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NOTIZIE DAL FRONTE 4

11 Ottobre 2003

LA TRE GIORNI CONTRO IL SISTEMA CARCERARIO E LA REPRESSIONE E’ INIZIATA CON UNA SERIE DI INCURSIONI DEGLI ATTIVISTI

Raid anarchici dalla periferia al centro

Arrestato vicino alle Vallette l’ex brigatista Ermanno Gallo

E’ iniziato con tre raid, il primo contro l’ex ospedale psichiatrico «Villa Cristina» il secondo contro la sede Rai di via Verdi e il terzo al «Bit» di corso Unità d’Italia, la tre giorni anarchica contro sistema carcerario e la repressione dal titolo: «Scateniamoci». Cinque persone sono state arrestate dagli investigatori della Digos che avevano predisposto un servizio «ad hoc» di vigilanza sul territorio e dal personale del reparto volanti. Tra i fermati c’è anche Ermanno Gallo, 55 anni, ex brigatista, arrestato nel ‘75, e dall’82 all’85 latitante in Francia. Un personaggio sicuramente di secondo piano nel panorama degli anni dell’eversione, ma il cui nome era ben noto tra i Bierrini torinesi. Con lui sono finiti in manette, accusati di violenza privata e danneggiamento, anche Sara Pantoli, 23 anni di Cervia, Maya Husejic, 22 di Forli, Roberto Riccioni ventitreenne di Santa Croce sull’Arno e Giuseppe Conversano, 25 anni di Torino.
I dimostranti sono stati bloccati verso le 16 all’interno della clinica psichiatrica Villa Cristina di strada Pianezza, quasi al confine con Savonera, a pochi metri dal carcere delle Vallette. Poco prima, infatti, una quindicina di persone, tutte incappucciate, si erano avvicinate all’edificio e, dopo aver messo fuori uso le telecamere della videosorveglianza a circuito chiuso, avevano bloccato il portone con una grossa corda. Una volta all’interno, con bombolette spray, avevano scritto sulla cinta: «Qui si pratica il ricovero coatto e si collabora con sbirri e secondini. No lobotomizzazioni, no galere psichiatriche. Abbattiamo le carceri».
Il secondo blitz è stato messo a segno contro la sede del «Bit», dove sono state lanciate lampadine piene di colore ed agganciati due striscioni: «Sbirri europei per la nuova inquisizione» e «Scuola di repressione». Quindi sono fuggiti, per rifarsi vivi, poco più tardi in via Verdi, ancora una volta, con le bombolette di vernice. Sui muri è apparsa la scritta: «La Rai sfrutta i detenuti» e ancora «La stampa Rai detiene il potere dell’informazione falsa al servizio dei potenti». Anche in questo caso la polizia è intervenuta in forze, ma ormai gli autori dell’azione si erano già allontanati verso il centro.

  

11 Ottobre 2003

L’UOMO COLPITO CON UNA SPRANGA E DERUBATO DI 12 MILA EURO

Aggredito e rapinato
il «re» dei pescivendoli


L’ambulante, noto per la sua bancarella in piazza Carlina, atteso
da due malviventi extracomunitari all’alba vicino al garage di casa

Angelo Conti
Walter Albertin, il pescivendolo più noto della città per via del suo cinquantenario banco in piazza Carlina, è stato vittima di una violenta rapina, ieri mattina all’alba, nel garage di casa sua. Aggredito a sprangate, il commerciante ha reagito sparando con il suo revolver, ma è stato comunque raggiunto dai banditi che l’hanno selvaggiamente colpito e ferito. Poi gli hanno portato via, oltre al denaro (12.000 euro), anche la 38 special.
L’aggressione pochi minuti prima delle 5. Walter Albertin esce dalla sua casa come tutte le mattine, percorre a piedi quei pochi metri ed entra nel garage privato, dove tiene parcheggiata la sua vettura. Ha in mano due borselli: nel primo ci sono solo documenti, nel secondo le carte di credito e 12 mila euro in contanti. Nel momento in cui estrae dalla tasca le chiavi dell’auto nota due uomini, parzialmente travisati, che si muovono verso di lui. Capisce subito che si tratta di una rapina ed estrae la Smith & Wesson che porta in tasca. I due malviventi, che parlano fra loro in lingua romena od albanese, gli sono addosso e lo colpiscono con una grossa spranga. Albertin cade a terra, ma riesce a sparare un colpo: «L’ho fatto più che altro per spaventarli - ha poi spiegato - perché non avevo affatto intenzione di colpirli».
La detonazione tuttavia non ha l’effetto sperato sia perché il proiettile - dopo una traiettoria quasi fantozziana - si conficca in un pneumatico dell’auto del pescivendolo, sia perché - imbestialiti da questa reazione - i due rapinatori picchiano con maggior violenza il commerciante e gli strappano il borsello con il denaro, prima di fuggire a gambe levate.
Il commerciante, che perde sangue dalla testa, riesce a fatica a tornare in strada ed a dare l’allarme. Ma la successiva battuta di polizia e carabinieri per le strade del quartiere non porta ad alcun risultato. Le indagini sono comunque rivolte ai romeni che abitano nel quartiere e che avrebbero potuto essere così ben al corrente delle abitudini del pescivendolo. Per gli inquirenti infatti non c’è alcun dubbio che lo stessero aspettando: avevano infatti addirittura forzato una recinzione per raggiungere il garage e poi nascondersi dietro un basso muretto, in attesa della vittima.
Veneto di famiglia, Walter Albertin, 57 anni, è notissimo in città perché ogni mattina allestisce, in piazza Carlina, una «vetrina» che è uno spettacolo. Sono infatti in molti a sostenere che lì si trovi il pesce migliore di tutta Torino: spada nostrani del Mediterraneo, calamari di Viareggio, aragoste di Sardegna, tonno di Sicilia, branzini dalla Costa Azzurra.
All’esperienza di Albertin, «maestro del gusto» e citato in molte guide gastronomiche, si affidano anche alcuni ristoratori del centro. Walter racconta di aver cominciato a frequentare quel mercato quando aveva 3 anni (anche la mamma Pasqualina faceva la pescivendola) e, quindi, di essere ormai lì da oltre cinquant’anni. Ha fra i suoi clienti molte massaie della zona, gli alti ufficiali dei carabinieri della vicina caserma Bergia, ma anche tanti top-manager della collina, appassionati di cucina, che ordinano per telefono e discutono di ricette con lui.
I pesci sono tutta la sua vita ed Albertin è anche noto come pescatore: «Tutti i lunedì, il mio giorno libero, vado a gettare l’amo nel Po, ma ributto in acqua i pesci che abboccano». Ha un attaccamento alla professione, ed al suo ordinatissimo banco, che è quasi maniacale: ricorda volentieri di quando un cliente volle assolutamente acquistare un dentice reale di 7-8 chili, e lui fece invece di tutto per non venderglielo perché «darglielo avrebbe voluto dire rovinare la vetrina».

  

12 Ottobre 2003

AZIONI DI PROTESTA IN VARIE ZONE DELLA CITTÀ MA SENZA INCIDENTI

Un pomeriggio con i raid di anarchici e disobbedienti

Traffico bloccato, occupato un vecchio cinema
 

Lodovico Poletto
Un presidio per protestare contro l’arresto dei cinque anarchici fermati l’altra sera. Un’azione di disturbo in pieno centro con il blocco del traffico, proprio all’ora di punta. E poi l
'occupazione di un ex cinema, inutilizzato da un anno i cui muri sono di proprietà di Comune, Regione e Provincia.
Giornata all’insegna delle iniziative quella di ieri per la galassia antagonista torinese. E, per un caso del tutto fortuito, si sono incrociate le azioni del mondo anarchico e quell’ala della disobbedienza. «Non c’è alcun collegamento tra noi, abbiamo organizzato azioni distinte e che hanno finalità del tutto differenti. Non bisogna confonderle, per non creare confusione».
Il primo appuntamento è poco dopo mezzogiorno quando un gruppo di anarchici - che partecipano alla tre giorni contro repressione e carceri, dal titolo «Scateniamoci» - blocca corso Giulio Cesare. Per farlo basta una catena, stesa da parte a parte della carreggiata e agganciata ai lampioni elettrici. Si bloccano tram e mezzi pubblici, le auto s’incolonnano. Per dieci minuti il traffico va in tilt. Gli autori dell’azione, un gruppo di ragazzi che stende uno striscione, scappano velocemente. Quando arrivano le volanti sono già lontani. Il parlamentare An, Agostino Ghiglia, intanto punta il dito contro anarchici e manifestazioni spesso violente: «Mi rivolgerò al ministro Pisanu, chiederò un controllo sulle strutture che si dovrebbero occupare di prevenzione, in modo da far emergere eventuali carenze di strumenti e di personale, nonché per testare l’efficienza dell’intera organizzazione di intelligence».
E’ soltanto un caso, ma due ore dopo l’azione di corso Giulio Cesare, un gruppo di Disobbedienti occupa i locali del cinema «Astra» di via Rosolino Pilo, chiuso ormai da più di un anno. E’ un cinema datato, che il Comune ha affidato al Teatro Stabile, già al centro di ingenti opere di recupero e sistemazione. Sulla pensilina compare uno striscione: «Mucchio selvaggio. Laboratorio sociale occupato». Una decina di persone si chiude all’interno dell’edificio. Denuncia lo stato di abbandono della struttura. Annuncia l’intenzione di rimanere lì e trasformare quell’edificio in un luogo di aggregazione. «Ma creativo. Dove si faranno laboratori artistici, e un centro di documentazione. No, niente concerti, niente attività che disturberanno i residenti. Noi vogliamo soltanto rivitalizzare questa struttura».
Le volanti della Polizia, intanto, bloccano l’accesso alla strada. La gente dei palazzi si affaccia sul cinema e guarda incuriosita. Un gruppetto di disobbedienti che aderisce all’ala dei «Pinker silver» inscena uno spettacolo. «Noi siamo l’ala del movimento che fa resistenza creativa. Durante le manifestazioni vestiamo di rosa e ci muoviamo facendo musica. La violenza da noi è bandita...».
All’interno, intanto, qualcuno esplora l’edificio. Il salone è rovinato, le stanze al primo piano lo sono ancora di più. «Ma la struttura tiene, non ci sono problemi». E fino a sera inoltrata va avanti il volantinaggio in zona e prosegue lo spettacolo improvvisato. Senza incidenti e senza problemi: «Speriamo che non venga deciso lo sgombero; questo edificio sarebbe la soluzione ideale per tutte le nostre necessità».
Da via Rosolino al carcere delle Vallette. Alle 18 un centinaio di anarchici si ritrova al capolinea di corso Molise. Un presidio annunciato, per solidarietà ai detenuti e per sostenere i cinque compagni arrestati nella serata di venerdì. Da una parte c’è la polizia in assetto antisommossa, dall’altra ci sono i dimostranti. Gli altoparlanti diffondono musica a tutto volume; qualcuno prepara un po’ cena con costine e vino. E’ un happening che prosegue fino a notte inoltrata, senza problemi né incidenti. E’ il modo pensato per chiudere questa tre giorni di iniziative «contro la società carceraria», iniziate giovedì al centro Fenix. I manifestanti appendono striscioni, rivolti verso gli edifici della casa circondariale, qualcuno urla slogan. Ma ormai la manifestazione è alla fine.

 

16 Ottobre 2003

TOSSICODIPENDENTI E SPACCIATORI HANNO INVASO LA ZONA DOPO LA «FUGA» DA PORTA PALAZZO

Lungodora ostaggio della droga

Topi lungo le sponde e ubriachi sulle panchine

 Claudio Laugeri
Le forze dell’ordine puntano i riflettori su Porta Palazzo e l’ombra del degrado scivola verso la Dora. Le sponde del fiume sono rifugio di tossicodipendenti in cerca di tranquillità per il «rito del buco», le panchine sono occupate da ubriachi e spacciatori, pantegane lunghe una spanna (coda esclusa) nemmeno più spaventate dalla presenza dell’uomo, pronte a contendere ai piccioni molliche e croste di pane lasciate da anziani impietositi. «E’ troppo» dicono 700 abitanti della zona tra Porta Palazzo e Barriera di Milano, che hanno sottoscritto un documento inviato a sindaco, prefetto, forze di polizia e ufficio d’igiene. Completo di un elenco (con tanto di targhe e numero civico di riferimento) di 33 auto, uno scooter, un motocarro e un camion abbandonati in zona da svariati mesi. Chiedono «interventi di controllo e di bonifica continui» per evitare che i ponti della zona «vengano utilizzati come rifugi per i senza dimora, come latrina, come nascondiglio per i tossicodipendenti e ricettacolo di ogni tipo di rifiuti».
«Lo vede quello? E’ uno spacciatore ed è anche tossicodipendente. Se arriva da là, significa che è andato a “farsi” una dose» spiega Bruna Baldo, 58 anni, titolare del bar all’angolo tra corso Giulio Cesare e Lungodora Savona. Da poco tempo ha rilevato il locale, «non per quello che è, ma per quello che può diventare» afferma con piglio deciso. Il Comune ha avviato un piano di riqualificazione da via Cigna fino al Ponte Mosca. «Ci hanno detto che poi toccherà anche a questa parte di quartiere, speriamo bene» sospira la titolare del bar al crocevia dello spaccio. Già, perché i venditori di morte in polvere prediligono quel punto: almeno 4 vie di fuga, oltre alla possibilità di scendere verso il fiume per risalire dove più conviene. «Ho faticato per cercare di garantire un po’ di quiete alla clientela - racconta -. Nella vita ho lavorato con giudici, avvocati e anche dietro il bancone di bar. Di brutte facce ne ho viste tante Appena aperto il locale, c’era un viavai di tossicodipendenti che andavano in bagno e si facevano gli affari loro. Non è più così, vado ad aprire la porta della toilette e accompagno chi deve andare. E quando escono, chiudo. La situazione è cambiata».
«I controlli delle forze dell’ordine hanno “liberato” la zona di Piazza della Repubblica, ma drogati e spacciatori si sono soltanto spostati. Comunque, bisogna ringraziare in particolare la polzia per quanto ha fatto. Purtroppo, però, non basta» dice Carmelo Livuri, rappresentante del Comitato spontaneo di Porta Palazzo. «Negli ultimi due mesi c’è stato un miglioramento. Prima, c’erano risse tutti i giorni» concorda la titolare del bar.
«Guardi che non è facile trattare con questa gente - dice Carmine Batilde, 63 anni, anche lui del Comitato spontaneo di Porta Palazzo -. Fino a 7 mesi fa ricevevo minacce di continuo proprio perché avevo deciso di interessarmi delle sorti del quartiere. Danni all’auto e telefonate la notte sono cessate da qualche tempo, grazie a un intervento della polizia».
Un’arma contro il degrado è la riqualificazione di palazzi, ponti, aree verdi. Ma non sempre è sufficiente. Un esempio è piazzetta Alessandria, a pochi metri dalla Dora, tra via Bologna e via Alessandria. «Da quando è stata risistemata, è stata “occupata” da immigrati che fanno di tutto - racconta Laura Gemello, 73 anni -. La situazione migliora con l’arrivo della stagione più fredda, ma d’estate è uno spettacolo poco edificante. Ricordo Torino com’era e mi dispiace vederla ridotta così».
«La sera questa piazzetta è un tappeto di bottiglie» dice A. C., 43 anni. Chiede l’anonimato, come U. S., di 65. «E’ facile ricevere una coltellata nella schiena, questa è brutta gente» si giustifica. «Questa zona non è sicura, soprattutto per le donne. Ci sono state tre violenze carnali in pochi mesi, ne hanno parlato anche i giornali - ricorda Silvia Zanella, 28 anni -. Una è avvenuta domenica mattina, un’altra all’ora di cena. Non posso credere che nessuno abbia visto. Le forze dell’ordine possono anche lavorare, ma noi dobbiamo collaborare. Altrimenti, le pattuglie servono a poco».
 

19 Ottobre 2003

L’AREA VERDE ALLE SPALLE DI CORSO TRAIANO DOPO IL TRAMONTO DIVENTA TERRA DI SPACCIATORI , DROGATI E SBANDATI

La notte violenta del parco «Di Vittorio»

Appello della polizia
a chi ha assistito
all’aggressione
al giovane clandestino
«Aiutateci a ricostruire
cos’è accaduto»

Al centro anziani
e davanti al chiosco
è un coro: di giorno
va bene, ma se si viene
quando è buio
bisogna stare attenti


Nei giardini dove è stato assassinato a coltellate un palestinese
 

Lodovico Poletto
Sotto la scala che porta al centro anziani, per due volte, nel giro di pochissimi giorni, hanno trovato un coltello; l’ultima è all’inizio della settimana. Più in là, dove un tempo c’era il laghetto illuminato e con gli zampilli, adesso qualcuno ha sfasciato tutto. Faretti e canne dell’acqua comprese. Dietro il centro anziani, quando scende la sera, si ritrovano i pusher. E i tossici fanno la spola tra lì e una specie di oasi con panchine e alberi: l’area del buco.
Ecco i giardini «Di Vittorio» polmone verde di questo spicchio di città schiacciato alle spalle di corso Traiano. Un parco dal doppio volto, dove al pomeriggio trovi pensionati e bambini a spasso con i genitori e la sera incontri soltanto sbandati e qualcuno che porta il cane a spasso prima di andare a dormire. E’ in questo ambiente che bazzicava Mohamed Blahl, il palestinese trentunenne ammazzato a coltellate l’altra notte, in corso Traiano. E’ qui che è stato aggredito con una coltellata alle natiche; duecento metri più in là è stato finito con l’ultimo fendente.
Cosa facesse, come vivesse Mohamed Blahl, è difficile da spiegare. Si sa che di giorno era un posteggiatore abusivo nella zona di Porta Nuova. Le forze dell’ordine lo avevano fermato tante volte per controlli. Ma non era mai finito nei guai. Adesso dicono che, forse, dormiva sotto un balcone del centro anziani dove ancora ci sono cartoni e teli di plastica. Chissà.
Il capo della omicidi, Marco Basile, si appella a chi ha visto l’aggressione: «Mettetevi in contatto con la polizia; aiutateci a ricostruire cos’è accaduto». Ma da dietro le finestre di quei palazzoni che si affacciano sui via Donato Bachi, sembra che l’altra notte non ci fosse nessuno. O, forse, chi ha visto preferisce tacere. Giù, nel parco, invece si discute, si narrano scene di violenza e di spaccio. La notte, però.
Salvatore Caudara, del centro anziani e il suo amico e collega Gioacchino Palumbo hanno mille episodi da raccontare. Microstorie di bottiglie di birra abbandonate ovunque, di brutta gente, di ragazzi tossici e disperati che si fanno sotto gli occhi indifferenti dei passanti. E poi ci sono i dispetti e i gesti di vandalismo subiti: «Ci hanno addirittura tagliato un tubo dell’acqua che abbiamo sul retro. Per fortuna che ce ne siamo accorti...». Più o meno sono le stesse cose che racconta anche Giuseppe Trapani, 72 anni, che ogni pomeriggio viene qui a fare quattro passi. «D’estate - dice - è un’altra cosa: ci sono famiglie e bambini. Ma adesso, la sera, è meglio stare lontani. Troppa brutta gente: litigano, bevono, si ubriacano. E‘ pericoloso». L’hanno mai aggredita? «Io? No, mai; a quell’ora preferisco starmene a casa». Davanti all’unico chiosco del parco un gruppetto di persone sorseggia un caffè caldo. Anche loro ripetono il ritornello di tutti: «La notte bisogna stare molto attenti». E il palestinese ucciso, lo conoscevate? «E chi lo può dire. Certe sere, qui dentro, ci saranno cento o duecento stranieri».

  

20 Ottobre 2003

LE GIOVANI ORA SONO OSPITATE IN UNA COMUNITA’ PROTETTA: «NON FATECI TORNARE PIU’ A CASA»

Fanno arrestare i loro tre aguzzini

Cinque ungheresi, due minorenni, costrette a prostituirsi

Katarina non vede e non sente i genitori da due anni. Loro vivono alla periferia di Pecs, Ungheria. Lei, 19 anni, vive in Italia: schiava di una banda di sfruttatori che la costringeva a prostituirsi. Johana è più fortunata: i genitori non li sente da qualche mese. A loro, però, non ha mai raccontato che qui, in Italia, si guadagna da vivere vendendo il suo corpo, che è costretta a restare nascosta tutto il giorno in una camera d’albergo, che di soldi in tasca non ne ha mai, perché finiscono tutti in mano ai suoi sfruttatori.
Katarina, Johana e altre tre ragazze, due delle quali minorenni, adesso sono in una comunità protetta. Testimoni e vittime di un’ennesima storia di sfruttamento e di violenza, di esseri umani ridotti in schiavitù da persone senza scrupoli.
Gli sfruttatori, anche loro ungheresi, da ieri mattina sono in carcere, arrestati dai vigili urbani del Nucleo stranieri e nomadi che indagavano su quel gruppo da diverse settimane. Cercano prove, le hanno trovate l’altra notte quando hanno fatto irruzione nelle stanze dell’hotel «Viginia» di via Sant’Anselmo. Pistola in pugno i vigili urbani hanno bloccato i tre sfruttatori: il capo, Tibor Karosi, 31 anni, e i suoi due aiutanti: Henrik Karsai, 22 anni, un ex pugile specialista in arti marziali e Jozsef Kardos, 19 anni, tutti di Pecs, tutti clandestini. Sarebbero stati loro ad agganciare in Ungheria le ragazze sfruttate qui in Italia e convinte a pugni e ceffoni a prostituirsi.
Nei racconti delle ragazze una storia di violenza continua, di fughe tentate e di rapimenti. Come quella volta, due settimane fa, quando due ragazze sono scappate. Le hanno rintracciare in un bar di corso Vittorio, due giorni dopo. A forza le hanno caricate sull’auto di Henrik Karsai, una Golf nuova di pacca e riportate in albergo. Agli investigatori le ragazze hanno raccontato la loro storia, i mesi di privazioni e angherie. Ma hanno anche scongiurato di non farle più tornare in Ungheria: «Perché lassù la nostra vita diventerebbe un inferno...».
I tre in carcere sono accusati di riduzione in schiavitù, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona. Loro non parlano. A gesti spiegano di non capire una parola di italiano, si fingono stupiti delle manette e di tutto il resto. Ma li inchiodano le ragazze, che li indicano come coloro che le hanno portate via con la forza dal loro paese.

 

31 Ottobre 2003


L’INDAGINE DEI CARABINIERI DELLA COMPAGNIA OLTREDORA DOVE HANNO BASE DECINE DI AUTISTI

Taxisti abusivi, tre denunciati

Sequestrati i primi «kabou kabou» di nigeriani

Angelo Conti
A far partire l’indagine era stato un articolo de La Stampa. Foto e dati alla mano, documentava la presenza di decine di taxisti di colore abusivi, sparsi un po’ per tutta la città. I carabinieri della Compagnia Oltredora hanno voluto fare chiarezza su un fenomeno che, se di per se stesso scarsamente pericoloso (se non per le finanze dei taxisti ufficiali), può comunque fungere da copertura per fatti illeciti, in primis il traffico della droga e lo sfruttamento della prostituzione.
Così sono stati sequestrati tre taxi abusivi ed i loro conducenti, in regola con il permesso di soggiorno e titolari di altrettanto regolare patente di guida, sono stati denunciati per aver esercitato l
'attività senza la prescritta licenza (art. 86 comma 2 del Codice della Strada). Rischiano una sanzione che va da un minimo di 137,55 euro a un massimo di 550,20 euro.
L’attività dei kabou kabou torinesi (il loro nome non è altro che l’africanizzazione del termine inglese cab) si svolge su più fronti: il «parcheggio» più frequentato è quello di fronte all’Asian Market di piazza della Repubblica, ma almeno una decina di altri taxisti di colore operano nell’area di San Salvario (con punto di aggregazione preferito intorno all’emporio cinese di via Galliari).
I tre autisti individuati e sanzionati dai carabinieri sono nigeriani. Il primo è stato sorpreso il 18 settembre: K. M. 53 anni era alla guida di una Renault 21 ed aveva chiesto 10 euro per accompagnare due maghrebine a un Ipermercato di corso Romania. Il 29 settembre è stata bloccata l’Alfa Romeo 33, guidata da S. A., 46 anni: per 5 euro aveva accompagnato una ragazza a fare delle commissioni e poi a casa. Infine, il 9 ottobre scorso i militari hanno sequestrato la Fiat Uno guidata da A. M. C., 33 anni: l’uomo aveva chiesto 5 euro per accompagnare una donna di colore in via Domodossola.
Ma non è quella nigeriana l’etnia maggiormente dedita, a Torino, a questo lavoro che è invece saldamente in mano a senegalesi e camerunensi. Sono stati loro, nel ‘96, ad allestire i primi taxi clandestini, subito battezzati kabou kabou e subito sparpagliatisi per la città. All’inizio questa attività era tipica degli studenti camerunensi che, così facendo, si pagavano gli studi all’Università di Torino e, sempre in questi anni, fra decine di autisti di colore lavorò a lungo anche l’unico kabou kabou bianco, che si chiama Sergio e che, allora, cercava quattrini per le tasse della facoltà di medicina che stava frequentando. Oggi racconta divertito dello stupore dei suoi clienti di colore nello scoprire che il loro autista era italiano.
Clienti numero uno dei kabou kabou sono state e sono le prostitute nigeriane, accompagnate e riprese dai tanti posti di lavoro lungo le strade della provincia. Ai nostri giorni chiamare un kabou kabou è molto più semplice che in passato: è sufficiente comporre il numero del cellulare di uno di loro. Anche se il chiamato dovesse essere impegnato, in pochi minuti, attraverso una velocissima rete di telefonate, farà comunque arrivare, puntuale, una vettura all’indirizzo del richiedente. Vettura che sarà sempre vecchia, sporca e scassatissima (pare per colpa di passeggeri abituati a lasciare le vetture colme di sporcizia). Anche se con bollo ed assicurazione sempre assolutamente in regola.
Quanto ai guadagni di questi particolari professionisti c’è chi sostiene possano arrivare anche a 100 euro al giorno. Ma loro, invece, sostengono che i tempi dei ricchi incassi sono passati: «Una volta le nigeriane ci chiamavano anche solo per attraversare un isolato. Adesso hanno imparato tutte a prendere il tram».

 

08 Novembre 2003

Bloccato dai poliziotti di quartiere

Gli agenti mobilitati dal 113 dopo il colpo al supermarket

Un algerino e un marocchino in azione l’altra sera al supermarket «Gs», corso Turati 15. Rubano cibo e cosmetici e la signora Gerarda Papa, che fa la vigilante anti-taccheggio, li sorprende e li blocca. Uno, Jalal Apassi, 23 anni, via San Massimo 76, se n’è stato calmo in un angolo, in attesa della volante centro; l’altro, Bouchta El Bir, 26 anni, marocchino con residenza in Sicilia, ha spinto la vigilante a terra ed è fuggito. Fin qui, nulla di particolare. Ma alla fine anche Bouchta El Bir è finito in cella. Perchè Gerarda Papa, che dopo il furto se ne stava andando in commissariato di via Verdi per fare la denuncia, ha visto salire sul tram 15 quello che l’aveva poco prima colpita con violenza e ha subito richiamato il 113. In zona c’erano i poliziotti di quartiere che, bloccato il tram, hanno arrestato il giovane marocchino.
«È un episodio di lavoro ordinario - ha sottolineato la dirigente del commissariato, Silvia Governa - ma il contributo dei poliziotti di quartiere lo rende notevole. Dimostra ancora una volta che sono riusciti davvero a inserirsi nel contesto della zona, con i loro contatti quotidiani con residenti e commercianti, che in questo caso hanno portato a un risultato immediato, con il fermo di un uomo che stavamo cercando».
La neo dirigente del commissariato (il suo predecessore, il vice questore Michelangelo Gobbi, è stato trasferito a Mirafiori) ha aggiunto: «Le segnalazioni quotidiane che i cittadini fanno ai poliziotti di quartiere spesso sono utili a completare indagini e a contribuire a tenere sotto controllo la microcriminalità». L
' azione di prevenzione dei poliziotti consiste inoltre in interventi mirati, come quello in corso per prevenire le truffe agli anziani. I poliziotti di quartiere stanno infatti distribuendo degli opuscoli informativi, che spiegano le modalità di azione dei truffatori e come difendersi.
Uno dei due extracomunitari fermati, Bouchtan El Bir, è in regola con il permesso di soggiorno. Jalal Apassi, 23 anni, algerino privo di documenti, è stato rovato in possesso di un coltello. Una volta a bordo della volante ha cercato di divincolarsi e di fuggire.
Erano stato notati dai dipendenti durante il furto e quindi sono intervenuti i poliziotti del commissariato San Secondo. I due stavano cercando di uscire indisturbati con la merce nascosta sotto il giubotto. Il secondo era confuso nella folla di immigrati all
' interno della stazione ferroviaria di Porta Nuova.

 

09 Novembre 2003

Opificio, il degrado non si ferma

LA MIA CITTA’ Nuove proteste degli abitanti delle case che confinano
con il complesso militare: «Almeno l’Amiat potrebbe pulire i marciapiedi»

«Intorno allo stabile solo sporcizia e abbandono»

L’ultima chance, per l’Opificio militare, di riconquistare gli antichi splendori (o meglio, essere strappato al degrado) risale a due anni or sono. Quando il presidente della circoscrizione Luciano Barberis aveva pensato di suggerire al Comune di acquisirlo come struttura sostitutiva del centro di accoglienza temporanea per clandestini di corso Brunelleschi.
Com’è noto, in quell’occasione, non se ne fece nulla. Risultato? Quell’edificio che già allora si presentava degradato, oggi appare in condizioni buone da richiamare l’attenzione del Gabibbo di Striscia. «La Mia Città» ha ricevuto in merito diverse segnalazioni da parte di cittadini le cui case confinano o si affacciano sull’Opificio. Scrive un residente che da anni abita in zona: «Sappiamo benissimo che questo stabile, che oggi appare in condizioni fatiscenti, è di proprietà dello Stato, ma anche i marciapiedi lungo il corso Regina Margherita, via Fontanesi, via Ricasoli, corso Belgio, corso Farini, sono ricoperti di arbusti di medio ed alto fusto, soprattutto sul corso Regina di fronte al prospetto principale. Inoltre sono presenti discrete quantità di macerie di intonaco provenienti dai muri. In corrispondenza dell’attraversamento pedonale sul corso Regina il tombino per lo smaltimento delle acque bianche, da anni, è completamente occluso per cui quando piove si allaga il sedime stradale e pure il marciapiede rendendo di fatto impossibile l’attraversamento del corso».
Tutta questa parte compete all’Amiat, e giriamo ai vertici di via Germagnano la protesta. Ma c’è un aspetto del degrado, invece, che riguarda il fabbricato, e quindi, il demanio: «Lungo tutte le sue facciate - prosegue la lettera - l’edificio evidenzia numerosi distacchi di intonaco e parti della zoccolatura in pietra, che oltre a rendere fatiscente il complesso, sono di notevole pericolo per i passanti. I pluviali (discese verticali delle grondaie) scaricano direttamente sui marciapiedi favorendo accumuli di umidità sulle murature limitrofe e procurando disagio ai pedoni. Tra tutti, quello più pittoresco risulta sull’angolo tra i corsi Belgio e Farini, che risulta interrotto a circa 2 metri di altezza e piegato in modo tale da creare un eccezionale effetto doccia sia sui passanti che sulla facciata sulla quale insiste. Vale la pena segnalare, inoltre, che le coperture del fabbricato sul corso Belgio sono realizzate in "eternit" materiale ricco di amianto che mai si è provveduto a bonificare, incuranti del fatto che sia nocivo ed inquinante. Per concludere, nella parte di copertura piana i lucernari risultano per il 70 per cento privi di vetri, così come le finestre lungo i prospetti, per cui durante le piogge gli ambienti sottostanti si allagano con conseguenti danni agli stessi e alle proprietà confinanti».
In realtà il Comune è già intervenuto concretamente per acquisire quelo stabile e restaurarlo: «Nell’aprile scorso - spiega l’assessore al Patrimonio Paolo Peveraro - inoltrammo formale richiesta di acquisto al demanio. Ma la risposta è stata negativa». Qualcuno sostiene che all’interno di quel palazzo esista ancora una parte di edificio adibita ad archivio militare. Ci riproverà il Comune? Oppure passerà all’esproprio? «Una richiesta di espoprio da parte del Comune nei confronti di un bene dello Stato - risponde Peveraro può suonare un po’ strana. Certo questa situazione presenta caratteri di emergenza, e torneremo presto all’attacco».

  

13 Novembre 2003

L’ALLARME RILANCIATO DA DON LUIGI CIOTTI

«La nuova mafia punta
anche alle cooperative»

«C’è una mafia silenziosa ma presente; ci sono alcune leggi che possono involontariamente favorirla; più in generale, c’è un diffuso calo nella percezione della legalità di questo Paese, specie nei giovani». A lanciare il grido di allarme è don Luigi Ciotti, uno che di mafia - anzi di mafie - se ne intende. Perchè chi continua a percepire Cosa nostra come un’entità al singolare, avverte a margine dell’incontro sul «Progetto Contact», dimostra di non stare al passo con i tempi. «Sento spesso parlare di “tregua” della mafia verso lo Stato - dice il fondatore del Gruppo Abele -. In realtà ha smesso di fare quello che per Cosa nostra ha sempre rappresentato “l’estrema ratio”, cioè uccidere. Si è fatta silenziosa, ma prepara nuove strategie». Quali? «Un caso è quello dei beni appartenuti a mafiosi. La risposta della mafia consiste nel creare cooperative di lavoro con prestanomi puliti che chiedono di lavorare sui beni confiscati: cioè i suoi. Per tacere delle intimidazioni. Una cooperativa pulita raccoglie mille quintali di frutta? Spariscono in una notte. Ad un’altra rubano i trattori, e via di questo passo. Poi ci sono i tentativi di infiltrarsi nelle piccole e medie imprese a corto di capitali, la diversificazione del business malavitoso...». Uno dei settori emergenti, spiega don Ciotti, è quello dell’ecomafia: «Altri, non meno lucrosi, sono già nel mirino di Cosa nostra. Il doping, per esempio. Dall’indagine condotta da 40 procure italiane è emerso che il traffico delle sostanze dopanti si sta affiancando a quello degli stupefacenti, spesso ricorrendo agli stessi canali di distribuzione». Guai a sottovalutare la mafia, insomma, anche se il rischio è concreto: «L’ultima vera legge, quella sui sequestri di persona, data al ‘92, subito dopo la morte di Falcone. Ne sono seguite altre, ma non con la stessa incisività. Alcune, poi, vengono abilmente messe a frutto. Chi pensa che la “Cirami” favorisca solo alcuni personaggi politici non sa che l’invocazione del legittimo sospetto ha già frenato un centinaio di processi di mafia. Anche la legge che favorisce il rientro dei capitali dall’estero può essere fuorviata e beneficiare il riciclaggio del denaro sporco». \

  

15 Novembre 2003

I DATI DELLA PREFETTURA CONFERMANO LA RELAZIONE DEL MINISTRO DEGLI INTERNI BEPPE PISANU

La criminalità sceglie il centro

Più reati sotto la Mole, scendono in provincia
 

Quattromila e 700 persone arrestate; 12 mila quelle denunciate. La Torino criminale nell’anno 2002 è una città nella quale il numero dei reati (86.399) è cresciuto, seppur non di molto, rispetto all’anno precedente (82.292) e continua a lievitare. Mentre le persone «punite» per i crimini commessi in città è sostanzialmente stabile, controbilanciato, però, dalla tendenza della provincia, dove calano i delitti e crescono arresti e fermi. Insomma: il 2002 ha fatto registrare, percentualmente tra città e provincia, un aumento del 2,4% di reati, confermando una tendenza già evidenziata lo scorso anno.
I dati li ha resi noti ieri mattina, in Prefettura, l’osservatorio sulla sicurezza costituito nel maggio di cinque anni fa e che comprende, oltre a Torino anche 23 comuni della prima cintura. La fotografia che emerge da questa statistica è che il territorio torinese subisce un aumento di fatti criminali. in tutti i settori. In città lievitano in modo significativo i borseggi (+13,5%), gli scippi (+31,7%) le rapine in genere (+14,6%). Calano, invece, su tutto il territorio provinciale, i furti di automobili e di motociclette (-3,4%). Altalenante, invece, il numero delle truffe condizionato dalle aggressioni agli anziani.
«L
'incremento dei delitti - commenta il Prefetto Achille Catalani - va letto anche in relazione alla profonda trasformazione che sta avendo Torino. Qui, ogni giorno, affluiscono migliaia di persone e questo la rende un terreno fertile per le azioni della criminalità».
Certo, alcune zone della città sono particolarmente in sofferenza. La Circoscrizione Centro, ad esempio, vanta il poco invidiabile primato di essere al primo posto in città per scippi, borseggi, truffe e furti su autoveicoli. San Salvario e Porta Palazzo, invece, sono in pole position per lo spaccio. Percentualmente rilevante è il numero dei furti in appartamento nella nelle zone collinari, mentre la massima intensità per il numero di rapine è nella zona Nord, da Porta Palazzo a barriera di Milano; nella zona Sud da via Nizza a Porta Nuova e San Salvario; a Ovest corso Francia. Interessante il numero di reati commessi sui mezzi pubblici: 2.884. la linea più colpita è la «1» con 500 reati; 296, invece, quelli registrati sulla «63».
C’è infine, un altro dato interessante ed è quello legato alla percezione di sicurezza e di insicurezza della popolazione. «La preoccupazione dei cittadini - ha concluso Catalani - oggi sembra maggiormente rivolta verso situazioni di generale difficoltà di vita, verso la crisi economica, oppure la mancanza del posto di lavoro. Tutto questo sembra aver fatto passare in secondo piano le questioni legate alla sicurezza, intesa in senso stretto».

  

16 Novembre 2003

IL DEPUTATO E SEGRETARIO PROVINCIALE GHIGLIA: RISCHIO DI FUGA DI PERSONAGGI PERICOLOSI

Inchiesta Al Qaeda, il caso finisce in Parlamento

No dei gip alla richiesta di arresto della Digos, interrogazione di An a Castelli
 

Massimo Numa
La frattura che attraversa la magistratUra sull’inchiesta che la Digos conduce da tre anni contro presunte cellulare di Al Qaeda a Torino, irrompe sulla scena politica nazionale. Alle 14,18 di ieri, l’agenzia Ansa ha battuto la notizia di un’interrogazione presentata da Agostino Ghiglia, deputato e segretario provinciale di An, al ministro di Grazia e Giustizia Roberto Castelli. Ghiglia ripercorre in una pagina scarna i termini di quell’inchiesta: c’è la richiesta della Digos, avanzata più volte, di provvedimenti di custodia per una decina di persone sospettate di legami diretti con il terrorismo internale; c’è un primo no dei pubblici ministeri, con l’invito a svolgere ulteriori indagini; e c’è, alla fine di questo supplemento d’indagine, la decisione di procedere che però non viene accolta dal giudice per le indagini preliminari. Tutto nelle regole del nostro ordinamento giudiziario. Ma chiede Ghiglia a Castelli «quali urgentissimi provvedimenti si intendano adottare al fine di risolvere la grave situazione, impedendo, tra l’altro, fughe di personaggi pericolosi o occultamento di prove». In altre parole: gli esponenti sospettati dalla polizia di legami con il terrorismo internazionale vanno arrestati. E subito.
Il magistrato titolare dell’ufficio dei giudici prelinari, Francesco Gianfrotta, non vuole commentare. E tace anche il gip Sabrina Noce, il giudice che ha detto no alle richieste dei procuratore aggiunto Maurizio Laudi e del pm Marcello Tatangelo. Nessuna reazione anche al terzo piano della questura, negli uffici della Digos. Dove si continua a lavorare, giorno dopo giorno, nella stessa direzione.
Riepiloghiamo la storia. Dicembre 2002: dopo un anno di indagini, la sezione antiterrorismo della Digos chiede ai pm torinesi di arrestare un gruppo di maghrebini, radicati a Torino, che si ritiene legato alle cellule fondamentaliste di Al Quaeda. Tra le prove, una appare agli occhi della polizia lampante. Due marocchini e un libico, tutti con regolare permesso di soggiorno, partono, nel luglio 2001, da Torino per combattere in Afghanistan a fianco dei talebani. Tra questi, Mohamed Aouzar, che - ferito gravemente alle gambe da una raffica di mitra - nella rivolta di Mazar-i-Sharif subito dopo la caduta dei talebani - viene catturato dalle milizie filo occidentali e consegnato agli americani.
Aouzar finisce nel X-Camp di Guantanamo e, solo recentemente, è stato trasferito in un sottocampo dove le condizioni di vita sono più facili. La Digos, dopo tre anni di durissimo lavoro, con un grande dispiego di uomini e mezzi, riesce a ricostruire la rete torinese, collegata ad altre cellule disseminate in altre città italiane ed europee. Tutto è pronto per il blitz, ma la procura di Torino sostiene che gli elementi raccolti non bastano. Ci vuole altro.
Gli uomini della sezione antiterrorismo continuano a raccogliere dati su dati. E, nella tarda primavera del 2003, consegnano ai pm un dossier di mille pagine. E’ il documento decisivo? Tutto lo fa pensare, tanto che questa volta sia Laudi sia Tatangelo danno il loro via libera ai provvedimenti.
Il passaggio ai gip appare, a questo punto, poco più di una formalità. Invece, ecco lo stop dei giudici. Motivo? Dietro il silenzio ufficiale dei diretti interessati, è evidente la una diversità di valutazione degli elementi in base ai quali la Digos richiederebbe misure restrittive. In particolare, l’ufficio dei gip non avrebbe trovato nel dossier elementi sufficienti per stabilire un legame diretto tra la struttura operativa di bin Laden e il gruppo fondamentalista torinese.

 

16 Novembre 2003

Nei rapporti anche il nome dell’imam Bouchta


«A Milano le menti dell’organizzazione, a Torino il braccio operativo»
 

Un’organizzazione efficiente, quella di questi tour operator della jihad. Bastava che un «fratello», contattato dagli Imam integralisti manifestasse il desiderio di partire per il fronte afghano, iracheno o ceceno e via, si va rapidi verso il sospirato «martirio». Magari, il centro di reclutamento poteva essere anche in moschea. Come quella di via Cottolengo dell’Imam Bouriqui Bouchta, coinvolto anche lui nell’indagine. Un lungo viaggio attraverso un complesso percorso a zig-zag, tra gli stati arabi, uperando i controlli degli aeroporti, mostrando documenti abilmente flasificati nelle stamperie clandestina disseminate ovunque. Da via Catania, sul lungodora, sino al fronte di Konduz, via Iran. Aerei, auto e camion. Sino ai bunker nascosti nelle montagne afghane.
Gli inquirenti hanno ricostruito attimo dopo attimo il viaggio del muhajeddin Mohamed Aouzar, 23 anni, marocchino di origine berbera, che per imbracciare il Kalashnikov, s’è lasciato alle spalle i genitori (papà operaio, mamma casalinga, due fratelli completamente estranei al fondamentalismo) e una vita tranquilla, divisa fra un bar-gastronomia e la moschea. Era un giorno del luglio 2001, quando - all’alba - Mohamed si ritrovò in viale Jenner a Milano. Ad attenderlo c’erano altri giovani «arruolati». Due settimane dopo stavano già completando il primo ciclo di addestramento e spediti al fronte, contro le milizie dell’Alleanza.
Di lui tutti perdono le tracce. In famiglia aveva detto che voleva iscriversi a una madrassa, un’università coranica: «Troppo care quelle marocchine, vado in Pakistan». I genitori ci avevano creduto. Nel frattempo i marines entrano a Kabul e il regime dei Talebani si dissolve. Mohamed, catturato a Konduz, finisce con altri centinaia di muhajeddin nell’inferno della fortezza di Mazar-i-sharif. Ferito, viene arrestato dai miliziani e consegnato ai soldati americani. Ultima destinazione, l’X-Ray Camp di Guantanamo. Nel febbraio 2002 inizia a scrivere lettere ai genitori. «Sto bene grazie ad Allah, scusatemi per quello che ho fatto, vi chiedo perdono». La famiglia si chiude nel silenzio e spera che, prima o poi, Mohamed se ne torni, libero e guarito, nel piccolo alloggio al primo piano di un’ex palazzina operaia, via Catania, Torino, Italy.
Il viaggio di Mohamed è il filo d’arianna che seguono gli investigatori della Digos per ricostruire l’intera rete terroristiche. Da qui, le indagini si spostano e si allargano in altre città italiane. Ogni mese un passo in più, un nuovo corridoio di un labirinto per molti versi ancora sconosciuto, per ricostruire la nomenclature dell’«esercito» dei seguaci di Osama bin Laden in Italia, con Torino a svolgere un ruolo di primissimo piano. E molte sorprese. Il ruolo ambiguo di elementi considerati moderati, oppure la sorprendente destinazione dei fondi raccolti da alcuni fra gli indagati nel corso delle collette in moschea.

 

22 Novembre 2003

DEL GRUPPO FANNO PARTE ANCHE I MAGHREBINI ESPULSI NEI GIORNI SCORSI

Al Qaeda sotto la Mole
gli indagati sono undici

Non per tutti l’accusa è di aver fiancheggiato l’organizzazione
Esposto di An sul volantino degli universitari contro i carabinieri

Sono 11 le persone iscritte nel registro degli indagati della Procura di Torino nell’inchiesta sulla presenza di una presunta cellula di Al Qaeda nel capoluogo piemontese. Non tutti, sarebbero indagati per reati eversivi. Per altri invece, sono stati aperti fascicoli che consentono alla Digos di approfondire le indagini. Tra questi un giovane sorpreso dall’Antiterrorismo nella casa di via Catania 36 dove abitava il mujaheddin Mohamed Azouar, tuttora prigioniero nello Z-Ray Camp di Guantanamo. Mistero sul ruolo sostenuto dal giovane all’interno della cellula torinese. I personaggi considerati dagli inquirenti più pericolosi (sei marocchini e un algerino) sono già stati espulsi martedì scorso su iniziativa del ministero dell’Interno. I familiari di alcuni si lamentano perché la polizia marocchina non ha ancora concesso loro il permesso di vederli. Sarebbero tuttora custoditi in una caserma di Rabat. L’Intelligence marocchina vuole soprattutto ricostruire a chi erano destinati i fondi raccolti a Torino che Noureddine Lamor, il capo, sosteneva fossero destinati alle «vedove dei kamikaze del 16 maggio», cioè i quattordici uomini che con tre autobomba effettuarono in una notte cinque attentati, tra Rabat e Casablanca, provocando la morte di 41 persone.
Intanto continua a suscitare proteste il volantino firmato dal «collettivo autonomo universitario» e contenente espressioni di insulto rivolte ai carabinieri caduti a Nassiriya. Il parlamentare di An, Agostino Ghiglia ha presentato un esposto in Procura contro coloro che hanno distribuito «volantini propagandistici in favore della guerriglia irachena», mentre i deputati di Forza italia, Daniele Galli e Guido Crosetto, hanno presentato un’interrogazione al ministro di Grazia e Giustizia per chiedere quali provvedimenti si intendano adottare per identificare gli autori del volantino. Anche il Gruppo Forza Italia giovani si è schierato contro l’iniziativa: «Tutti noi - si legge in una nota - siamo ragazzi della stessa età di chi ha redatto quello scritto che è soltanto un inno ed uno sprone al più bieco terrorismo».

  

22 Novembre 2003

DA UN BAMBINO GLI AGENTI DI BARRIERA DI MILANO SONO RIUSCITI A RISALIRE ALLA GANG

Corrieri della droga a 10 anni

La polizia scopre banda di pusher: 6 arresti

Corso Vercelli, fine settembre 2003. Quel bimbo che sta armeggiando vicino a un muretto, all’interno del parcheggio dei vigili urbani della settima cricoscrizione, attira l’attenzione di un poliziotto del commissariato di Barriera Milano. Il bambino ha appena preso dal nascondiglio una dose di cocaina, la bustina termosaldata finisce nelle mani dell’ispettore.
«Dove l’hai presa?». Il piccolo, 10 anni appena compiuti, senza casa, senza famiglia, arrivato in Italia e a Torino chissà come, se ne sta zitto per molte ore. Ma gli agenti gli sequestrano il cellulare e, attraverso i numeri di telefono registrati sulla scheda, risalgono alla gang. Adesso sono stati arrestati sei spacciatori, sequestrata droga per oltre un milione di euro (un chilo di eroina in pietra, due etti di cocaina, 4 mila pastiglie di ecstasy, tre chili di hashish) che era nelle due basi, in largo Brescia 13 e corso Brescia 46.
Nella prima abitazione sono stati bloccati due marocchini in regola con il permesso di soggiorno, Mohamed Qrochi, 28 anni, e Ahmed El Jazouli; Mohamed, quando i poliziotti lo hanno interrogato, ha detto di essere un volontario della Caritas; l’altro è un muratore. Erano in possesso di 850 grammi di eroina in pietra e 500 euro in contanti.
Nel secondo appartamento, in corso Brescia, sono stati arrestati un palestinese, Nour Assmar, 26 anni, e quattro marocchini, Abdelmoula Baydour, di 24, Zouhair Lemaani, di 24, Mohamed Sada, di 38, e Adnan Abou Falss, di 24, tutti clandestini. Interessanti i permessi di soggiorno falsi. Si distinguono dagli originali solo per piccoli, insignificanti, particolari. Il modo per fissare le fotografie, i timbri a secco, la firma del dirigente. Per il resto, perfetti. Come il passaporto olandese del palestinese Nour Assmar. Unico errore: il numero seriale nelle pagine interne, diverso da quello riportato nell’intestazione.
Stupore: «Ma in Olanda non controllavano mai». Il capo, spiega il dirigente Alessandro Giusa, era Adnan Abou Falss, un marocchino griffato dalla testa ai piedi, dall’aria tranquilla. Anche lui, muto e poco disponibile a collaborare. Ma è lui l’uomo che ha arruolato il mini esercito di bimbi-pusher, a cui affidava la droga e un cellulare d’ordinanza, per tenere i contatti con i clienti.
Tutti e tre sono stati affidati soprattutto alle cure delle agenti. «Il loro telefonino - raccontano - quando li abbiamo fermati ha continuato a squillare per ore. Ogni giorno riuscivano a guadagnare un centinaio di euro. Storie terribili, le loro: dormono nelle fabbriche abbandonate, nei furgoni, dove capita. Non sappiamo nulla dei loro genitori, non sappiamo neppure dove sono nati». Per stabilirne l’età sono stati sopposti ad accertamenti radiografici in ospedale. I tre piccoli pusher individuati (altri sono riusciti a sparire nei meandri di Porta Palazzo) sono stati divisi e affidati a comunità di recupero diverse. Non sarà facile strapparli al controllo degli spacciatori maghrebini.
«La droga proveniva dall’Olanda, l’ecstasy la spacciavano in discoteca. Un’organizzazione efficiente che “lavorava” da mesi, forse da anni. Indipendente dal racket che controlla l’eroina e la cocaina».
Singolare la figura di Mohamed Qrochi che - dice - nei ritagli di tempo svolgeva la sua opera di volontario nella Caritas. Dove nessuno, adesso, lo ricorda. «Mai sentito - dice il direttore Pierluigi Dovis - ma questo Mohamed proprio non sappiamo chi sia. Se poi frequentava una parrocchia, io non posso saperlo»». \

 

22 Novembre 2003

Medici del 118 indagati per truffa

Non si presentavano sulle ambulanze dell’emergenza

Massimo Numa

Marco Accossato
«Msa»: è l’acronimo di Mezzo di Soccorso Avanzato. Significa che a bordo di queste ambulanza dovrebbero esserci, oltre all’autista, un infermiere professionale e un medico specializzati in emergenza. Le «Msa» intervengono nei casi più gravi, a sirene spiegate, quando il ferito o il malato è in pericolo di vita. A Torino ci sono cinque mezzi con questa sigla: di stanza alle Molinette, al San Giovanni Bosco, nella sede dei Vigili del fuoco di corso Regina Margherita, e al Martini. Ma il medico, su quelle ambulanze, spesso non è salito.
Dopo un’interpellanza in Regione firmata nel giugno scorso dai partiti di opposizione, l’Asl 1 ha avviato un’indagine interna per verificare il perché di quelle assenze, e al termine dell’inchiesta ha trasmesso la documentazione alla procura. Risultato? Cinque medici del «118» sono stati già raggiunti da un avviso di garanzia con l’accusa di aver truffato l’Asl 1. L’estate scorsa sono stati tutti sospesi dal servizio, nel massimo riserbo: due di loro hanno fatto immediatamente ricorso ed è stata bloccata la sospensione; altri tre sono tuttora «fuori servizio», in attesa che la magistratura - che ha delegato le indagini alla polizia - faccia chiarezza sull’entità della truffa ai danni della Sanità pubblica.
Gli indagati sono i dottori Gianni Colarelli, Angelo Maraschiello, Antonino Bonanza, Claudio Romano e la dottoressa Patrizia Notaro. Il meccanismo della truffa era il più classico, e soprattutto semplice: non presentarsi al lavoro, inventando impegni urgenti e inderogabili o malattie improvvise. Peccato che, proprio in quelle stesse ore, mentre le ambulanze di Soccorso Avanzato erano costrette a uscire «declassate» (cioè non più per le urgenze più gravi) per mancanza del medico a bordo, loro erano impegnati a fare i medici altrove (pur essendo vincolati dall’esclusività del rapporto), incassando una doppia indennità.
Il caso esplode a giugno. Ma già a gennaio erano arrivate al «118» segnalazioni su quelle strane assenze dal lavoro. Nell’indagine della magistratura si sta valutando anche l’ipotesi che qualcuno di questi medici abbia addirittura falsificato le firme di presenza a bordo. Attraverso una serie di controlli direttamente sulle ambulanze in servizio, la polizia avrebbe accertato la presenza dell’infermiere e dell’autista. E stop. Un’assenza che - stando ai rilevamenti effettuati dagli investigatori - proseguirebbe ancora oggi, al punto che domenica 5 ottobre mancava il medico sull’ambulanza «Msa numero 425» del turno pomeridiano al San Giovanni Bosco. Anche a settembre, ad agosto e a luglio, risultano diversi mezzi «declassati» dalla centrale operativa del «118». Si tratta adesso di verificare se la mancanza del medico, dopo la scoperta delle prime presunte truffe, sia sempre frutto dello stesso meccanismo oppure legato a problemi di carenza di personale.
Valter Galante, direttore regionale della programmazione sanitaria nel settore emergenza, conferma: «Siamo stati noi a dare il via ai primi accertamenti, chiedendo all’Asl 1 di approfondire. Attendiamo gli esiti dell’indagine della magistratura, ma saremo i primi ad agire contro chi aveva firmato le convenzioni con noi dando la propria disponibilità a far funzionare un sistema così importante e delicato. Gli ultimi fatti di cronaca in Sanità dimostrano che abbiamo bisogno di un’opera di moralizzazione».
Nessun commento da parte degli inquirenti: l’indagine è ancora in corso. Gli agenti non nascondono invece lo stupore nel momento in cui si sono imbattuti in questo ennesimo scandalo, «portato avanti con evidente senso di impunità». In un caso, ad esempio, le ore mai fatte e comunque pagate, superano le cento. Una prassi consolidata?
Ogni ambulanza di Soccorso Avanzato si traduce in una spesa ingente per la Sanità pubblica: «Nel ’98, il costo di ogni mezzo variava dai 350 ai 750 mila euro». I pm vogliono accertare se, oltre alla truffa, sono stati commessi altri reati più seri. Se, ad esempio, pazienti gravi ai quali il «118» avrebbe dovuto inviare un’ambulanza medicalizzata siano invece stati soccorsi - o siano addirittura morti - per l’invio di un mezzo senza medico. Circostanza, questa, possibile ad esempio in caso di più incidenti stradali in contemporanea nella città.

 

24 Novembre 2003

NIGERIANA SALVATA DAI CARABINIERI

Picchiata perché non vuole vendere i due figli


«Voleva portare in Africa i nostri due bambini, per venderli. Aveva già trovato un acquirente: gli avrebbero dato 40.000 dollari. Io mi sono opposta, lui ha prima cercato di strangolarmi con il filo elettrico e poi di accoltellarmi. Solo l’intervento dei vicini mi ha salvato la vita». Parla così Joy Edo, 32 anni, nigeriana, raccolta ieri pomeriggio pesta e sanguinante dai carabinieri del Nucleo Radiomobile, intervenuti in via Verres 44. La donna ha raccontato di continue violenze ed angherie, verso di lei e verso le due bambine, di 2 e 4 anni. «Mi ha preso a botte, poi s’è messo ad urlare ed ha cercato di strangolarmi ma sono riuscita a fuggire, poi ha impugnato un coltello e mi ha inseguito per tutta la casa, ferendomi. Urlavo a più non posso, anche perché temevo per le bambine. Lui vorrebbe vendere i bambini per comprarsi vestiti griffati e fare la bella vita con le sue tante donne».
I militari hanno notato (e fatto documentare dalla Sezione Rilievi Scientifici del Reparto Operativo) che i muri erano sporchi di sangue, che c’erano evidenti danni agli infissi (una persiana era stata scardinata), ma soprattutto che le bambine erano realmente terrorizzati. La donna e le piccole vivevano in uno stato di assoluta povertà, con il frigorifero del tutto vuoto. In tasca, l’uomo aveva invece oltre 1000 euro. Subito dopo l’intervento dei carabinieri, Joy Edo è stata colta da malore ed è stata trasportata all’ospedale Giovanni Bosco. Diversa sorte, invece, per l’uomo, Charles Obadeyi, 43 anni, nullafacente, che è stato arrestato e trasferito al carcere delle Vallette

 

28 Novembre 2003

PERQUISIZIONI A PALAZZO NUOVO: CONTESTATI I REATI DI ISTIGAZIONE A DELINQUERE E RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE

Offesero i morti di Nassiriya: 5 indagati

Il volantino del collettivo autonomo diffuso all’Università

Lodovico Poletto
Cinque avvisi di garanzia per istigazione a delinquere e resistenza a pubblico ufficiale. E poi ancora perquisizioni nelle sedi dei collettivi universitari, nelle case di alcuni esponenti di questi gruppi e una quantità di materiale informatico, e non, finito sotto sequestro.
Dieci giorni dopo il volantino sui militari italiani morti a Nassiriya e firmato dal Collettivo universitario autonomo, gli investigatori della Digos hanno notificato cinque avvisi di garanzia. E passato al setaccio le case delle persone indagate, due spazi autogestiti all’interno del palazzo dell’Università, in via Sant’Ottavio: quello del Collettivo universitario autonomo e quello di Universitari in lotta.
In mano agli investigatori il decreto firmato dal pm Onelio Dodero, lo stesso che ha indagato i cinque studenti: tre sono universitari e due fanno parte del gruppo Studenti medi autoorganizzati. Tra loro anche Sacha Contu, figlio del consigliere regionale di rifondazione comunista, Mario Contu. Un’iniziativa che fa dire ai portavoce degli studenti che c’è in corso «un tentativo di spegnere ogni voce che esprima opinioni diverse da quelle istituzionali». Qualcuno parla di «attacco alla libertà di espressione politica».
Le ragioni di questa doppia iniziativa della magistratura vanno ricercate all’interno degli avvenimenti di questi ultimi giorni all’Università. Il primo è il volantino sui morti di Nassiriya nel quale alcune espressioni erano finite al centro di una polemica politica. In particolare la frase: «Chi erano questi carabinieri e questi soldati che dovremmo piangere? Ignobili mercenari pagati per uccidere in un paese straniero...».
Il secondo fatto è un incidente accaduto il giorno dei festeggiamenti per i 600 anni dell’Università: una scazzottata nell’atrio di Palazzo Nuovo, tra un esponente di Forza Nuova e alcuni autonomi. «Aggressione a freddo», aveva stigmatizzato il deputato di An Agostino Ghiglia. «Risposta ad una provocazione; quel ragazzo aveva sputato e strappato un nostro manifesto», replicano gli altri. Ieri l’arrivo della Digos ha spostato la discussione sulle ragioni del provvedimento. «Ci hanno sequestrato computers, dischetti e volantini, senza curarsi di ciò che portavano via», accusano i ragazzi. Qualcuno denuncia: «Hanno sequestrato anche il dischetto con la tesi di una studentessa di Fisica e quello con la tesi su Leopardi, scritta da un ragazzo della facoltà di Lettere».
L’operazione di ieri mattina precede di una settimane l’assemblea del Senato accademico, nel corso della quale verrà discusso lo sgombero dell’acquario, il locale utilizzato dal Collettivo universitario autonomo. «Il Rettore è stato sollecitato dal ministro Pisanu», dicono gli autonomi. Il Rettore, Rinaldo Bertolino nega: «Non ho mai ricevuto sollecitazioni da nessuno; questa vicenda la vuole risolvere l’Università sottraendosi ad ogni sollecitazione politica». Ma lo sgombero si farà? «Tutte le possibilità sono state analizzate dai presidi delle facoltà umanistiche e ne parleremo in Senato accademico». Poi il discorso torna al volantino. «L’università ha il compito di far rispettare la legalità al suo interno e non può assistere passiva alla violazione della più elementare “pietas” verso la persona che muore. Ciò che mi ha sorpreso e indignato è l’assenza di partecipazione umana di giovani verso altri giovani morti in situazioni drammatiche e tragiche».

 

29 Novembre 2003

C’E’ IL SOSPETTO CHE I PROVENTI DEL TRAFFICO SERVISSERO A FINANZIARE IL TERRORISMO ISLAMICO

In un garage la base degli spacciatori

I 28 maghrebini e italiani arrestati

Patrizio Romano
Stava cercando di uscire dal «tunnel» della droga. Andava a Collegno a prendere il metadone proprio perché voleva disintossicarsi. Ma lì, all’uscita, trovava un giovane maghrebino che gli vendeva la cocaina. Una tentazione, una delle tante nel Parco Dalla Chiesa, che proprio per la presenza del Centro di distribuzione del metadone attrae spacciatori. E il giovane ricade. Però nell’agosto del 2002 non ne può più e si confida con uno psicologo del Sert. «Voglio uscirne, ma così non ce la frò mai» dice.
E da lì a raccontare la sua storia ai carabinieri del tenente Massimiliano Pricchiazzi, della compagnia di Rivoli, il passo è breve. «Quando non lo trovo nel Parco lo posso chiamare a questo cellulare». Inizia così l’operazione «Stura», che ha portato all’arresto di 28 persone, tra maghrebini e italiani. Una rete che collegava Torino a Milano, dove si trovava la base del rifornimento. E a capo della banda due fratelli: Abderkader e Rachid Cherragi, di 32 e 30 anni. Una struttura verticistica, con 6 «luogotenenti», tra cui la fidanzata di Abderkader, Najia Ben El Fallah di 39 anni. Spacciavano droga tra il capoluogo e la provincia. La loro base era un garage nel cortile di via del Martinetto 6, a Torino (che oggi è abbandonato e porta i segni di un incendio). Poi c’erano i «galoppini», una ventina di persone con il compito di consegnare le dosi in giro e contattare i tossicodipendenti: come faceva Abdul. Le indagini coordinate dal pm Andrea Padalino partono in sordina. Senza saperlo è il maghrebino a fornire le prime indicazioni. Dai suoi dialoghi al telefonino si ricostruisce la rete dello spaccio.
«Portami una "ragazza"», «Per favore mi puoi dare una "mano"? No? E "mezza mano"?»: questi i dialoghi tra compratori e spacciatori per indicare un etto, 50 o 25 grammi di droga. «Secondo me, oggi, i serpenti ci stanno alle calcagna» si dice in una telefonata per allertare sulla presenza di carabinieri. E un po
' alla volta, la rete di «distribuzione» viene smantellata. A Grugliasco, il 25 settembre 2001 finisce in manette la giovane Luisa Consiglio e con lei, in seguito, anche altri 15. Nei giorni scorsi, scatta la trappola per tutti.
Poi, i pesanti sospetti che arrivano da Roma: si tratta soltanto di una rete di spacciatori oppure i proventi servivano a finanziare il terrorismo di matrice islamica? In effetti, per alcuni di loro, sono emersi nel corso delle indagini frequenti viaggi tra l’Italia e i paesi d’origine. In via del Martinetto, a Torino, dove vivevano i due fratelli Abdelkader e Rachid Cherragi (ritenuti i capibanda) li conoscevano come spacciatori. «Ma terroristi no, vendevano solo droga», spiegano due connazionali. «Li hanno arrestati qualche mese fa. Sono arrivati i carabinieri, di notte, ci hanno messi tutti con la faccia a terra. Ma in manette se ne sono andati solo loro. La casa è rimasta vuota, aperta. E qualche sera dopo l’alloggio è andato a fuoco».
Un altro arrestato, Mohamed Hamdafi, in via Madama Cristina 137 lo ricordano come «un uomo con i baffi, irreprensibile. Viveva con una peruviana, mai che abbia dato fastidio. Forse spacciatore, ma terrorista... come si fa a dirlo?».

 

29 Novembre 2003

ALBANESE PATTEGGIA

Tre anni per gli spari in discoteca

Ha patteggiato una pena di 3 anni e otto mesi l’albanese Bernard Ganaj che il 19 novembre 2000 seminò il terrore nella discoteca Boccaccio, in corso Moncalieri. Davanti al gup Salvadori l’accusa di tentato omicidio è stata derubricata in lesioni gravi. «Ha sparato alle gambe degli avventori del locale» ha riconosciuto il pm Gabetta. Grande soddisfazione per i difensori Aldo Perla e Roberto Mordà che sono riusciti a chiudere la vicenda giudiziaria del loro assistito con un grosso successo. Per nulla soddisfatte le parti lese, due giovani che hanno deciso di costituirsi parte civile con l’avvocato Kira Vittone. Entrambi i ragazzi portano ancora nel corpo i segni di quei momenti di follia in discoteca quando l’albanese ferì uno ad un polmone e l’altro alla spalla. Entrambi sono stati risarciti con 5 mila euro complessivi. Alla lettura della sentenza uno dei due ha reagito con violenza. Se l’è presa prima con il magistrato. «E’ una vergogna, non può cavarsela con una pena così bassa. E poi come si fa a parlare solo di lesioni, se non è tentato omicidio questo». Lo stesso giovane ha pensato bene di prendersela poi con l’avvocato Perla che stava uscendo. Quella notte l’albanese Bernard Ganaj era arrivato in compagnia di un amico e di una donna. Era stato allontanato, pare, perché infastidiva i clienti. Uscì, ma poi tornò nel locale, armato. Sparò otto colpi: sei andarono a segno.

 

10 Dicembre 2003

LA GIUNTA HA DECISO IL DEBUTTO DELLE SANZIONI NELLE VIE A TRAFFICO LIMITATO: IL 15 GENNAIO 2004

Telecamere, scattano le multe

Gli occhi elettronici in sette incroci del centro

Emanuela Minucci
Il 15 gennaio. Ecco la prima data del 2004 che gli automobilisti dovranno segnarsi in agenda, insieme con un elenco di vie. Le strade sono quelle sorvegliate dalle sette telecamere della «Project Automation» (progetto da un milione e 734 mila euro) che stanno per debuttare nelle vie riservate al traffico del centro. La giunta comunale ha deciso che fino a tutto dicembre gli occhi elettronici rimarranno in funzione in via sperimentale, ma dal 15 gennaio 2004 scatteranno le multe.
Attenzione, dunque. Non appena terminerà la pausa natalizia, chiunque sia privo dei permessi Ztl con il quadratino color rosso, viola o argento, sarà bene che tenga la sua auto lontano da questi incroci: via Rossini angolo corso San Maurizio, piazza Carlo Felice angolo via Roma, via XX Settembre angolo corso Matteotti, via Pietro Micca angolo piazza Solferino, piazza della Repubblica all’inizio di via Milano, piazza IV Marzo, viale dei Partigiani. Come funzionerà il meccanismo di repressione? «Semplice - spiega il direttore della divisione Viabilità Biagio Burdizzo - i titolari dei permessi che danno il via libera alle strade riservate ai bus dovranno comunicarci la targa dell’auto. A quel punto la divisione Parcheggi farà pervenire loro uno speciale adesivo che verrà fissato sui tagliandi che diventeranno così super-personalizzati e non potranno essere trasportati da un’auto all’altra. Per tutti gli altri la multa sarà inevitabile. Perché se la telecamera inquadrerà una targa che non figura nella cosiddetta lista bianca, il computer provvederà ad associare all’immagine la multa».
Novità anche per quanto riguarda la nuova Ztl dal perimetro allargato (il maxi-quadrilatero centrale dove risiedono ben 80 mila persone): «Anche questo nuovo provvedimento - ha spiegato ieri l’assessore alla Viabilità Maria Grazia Sestero al termine della giunta - potrà scattare già alla fine di gennaio. Non prima però di aver operato un confronto con tutte le categorie interessate al provvedimento». Un esempio di applicazione anticipata potrebbe fornirlo lo smog: se a gennaio passerà l’ipotesi delle targhe alterne per tutta la settimana all’interno del quadrilatero centrale, allora quelle 34 porte elettroniche saranno davvero utili. L’orario, per ora, sarà lo stesso, dalle 7,30 alle 10,30, e chi possiede un’auto non catalitica (e non è residente) dovrà rimanerne fuori tutto il giorno ad eccezione dei weekend».
AUTO NON CATALITICHE. «Daremo ai residenti nella Ztl dotati di vecchie auto un tempo limite per cambiare la vettura - risponde l’assessore Sestero - e questo tempo di aggirerà più o meno attorno ai due anni».
SCUOLE. «Per le scuole statali non ci sono problemi - spiega ancora l’assessore Sestero - dal momento che gli iscritti, solitamente risiedono a pochi passi dall’istituto, mentre per gli altri potremo studiare forme di permesso alternativa in accordo con presidi e direttori».
OSPEDALI. «Chi verrà sottoposto a una visita o ad un ciclo di cure dovrà farsi rilasciare dall’ospedale un certificato - spiega l’assessore -, a quel punto, anche se la sua auto è stata fotografata avrà il tempo, prima che quell’immagine si trasformi in verbale, di far depennare la sua targa».
PENDOLARI. Chi lavora in centro, ma risiede al di fuori della Ztl non ha scampo: o si alza prima oppure lascia l’auto in uno dei parcheggi a corona, o, ancora, usa i mezzi pubblici. MOTOCICLI. Non ci sarà limite per la loro mobilità.
PARCHEGGI. Le autorimesse all’interno della Ztl sono uno dei pochissimi problemi rimasti aperti. «Gli abbonati passeranno di sicuro - dice l’assessore - ma per tutti gli altri che promettono di andare a parcheggiare in un sotterraneo dobbiamo studiare una soluzione».
CLIENTI DI HOTEL. Sarà automaticamente inserito nella lista bianca che gli consentirà il libero accesso alla Ztl.

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Gli articoli sono stati pubblicati dal quotidiano "LA STAMPA"

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