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MARIANO MAUGERI – Il Sole 24 Ore del 18 giugno 2003.

Quei voti del Nord-Est di lotta e di governo

TREVISO - All’orgoglio i leghisti non rinuncerebbero per nessun motivo al mondo. L’orgoglio e Umberto Bossi sono due comandamenti scolpiti sulle tavole di granito. Su tutto il resto si può discutere, secessione compresa.

I leghisti li riconosci da come parlano. Ci credono a quello che dicono, ci hanno sempre creduto e sempre ci crederanno. Più volte dati per spacciati sono sempre rinati, più vivi e vegeti di prima. Il loro brodo di coltura, anzi terre no, è la Pedemontania veneta, una sorta di inespugnabile Maginot. Da qui, e ormai sono passati quasi 15 anni dai primi proclami bossiani, non li schioda nessuno. Partito di lotta e di governo, hanno ripetuto per anni i militanti. E l’ultima tornata elettorale ha confermato che non si tratta di una vulgata a uso e consumo dei deputati leghisti.

C’è una partenza d’obbligo per ogni viaggio nella pancia autonomista veneta: Vicenza, una macchina da guerra con oltre 4mila piccole imprese iscritte alla Confindustria e all’Api, dove un’ex liberale cresciuta a pane e politica, la bossiana di ferro Manuela Dal Lago, detta legge in Provincia (è stata rieletta presidente un anno fa a furor di popolo) e a Venezia, dove occupa la poltrona di presidente federale. Dice la Dal Lago: «Noi diciamo agli elettori quello che pensiamo: sempre e comunque. Una cosa è fuori discussione: senza la Lega non si vince, né a Roma né a Venezia. Questa sincerità ci obbliga a dire con forza che non siamo soddisfatti dell’azione di governo, a Roma come a Venezia».

Parole chiare. «Parole arrabbiate», corregge la Presidente. Una rabbia che sfuma man mano che da Vicenza ci si inerpica sulla strada statale 53, sessanta chilometri di curve su due corsie con migliaia di Tir che strappano le foglie dei platani. Una gimkana che ti porta diritto nella Treviso festante per il terzo trionfo consecutivo del prosindaco Giancarlo Gentilini e per il primo successo di Giampaolo Gobbo, una specie di santissima Trinità che si divide fra Treviso, dove è stato eletto primo cittadino, Bruxelles, dov’è europarlamentare, e Venezia, dove occupa la poltrona di segretario federale della Lega. Il problema qui non è tanto Lega sì, Lega no, ma più prosaicamente, «quanti voti ciapemo». E di voti se ne ciapano sempre tanti, conditi da barzellette sul solito Gentilini. La più famosa è attribuita a Dino De Poli, intellettuale, presidente della Fondazione Cassamarca e sodale del prosindaco: «Io penso alle teste, il sindaco ai piedi».

I trevigiani sghignazzano ma riconoscono a suon di voti che i dirigenti leghisti sono onesti e pragmatici. Il razzismo non sembra essere percepito come un problema. Votano Lega i ceti abbienti e chi vive nelle periferie. Quando un islamico chiede una moschea, il sindaco tuona tra l’approvazione generale: «Torna a prega re nel deserto, sarai più vicino al tuo Dio».

Sugli immigrati il sindaco sceriffo non ha mai mollato il colpo: li ha umiliati, offesi e derisi. E a poco sono valse le proteste della Chiesa e la campagna di sensibilizzazione degli industriali che di quei lavoratori con la faccia color cioccolato hanno bisogno per mandare avanti le loro fabbriche. Una linea che politicamente ha pagato. Gentilini diceva ad alta voce quello che un trevigiano può a malapena sussurrare. Un copione che pari pari si è ripetuto in provincia, dove i sindaci leghisti hanno ostacolato con tutti gli artifici possibili la costruzione di nuovi alloggi per gli extracomunitari.

Ormai, più che un movimento in senso stretto, la Lega è un partito identitario pigliatutto, una sorta di Volkspartei altoatesina in salsa veneta. In Provincia, poi, l’avanzata del partito di Bossi non conosce soste. All’ultima tornata elettorale i leghisti hanno conquistato i comuni di Motta di Livenza, Nervesa della Battaglia e Mareno di Piave. Il segretario della Provincia di Treviso, Gianantonio Da Re, gestore di un autolavaggio a San Vendemiano, sciorina le cifre del successo: «Abbiamo sezioni e militanti in 70 Comuni su 95, 350 consiglieri comunali e 20 sindaci. Tutti i Comuni sopra i l5mila abitanti, con l’eccezione di Montebelluna, Conegliano, Mogliano e Castelfranco, sono a guida leghista». Un’avanzata che non poteva non portare alla conquista della Provincia, dove il leghista Luca Zaia, è in sella da sei anni. Zaia è un giovane brillante: per lui i neo-sindaci sono «debuttanti di primo pelo» e la pattuglia di candidati «puledri da far sgambare per togliere alla Lega la nomea di rozza e localista». La chiusa è d’obbligo: «I nostri cavalli sono quelli da battere». Una verità lapalissiana che svanisce superati i confini tre vigiani. Nel bellunese, al popolo della partite Iva si sostituisce quel lo dei metalmezzadri: operai nelle fabbriche dell’occhialeria di Agordo e del Cadore di giorno, agricoltori la sera. Alle politiche del ‘94 la Lega raccolse oltre il 40% dei voti (adesso è tra il 9 e 1’ 11%).

Consensi bruciati con la spacca tura tra la Lega di Bossi e la Liga di Fabrizio Comencini avvenuta nel ‘98. Ora Belluno è l’epicentro della Margherita, il primo partito delle Valli. Da tre legislature la città è in mano all’Ulivo, per otto anni guidata da Maurizio Fistarol, mentre alla Provincia regna Oscar De Bona, un ex socialista lombardiano poi diventato autonomista con la lista “Intesa dolomitica”. Il presidente porta orgogliosamente una giacchetta tirolese per marca re la differenza tra la gente delle valli e quelli della Pedemontania. Dice Guido Trento, consigliere regionale della Margherita eletto a Belluno: «Noi guardiamo più a Bolzano, Trento e Innsbruck che a Treviso. Autonomia sì, ma a patto che sia solidale».

I leghisti, per una volta, mordono il freno. E Luca Zaia passa dal gergo ippico a quello botanico: «Belluno è una gemma che non può non sbocciare. Prima o poi esporteremo pure lì il modello trevigiano». Ottimisti e orgogliosi. Di lotta e di governo. Nell’esecutivo di Roma e in quello di Venezia. Tutto si può dire, ma i leghisti, veneti e non, il mestiere della politica l’hanno imparato sul serio.

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