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Gli italiani imparino, a proprie spese, a governarsi da sé Luigi Einaudi: Via il Prefetto! Tutta da riscoprire l’ideologia anticentralista del Maestro liberale piemontese Fin dagli albori dell’unità d’Italia, ragioni di ordine politico, economico e sociale hanno determinato l’affermazione e il consolidamento dello stato unitario: l’idea federale soccombe, ma i pericoli, determinati dall’accentramento burocratico e amministrativo, che si va delineando fin dal 1859, con l’estensione dei meccanismi amministrativi dello stato sabaudo, sono ben presenti nei pensieri di alcune fra le più stimate figure politiche dell’epoca. La proposta di riforma federalista Farini e Minghetti, che si fa carico di recepire i predetti timori, viene tuttavia abbandonata, e si procede alla quasi integrale riproduzione del sistema amministrativo francese. Le conseguenze di tale evoluzione porteranno non solo all’inevitabile riproduzione dei difetti e delle pastoie burocratiche determinate dalla rigida disciplina napoleonica, con detrimenti e danni a scapito delle attività locali e delle iniziative private, soffocate da pesanti e macchinosi apparati amministrativi, ma anche, 60 anni più tardi, a conseguenze ben più gravi: la struttura organizzativa e burocratica centralistica sarà infatti il miglior alleato di Benito Mussolini nel suo riuscito tentativo di rovesciare lo stato italiano nel regime fascista. Luigi Einaudi, in proposito, sostiene che «l’Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismi fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d’Italia, come le province ex-austriache, nelle quali si era infiltrato con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura».[1] La logica nazionalista del regime fascista, la concezione dello stato in base al criterio «tutto nello Stato, nulla fuori o contro lo Stato», finisce infatti per comprimere quel poco di autonomie locali allora esistenti (Comuni e Province) mediante l’eliminazione delle elezioni a livello periferico: gli amministratori comunali e provinciali sono nominati dall’alto come funzionari di stato e del partito fascista, e sarà proprio il Prefetto, figura chiave dello stato accentrato napoleonico, lo strumento che permetterà di procedere speditamente in tale direzione. È lo stesso Mussolini a dirci come l’istituto prefettizio sia stato utilizzato in quegli anni: «Unico, solo rappresentante autorità governo nella Provincia è il Prefetto e nessun altro al di fuori di lui», telegrafa il 13 giugno 1923 Mussolini e aggiunge, in una circolare del 5 gennaio 1927: «Il Prefetto, lo riaffermo solennemente è la più alta Autorità dello Stato nella Provincia. Egli è il rappresentante diretto del potere esecutivo centrale (…) Il Prefetto deve porre massima diligenza nella difesa del regime contro tutti coloro che tendono a insidiarlo o a indebolirlo (…) L’iniziativa alacre e intelligente della lotta contro i nemici irriducibili del regime, deve essere dei prefetti (…) Il Prefetto fascista non è il Prefetto dei tempi demo-liberali. Allora, il Prefetto era soprattutto un agente elettorale; ora che di elezioni non si parla più, il Prefetto cambia figura e stile: il Prefetto deve prendere tutte le iniziative che tornino di decoro al regime, o ne aumentino la forza e il prestigio, tanto nell’ordine sociale come in quello intellettuale». «Democrazia e prefetto ripugnano profondamente l’uno all’altro», scrive dall’esilio Luigi Einaudi sulla «Gazzetta ticinese», in un articolo intitolato Via il Prefetto! del luglio 1944: egli sostiene che, laddove esiste un governo accentrato, di derivazione napoleonica, del quale è perno la funzione prefettizia, non si ha né volontà popolare né autodeterminazione dei cittadini e, dunque, non è pienamente possibile realizzare il principio democratico. Firmandosi Junius, Einaudi individua, in questo articolo di straordinaria attualità, i mali derivanti dal sistema centralistico, ed indica alcuni criteri da rispettare ai fini dell’effettiva attuazione del sistema democratico, unitamente al perseguimento del «buongoverno» nella gestione della «cosa pubblica». Nessuna classe politica si forma da sè, né è creata dal fiat di una elezione generale; bensì si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega l’amministrazione delle cose locali piccole: e poi via via quella delle cose nazionali o iter-statali più grosse. Solo con l’eliminazione della «longa manus» del ministro o del Governo centrale rappresentata dal Prefetto si dà all’eletto la piena responsabilità del suo operato; solo così gli si dà la possibilità di imparare ad amministrare liberamente, «di far bene e farsi rinnovare il mandato, di fare male e farsi lapidare». Altrimenti il rappresentante locale, soggetto a ordini e direttive superiori, «impara a ubbidire, a intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi». Per Einaudi, quindi, «il delenda Carthago della democrazia liberale è: via il Prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformerà nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde». Per fortuna — prosegue Einaudi — «di fatto oggi in Italia l’amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, dei quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina ormai guasta e marcia. L’unità del Paese non è data dai prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari e istruzioni e autorizzazioni romane. L’unità del Paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sé». Einaudi pone quindi la distruzione della sovrastruttura napoleonica come base per la costituzione di uno «Stato vero e vivente», che tragga la sua vitalità dalle unità che tutti conoscono e amano: la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione; e che è guidato da una classe politica formatasi «col provare e riprovare, attraverso a fallimenti e a successi». Oltre alla requisitoria contro la figura del Prefetto, è tutto lo spirito anticentralista che permea l’articolo a rendere lo stesso di grande attualità. In un momento in cui, messi di fronte alla proposta concreta della Devoluzione, stanno venendo allo scoperto i nemici del federalismo[2], i fedelissimi della “Roma ladrona” che non accettano qualsiasi forma di decentramento[3], il pensiero di Einaudi è un punto di riferimento ideologico che deve essere assolutamente riscoperto e divulgato. Maurizio Gasparello
Luigi Einaudi Nato a Carrù (Cuneo) il 24 marzo 1874, Luigi Einaudi si laureò in Giurisprudenza nel 1895. Nel 1898 ottenne la libera docenza in Economia Politica all'Università di Torino e, successivamente, fu chiamato alla facoltà di Giurisprudenza. Insegnò a Torino e a Milano Si affermò anche come giornalista. Fu redattore de "La Stampa" diretta da Luigi Roux, e approdò (1903) al "Corriere della Sera" diretto da Luigi Albertini. Simpatizzante socialista, nel 1896 iniziò a collaborare alla rivista "Riforma sociale", di cui fu redattore (1900), condirettore (1902) e direttore unico (1907). Nel 1922 divenne corrispondente dall'Italia per "The Economist". Senatore del Regno nel 1919, assunse la carica di governatore della Banca d'Italia nel 1945. Membro dell'assemblea costituente, fu ministro del bilancio nel 1947. L'11 maggio 1948 venne eletto presidente della Repubblica. Scaduto il mandato nel 1955, tornò a collaborare al "Corriere della Sera". Morì di broncopolmonite a Roma il 30 ottobre 1961. In contrasto con Benedetto Croce, fu un assertore del liberalismo integrale ("liberismo"). Il suo lascito intellettuale è rinvenibile nelle Prediche Inutili.
Via il prefetto! Proporre, in Italia ed in qualche altro paese di Europa, di abolire il "prefetto" sembra stravaganza degna di manicomio. Istituzione veneranda, venuta a noi dalla notte dei tempi, il prefetto è quasi sinonimo di governo e, lui scomparso, sembra non esistere più nulla. Chi comanda e chi esegue fuor dalla capitale? Come opera l'amministrazione pubblica? In verità, il prefetto è una lue che fu inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone. Gli antichi governi erano, prima della rivoluzione francese, assoluti solo di nome, e di fatto vincolati d'ogni parte, dai senati e dalle Camere dei conti o magistrati camerali, gelosissimi del loro potere di rifiutare la registrazione degli editti regi, che, se non registrati, non contavano nulla, dai corpi locali privilegiati, auto-eletti per cooptazione dei membri in carica, dai patti antichi di infeudazione, di dedizione e di annessione, dalle consuetudini immemorabili. Gli stati italiani governano entro i limiti posti dalle "libertà" locali, territoriali e professionali. Spesso "le libertà" municipali e regionali erano "privilegi" di ceti, di nobili, di corporazioni artigiane ed erano dannose all'universale. Nella furia di strappare i privilegi, la rivoluzione francese distrusse, continuando l'opera iniziata dai Borboni, le libertà locali; e Napoleone, dittatore all'interno, amante dell'ordine, sospettoso, come tutti i tiranni, di ogni forza indipendente, spirituale o temporale, perfezionò l'opera. I governi restaurati trovarono comodo di non restaurare, se non di nome, gli antichi corpi limitatori e conservarono il prefetto napoleonico. L'Italia nuova, preoccupata di rinsaldare le membra disiecta degli antichi ex-stati in un corpo unico, immaginò che il federalismo fosse il nemico ed estese il sistema prefettizio anche a quelle parti d'Italia, come le province ex-austriache, nelle quali la lue erasi infiltrata con manifestazioni attenuate. Si credette di instaurare libertà e democrazia e si foggiò lo strumento della dittatura. Democrazia e prefetto repugnano profondamente l'una all'altro. Né in Italia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia, si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto. Coloro i quali parlano di democrazia e di costituente e di volontà popolare e di autodecisione e non si accorgono del prefetto, non sanno quel che si dicono. Elezioni, libertà di scelta dei rappresentanti, camere, parlamenti, costituenti, ministri responsabili sono una lugubre farsa nei paesi a governo accentrato del tipo napoleonico. Gli uomini di stato anglo-sassoni, i quali invitano i popoli europei a scegliersi la forma di governo da essi preferita, trasportano inconsciamente parole e pensieri propri dei loro paesi a paesi nei quali le medesime parole hanno un significato del tutto diverso. Forse i soli europei del continente, i quali sentendo quelle parole le intendono nel loro significato vero sono, insieme con gli scandinavi, gli svizzeri; e questi non hanno nulla da imparare, perché quelle parole sentono profondamente da sette secoli. Essi sanno che la democrazia comincia dal comune, che è cosa dei cittadini, i quali non solo eleggono i loro consiglieri e sindaci o presidenti o borgomastri, ma da sé, senza intervento e tutela e comando di gente posta fuori del comune od a questo sovrapposta se lo amministrano, se lo mandano in malora o lo fanno prosperare. L'auto-governo continua nel cantone, il quale è un vero stato, il quale da sé si fa le sue leggi, se le vota nel suo parlamento e le applica per mezzo dei propri consiglieri di stato, senza uopo di ottenere approvazioni da Berna; e Berna, ossia il governo federale, a sua volta, per le cose di sua competenza, ha un parlamento per deliberare le leggi sue proprie ed un consiglio federale per applicarle ed amministrarle. E tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alle cose proprie, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto, ossia la longa manus del ministro o governo più grosso, il quale insegni od ordini il modo di sbrigare le faccende proprie dei ministri più piccoli. Così pure si usa governare in Inghilterra; con altre formule di parrocchie, borghi, città, contee, regni e principati; così si fa negli Stati Uniti, nelle federazioni canadese, sudafricana, australiana e nella Nuova Zelanda. Nei paesi dove la democrazia non è una vana parola, la gente sbriga da sé le proprie faccende locali (che negli Stati Uniti si dicono anche statali), senza attendere il la od il permesso dal governo centrale. Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre a perfezione; ma prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord americano, bisogna essersi fatto conoscere per cariche coperte nei Cantoni o negli Stati; ed essersi guadagnato una qualche fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé, né è creata dal fiat di una elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega la amministrazione delle cose locali piccole; e poi via via quelle delle cose nazionali od inter-statali più grosse. La classe politica non si forma tuttavia se l'eletto ad amministrare le cose municipali o provinciali o regionali non è pienamente responsabile per l'opera propria. Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l'eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, ad intrigare, a raccomandare, a cercare appoggio. Dove non esiste il governo di sé stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l'attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell'interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell'intero Stato. Attraverso i suoi organi distaccati, le prefetture, il governo centrale approva o non approva i bilanci comunali e provinciali, ordina l'iscrizione di spese di cui i cittadini farebbero a meno, cancella altre spese, ritarda l'approvazione ed intralcia il funzionamento dei corpi locali. Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco ne il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico. Chi, se non un funzionario statale, può interpretare ed eseguire le leggi, i regolamenti, le circolari, i moduli i quali quotidianamente, attraverso le prefetture, arrivano a fasci da Roma per ordinare il modo di governare ogni più piccola faccenda locale? Se talun cittadino si informa del modo di sbrigare una pratica dipendente da una legge nuova, la risposta è: non sono ancora arrivate le istruzioni, non è ancora compilato il regolamento; lo si aspetta di giorno in giorno. A nessuno viene in mente del ministero, l'idea semplice che l'eletto locale ha il diritto e il dovere di interpretare lui la legge, salvo a rispondere dinnanzi agli elettori della interpretazione data? Che cosa fu e che cosa tornerà ad essere l' eletto del popolo in uno Stato burocratico accentrato? Non un legislatore, non un amministratore; ma un tale, il cui merito principale è di essere bene introdotto nei capoluoghi di provincia presso prefetti, consiglieri e segretari di prefettura, provveditori agli studi, intendenti di finanza, ed a Roma, presso i ministri, sotto-segretari di stato e, meglio e più, perché di fatto più potenti, presso direttori generali, capi-divisione, segretari, vice-segretari ed uscieri dei ministeri. Il malvezzo di non muovere la "pratica" senza una spinta, una raccomandazione non è recente né ha origine dal fascismo. E' antico ed è proprio del sistema. Come quel ministro francese, guardando l'orologio, diceva: a quest'ora, nella terza classe di tutti i licei di Francia, i professori spiegano la tal pagina di Cicerone; così si può dire di tutti gli ordini di scuole italiane. Pubbliche o private, elementari o medie od universitarie, tutto dipende da Roma: ordinamento, orari, tasse, nomine degli insegnanti, degli impiegati di segreteria, dei portieri e dei bidelli, ammissioni degli studenti, libri di testo, ordine degli esami, materie insegnate. I fascisti concessero per scherno l'autonomia alle università; ma era logico che nel sistema accentrato le università fossero, come subito ridiventarono, una branca ordinaria dell'amministrazione pubblica; ed era logico che prima del 1922 i deputati elevassero querele contro quelle che essi imprudentemente chiamarono le camorre dei professori di università, i quali erano riusciti, in mezzo secolo di sforzi perseveranti e di costumi anti-accentratori a poco a poco originati dal loro spirito di corpo, a togliere ai ministri ogni potere di scegliere e di trasferire gli insegnanti universitari e quindi ogni possibilità ai deputati di raccomandare e promuovere intriganti politici a cattedre. Agli occhi di un deputato uscito dal suffragio universale ed investito di una frazione della sovranità popolare, ogni resistenza di corpi autonomi, di enti locali, di sindaci decisi a far valere la volontà dei loro amministrati appariva camorra, sopruso o privilegio. La tirannia del centro, la onnipotenza del ministero, attraverso ai prefetti, si converte nella tirannia degli eletti al parlamento. Essi sanno di essere i ministri del domani, sanno che chi di loro diventerà ministro dell' interno, disporrà della leva di comando del paese; sanno che nessun presidente del consiglio può rinunciare ad essere ministro dell'interno se non vuol correre il pericolo di veder "farsi" le elezioni contro di lui dal collega al quale egli abbia avuto la dabbenaggine di abbandonare quel ministero, il quale dispone delle prefetture, delle questure e dei carabinieri; il quale comanda a centinaia di migliaia di funzionari piccoli e grossi, ed attraverso concessioni di sussidi, autorizzazioni di spese, favori di ogni specie adesca e minaccia sindaci, consiglieri, presidenti di opere pie e di enti morali. A volta a volta servo e tiranno dei funzionari che egli ha contribuito a far nominare con le sue raccomandazioni e dalla cui condiscendenza dipende l'esito delle pratiche dei suoi elettori, il deputato diventa un galoppino, il cui tempo più che dai lavori parlamentari è assorbito dalle corse per i ministeri e dallo scrivere lettere di raccomandazione per il sollecito disbrigo delle pratiche dei suoi elettori. Perciò il delenda Carthago della democrazia liberale è: Via il prefetto! Via con tutti i suoi uffici e le sue dipendenze e le sue ramificazioni! Nulla deve più essere lasciato in piedi di questa macchina centralizzata; nemmeno lo stambugio del portiere. Se lasciamo sopravvivere il portiere, presto accanto a lui sorgerà una fungaia di baracche e di capanne che si trasformeranno nel vecchio aduggiante palazzo del governo. Il prefetto napoleonico se ne deve andare, con le radici, il tronco, i rami e le fronde. Per fortuna, di fatto oggi in Italia l'amministrazione centralizzata è scomparsa. Ha dimostrato di essere il nulla; uno strumento privo di vita propria, del quale il primo avventuriero capitato a buon tiro poteva impadronirsi per manovrarlo a suo piacimento. Non accadrà alcun male, se non ricostruiremo la macchina oramai guasta e marcia. L'unità del paese non è data da prefetti e dai provveditori agli studi e dagli intendenti di finanza e dai segretari comunali e dalle circolari ed istruzioni ed autorizzazioni romane. L'unità del paese è fatta dagli italiani. Dagli italiani, i quali imparino, a proprie spese, commettendo spropositi, a governarsi da sè. La vera costituente non si fa in una elezione plebiscitaria, a fin di guerra. Così si creano e si ricostituiscono le tirannie, siano esse di dittatori o di comitati di partiti. Chi vuole affidare il paese a qualche altro saltimbanco, lasci sopravvivere la macchina accentrata e si faccia da questa e dai comitati eleggere a costituente; chi vuole che gli italiani governino sé stessi, faccia invece subito i consigli municipali, unico corpo rimasto in vita, almeno come aspirazione profondamente sentita da tutti i cittadini; e dia agli eletti il potere di amministrare liberamente; di far bene e farsi rinnovare il mandato, di far male e farsi lapidare. Non si tema che i malversatori del denaro pubblico non paghino il fio,quando non possano scaricare su altri, sulla autorità tutoria, sul governo la colpa delle proprie malefatte. La classe politica si forma così: col provare e riprovare, attraverso a fallimenti ed ai successi. Sia che si conservi la provincia; sia che invece la si abolisca, perché ente artificioso, antistorico ed anti-economico e la si costituisca da parte con il distretto o collegio o vicinanza, unità più piccola, raggruppata attorno alla cittadina, al grosso borgo di mercato, dove convengono naturalmente per i loro interessi d'affari gli abitanti dei comuni dei dintorni, e dall'altra con la grande regione storica: Piemonte, Liguria, Lombardia, ecc.; sempre, alla pari del comune, il collegio regione dovrà amministrarsi da sé, formarsi i propri governanti elettivi, liberi di gestire le faccende proprie del comune, del collegio e della provincia, liberi di scegliere i propri funzionari e dipendenti, nel modo e con le garanzie che essi medesimi, legislatori sovrani nel loro campo, vorranno stabilire. Si potrà discutere sui compiti da attribuire a questo o quell'altro ente sovrano; ed adopero a bella posta la parola sovranità e non autonomia, ad indicare che non solo nel campo internazionale, con la creazione dei vincoli federativi, ma anche nel campo nazionale con la creazione di corpi locali vivi di vita propria originaria non derivata dall'alto, urge distruggere l'idea funesta della sovranità assoluta dello Stato. Non temasi dalla distruzione alcun danno per l'unità nazionale. L'accentramento napoleonico ha fatto le sue prove e queste sono state negative: una burocrazia pronta ad ubbidire ad ogni padrone, non radicata nel luogo, indifferente alle sorti degli amministrati; un ceto politico oggetto di dispregio, abbassato a cursore di anticamere prefettizie e ministeriali, prono a votare in favore di qualunque governo, se il voto poteva giovare ad accaparrare il favore della burocrazia poliziesca ed a premere sulle autorità locali nel giorno delle elezioni generali; una polizia, non collegata, come dovrebbe, esclusivamente con la magistratura inquirente e giudicante e con i carabinieri, ma diventa strumento di inquisizione politica e di giustizia "economica", ossia arbitraria. L'arbitrio poliziesco erasi affievolito all'inizio del secolo; ma lo strumento era pronto; e, come già con Napoleone, ricominciarono a giungere al dittatore i rapporti quotidiani della polizia sugli atti e sui propositi di ogni cittadino sospetto; e si potranno di nuovo comporre, con quei fogli, se non li hanno bruciati prima, volumi di piccola e di grande storia di interesse appassionante. E quello strumento, pur guasto, è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica. Che cosa ha dato all'unità d'Italia quella armatura dello stato di polizia, preesistente, ricordiamolo bene al 1922? Nulla. Nel momento del pericolo è svanita e sono rimasti i cittadini inermi e soli. Oggi essi si attruppano in bande di amici, di conoscenti, di borghigiani; e li chiamano partigiani. E lo stato il quale si rifà spontaneamente. Lasciamolo riformarsi dal basso, come è sua natura. Riconosciamo che nessun vincolo dura, nessuna unità è salda, se prima gli uomini i quali si conoscono ad uno ad uno non hanno costituito il comune; e di qui, risalendo di grado in grado, sino allo Stato. La distruzione della sovrastruttura napoleonica, che gli italiani non hanno amato mai, offre l'occasione unica di ricostruire lo Stato partendo dalle unità che tutti conosciamo ed amiamo: e sono la famiglia, il comune, la vicinanza e la regione. Così possederemo finalmente uno Stato vero e vivente. (L'Italia e il secondo risorgimento, supplemento alla "Gazzetta ticinese", 17 luglio 1944, a firma "Junius ").
[1] Luigi Einaudi, Via il Prefetto!, pubblicato su “L'Italia e il secondo risorgimento”, supplemento alla "Gazzetta ticinese", 17 luglio 1944, a firma "Junius" [2] Stiamo infatti assistendo, da parte della sinistra, alla difesa della riforma costituzionale voluta dal precedente governo, dove l’istituzione della legislazione concorrente ha comportato la creazione di un sistema di conflittualità permanente tra stato e regioni. [3] Vedi le opposizioni ai trasferimenti delle Direzioni di Rai 2 e Rai 3 da Roma, dove le manovre del presidente del Consiglio di amministrazione Lucia Annunziata trovano commenti entusiastici da parte dei “romanofili” nemici del nord e del sud; tra questi riportiamo quello particolarmente significativo di Roberto Giachetti della Margherita, che definisce i comportamenti della Annunziata "Un segnale incoraggiante per Roma, di cui viene riconosciuta la centralità strategica” (La Stampa del 25 aprile 2003, p. 10). Per non parlare dell'«alleato» Gianfranco Fini che, nel difendere la costituzionalizzazione di "Roma capitale" (della quale nessuno, tranne i diretti interessati, sentiva il bisogno) minaccia: «Roma Capitale è uno status giuridico che riconosce una situazione oggettiva. Roma è una città conosciuta e apprezzata in tutto mondo: Roma caput mundi!». E poi la battuta-chiave: «An prende più voti a Roma di quanti la Lega ne prenda in tutte le valli prealpine!» ("La Stampa" del 30 aprile 2003). Invitiamo Fini, l'Annunziata e tutti i loro amici malati di provincialismo romanofilo, degno della miglior nostalgia fascista che ci pone fuori dall'Europa dei Popoli, ad andarsi a leggere anche il volume "La capitale reticolare" edito dalla Fondazione Giovanni Agnelli, recensito su questo stesso numero di "Countach!!!".
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