IL PONTE SBAGLIATO DI CORSO SAN MAURIZIOQuando all’inizio degli anni ‘90 noi del P.I.U. e pochi altri ottenemmo, dopo una lunga quanto oscura campagna di opinione, che fosse ibernato il tristissimo progetto di un ponte in corso San Maurizio, sapevamo che la minaccia non poteva dirsi definitivamente scomparsa. Ma eravamo in qualche modo confortati dall’aver visto i politici, prima disattenti perché come al solito frastornati da mille problemi, convergere poi abbastanza facilmente sul nostro punto di vista quando avevano avuto modo di dedicare un po’ di attenzione alla questione. A quel tempo sembrava di poter credere in una sorta di “progresso” della sensibilità dei politici e dell’attenzione del pubblico che avrebbe protetto in qualche modo dalle fantasie cementizie le sponde del Po e ciò che rende bella la nostra città. E invece No. Negli ultimi anni abbiamo sentito e visto di tutto, fornitoci con tale fecondità da entrambi gli schieramenti politici, da toglierci se non altro l’imbarazzo di sembrare collegati a questi o a quelli. Di tutto, e di questa epidemia il tragicomico denominatore comune è che tutti si sentono salvatori di Torino, altrimenti destinata alla decadenza, ma che ne verrà fuori grazie ai loro grandi progetti, grandi “eventi”, costruzione dell’ “immagine” ecc. Ma veniamo allo specifico di questa che sarebbe la più grossa mazzata alla bellezza della città escogitata da questi entusiasti. L’idea del ponte di corso San Maurizio nacque nell’Architetto Cagnardi, autore del nuovo Piano Regolatore, in rapporto all’intenzione di “valorizzare” il magnifico complesso di Piazza Vittorio, Gran Madre e ponte Vittorio Emanuele I. Tutto ciò andava tirato a lucido e pedonalizzato. Ma siccome le auto dovevano pur sempre attraversare il Po, la soluzione sarebbe stata un ponte da corso San Maurizio a corso Casale attraverso il parco Michelotti. Le mostruosità di questa idea ci sembrano evidenti, purché si voglia veramente guardarla da vicino: cosa che, per insondabili ragioni, evidentemente ripugnava a Cagnardi (progettista geniale ma “prepotente”) e ai suoi attuali tardi epigoni non viene in mente di fare. La straordinaria bellezza del complesso di piazza Vittorio, Gran Madre e ponte scaturisce in gran parte dalla sua cornice naturale: il fiume e la collina. Il piacere di percorrere il ponte Vittorio Emanuele I sta certo moltissimo nell’armonia che lo circonda da ogni lato e, in particolare, nelle due magnifiche prospettive del Po. Un secondo ponte appiccicato a centocinquanta metri toglierebbe semplicemente di mezzo una di queste visioni, ma il disastro non sarebbe solo questa "sparizione”: l’onda d’urto di questo pasticcio mortificherebbe tutto, si porterebbe via la grazia del luogo. Ma guardiamo un po’ da tutte le parti come potrebbe essere questa “cosa”. Il ponte partirebbe da corso San Maurizio, che sul fiume è splendidamente concluso e incorniciato dalla scalinata dei Murazzi-nord. Tutto questo sarebbe puramente e semplicemente distrutto per fare il ponte. Il Comune ha diffuso, e questo ci pare grave, uno schizzo del futuro ponte così come potrebbe presentarsi se non esistessero le leggi della fisica: una tavola sottile delicatamente appoggiata sul margine superiore dei Murazzi, che nel disegno appaiono intatti e pieni di vita. Ora, a parte il fatto che anche così la mortificazione dei Murazzi sarebbe grandissima, integri geometricamente ma semivisibili e sgradevolmente incorniciati, il ponte vero, in qualunque modo realizzato, sarebbe una “sberla” enormemente più poderosa. Se si volesse a tutti i costi risparmiare il “sotto”, niente arcata, una tavola piatta come nel disegno, si dovrebbe fare un macello nel “sopra”, con le tipiche strutture di un ponte sospeso: una o due torri per parte, e una selva di cavi. Sull’altra sponda, questa meraviglia atterrerebbe in mezzo agli alberi del parco Michelotti, per poi sfociare su corso Casale. Anche qui evidentemente sarebbe un disastro, comunque la si voglia rigirare: non si tratta solo di un certo numero di bellissimi grandi alberi abbattuti, è proprio l’immissione violenta di un corpo estraneo in un ambiente armonico. Ma a parte i luoghi direttamente azzannati dal ponte, questo sarebbe non solo uno schermo ma un elemento di violenta dissonanza per ogni prospettiva a valle di corso Vittorio da e verso il fiume. Pasticciata e stravolta la vista di questo straordinario complesso per chi passeggi lungo le sponde, schermata e disturbata la vista dal vecchio ponte e dalle piazze sulla bella ansa del Po. Quelli che stanno portando avanti questo progetto affermano, e molti di loro credono davvero, di rendere la città più bella con questa e altre trovate. Si progettano pavimentazioni suppostamente splendide per piazze sgombre di auto, e si incorniciano questi gioielli con infrastrutture invasive al servizio del traffico che deve comunque scorrere. Proprio accanto al nuovo ponte, e sempre per beneficare il complesso monumentale, è previsto che la “liberazione” della piazza della Gran Madre sia ottenuta con un sottopasso, le cui rampe d’accesso sarebbero inevitabilmente due voragini in corso Casale e in corso Moncalieri, a sconvolgimento di viali bellissimi. Ci viene detto che se si vogliono ottenere dei risultati, proprio quanto al migliorare l’aspetto della città, occorre accettare sacrifici. Ma queste persone hanno una visione piuttosto singolare di come si misurino risultati e sacrifici. Sono affetti da una particolare miopia, che impedisce loro di vedere la grazia che da sempre è sotto i loro occhi, e che li fa cercare “soluzioni” perverse. Torino, come possono chiedere a quei visitatori stranieri che vogliono corteggiare, gode di un affaccio sul fiume straordinariamente armonioso. Una grazia che richiederebbe tanti piccoli interventi senza grancassa, di pulizia e di rimozione di pasticci recenti, non erezioni ciclopiche che la distruggerebbero. Non tutti hanno questo tipo di sensibilità e, sia detto senza ironia, questa non è una colpa. Ma la grande maggioranza della gente, più o meno consciamente, queste cose le sente, ed è sì una colpa per un politico non sforzarsi di captare negli altri questa sensibilità diffusa, che è qualcosa di profondo, che va oltre le mode e le apparenti urgenze.
Francesco Vercelli, Presidente del P.I.U. Piemonte |