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Omologare gli italiani immigrati all'estero con i clandestini di oggi è un falso storico

Per favore, non chiamiamoli immigrati

Non permettiamo che la memoria dei nostri Padri sia offesa da paragoni blasfemi

Immigrato fu mio nonno paterno che, all'inizio del secolo scorso, andò in Belgio per lavorare in miniera, con i documenti in tasca e passando dalla frontiera. Immigrati furono i fratelli di mio nonno materno che andarono in Argentina e negli Stati Uniti per cercare fortuna, dopo avere attraversato l'oceano su navi di linea e con i visti in regola per entrare in quei paesi alla luce del sole. Le ultime notizie che arrivarono dagli Stati Uniti all'inizio degli anni '50 raccontavano di una imminente partenza per la Corea: poi più nulla.

Cosa c'entra la storia della nostra gente con la marea che, oggi, sta invadendo le nostre terre? Immigrato è colui che entra legalmente in un altro paese per cercare lavoro, magari passando dalla porta di servizio, ma con le carte in regola e all'onore del mondo, non chi si introduce in casa d'altri intrufolandosi dalla finestra come un ladro nella notte. Questi ultimi si chiamano clandestini: e anche quelli che al loro paese erano persone oneste, nel momento in cui entrano illegalmente in casa nostra senza bussare alla porta e senza chiedere il permesso (magari usando i loro figli come scudo e arma di ricatto morale), iniziano ad essere un po' meno per bene. Mai viste scene come queste con i padani, che non erano finti poveri in cerca di avventura, ma povera gente armata unicamente della propria buona volontà e che, proprio per questo, aveva quella dignità che mai gli avrebbe fatto pensare, anche solo per un momento, di poter di usare i propri figli (o quelli degli altri) per adescare facili pietismi o pretendere immeritati garantismi: gente così, e ci dispiace per gli altri.

Ma quando i clandestini diventano un'orda, magari usata come arma "pacifica" da governi dispotici ed ostili, allora diventano, malgrado loro, invasori (ma quanti terroristi dormienti e delinquenti in cerca di impunità si celano tra le loro fila?). E questo non lo possiamo tollerare, per il semplice fatto che i nostri diritti non valgono meno di quelli degli altri: ma forse il problema è che, tra noi, per decadenza morale dovuta alla vita comoda o per convenienze pilotate da affaristiche collusioni, la maggioranza della gente non ha più la voglia o l'interesse per farli valere.

E sul nostro futuro portiamo questa riflessione, con le parole di Guido Ceronetti  pubblicate su "La Stampa" del 22 giugno 2003:

"Mi vien da porre questa interessante domanda: ma - ammettendo parità di disperazioni in Africa, Asia e altri luoghi - all’epoca circa di Ladri di biciclette, l’immane fiotto umano che da anni preme a queste sguarnite frontiere e si precipita a sbattere contro le coste meridionali italiane, ci sarebbe stato ugualmente?
Direi di no - no... Non c’era il miraggio. Questa era una sponda povera. Chi avrebbe affrontato peripezie di dolore sotto un capataz schiavista per venire qui a rubare biciclette? Lo Stato, tra vecchio e nuovo, quantunque in restauro, aveva più grinta. A Giuliano e ai separatisti faceva la guerra. Il crimine era circoscritto, non dilagante - le città sicure. A separarci da ogni delirio di poveri e di affamati di potersi saziare sbarcando in Italia, non c’era bisogno di una Cortina di Ferro marinara o costiera: bastava un fragile velo grigio. La fama era di nazione ferita e povera, la televisione non c’era: sarebbe stato impossibile sparpagliare messaggi e visioni di opulenza e di ottimismo frenetico, l’obesità da eccesso di calorie non era una patologia diffusa. Papa e gerarchia pensavano principalmente a frenare la dominazione marxista sulle coscienze e il potente partito comunista non aveva che uno scopo fisso: stornare qualsiasi minaccia americana ad un impero sovietico non ancora catafratto di armi nucleari. Il progetto di porre avamposti d’islamismo in terre cristiane ancora sufficientemente attaccate ai loro (non elettronici) suoni di campane, era lontano dal nascere in fratrie mussulmane appoggiate a un potere teocratico o a cornucopie petrolifere. Non c’erano abbastanza motivi perché dei malviventi mettessero barconi stipati e redditizi su rotte dove non brillavano allettamenti.
Avete spalmato il miele su tutta la penisola, esaltato oltre misura la sua potenza industriale e il suo reddito: non lamentatevi se arrivano a nuvoli le mosche.
Adesso, di fronte all’intensificarsi catastrofico degli sbarchi e al deterioramento urbano, sono ammutolite: ma le Voci Autorevoli, ogni volta che dovevano trattare la scabrosa e bruciadita materia, instancabilmente ripetevano che tutte quelle genti ignote e illuse in tumultuante arrivo bisognava considerarle come ricchezza. Che la ricchezza (salvo che per sfruttatori criminali) si generi dalla fame, dalla sete, dalle conigliere umane, dalle malattie per deficienza immunitaria, dalle guerre civili e tribali permanenti, dalla violenza sulla natura e i più deboli, dall’infelicità e dalla paura - è un concetto davvero nuovo, una vera leccornia metafisica! La verità è amara, è immangiabile, e la parola che scende dall’alto per rimbecillire, per sfregiare anche il più umile buon senso, non è angelica, ma demoniaca".

Questa è la nostra verità, quella che deriva dalla nostra Storia. Ma ci sono anche altre Storie, altre verità: ed è per questo che concludiamo con il contributo apparso su "Il Giornale" di sabato 28 giugno 2003, a firma di Pietrangelo Buttafuoco, intitolato "Meglio loro degli italiani assistiti":

I clandestini che arrivano in Sicilia, proprio non dovrebbero andarsene. Dovrebbero restare. Magari non restare a Lampedusa, non nei piccoli centri marittimi dove la risorsa principale è il turismo e lo struscio, ma restare nella sterminata parentesi dell’entroterra sì. Dovrebbero insomma ripopolare il vuoto, dovrebbero, loro che scappavano via da un deserto di sabbia, accendere di colori e voci il deserto sociale e colmare quello sbadiglio di vita che dilaga ormai in tutto il Meridione d’Italia.

Si chiama crescita zero e basta scuotere le cassettiere degli uffici anagrafe per rendersene conto: chiudono le scuole, calano le saracinesche dei negozi, si abbandonano le case. Quando ci si sente al telefono il dialogo è più o meno questo: «Che si dice al paese?». Risposta: «C’è ‘u mòriri». Traduzione: c’è solo il morire. Il Sud, quello dei «treni di Reggio Calabria», quello di «Amara terra mia» (la struggente canzone di Domenico Modugno sull’emigrazione), pur miraggio di bellezza e gioia, fino a ieri è stato solo un ossimoro: la fabbrica della disoccupazione.

Oggi l’ossimoro del Sud è diventato un altro: un vuoto pieno di risorse, ma è un vuoto che non si vuole mai riempire. Trasformato dalla dissennata logica pseudo-industriale e assistenziale del democratismo in un allevamento di impiegati in via di continua dismissione, tutto questo mammozzone delle preoccupazioni politiche che è stato il Mezzogiorno, già terra di mafia, ancora oggi scivola in un inesorabile abbandono. Rinunciando appunto al «giardino», quello stesso «giardino» di ricchezza e salute a suo tempo apparecchiato dagli antenati dei clandestini di oggi, i potenti saraceni che fecero grande l’età mediterranea del Sud.

La memoria storica non soccorre e ogni ossimoro, comunque, nasconde un inghippo di desolazione. I territori sono stati inghiottiti dal niente, non c’è più quasi niente: solo pensioni, solo contributi fantasmi per l’agricoltura definitivamente assassinata, e c’è anche un cosiddetto minimo garantito per i disoccupati. E lo stipendio per chi non fa niente, praticamente un incentivo per ulteriore lavoro nero (tutti si licenziano per avere i soldi senza fare niente), praticamente il definitivo disastro sociale, eterna vergogna per quei geniali demagoghi dell’Ulivo che fecero propria questa pensata ed è per questo che la fatica di Totò Cuffaro, governatore di Sicilia, come la fatica di ogni singolo amministratore del Sud, diventa una doppia fatica.

Devono rinunciare al consenso, devono fronteggiare il tabù molto gradito e molto popolare della manna procurata dagli altri. Ed è comunque una manna che produce solo sopravvivenza questa, non certamente ricchezza, né una diversa qualità della vita. Né tanto meno giardini. Ed è per questo che i clandestini che arrivano in Sicilia dovrebbero restare, non certo per sentirsi a casa propria aggiungendo deserto a deserto, ma perché solo i clandestini possono meritarsi di godere le risorse da altri abbandonate.

C’è la terra nel nostro grande Sud, c’è il mare nel nostro sterminato orizzonte d’acqua, ci sono perfino case, tante case, nel nostro serbatoio urbano che rischia di polverizzarsi nella pneumatica assenza di vita. Bene ha fatto Cuffaro nel sedare con durezza gli istinti di cosiddetta rivolta della cosiddetta società civile riversatasi sul molo di Porto Empedocle e Lampedusa per dare addosso ai disperati. Educato alla praticità misericordiosa dei salesiani, Cuffaro intuisce la necessità di far riempire il vuoto.

Fa benissimo il sindaco dell’isola, il forzista Bruno Siragusa, a non cavalcare le facili tigri della montante pubblica opinione. E solo una responsabile politica di destra, con un governo di destra, può fare il muso duro contro i più bassi istinti della cosiddetta deriva populista, accettando le regole fisiologiche della lotta per la vita. Dove c’è terra c’è pane e non ci può essere assistenzialismo, il «lavoro socialmente utile». Non si tratta, infatti, di solidarietà o di accoglienza, ma si tratta solo di sano, machiavellico realismo. Il pane è di chi lo merita.

Saluti a tutti.

Maurizio Gasparello