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STATALISMO, UNA MINACCIA PER LA SCUOLA DI STATO Di DARIO ANTISERI Con il Decreto firmato dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e dal ministro dell’Istruzione, Letizia Moratti, viene data attuazione all’art. 2 della Legge finanziaria 2003 (289/2002), dove viene stanziata la somma di 30 milioni di euro per ciascuno degli anni 2003, 2004 e 2005 a parziale rimborso delle spese sostenute per il pagamento delle rette scolasti che dalle famiglie che hanno figli iscritti alle scuole paritarie. Subito, da molte parti dell’opposizione e dal sindacato, si è gridato allo “scandalo”: il decreto sarebbe «un incentivo contro la scuola pubblica»; costituirebbe «una violazione della Costituzione e, in particolare, dell’art. 33»; «è un regalo osceno da parte della Ministra alla scuola privata»; «è un decreto sconcertante»; che «agisce come una sorta di Robin Hood. Ma al contrario»;. «non ci sono risorse per la scuola pubblica e si interviene a favore della scuola non statale». Sul problema della presunta incostituzionalità dei contributi alle scuole non statali mi permetto di rinviare solo alle pagine scritte da Vezio Crisafulli nel 1956. E a quanti, giustamente, si lamentano degli insufficienti fondi erogati per la scuola pubblica (e per l’Università) farei notare che fino a oggi le scuole non statali hanno fatto risparmiare allo Stato sui 5mila miliardi di vecchie lire ogni anno; che lo Stato dovrebbe sostenere ulteriori spese se gli alunni delle scuole non statali si riversassero tutti nella scuola pubblica. Ma ai critici del decreto Tremonti-Moratti vorrei innanzitutto chiedere: siete proprio convinti che i mali più profondi della scuola italiana siano causati da una scuola non statale, che in questi anni ha dovuto per lo più lottare per la sopravvivenza e che è stata “libera’ solo di chiudere un istituto dopo l’altro? La questione più urgente, tuttavia, che gli insegnanti delle nostre scuole non possono non porsi, è se lo Stato di diritto sia legittimato ad avanzare la pretesa di un monopolio o quasi-monopolio statale nella gestione dell’istruzione. Non intendo annoiare nessuno con risposte ormai “classiche” date a tale interrogativo da pensatori del livello di Tocqueville, Rosmini, John Stuart Mill o Betrand Russell. «Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni». Così Antonio Gramsci nel 1918. Da parte sua, Gaetano Salvemini era persuaso che «dalla concorrenza delle scuole private, le scuole pubbliche (...) hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere». E poi Luigi Sturzo: «Ogni scuola, quale che sia l’ente che la mantenga, deve poter dare i suoi diplomi non in nome della Repubblica, ma in nome della propria autorità. Gli italiani, non saranno liberi finché la scuola in Italia non sarà libera». I provvedimenti stabiliti dal decreto Tremonti-Moratti non sono il buono-scuola, rappresentano unicamente un primo passo nella direzione del “buono scuola”, tramite il quale, come teorizzato dapprima da Milton Friedman e successivamente da Friedrich A. von Hayek, gli aventi diritto - cioè i cittadini in età scolare - sarebbero titolari di un voucher non negoziabile spendibile presso una scuola pubblica o privata. Tutto ciò al fine di introdurre linee di competizione all’interno del sistema educativo. E se si gratta appena sotto la superficie delle critiche al decreto, non è difficile scorgere una terrificante angoscia scatenata dall’idea di competizione. Il buono-scuola (o misure che vi si avvicinano) è una proposta che, innanzi tutto, favorisce la libertà delle famiglie nella scelta di quella che reputano la migliore educazione per i propri figli. Ma - a parte il fatto, come ammoniva Tocqueville, che coloro i quali nella libertà cercano qualcosa di diverso dalla libertà, sono nati per servire - una seria competizione introdotta nel nostro sistema formativo non può che migliorare sia le scuole statali che quelle non statali. Temono la competizione unicamente coloro che, a scapito degli alunni. preferiscono vivere in nicchie ecologiche protette. E se è vero che una buona scuola statale non ha nulla da temere nella competizione con scuole non statali, è anche vero che il buono-scuola è una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti. Questo lo aveva riconosciuto on grande lucidità l’ex-presidente della Regione Emilia-Romagna Antonio La Forgia, ma stentano ancora ad ammetterlo politici di sinistra e sindacalisti, i qual,. tra l’altro, non si rendono conto che potrebbero venir ripagati con la stessa moneta allorché accusano il Governo di aver fatto una spregiudicata mossa demagogico-elettoralistica. L’ attuale maggioranza è stata e viene accusata, non sempre a torto, di non saper mantenere le promesse. Ma questa della parità scolastica è un impegno preso dalla Cdl apertamente in campagna elettorale davanti all’elettorato: quindi bisognerebbe essere più cauti nel sostenere con enfasi che la scuola non statale non piace agli Italiani. E meno sicuri delle proprie affermazioni sarebbe opportuno che fossero quanti temono che gli aiuti alle scuole non statali ingrosserebbero le scuole a orientamento professionale, viste e giudicate come luoghi di “indottrinamento” e di acriticità, a differenza delle scuole statali che ex definitione sarebbero sempre centri di costruzione di menti critiche. E’ questa un’accusa generica e infamante: insegnanti critici infatti si trovano in scuole statali e in scuole non statali, così come guarnigioni di insegnanti dogmatici si trovano in scuole statali e non statali. Contrario alla “logica degli schieramenti” e favorevole alla “logica dei problemi”, più volte ho espresso le mie riserve su diverse proposte dell’attuale Governo e anche del ministro Moratti; ma a proposito del recente decreto, anche se è possibile discuterne modalità di attuazione, penso, proprio nell’orizzonte della logica dei problemi, che si tratti di un passo importante e coraggioso sulla via illuminata dal sacrosanto principio della libertà di scuola. La scuola di Stato è un patrimonio prezioso che va salvato: salvato, appunto dal tossico dello statalismo. E, in questo contesto dare soldi (anche se pochi) alle famiglie piuttosto che alle scuole è stata, contrariamente a quanto dichiarato da Massimo Cacciari, una coerente intuizione. Dario Antiseri – Il Sole 24 Ore
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