimo riserbo: due di loro hanno fatto immediatamente ricorso ed è stata
bloccata la sospensione; altri tre sono tuttora «fuori servizio», in attesa
che la magistratura - che ha delegato le indagini alla polizia - faccia
chiarezza sull’entità della truffa ai danni della Sanità pubblica.
Gli indagati sono i dottori Gianni Colarelli, Angelo
Maraschiello, Antonino Bonanza, Claudio Romano e la dottoressa Patrizia
Notaro. Il meccanismo della truffa era il più classico, e soprattutto
semplice: non presentarsi al lavoro, inventando impegni urgenti e
inderogabili o malattie improvvise. Peccato che, proprio in quelle stesse
ore, mentre le ambulanze di Soccorso Avanzato erano costrette a uscire
«declassate» (cioè non più per le urgenze più gravi) per mancanza del medico
a bordo, loro erano impegnati a fare i medici altrove (pur essendo vincolati
dall’esclusività del rapporto), incassando una doppia indennità.
Il caso esplode a giugno. Ma già a gennaio erano
arrivate al «118» segnalazioni su quelle strane assenze dal lavoro.
Nell’indagine della magistratura si sta valutando anche l’ipotesi che
qualcuno di questi medici abbia addirittura falsificato le firme di presenza
a bordo. Attraverso una serie di controlli direttamente sulle ambulanze in
servizio, la polizia avrebbe accertato la presenza dell’infermiere e
dell’autista. E stop. Un’assenza che - stando ai rilevamenti effettuati
dagli investigatori - proseguirebbe ancora oggi, al punto che domenica 5
ottobre mancava il medico sull’ambulanza «Msa numero 425» del turno
pomeridiano al San Giovanni Bosco. Anche a settembre, ad agosto e a luglio,
risultano diversi mezzi «declassati» dalla centrale operativa del «118». Si
tratta adesso di verificare se la mancanza del medico, dopo la scoperta
delle prime presunte truffe, sia sempre frutto dello stesso meccanismo
oppure legato a problemi di carenza di personale.
Valter Galante, direttore regionale della
programmazione sanitaria nel settore emergenza, conferma: «Siamo stati noi a
dare il via ai primi accertamenti, chiedendo all’Asl 1 di approfondire.
Attendiamo gli esiti dell’indagine della magistratura, ma saremo i primi ad
agire contro chi aveva firmato le convenzioni con noi dando la propria
disponibilità a far funzionare un sistema così importante e delicato. Gli
ultimi fatti di cronaca in Sanità dimostrano che abbiamo bisogno di un’opera
di moralizzazione».
Nessun commento da parte degli inquirenti:
l’indagine è ancora in corso. Gli agenti non nascondono invece lo stupore
nel momento in cui si sono imbattuti in questo ennesimo scandalo, «portato
avanti con evidente senso di impunità». In un caso, ad esempio, le ore mai
fatte e comunque pagate, superano le cento. Una prassi consolidata?
Ogni ambulanza di Soccorso
Avanzato si traduce in una spesa ingente per la Sanità pubblica: «Nel ’98,
il costo di ogni mezzo variava dai 350 ai 750 mila euro». I pm vogliono
accertare se, oltre alla truffa, sono stati commessi altri reati più seri.
Se, ad esempio, pazienti gravi ai quali il «118» avrebbe dovuto inviare
un’ambulanza medicalizzata siano invece stati soccorsi - o siano addirittura
morti - per l’invio di un mezzo senza medico. Circostanza, questa, possibile
ad esempio in caso di più incidenti stradali in contemporanea nella città. |
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24
Novembre 2003
NIGERIANA SALVATA DAI CARABINIERI
Picchiata perché non vuole vendere i due
figli |
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«Voleva portare in Africa i nostri due bambini, per
venderli. Aveva già trovato un acquirente: gli avrebbero dato 40.000
dollari. Io mi sono opposta, lui ha prima cercato di strangolarmi con il
filo elettrico e poi di accoltellarmi. Solo l’intervento dei vicini mi ha
salvato la vita». Parla così Joy Edo, 32 anni, nigeriana, raccolta ieri
pomeriggio pesta e sanguinante dai carabinieri del Nucleo Radiomobile,
intervenuti in via Verres 44. La donna ha raccontato di continue violenze ed
angherie, verso di lei e verso le due bambine, di 2 e 4 anni. «Mi ha preso a
botte, poi s’è messo ad urlare ed ha cercato di strangolarmi ma sono
riuscita a fuggire, poi ha impugnato un coltello e mi ha inseguito per tutta
la casa, ferendomi. Urlavo a più non posso, anche perché temevo per le
bambine. Lui vorrebbe vendere i bambini per comprarsi vestiti griffati e
fare la bella vita con le sue tante donne».
I militari hanno notato (e fatto documentare dalla
Sezione Rilievi Scientifici del Reparto Operativo) che i muri erano sporchi
di sangue, che c’erano evidenti danni agli infissi (una persiana era stata
scardinata), ma soprattutto che le bambine erano realmente terrorizzati. La
donna e le piccole vivevano in uno stato di assoluta povertà, con il
frigorifero del tutto vuoto. In tasca, l’uomo aveva invece oltre 1000 euro.
Subito dopo l’intervento dei carabinieri, Joy Edo è stata colta da malore ed
è stata trasportata all’ospedale Giovanni Bosco. Diversa sorte, invece, per
l’uomo, Charles Obadeyi, 43 anni, nullafacente, che è stato arrestato e
trasferito al carcere delle Vallette |
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28
Novembre 2003
PERQUISIZIONI A PALAZZO NUOVO:
CONTESTATI I REATI DI ISTIGAZIONE A DELINQUERE E RESISTENZA A PUBBLICO
UFFICIALE
Offesero i morti di Nassiriya: 5 indagati
Il volantino del collettivo autonomo diffuso all’Università |
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Lodovico Poletto
Cinque avvisi di garanzia per istigazione a
delinquere e resistenza a pubblico ufficiale. E poi ancora perquisizioni
nelle sedi dei collettivi universitari, nelle case di alcuni esponenti di
questi gruppi e una quantità di materiale informatico, e non, finito sotto
sequestro.
Dieci giorni dopo il volantino sui militari italiani
morti a Nassiriya e firmato dal Collettivo universitario autonomo, gli
investigatori della Digos hanno notificato cinque avvisi di garanzia. E
passato al setaccio le case delle persone indagate, due spazi autogestiti
all’interno del palazzo dell’Università, in via Sant’Ottavio: quello del
Collettivo universitario autonomo e quello di Universitari in lotta.
In mano agli investigatori il decreto firmato dal pm
Onelio Dodero, lo stesso che ha indagato i cinque studenti: tre sono
universitari e due fanno parte del gruppo Studenti medi autoorganizzati. Tra
loro anche Sacha Contu, figlio del consigliere regionale di rifondazione
comunista, Mario Contu. Un’iniziativa che fa dire ai portavoce degli
studenti che c’è in corso «un tentativo di spegnere ogni voce che esprima
opinioni diverse da quelle istituzionali». Qualcuno parla di «attacco alla
libertà di espressione politica».
Le ragioni di questa doppia iniziativa della
magistratura vanno ricercate all’interno degli avvenimenti di questi ultimi
giorni all’Università. Il primo è il volantino sui morti di Nassiriya nel
quale alcune espressioni erano finite al centro di una polemica politica. In
particolare la frase: «Chi erano questi carabinieri e questi soldati che
dovremmo piangere? Ignobili mercenari pagati per uccidere in un paese
straniero...».
Il secondo fatto è un incidente accaduto il giorno
dei festeggiamenti per i 600 anni dell’Università: una scazzottata
nell’atrio di Palazzo Nuovo, tra un esponente di Forza Nuova e alcuni
autonomi. «Aggressione a freddo», aveva stigmatizzato il deputato di An
Agostino Ghiglia. «Risposta ad una provocazione; quel ragazzo aveva sputato
e strappato un nostro manifesto», replicano gli altri. Ieri l’arrivo della
Digos ha spostato la discussione sulle ragioni del provvedimento. «Ci hanno
sequestrato computers, dischetti e volantini, senza curarsi di ciò che
portavano via», accusano i ragazzi. Qualcuno denuncia: «Hanno sequestrato
anche il dischetto con la tesi di una studentessa di Fisica e quello con la
tesi su Leopardi, scritta da un ragazzo della facoltà di Lettere».
L’operazione di ieri mattina
precede di una settimane l’assemblea del Senato accademico, nel corso della
quale verrà discusso lo sgombero dell’acquario, il locale utilizzato dal
Collettivo universitario autonomo. «Il Rettore è stato sollecitato dal
ministro Pisanu», dicono gli autonomi. Il Rettore, Rinaldo Bertolino nega:
«Non ho mai ricevuto sollecitazioni da nessuno; questa vicenda la vuole
risolvere l’Università sottraendosi ad ogni sollecitazione politica». Ma lo
sgombero si farà? «Tutte le possibilità sono state analizzate dai presidi
delle facoltà umanistiche e ne parleremo in Senato accademico». Poi il
discorso torna al volantino. «L’università ha il compito di far rispettare
la legalità al suo interno e non può assistere passiva alla violazione della
più elementare “pietas” verso la persona che muore. Ciò che mi ha sorpreso e
indignato è l’assenza di partecipazione umana di giovani verso altri giovani
morti in situazioni drammatiche e tragiche». |
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29
Novembre 2003
C’E’ IL SOSPETTO CHE I PROVENTI DEL
TRAFFICO SERVISSERO A FINANZIARE IL TERRORISMO ISLAMICO
In
un garage la base degli spacciatori
I
28 maghrebini e italiani arrestati |
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Patrizio Romano
Stava cercando di uscire dal «tunnel» della droga.
Andava a Collegno a prendere il metadone proprio perché voleva
disintossicarsi. Ma lì, all’uscita, trovava un giovane maghrebino che gli
vendeva la cocaina. Una tentazione, una delle tante nel Parco Dalla Chiesa,
che proprio per la presenza del Centro di distribuzione del metadone attrae
spacciatori. E il giovane ricade. Però nell’agosto del 2002 non ne può più e
si confida con uno psicologo del Sert. «Voglio uscirne, ma così non ce la
frò mai» dice.
E da lì a raccontare la sua storia ai carabinieri
del tenente Massimiliano Pricchiazzi, della compagnia di Rivoli, il passo è
breve. «Quando non lo trovo nel Parco lo posso chiamare a questo cellulare».
Inizia così l’operazione «Stura», che ha portato all’arresto di 28 persone,
tra maghrebini e italiani. Una rete che collegava Torino a Milano, dove si
trovava la base del rifornimento. E a capo della banda due fratelli:
Abderkader e Rachid Cherragi, di 32 e 30 anni. Una struttura verticistica,
con 6 «luogotenenti», tra cui la fidanzata di Abderkader, Najia Ben El
Fallah di 39 anni. Spacciavano droga tra il capoluogo e la provincia. La
loro base era un garage nel cortile di via del Martinetto 6, a Torino (che
oggi è abbandonato e porta i segni di un incendio). Poi c’erano i
«galoppini», una ventina di persone con il compito di consegnare le dosi in
giro e contattare i tossicodipendenti: come faceva Abdul. Le indagini
coordinate dal pm Andrea Padalino partono in sordina. Senza saperlo è il
maghrebino a fornire le prime indicazioni. Dai suoi dialoghi al telefonino
si ricostruisce la rete dello spaccio.
«Portami una "ragazza"», «Per
favore mi puoi dare una "mano"? No? E "mezza mano"?»: questi i dialoghi tra
compratori e spacciatori per indicare un etto, 50 o 25 grammi di droga.
«Secondo me, oggi, i serpenti ci stanno alle calcagna» si dice in una
telefonata per allertare sulla presenza di carabinieri. E un po'
alla volta, la rete di «distribuzione» viene smantellata. A Grugliasco, il
25 settembre 2001 finisce in manette la giovane Luisa Consiglio e con lei,
in seguito, anche altri 15. Nei giorni scorsi, scatta la trappola per tutti.
Poi, i pesanti sospetti che arrivano da Roma: si
tratta soltanto di una rete di spacciatori oppure i proventi servivano a
finanziare il terrorismo di matrice islamica? In effetti, per alcuni di
loro, sono emersi nel corso delle indagini frequenti viaggi tra l’Italia e i
paesi d’origine. In via del Martinetto, a Torino, dove vivevano i due
fratelli Abdelkader e Rachid Cherragi (ritenuti i capibanda) li conoscevano
come spacciatori. «Ma terroristi no, vendevano solo droga», spiegano due
connazionali. «Li hanno arrestati qualche mese fa. Sono arrivati i
carabinieri, di notte, ci hanno messi tutti con la faccia a terra. Ma in
manette se ne sono andati solo loro. La casa è rimasta vuota, aperta. E
qualche sera dopo l’alloggio è andato a fuoco».
Un altro arrestato, Mohamed
Hamdafi, in via Madama Cristina 137 lo ricordano come «un uomo con i baffi,
irreprensibile. Viveva con una peruviana, mai che abbia dato fastidio. Forse
spacciatore, ma terrorista... come si fa a dirlo?».
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29 Novembre 2003
ALBANESE PATTEGGIA
Tre anni
per gli spari
in discoteca |
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Ha patteggiato una pena di 3 anni e otto mesi
l’albanese Bernard Ganaj che il 19 novembre 2000 seminò il terrore nella
discoteca Boccaccio, in corso Moncalieri. Davanti al gup Salvadori
l’accusa di tentato omicidio è stata derubricata in lesioni gravi. «Ha
sparato alle gambe degli avventori del locale» ha riconosciuto il pm
Gabetta. Grande soddisfazione per i difensori Aldo Perla e Roberto Mordà
che sono riusciti a chiudere la vicenda giudiziaria del loro assistito
con un grosso successo. Per nulla soddisfatte le parti lese, due giovani
che hanno deciso di costituirsi parte civile con l’avvocato Kira Vittone.
Entrambi i ragazzi portano ancora nel corpo i segni di quei momenti di
follia in discoteca quando l’albanese ferì uno ad un polmone e l’altro
alla spalla. Entrambi sono stati risarciti con 5 mila euro complessivi.
Alla lettura della sentenza uno dei due ha reagito con violenza. Se l’è
presa prima con il magistrato. «E’ una vergogna, non può cavarsela con
una pena così bassa. E poi come si fa a parlare solo di lesioni, se non
è tentato omicidio questo». Lo stesso giovane ha pensato bene di
prendersela poi con l’avvocato Perla che stava uscendo. Quella notte
l’albanese Bernard Ganaj era arrivato in compagnia di un amico e di una
donna. Era stato allontanato, pare, perché infastidiva i clienti. Uscì,
ma poi tornò nel locale, armato. Sparò otto colpi: sei andarono a segno. |
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10 Dicembre 2003
LA GIUNTA HA DECISO IL DEBUTTO
DELLE SANZIONI NELLE VIE A TRAFFICO LIMITATO: IL 15 GENNAIO 2004
Telecamere, scattano le multe
Gli occhi elettronici in sette incroci
del centro |
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Emanuela Minucci
Il 15 gennaio. Ecco la prima data del 2004 che
gli automobilisti dovranno segnarsi in agenda, insieme con un elenco di
vie. Le strade sono quelle sorvegliate dalle sette telecamere della
«Project Automation» (progetto da un milione e 734 mila euro) che stanno
per debuttare nelle vie riservate al traffico del centro. La giunta
comunale ha deciso che fino a tutto dicembre gli occhi elettronici
rimarranno in funzione in via sperimentale, ma dal 15 gennaio 2004
scatteranno le multe.
Attenzione, dunque. Non appena terminerà la
pausa natalizia, chiunque sia privo dei permessi Ztl con il quadratino
color rosso, viola o argento, sarà bene che tenga la sua auto lontano da
questi incroci: via Rossini angolo corso San Maurizio, piazza Carlo
Felice angolo via Roma, via XX Settembre angolo corso Matteotti, via
Pietro Micca angolo piazza Solferino, piazza della Repubblica all’inizio
di via Milano, piazza IV Marzo, viale dei Partigiani. Come funzionerà il
meccanismo di repressione? «Semplice - spiega il direttore della
divisione Viabilità Biagio Burdizzo - i titolari dei permessi che danno
il via libera alle strade riservate ai bus dovranno comunicarci la targa
dell’auto. A quel punto la divisione Parcheggi farà pervenire loro uno
speciale adesivo che verrà fissato sui tagliandi che diventeranno così
super-personalizzati e non potranno essere trasportati da un’auto
all’altra. Per tutti gli altri la multa sarà inevitabile. Perché se la
telecamera inquadrerà una targa che non figura nella cosiddetta lista
bianca, il computer provvederà ad associare all’immagine la multa».
Novità anche per quanto riguarda la nuova Ztl
dal perimetro allargato (il maxi-quadrilatero centrale dove risiedono
ben 80 mila persone): «Anche questo nuovo provvedimento - ha spiegato
ieri l’assessore alla Viabilità Maria Grazia Sestero al termine della
giunta - potrà scattare già alla fine di gennaio. Non prima però di aver
operato un confronto con tutte le categorie interessate al
provvedimento». Un esempio di applicazione anticipata potrebbe fornirlo
lo smog: se a gennaio passerà l’ipotesi delle targhe alterne per tutta
la settimana all’interno del quadrilatero centrale, allora quelle 34
porte elettroniche saranno davvero utili. L’orario, per ora, sarà lo
stesso, dalle 7,30 alle 10,30, e chi possiede un’auto non catalitica (e
non è residente) dovrà rimanerne fuori tutto il giorno ad eccezione dei
weekend».
AUTO NON
CATALITICHE. «Daremo ai residenti nella Ztl
dotati di vecchie auto un tempo limite per cambiare la vettura -
risponde l’assessore Sestero - e questo tempo di aggirerà più o meno
attorno ai due anni».
SCUOLE. «Per le scuole statali non ci
sono problemi - spiega ancora l’assessore Sestero - dal momento che gli
iscritti, solitamente risiedono a pochi passi dall’istituto, mentre per
gli altri potremo studiare forme di permesso alternativa in accordo con
presidi e direttori».
OSPEDALI. «Chi verrà sottoposto a una
visita o ad un ciclo di cure dovrà farsi rilasciare dall’ospedale un
certificato - spiega l’assessore -, a quel punto, anche se la sua auto è
stata fotografata avrà il tempo, prima che quell’immagine si trasformi
in verbale, di far depennare la sua targa».
PENDOLARI. Chi lavora in centro, ma
risiede al di fuori della Ztl non ha scampo: o si alza prima oppure
lascia l’auto in uno dei parcheggi a corona, o, ancora, usa i mezzi
pubblici. MOTOCICLI. Non ci sarà limite per la loro mobilità.
PARCHEGGI. Le autorimesse all’interno
della Ztl sono uno dei pochissimi problemi rimasti aperti. «Gli abbonati
passeranno di sicuro - dice l’assessore - ma per tutti gli altri che
promettono di andare a parcheggiare in un sotterraneo dobbiamo studiare
una soluzione».
CLIENTI DI HOTEL.
Sarà automaticamente inserito nella lista bianca che gli consentirà il
libero accesso alla Ztl. |
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Gli articoli sono
stati pubblicati dal quotidiano "LA STAMPA"

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