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NOTIZIE
DAL FRONTE 2
Tutto
sotto controllo, Sig. Chiamparino?

"LA STAMPA" del 17 Luglio 2003
L’estorsione scatta al parcheggio
In piazza Vittorio chiunque si
ribelli rischia un’aggressione
Un posteggiatore ogni cinque,
dieci automobili: «Qui, capo, vieni qui...».
Piazza Vittorio Veneto, ogni notte, dopo le 23, è il
regno dei posteggiatori abusivi. Su quel grosso spiazzo ancora terra e pietre,
dove lascia le auto il popolo che migra ai Murazzi e ai locali trendy della
zona, i ragazzi marocchini hanno istituito una specie di controllo del
territorio, secondo regole precise.
Estorsione agli automobilisti, droga, rapine e
aggressioni a chi si ribella. Ieri gli agenti del vice questore Michelangelo
Gobbi, del commissariato San Secondo, hanno fermato cinque minorenni.
Potrebbero avere scippato e rapinato, in poco tempo, decine di persone. Ma il
flusso dei minori clandestini è così alto, così incontrollabile da rendere
vani gli interventi continui di polizia e carabinieri, costretti a dirottare
forze ingenti per tenere sotto controllo questo settore del centro.
Da qualche tempo si sono mobilitati anche i vigili
urbani: hanno ricevuto decine di esposti che descrivono una situazione
insostenibile. Auto rigate, danneggiate, furti, automobilisti rapinati del
cellulare e dei soldi. Se non paghi i parcheggiatori, rischi dei guai. Non c’è
nulla di simpaticamente folcloristico, nel gruppo di extracomunitari che hanno
trasformato questa zona in un feudo dominato dalla violenza. La polizia
municipale del nucleo servizi mirati, a più riprese, in queste ultime
settimane ha effettuato blitz nelle ore notturne. Ha accompagnato negli uffici
di corso XI febbraio decine di posteggiatori abusivi. Ma, per sradicare il
fenomeno, si può fare ben poco: se non ci sono denunce specifiche dopo poche
ore tornano lì, a controllare la piazza, anche con la violenza.
I poliziotti, nei giorni scorsi, hanno anche chiuso uno
dei loro rifugi. Un palazzo abbandonato, una base per nascondersi dopo ogni
colpo portato a termine in piazza Vittorio. Dieci adulti sono stati inviati al
centro di permanenza, uno è finito in carcere perché ha violato la Bossi-Fini.
Ma l’indomani altri adolescenti hanno preso il posto di quelli rastrellati
alla polizia. Ragazzini incontrollabili. Il Comune li affida ad alcune
comunità di recupero, loro fuggono e dopo poche ore sono di nuovo in strada.
Pronti a ricominciare la solita vita, incuranti dei controlli e della presenza
delle forze di polizia. Qualche tempo fa era stato accoltellato un giovane
maghrebino da quattro connazionali, tutti arrestati dalla polizia. «Era
sicuramente uno scontro per il controllo della piazza», suggeriscono i
poliziotti. Che aggiungono: «C’è una gerarchia all’interno di queste bande
giovanili. I capi sono maggiorenni e hanno il compito di rifornire gli
adolescenti di droga. I più piccoli fanno da cavalli: consegnano le sodi,
ritirano i soldi e poi spariscono. Fermarli è un lavoro complesso...».
Certo, piazza Vittorio non è il Bronx, ma le richieste
di intervento e le proteste degli automobilisti si moltiplicano. «Perché -
dice qualcuno - in certe ore della notte e negli angoli più bui passeggiare da
soli è davvero sempre più rischioso...».

"LA STAMPA" del 17 Luglio 2003
«Noi, prigionieri
del giardinetto»
Di giorno hashish ai
ragazzini, di notte schiamazzi e minacce
Un tempo
erano giardini veri, con l’erba, le panchine e gli alberi ben curati che
regalavano un po’ d’ombra e frescura. Un tempo, quel fazzoletto di verde di
fronte a via Pastrone era un’oasi si tranquillità e di pace.
Ora, lì, tutto è cambiato. Quello che doveva esser un minuscolo polmone
verde di questo scampolo di barriera è diventato terra di tensioni e
polemiche, di lettere infuocate e richieste d’aiuto. Perché, quando cala la
notte, là, sotto gli alberi e nelle strade che tutt’intorno la pace non c’è
più. E chi, da dieci, vent’anni abita lì è pronto ad arrendersi. «Abbiamo
telefonato decine di volte ai carabinieri, alla polizia e ai vigili urbani.
Abbiamo spiegato che sotto gli alberi lavorano gli spacciatori. Dalle
finestre delle case qui attorno, specialmente da quelle ai piani più bassi,
si vede tutto. Pusher che vendono hashish ai ragazzini. Che poi si si
fermano a rollare le canne seduti cavalcioni sulle panchine. E poi le corse
degli scooter nell’area dove un tempo c’erano i giochi per i bambini. E gli
schiamazzi fino alle 2, alle 3 di notte...».
I racconti si sprecano. C’è chi ricorda di esser stato minacciato, due tre
volte, dagli spacciatori. Chi, invece, si è trovato intrappolato nei garages
con le auto posteggiate ovunque senza avere la possibilità di uscire. «Una
volta ho protestato. Quelli mi hanno insultato come un cane. Avevo tale una
rabbia che mi cresceva dentro... Avrei voluto scendere e picchiarli tutti.
Ma quelli erano quindici o venti e mi sarei soltanto messo nei guai. E
allora sono stato zitto, ho ingoiato tutto me ne sono andato...» racconta un
uomo di mezza età. Il suo nome? «Per carità, non lo scriva. Se quelli lo
scoprono vengono a cercarci... Abbiamo a che fare con gente che non ha nulla
da perdere e che ci mette un attimo a fartela pagare. Pensi: per qualche
protesta che c’era stata in un palazzo qui vicino sono andati a sfasciare il
citofono...».
Sono tutte storie fotocopia quelle che la gente di qui si ripete da mesi.
Racconti zeppi di paure, tensioni e di angoscia. «Mia moglie, ormai, non si
fida più a rientrare da sola la sera tardi. Allora io la vado ad aspettare
giù all’angolo e, come me, fanno molte altre persone che vivono qui...». A
chi gli dice che con l’arrivo della brutta stagione passerà tutto, mostrano
un sorriso ironico, di chi la sa lunga: «Lo scorso inverno era la stessa
identica cosa. Certo, con l’arrivo dell’estate i guai si sono acuiti, ma c’è
poco da stare allegri anche in altri periodi dell’anno...».
L’ospedale Giovanni Bosco è lì, a nemmeno cento metri in linea d’aria da
giardino delle polemiche. «In piazza donatori di sangue le pattuglie delle
forze dell’ordine vanno a controllare. Qui, invece, non viene più nessuno.
Qualche raro passaggio e poi filano via...» dicono sconsolati i residenti. E
qualcuno ha lanciato la proposta di una petizione da inviare in Prefettura.
Ma i più sono scettici: «Avevamo provato già una volta. Poi qualcuno ha
fatto sparire i fogli con le firme...».

"LA STAMPA" del 18 Luglio 2003
DOPO CHE I COMITATI
SPONTANEI DI PORTA PALAZZO E SAN SALVARIO LI AVEVANO ACCUSATI DI NASCONDERE
ILLECITI
«E’ vero, sui phone
center servono norme severe»
Un titolare: tanti chiudono
un occhio sull’identità di chi spedisce denaro
Angelo Conti
Il fenomeno phone-center
preoccupa i cittadini di Porta Palazzo e San Salvario. Sembra interessare un
po’ meno le autorità che, anche in conseguenza di una legislazione tutt’altro
che chiara, preferiscono una posizione attendista di fronte ad un fenomeno che
si sta facendo vistoso. I più critici sostengono che questi esercizi vivano
nell’illegalità e che, talvolta, offrano coperture ad attività criminali. E’
tutto vero? Lo abbiamo chiesto al titolare di uno dei più frequentati phone
center della città: è un extracomunitario, da anni regolare in Italia.
Come funziona un phone center?
«Vi ricordate i vecchi uffici della Sip a Porta Nuova, dove si andava a fare
le interurbane quando i telefoni nelle case erano pochi? E’ la stessa cosa,
solo che i nostri clienti sono in prevalenza cittadini stranieri che
telefonano verso il loro paese d’origine. In più noi riusciamo ad offrire
prezzi che sono inferiori, solitamente di molto, alle tariffe applicate dalla
Telecom a chi telefona da casa».
Qualche esempio?
«Da noi si può parlare con tutta l’Europa a 30 centesimi al minuto, suppergiù
con la stessa cifra si telefona nei paesi del Maghreb, a 40 centesimi c’è
l’India o la Nigeria, a 80 centesimi la Somalia. Il paese più caro in assoluto
è Cuba: costa 1 euro al minuto».
Voi, ovviamente, li comprate a molto meno.
«Certo, ma noi dobbiamo spesso acquistare pacchetti di telefonate, cioè molte
ore insieme. Così facendo otteniamo forti sconti: paghiamo ai nostri fornitori
3 centesimi al minuto per gli Stati Uniti, la stessa cifra per moltissimi
paesi europei, 17 centesimi per il Marocco, 22 centesimi per il Kenya. Ovvio
che a questi prezzi va aggiunta l’Iva, più un ricarico che di solito è del
30-40 per cento».
Che c’è di vero nelle accuse dei Comitati Spontanei?
«Beh, hanno ragione. In alcuni phone center non si chiedono i documenti a chi
utilizza le postazioni Internet. Ed è vero che molti utilizzano
apparecchiature non omologate, o comunque irregolari. Non è poi un mistero che
taluni mettano in atto vere e proprie truffe, facendo scattare il minuto di
conversazione ai 55 secondi».
Perché questa esplosione di phone center?
«Perché è un’attività che rende. E una volta rendeva di più. Ogni cabina, se
occupata, consente un guadagno di 6-7 euro all’ora. Moltiplicato per 6 o 7
cabine diventa un business. E dire che solo tre-quattro anni fa il guadagno
era doppio».
Chi apre un phone center?
«Una volta eravamo imprenditori puri. Adesso sono spesso stranieri regolari in
Italia che, licenziati dall’azienda in cui lavoravano, per non correre il
rischio di perdere il permesso di soggiorno investono la liquidazione in una
di queste attività. Magari non guadagnano, ma da imprenditori non potranno
essere espulsi. In più potranno assumere i propri famigliari, consentendone la
regolarizzazione».
Le omissioni più gravi sarebbero nei trasferimenti di denaro...
«Certo. Chi manda denaro all’estero deve essere identificato, ma ci sono
troppi titolari di phone center che chiudono un occhio, o scrivono un nome
diverso da quello del documento sulla bolla di accredito. Coprono così rimesse
illecite. Questo flusso di denaro, che è ovviamente provento di attività
illegali, a Torino può toccare le decine di migliaia di euro al giorno. La
colpa è di una normativa assurda che consente di effettuare trasferimenti di
valuta anche ai baristi ed ai salumai».
per ulteriori
informazioni, vedere su questo sito l'interpellanza del dott. Giovanni Airola:
"Proliferazione
centri telefonici e di trasferimento denaro" del 22.05.2003

"LA STAMPA" del 25 Luglio 2003
LA DELIBERA APPROVATA
IERI SERA DAL CONSIGLIO COMUNALE
Torino: gli stranieri
potranno votare
Andranno alle urne per
i referendum consultivo e abrogativo
In città sono 25 mila, dovranno essere residenti da almeno 6 mesi
Chiamparino: «E’ un primo passo, una sorta di semi-cittadinanza»
Emanuela
Minucci
l
novembre 2002, forse stanco di sentirsi dare del sindaco troppo poco
compagno, sull’onda dell’ultimo «dai Sergio, dì qualcosa di sinistra», se ne
uscì con una proposta che divise il Consiglio comunale, ma esaltò la
maggioranza targata Ulivo: «Estendiamo il voto per le amministrative anche
agli extracomunitari in regola».
A distanza di nove mesi, ieri alle 18, quella Sala Rossa che a suo tempo si
spaccò sulla proposta del sindaco Chiamparino - definita «inaccettabile e
sospetta» dal Polo - ha fatto di Torino la prima città italiana a permettere
ai cittadini stranieri regolari di presentarsi alle urne. Non si tratterà
delle amministrative, ma è un primo passo - sicuramente di notevole peso
politico - in quella direzione. Il Consiglio comunale di Torino ieri ha
votato con 31 voti a favore (Ds, Margherita, Verdi, ma pure Rifondazione che
è all’opposizione) e 12 contrari (Lega, An, Forza Italia) il regolamento sui
referendum consultivo e abrogativo comunali. Da un lato la città si è dotata
di uno strumento amministrativo che consentirà ai torinesi - e anche agli
stranieri che risultano residenti da almeno sei mesi, al momento sono 25
mila - di raccogliere 20 mila firme contro un progetto e di andare a votare
contro o a difesa del medesimo. Dall’altro lato, soprattutto, con questa
novità si darà per la prima volta agli stranieri iscritti all’anagrafe la
possibilità di dire la propria, e far pesare la propria volontà, sui
progetti e sui provvedimenti che riguardano la città in cui vivono. I temi
possibili per cui ricorrere alla consultazione popolare? Dal centro chiuso
alla decisione di piazzare in questo o quel quartiere un inceneritore.
Il documento si deve - oltre che all’auspicio del sindaco Chiamparino - a
una proposta del presidente del Consiglio comunale Mauro Marino (Margherita)
che per mesi ha lavorato sia alla stesura dello Statuto della città - che
contemplava già, in astratto, la possibilità di dare il voto agli stranieri
- sia a quella del regolamento approvato ieri dalla Sala Rossa che di fatto
sancisce, da questo momento in poi, il via libera alla raccolta di firme:
«Le vere novità racchiuse in questo regolamento - spiega Marino - sono sia
il voto agli extracomunitari regolarmente iscritti all’anagrafe che sistema
Torino all’avanguardia in Italia, sia il fatto che d’ora in poi il
referendum sotto la Mole potrà pure essere di natura abrogativa, vale a dire
che si potrà, attraverso questa consultazione, bocciare un progetto».
Fatalità ha voluto che proprio ieri il sindaco Chiamparino non fosse
presente in aula, nel penultimo Consiglio di stagione prima delle vacanze.
Trattenuto a Roma per una riunione dell’Anci (l’associazione dei Comuni
italiani), Chiamparino ha commentato entusiasta: «Ho sempre sostenuto che il
voto amministrativo è necessario ed è utile perché favorisce la capacità di
rappresentanza degli interlocutori stranieri. Questo è un primo passo, una
tappa di un percorso che va compiuto per intero e che può, in seguito,
aprire anche la possibilità, per i Comuni, di assumere stranieri nel corpo
dei vigili urbani o in altri settori. E’ insomma una sorta di
semi-cittadinanza utile a tutti».
Non tutti però, com’è ovvio che sia, la pensano così in Sala Rossa a Torino.
Perché ieri, tutto il centrodestra si è schierato contro il provvedimento. E
mentre il capogruppo dei Ds Beppe Borgogno spiegava all’aula che «scelte di
questo tipo le può fare soltanto una città in cui il concetto di democrazia
è fortemente radicato», il responsabile di An Ferdinando Ventriglia spediva
ai quotidiani un comunicato dal titolo: «Dalle carrette del mare al seggio
elettorale» spiegando poi a voce che: «Con questa pericolosa fuga in avanti,
celebrare un referendum cittadino sarà anche più complicato e costoso perché
non sarà possibile far coincidere altre votazioni con queste consultazioni
in cui vota chiunque, compresi i “nuovi torinesi”». Molto perplesse e
critiche anche Lega e Forza Italia: «Si tratta di un provvedimento di cui
non c’era alcun bisogno - ha inveito il vicecapogruppo azzurro Chiavarino -
se le leggi dello Stato non prevedono la loro affluenza alle urne non
capisco perché il Comune di Torino deve bruciare le tappe». Così
l’opposizione di centrodestra, perché Rifondazione comunista avrebbe voluto
di più: la capogruppo Marilde Provera infatti ha pure richiesto, ma non ha
ottenuto, la presenza di due consiglieri stranieri in ogni circoscrizione.
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LA
RESPONSABILE WELFARE DEI DS, AUTRICE DI UN DDL SULLA MATERIA
«Bravo Sergio, ora tocca a noi»
Turco: un passo di civiltà, speriamo
che il Parlamento lo imiti
GRANDE!
Che notizia, bravo Sergio...».
Sergio sarebbe poi Chiamparino, chi parla è la sua amica Livia (Turco), ex
ministra oggi responsabile welfare dei Ds.
Ora tocca a voi, è il momento di una legge nazionale per il voto
amministrativo agli immigrati?
Sospiro. «Beh, con questo clima politico non è proprio facilissimo... Ma
li vede i leghisti? Li sente come adesso si lamentano persino della
Bossi-Fini, che fa entrare troppi stranieri?»
Visti e sentiti.
«Ecco. Però noi ci proviamo lo stesso. Abbiamo ripresentato un disegno di
legge che giaceva dall’agosto del 2001, dopo lo stallo sull’articolo 38
della legge 40».
Può tradurre?
«All’inizio, nell’articolo 38 della legge 40, avevamo previsto che il
diritto di voto amministrativo agli immigrati fosse garantito per via
ordinaria».
Poi qualcuno vi ha fatto notare che una legge così comporta una modifica
costituzionale, quindi deve seguire le procedure del 138.
«Diciamo che l’ottanta per cento dei costituzionalisti che abbiamo
interpellato ha sollevato il dubbio che occorresse una modifica
dell’articolo 48 della Costituzione. Per questo abbiamo fatto uno stralcio
e ripresentato il disegno di legge con tre obiettivi».
Prego.
«Il primo riguarda l’estensione del diritto di voto agli immigrati.
Dovrebbe essere concesso agli stranieri con carta di soggiorno e residenti
in Italia da cinque anni. Il secondo è una riforma della cittadinanza. Il
terzo, la riforma della cittadinanza europea».
C’è già una proposta analoga anche all’Unione europea, Torino chiama
Bruxelles?
«A Bruxelles è depositato un testo che chiede alla Conferenza
intergovernativa di estendere la cittadinanza ai cittadini dei paesi terzi
e agli apolidi regolarmente residenti in Europa da almeno cinque anni».
L’Unione europea si muove, alcuni municipi sono all’avanguardia, e Roma?
«Noi speriamo possa servire molto, anche per svelenire il clima, la
petizione popolare da un milione di firme che abbiamo lanciato una
settimana fa al festival nazionale dei migranti. Mica è detto che tutti
gli italiani si sentano rappresentati dalle urla leghiste o dalla volontà
di esclusione di questo governo».
Magari la via amministrativa è la più pragmatica, no?
«Beh, in molte città la stiamo seguendo, e sicuramente continueremo: a
Torino passa questo regolamento referendario, Genova amplia il suo Statuto
e il 52 per cento dei cittadini è favorevole, in Toscana il presidente
della Regione Claudio Martini fa introdurre una voce apposita sugli
immigrati...».
Torino però li ha bruciati: presto potranno votare gli stranieri iscritti
da sei mesi nel registro dei residenti.
«Che dire... grande Chiamparino».
OOOOOOOOOOO
RICONOSCIMENTO ALL’IMPEGNO DEGLI AGENTI DELLA
SQUADRA MOBILE
«A Torino la
criminalità è tenuta sotto controllo»
Il bilancio del sindaco Chiamparino durante il
commiato del questore Fersini
Massimo
Numa Il «caso Torino», cioè la polizia a piedi perché mancano le auto (rotte e in
numero insufficiente), è ormai al centro di un intenso dibattito politico.
Ieri in Comune è arrivata un’insperata occasione di riparlarne perché il
questore Alessandro Fersini che lascia la città dopo due anni per essere
trasferito a un altro prestigioso incarico a Firenze, s’è incontrato con il
sindaco Chiamparino per il commiato ufficiale. Fersini i problemi non li
nasconde però spiega che «non risponde al vero che il ministero non si sia
preoccupato di risolvere la situazione. Roma ha preso atto delle nostre
segnalazioni e, compatibilmente con i tempi tecnici e burocratici,
interverrà per restituire la piena operatività alle forze di polizia, nel
più breve tempo possibile». Affiancato dal questore neopromosso Antonio De
Santis, Fersini s’è poi intrattenuto con il sindaco. A sua volta,
Chiamparino ha voluto affrontare questo tema che, partito da una
segnalazione dei poliziotti del commissariato di Mirafiori («In tram per
arrestare i ladri», avevano denunciato), s’è poi esteso ai vari settori
della polizia. «Intanto - dice il sindaco - ho voluto rispondere ad An che
aveva tappezzato la città con lo slogan “più pantere, meno giungla”. Ebbene,
visto che sono al governo, avrebbero potuto preoccuparsi di farle ruggire,
queste pantere, di far accendere finalmente i motori... E’ stata senz’altro
una dichiarazione improvvida, comunque inutile».
E ancora: «Ma c’è un aspetto che mi preme sottolineare, e di cui ho parlato
con Fersini e De Santis: a Torino, in questi ultimi anni, la criminalità è
stata tenuta sotto controllo con successo, nonostante le carenze e le
difficoltà giustamente segnalate. Anzi, sono stati raggiunti successi
significativi, restituiti interi quartieri alla normalità, affrontato in
modo deciso, tanto per fare un esempio, il problema della criminalità
minorile. La polizia ha sempre svolto il suo ruolo con efficacia». Merito
soprattutto dell’impegno personale di molti poliziotti che, con le loro
forze, dimenticando turni e orari, attraverso anche soluzioni fantasiose (il
parco macchine della mobile è costituito soprattutto da auto confiscate ai
delinquenti) sono riusciti a colmare le lacune. In questi anni, per quanto
riguarda la squadra mobile, alle prese con gli stessi problemi segnalati
negli altri settori, dalle volanti ai commissariati, sono stati portate a
termine importanti indagini contro la malavita. Dall’arresto del serial
killer Maurizio Minghella, sino al sequestro di ingenti quantitativi di
stupefacenti e infine l’arresto di numerosi rapinatori di banche e farmacie.
Confortante anche il bilancio dell’ordine pubblico. Le manifestazioni di
protesta sono drasticamente calate, il lavoro della Digos ha consentito di
tenere sotto controllo le frange estremistiche. «Credo che, nonostante
tutto, Torino sia una città vivibile, con un tasso di criminalità
fisiologico, e addirittura in sensibile calo - ha concluso il questore
Fersini - rispetto al passato».
E il sindaco ci tiene a rimarcare come, anche nelle aree più problematiche,
sia ben presente l’intervento delle forze dell’ordine: «A San Salvario e
altrove, dove ci sono i maggiori problemi, non s’è mai verificata una scarsa
attenzione da parte della polizia o dei vigili urbani. Certo, sono questioni
complesse, ricche di contraddizioni, ma non sono mai state abbandonate dallo
Stato». Chiamparino respinge l’immagine di una città priva di una protezione
adeguata: «Si potrà ancora fare molto, ma respingo con forza l’immagine di
una città con quartieri simili al Bronx, nella mani degli spacciatori».

"LA STAMPA" del 28 Luglio 2003
«Aziende nel mirino della microcriminalità»
L’allarme dei piccoli imprenditori in una lettera al nuovo questore
Marina Cassi
La
lettera è cortesissima nel tono, ma dura nella sostanza. Il presidente
dell’Api, Sergio Rodda, scrive al nuovo questore, Rodolfo Poli, per dargli
il benvenuto a Torino, ma dopo le prime righe di garbati convenevoli gli
comunica che quella che apparentemente - e anche secondo le statistiche che
indicano i reati in continuo calo - sembra una tranquilla e operosa città in
realtà è un luogo pericoloso. E le vittime sono gli imprenditori i cui
stabilimenti, secondo Rodda, vengono sistematicamente danneggiati e
derubati.
Rodda spiega l’insolita lettera di benvenuto - inviata per conoscenza anche
al sindaco e al prefetto - e racconta: «Un nostro associato è venuto da me
per narrarmi delle sue peripezie: sette furti in stabilimento denunciati,
più altri. E’ una cosa inconcepibile: ci sono zone della città nelle quali
la sicurezza è infinitamente minore rispetto a altre».
Aggiunge: «Non si può lasciar passare una cosa così sotto silenzio anche
perché questa non è l’unica segnalazione che ho ricevuto. Allora ho pensato
di scrivere al dottor Poli per dargli il benvenuto, ma ho anche voluto
dirgli che le cose non vanno così bene come si racconta». Sostiene che «a
Torino uomini e mezzi di polizia, come è venuto fuori in queste settimane,
sono pochi, troppo pochi» e così «si privilegiano certi pezzi di città, come
Porta Palazzo o San Salvario, a scapito di altri dove i problemi però ci
sono anche se meno eclatanti».
Il presidente dei piccoli e medi imprenditori è lapidario: «La
microcriminalità continua a imperversare e i furti subiti dalle aziende
creano un clima di disagio e insicurezza, fanno perdere denaro e tempo. E
dimostrano che la città non è sotto controllo».
Prosegue: «Quando si subisce un furto o un danneggiamento si va a fare
denuncia, più che altro perché si è assicurati, e poi non si sa più niente.
Si compila un modulo e tutto finisce lì. Spesso le aziende derubate più e
più volte nella zona delle Vallette e di Lucento ormai non fanno neppure la
denuncia. E questo significa che ci sono reati sommersi che non entrano
nelle statistiche».
Rodda nella sua lettera chiede «alle forze dell’ordine di concentrare la
loro azione non solo nelle zone calde o nel centro della città, ma anche
nelle periferie». E annuncia una nuova iniziativa che metterà in cantiere in
autunno. Sul modello della rilevazione trimestrale, che l’ufficio studi
della sua associazione realizza sulla situazione economica, si farà una
indagine sui crimini subiti.
Spiega: «E’ una verifica che voglio fare perché i dati servono più di tante
parole e perché sono convinto che verrà fuori una realtà utile anche alle
forze dell’ordine».
Poi quando ci sarà l’abituale incontro con il nuovo questore Rodda fornirà i
risultati della ricerca. Spiega: «Mi sembra un modo utile e costruttivo di
intervenire in un problema serio e che crea malessere nel mondo produttivo».

"LA STAMPA" del 05
Agosto 2003
Il «branco»
tradito dal cellulare
Telefonata in Romania
mentre violentavano Paola
Angelo
Conti
Mentre
violentava Paola raccontava ad un amico in Romania quanto stava facendo,
affidando al cellulare anche i lamenti e le urla di quella povera ragazza.
Ma quella telefonata lo ha tradito, ed ha tradito il branco: i carabinieri
del Comando Provinciale di Torino hanno fatto tesoro di questa
informazione, confessata fra le lacrime dalla vittima dello stupro, e -
grazie anche all’aiuto della Europol (la polizia europea) - sono arrivati
ad arrestare due dei responsabili della violenza. Catturare il terzo, di
cui si possiede il Dna, sarà soltanto questione di tempo.
L’allucinante vicenda, come La Stampa riportava lo scorso 1 giugno, aveva
avuto come teatro gli orti urbani che si estendono lungo il Sangone, nel
Comune di Beinasco. Paola e Fabio, due trentenni, dopo aver visto un film
al Warner Village, si erano appartati in quelle stradine, a circa quaranta
metri da alcune baracche. I due ragazzi, dopo aver abbassato i sedili,
erano passati alle effusioni amorose, lasciando campo libero ai loro
aggressori che, armati di un’ascia e di un palanchino, avevano così potuto
uscire da un capanno senza essere visti per avvicinarsi all’utilitaria.
L’assalto era stato rapido e violento. Proprio con l’ascia era stato
facile mandare in mille pezzi il finestrino del guidatore, e subito dopo
aprire le portiere. I due giovani, colti di sorpresa, avevano subito
capito che non si trattava soltanto di una rapina. Fabio era stato spinto
verso un palo della luce, e lì strettamente legato. Trascinata per le
gambe degli aggressori, Paola era stata invece portata dentro ad un
capanno. Qui l’avevano spogliata, violentemente schiaffeggiata e legata
sul vecchio tavolo da cucina al centro del locale. Poi la brutale
violenza, da parte di tutti e tre gli uomini, cui la ragazza aveva cercato
di opporsi in ogni modo, nonostante le botte e le troppe mani che
l’afferravano.
In quei minuti Paola era riuscita comunque a strappare la maglietta ed
anche i capelli di uno degli aggressori. Consumata la violenza e resa
inutilizzabile la Panda, i malviventi erano fuggiti seguendo i prati che
costeggiano la tangenziale. Paola, a fatica, era riuscita a liberarsi ed a
slegare Fabio. Poi una corsa verso le luci di altre macchine lontane: un
automobilista si era fermato, aveva prestato i primi soccorsi, soprattutto
aveva chiamato i carabinieri.
Il maggiore Masic ed il maggiore Vagnoni si erano messi subito al lavoro.
Ricostruendo l’identikit dei protagonisti (perfettamente descritti dalla
vittima che ricordava, ad esempio, l’altezza inusuale ed il naso aquilino
di uno di essi), avevano poi puntato tutto su quella telefonata, avvenuta
ad un’ora molto tarda e quindi facilmente rintracciabile dai tabulati
delle telefonate internazionali partite dalla zona.
Era stato così possibile individuare il destinatario di quella chiamata e,
attraverso di lui, anche l’autore. Le indagini si erano così spostate a
Tricerro, in provincia di Vercelli, dove vivevano Mihaita Iulian Presura
detto «Kalu», 21 anni, clandestino, originario di Galati (curiosamente lo
stesso centro della Romania da dove provenivano i componenti dell’altro
branco che violentò a febbraio una ragazza a Settimo Torinese) e Katic
Nebojosa, 35 anni, serbo di Belgrado, muratore, regolare in Italia.
Scattava infine l’arresto di entrambi, accusati di rapina, sequestro di
persona e violenza sessuale di gruppo. Nella loro casa, in via Audisio 14
a Tricerro, i carabinieri trovavano anche i monili appartenenti alla
vittima dello stupro.
Quanto al terzo uomo, è già nel mirino degli investigatori che, anche
grazie al tempismo degli infermieri in servizio al Sant’Anna la notte
dello stupro, sono ora in possesso del suo Dna.
In margine da segnalare che, al termine della conferenza stampa, i
carabinieri del Nucleo Operativo hanno spiegato di non poter diffondere le
fotografie dei due presunti autori del feroce stupro perché «la legge
impone di garantirne la privacy».
PARLA FABIO, IL FIDANZATO DELLA RAGAZZA
colloquio
«Da quella notte ha
perso l’allegria
come se fosse morta nel capanno»
Massimiliano Peggio
PAOLA è
come se fosse morta quella notte: da allora è cambiata, non sorride più, ha
perso l'allegria di un tempo e soprattutto ha deciso di tenersi tutto dentro.
Nemmeno i suoi genitori sanno della violenza: è così choccata che non osa
confessarglielo».
Fabio è un ragazzo innamorato, semplice, affettuoso. Vorrebbe cancellare con
un colpo di spugna i pensieri della sua fidanzata, liberarla con una magia
dagli incubi che la divorano da due mesi. Perché dalla notte dell'aggressione,
negli orti a due passi dal centro di Beinasco, Paola e Fabio vivono una vita
parallela, un'esistenza profondamente diversa da quella di prima. Ogni giorno
una lotta, un «ricomimciare daccapo» per sopravvivere ai rimorsi, al senso di
vergogna, alla paura. «Basta un niente, un rumore, un volto, una busta di
plastica sollevata dal vento per trasalire, farsi prendere dal panico. E'
difficile dimenticare e voltare pagina, riconquistare la normalità, la
tranquillità di sempre», dice. La loro felicità è appassita in una notte. I
gesti consueti diventano psicosi, manie logoranti: per lei come per lui.
«Guai a parcheggiare l'auto lontano da casa o fermarsi in un posto isolato.
Anche quando andiamo a fare la spesa Paola non si sente mai al sicuro, si
preoccupa se deve fare più strada del solito per raggiungere il parcheggio. Si
sente protetta solo quando c'è gente attorno a sé, immersa in mezzo alla
folla». Il traffico di Torino, i clacson, lo sferragliare dei tram coprono le
parole. Così, per cercare un po' di silenzio bisogna addentrarsi nel parco,
cercare una panchina isolata, vicino alla fontanella che zampilla a
intermittenza. Qui va bene? «Sì, qui va meglio. Capisco che sia giusto parlare
di queste vicende, denunciare le bestialità di uomini senza pietà: purtroppo
però la gente è invadente, non si accontenta della compassione, bastano pochi
indizi su un giornale per svelare le nostre vite, chi siamo, dove viviamo,
cosa faciamo. Ecco, sono queste le cose che temiano ora: perché talvolta le
parole possono ferire quanto una violenza». In questi due mesi, per via delle
indagini, entrambi sono stati costretti a rivivere più volte l'aggressione,
attraverso le domande degli investigatori. Un tormento necessario, ma pur
sempre doloroso. «Speriamo che tutto sia finito, adesso. Forse Paola potrà
finalmente trovare un po' di pace. Il tempo l'aiuterà a dimenticare».
I carabinieri, nei giorni scorsi, hanno informato Fabio dell'arresto dei due
violentatori, promettendogli che avrebbero acciuffato anche il terzo complice.
Lui non lo dice chiaramente, ma vorrebbe vederli in faccia, fissarli negli
occhi e scaricare tutto l'odio che porta dentro. Che cosa faresti? «Non
saprei. Meriterebbero di essere uccisi, come loro hanno ucciso Paola. Tutti mi
dicono che non posso capire, perché non sono una donna. Ma non è vero, so
benissimo come sta la mia fidanzata, il male che prova tutti i giorni, da due
mesi». Se chiude gli occhi rivive quelle ore d'angoscia: l'aggressione, la
rapina, la violenza nell'oscurità. «Se ci penso sento ancora i pianti delle
mia ragazza, le voci dure, rabbiose di quei tre uomini che le ordinavano di
rimanere in silenzio, di subire senza fiatare». Che orrore: lui, invece,
impotente se ne stava lì, a pochi metri, imbavagliato, immobilizzato su una
sedia, legato contro un palo di ferro, la faccia dolorante per un colpo di
accetta allo zigomo.
Da quella notte vivono alla giornata, senza fare progetti. «Tutti ci dicono di
gettare il passato alle spalle, di partire e goderci l'estate. Una parola».
Avete programmi? «Sì, abbiamo deciso di andare al mare, al Sud, ma non
sappiamo ancora dove. In realtà non me ne importa niente: ogni posto va bene,
purché sia lontano da qui».

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