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Nessun fan per l'Iran

 

Da una settimana gli studenti iraniani stanno facendo il loro Sessantotto a mani nude, fra passioni, sogni, illusioni, randelli della polizia, spranghe ferrate dei fondamentalisti, sparizioni di studentesse, feriti gravi, un morto. Eppure l’opinione pubblica europea non si scuote, gli eserciti della Pace non sfilano in massa sotto le ambasciate di Teheran. Nemmeno quando hanno la stessa età dei manifestanti, come i tanti «no global» che vibrarono giustamente di sdegno per i pestaggi polizieschi durante il G8 di Genova. Silenzio. E se qualcuno parla, è solo per insinuare a voce bassa ciò che urlano gli ayatollah al potere: dietro la sollevazione studentesca ci sarebbe la manona di Bush. Ma che l’America abbia un interesse geopolitico al buon esito della rivolta non può essere una ragione valida per boicottarla col menefreghismo. A meno che non si voglia affermare il principio che tutto ciò che può ritornare utile agli Usa sia comunque dannoso per l’umanità.
Questi ragazzi ribelli non sono agenti della Cia né della Coca-Cola. Sono ragazzi. Che se fossero nati qui, protesterebbero contro le storture del consumismo. Mentre, essendo nati là, se la prendono con quelle del fondamentalismo religioso. Non vogliono diventare occidentali, ma considerano alcuni difetti del nostro stile di vita un prezzo accettabile da pagare in cambio della libertà. Perché quella parola, libertà, è un fuoco che riesce sempre a emozionarli. Non l’hanno ancora soffocato sotto una coperta di disincanto e cinismo, come noi.

Massimo Gramellini  - Buongiorno da "La Stampa" del 17/06/2003