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Con riferimento all’ assemblea autoconvocata del 13 dicembre scorso, voglio condividere insieme a Voi alcune considerazioni di carattere generale sulle vicende che, negli ultimi mesi, hanno interessato il nostro Movimento, per riflettere se sia possibile trarne degli insegnamenti che ci possano aiutare, in futuro, a non ricadere nelle stesse situazioni.

 

La prima domanda che dobbiamo fare a noi stessi per intraprendere questo percorso è quella rivolta a stabilire se, quanto a suo tempo esposto nel “Manifesto di Odalengo” e nei successivi documenti, sia un’analisi specifica, relativa ad un nostro particolare momento di crisi, oppure se si tratta di fatti in qualche modo riconducibili a dinamiche ricorrenti nel funzionamento del sistema politico generale e se, in questo ultimo caso, non ci siamo fatti cogliere almeno parzialmente impreparati prima di reagire al degrado che, ormai da tempo, ha iniziato ad interessare il nostro Movimento in Piemonte, complice un’esperienza di governo che, così come in altre occasioni, si è dimostrata devastante sia a livello politico che organizzativo.

 

La risposta è che, purtroppo, ci siamo lasciati, almeno in parte, cogliere impreparati. Quanto ci sta accadendo, infatti, altro non è che un esempio da manuale di quella che viene definita “legge ferrea dell’oligarchia”, ossia una patologia degenerativa che tende a manifestarsi in qualsiasi struttura organizzata, e che, a sua volta, determina una seconda legge, denominata della “distorsione dei fini”. Secondo queste due leggi, collegate in maniera causale tra di loro, la struttura, anche se inizialmente eletta su base democratica, tende inesorabilmente a ricomporsi su base oligarchica, ripiegando la propria organizzazione su sé stessa. La struttura, così facendo, da mezzo per raggiungere uno scopo, diventa scopo essa stessa, finendo in tal modo per porre la sua sopravvivenza al di sopra di quelle che erano le finalità originarie, anche a costo di soffocarle sotto il peso della sua ingordigia.

In altre parole, la formazione di un regime oligarchico all’interno di un sistema democratico è da considerarsi come una tendenza inesorabile: in questo modo, l’organizzazione di ogni partito finisce per diventare una potente oligarchia su una base democratica che, col tempo, diventa di pura facciata. Sulla tale base democratica, via via sempre più annichilita, si innalza, soffocandola definitivamente, la struttura oligarchica dell’edificio.

 

E questo è proprio quanto sta accadendo all’interno della Lega Nord Piemont, dove tutti i sistemi di trasmissione democratica interni sono saltati, dove si sta procedendo a selezionare una nomenklatura a forza di commissariamenti, dove si eliminano gli avversari politici interni chiudendo le sezioni, comminando espulsioni, evitando subdolamente e vigliaccamente di rinnovare le tessere scomode.

 

Ma la cosa più grave sono le conseguenze che si stanno manifestando anche all’esterno del Movimento, nei confronti dei nostri elettori: ossia la distorsione, o meglio ancora, il tradimento dei fini per i quali è nata la Lega Nord Piemont.

 

Tuttavia, per potere in qualche modo quantificare il livello di degrado raggiunto nella nostra esperienza specifica, dobbiamo prima analizzare a quali bisogni la Lega Nord ha saputo rispondere, a quale istanze è stata in grado di dare voce: in altre parole, per quali motivi la Lega ha ricevuto la legittimazione, da parte di milioni di persone, a rappresentare politicamente e socialmente una così grande parte della società padana che, attraverso questa forma di aggregazione, ha potuto finalmente prendere coscienza di sé come soggetto politico, portatore di una cultura ed interessi particolari, fino ad allora soffocati dal dualismo ideologico destra-sinistra e dalla mediazione centralista dello stato italiano.

 

Da un punto di vista sociologico, la Lega ha saputo rappresentare un’area culturale o, se vogliamo, una mentalità radicata e diffusa, che potremmo definire conservatrice ma anticonformista. Conservatrice, perché legata alla continuità dei valori nel tempo, alla centralità del lavoro, della famiglia, del rispetto delle regole, del bisogno di riconoscersi in un sistema di convivenza civile basato sul rispetto delle tradizioni locali e non imposto dallo stato etico-centralista. Anticonformista, in quanto poco propensa a farsi ingabbiare socialmente e culturalmente dalle ideologie del classismo statalista, sia di destra che di sinistra, così come non disponibile ad alienare la propria individualità nello stereotipo del consumatore globalizzato, a sacrificare il suo stile di vita, le sue tradizioni e la sua cultura nel nome della massificazione imposta dall'alto dai cosiddetti "poteri forti". In questa mentalità si riconoscono gran parte di quelli che possiamo definire veri e propri emarginati non conclamati. Non conclamati in quanto vittime di una sorta di emarginazione parziale: perfettamente integrati quando si tratta di lavorare e pagare, di contribuire con l’adempimento del proprio dovere di buoni lavoratori ed onesti cittadini al mantenimento della società civile; emarginati quando si tratta di accedere agli aiuti di stato, alle tutele ed agli ammortizzatori sociali che vengono invece riconosciuti alle grandi masse organizzate politicamente e sindacalmente, alle grandi imprese, così come ai soggetti di recente insediamento nelle nostre terre, preziosi serbatoi di voti futuri concessi in nome di aleatori, dal punto di vista dell’integrazione sociale, certificati di residenza.

In questa categoria di finti privilegiati ma veri emarginati troviamo essenzialmente i piccoli operatori economici del commercio, dell’impresa e dell’artigianato, compresi i lavoratori che da queste imprese dipendono, tutti insieme stretti nella morsa del patto leonino che lo Stato ha imposto loro: esigente nel reclamare imposte, tasse e contributi quando gli affari vanno appena bene, assente quando le cose si mettono male, nel principio dell’ “ognuno per sé e Dio per tutti”. Per non parlare della permanente criticità delle situazioni relative alle cosiddette “attività marginali”, ossia quelle aree di lavoro autonomo che coincidono con il soggetto che le svolge, sempre legate al filo dell’incertezza dei destini individuali e delle mutevoli congiunture economiche.

 

Ma il federalismo statalista che sta avanzando in questo stato (perché, ricordiamolo, lasciare il federalismo in mano agli statalisti è come regalare una fabbrica di corda al boia), non si accontenta del patto leonino, ma vuole la sua parte anche quando i conti sono in rosso: basti pensare al perverso meccanismo dell’IRAP ed ai contributi previdenziali minimi obbligatori per i commercianti ed altre categorie di operatori, in grado di dare il colpo di grazia alle piccole attività che si trovano a subire difficoltà che, magari, sarebbero momentanee e quindi superabili in assenza di una legislazione così vessatoria.

 

Conservatori anticonformisti, abbiamo detto. Invisi a quell’area socio-culturale che potremmo definire Progressista-anticonformista, paladina del disimpegno antisociale ed antagonista, che dal 18 politico del ’68 si è tramandata attraverso diversi salti generazionali fino a noi, ed ora prospera nei centri sociali e nelle manifestazioni dei finti no-global e dei veri teppisti di piazza, mentre la vecchia guardia dei cinquanta-sessantenni si autocelebra nella commemorazione dei bei tempi eroici che furono l’epoca delle assemblee e dei collettivi studenteschi, dei cortei e degli scioperi ad oltranza.

 

Conservatori anticonformisti, disprezzati dai conservatori conformisti, che sono tali non per intimo convincimento morale o ideologico, ma per calcolo opportunista a difesa di privilegi sociali ed economici acquisiti, quasi sempre immeritatamente ereditati.

 

Conservatori anticonformisti, additati come rozzi, egoisti e retrogradi dai progressisti conformisti, ossia dalla grande maggioranza degli ipocriti che creano la cultura oggi veramente egemone nella nostra società: quella dei buonisti benpensanti, che credono sia sufficiente vestire la lana dell’agnello per continuare a vivere nel loro tenore di vita piccolo borghese e trovano nelle bandiere della pace l'oggetto apotropaico per proteggersi dalle paure provocate da un mondo che, cambiando troppo in fretta, stravolge certezze consolidate

 

Conservatori anticonformisti, che hanno trovato nella Lega Nord quella rappresentanza politica e sociale che gli ha permesso di ritrovarsi insieme, arrivando così finalmente ad acquisire la forza necessaria per ribadire la propria identità al di fuori dagli schemi ideologici precostituiti.

 

Conservatori anticonformisti, spesso costretti a subire l’esclusione sociale ed economica determinata da un sistema produttivo con caratteristiche fortemente “metropolitane”: basti pensare alle conseguenze che il nostro modello di sviluppo industriale e post-industriale ha avuto nelle campagne e nelle valli, dove le popolazioni autoctone sono state sistematicamente sradicate nel continuo dei diversi passaggi generazionali, e dove la Lega ha saputo risocializzare rabbie profonde, generate dall’imposizione di modelli di vita e di sudditanza economica che non tengono in alcun conto l’importanza del radicamento dell’individuo sul territorio.

 

Ed ora veniamo alla ragione del contendere che ha costituito l’oggetto di discussione dell'assemblea del 13 dicembre. Qual è stato il livello delle risposte che la dirigenza leghista piemontese ha saputo dare a questa domanda profonda di rappresentanza politica, di inclusione sociale, di autocoscienza individuale e collettiva, che costituisce la stessa ragione d’essere della Lega, il suo fine ultimo ed irrinunciabile? Perché siamo al punto di affermare che il nostro partito oggi, in Piemonte, sta tradendo la sua missione, stracciando il patto di rappresentanza che lo legava al suo elettorato?

 

Per rispondere a queste domande proviamo a riassumere, mediante una breve rassegna stampa di questi ultimi mesi, il profilo puramente autoreferenziale al quale è ormai ridotto il messaggio della dirigenza leghista in Piemonte:

 

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quando siamo entrati in giunta ci sono state assegnate deleghe di risulta (commercio estero, Legale e Formazione Professionale), dove è molto difficile esercitare la nostra azione politica;

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La riorganizzazione è d’obbligo, di fronte alla grande domanda di adesioni cui stiamo assistendo da parte di numerosi amministratori eletti nelle liste civiche. Per esempio è venuto con noi anche il sindaco di Moncenisio. A Torino, insieme con la sezione cittadina, saranno realizzati altri 10 gruppi di lavoro, uno per quartiere;

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non credo che qualcuno possa pensare di fare a meno di noi perché in Piemonte senza la Lega si perde;

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mi sembra che il Presidente Ghigo sia in difficoltà nel compiere le scelte che il rimpasto di Giunta impone;

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ieri sono emersi i problemi interni alla Lega Nord. Nei giorni scorsi sul tavolo di Ghigo è arrivata una lettera del segretario del Carroccio, Roberto Cota, in cui si indica nel sindaco di Baveno, Paolo Marchionni, il candidato alla sostituzione di Matteo Brigandì. Poco dopo, però, il Governatore ha ricevuto una seconda missiva. Il capogruppo, Tino Rossi, annuncia l’esistenza di una seconda candidatura: la sua. Che farà Ghigo? La scelta, spiega Cota, tocca al segretario, che farà un’opera di sintesi e poi avanzerà la sua proposta agli alleati;

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Una poltrona per tre. Lo scranno è quello di assessore regionale. A contenderselo sono tre esponenti della Lega Nord. L’ultimo, in ordine di tempo, è Mario Di Michele, segretario provinciale torinese del Carroccio. Il segretario di Torino Di Michele, però, sminuisce la portata del suo pronunciamento: “Il consiglio provinciale del partito ha fatto un ragionamento politico, sottolineando la necessità di valorizzare anche in termini di riconoscimento di posti di governo la realtà leghista di Torino che, grazie allo sforzo di tutti i militanti, sta crescendo”. Aggiunge: “l’accordo sul mio nome nasce dalla volontà di rafforzare quella decisione ma non deve essere interpretato come tentativo di riaprire i giochi”. I giochi, in ogni caso, sono aperti. Che farà Cota? Il presidente del consiglio regionale, ribadendo la sua neutralità, sottolinea come le scelte saranno fatte valutando sia gli aspetti di geopolitica che la competenza dei candidati;

 

Ma l’ultima perla la regala il responsabile organizzativo provinciale, nonché referente della sezione di San Mauro, nonché commissario di Torino, nonché consigliere nazionale, il quale, su carta intestata della Lega Nord Piemont, pretende di interferire nell’organizzazione dei convegni di un’associazione culturale indipendente: roba che non si vedeva dai tempi del Minculpop!

 

Dove sono finiti i leghisti, la Padania, l’indipendenza dei Popoli, l’antistatalismo, il federalismo, la lotta contro le burocrazie e gli sprechi, la difesa delle tradizioni, il rispetto della libertà e della democrazia, in tutte queste farse vuote e noiose che stanno allontanando i Cittadini dal nostro Movimento? A questo punto, francamente, non possiamo fare a meno di pensare che questi personaggi che pretendono di autodefinirsi "classe dirigente" non siano in grado fare altro!

 

Quello che emerge, drammaticamente, da questo scenario deprimente, è la totale mancanza di senso di responsabilità da parte di questi signori, ossia l’incapacità di rispondere, di reagire in maniera appropriata al mandato che è stato loro affidato. Qualcuno potrebbe tuttavia obiettare che questa classe dirigente è stata comunque, a suo tempo, eletta democraticamente. Ma questo, oggi, è ormai in gran parte falso: i commissari e sub-commissari di cui il movimento è purtroppo infarcito vengono nominati per cooptazione, quindi al di fuori di ogni pronunciamento democratico della base. In ogni caso se è vero, come è vero, che l’albero si giudica dai frutti, è solo per il fatto che, prima o poi, le intenzioni si manifestano in azioni. E ora, che le azioni si sono finalmente appalesate in tutta la loro perversa natura, possiamo finalmente sapere con chi abbiamo veramente a che fare e decidere di conseguenza.

 

Concludendo, quali lezioni possiamo trarre dall’analisi di tutte queste tristi vicende? Essenzialmente, le lezioni credo siano due. La prima è che la situazione, obiettivamente, ci è sfuggita di mano: per cui, per il prossimo futuro, abbiamo l’obbligo morale e culturale di imparare che la vigilanza democratica deve entrare a far parte del patrimonio ideologico del nostro Movimento in modo permanente. La seconda è che dobbiamo sempre ricordarci che, quando i partiti sono ammalati, tutto il sistema democratico è infetto. Per cui la responsabilità che ognuno di noi ha per quanto sta accadendo all’interno della Lega Nord Piemont non si esaurisce dentro i confini del nostro Movimento, ma coinvolge anche il livello di tenuta democratica e di legalità di tutta la società civile. L’involuzione in chiave oligarchica-autoritaria di un partito finisce inevitabilmente per avere gravi ripercussioni su tutto il sistema: se avete dei dubbi, tornate con la memoria ai guasti, che ancora oggi stiamo pagando e continueranno a gravare sulle generazioni future, provocati dalla degenerazione interna dei partiti della prima repubblica, su tutti la DC di Andreotti e Forlani ed il PSI di Craxi (il famoso CAF, ricordate?) e contro i quali la Lega lottò vigorosamente fino ad abbatterli: siamo così sicuri di volere diventare anche noi come loro?

 

Nella consapevolezza dei limiti oggettivi della nostra realtà, dobbiamo sapere che non è solo per difendere i principi fondanti della Lega, ma anche per rispetto e responsabilità verso i grandi valori della cultura liberale propri delle democrazie occidentali, che abbiamo l’obbligo di sconfiggere la svolta autoritaria fascio-stalinista che sta soffocando il nostro Movimento. E per fare questo c’è una sola strada da percorrere: riprenderci quello che è nostro, ritornare in possesso di quel Movimento politico democratico e popolare che si chiama Lega Nord Piemont!

 

23 dicembre 2003

 

Maurizio Gasparello

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