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Venerdì 25 Ottobre 2002, ore 21.00

Piazza Savoia 2, Torino

 

Convegno organizzato dal P.I.U.

(Professionisti e Imprenditori Uniti)

 

CRISI FIAT: COME RILANCIARE TORINO e PROVINCIA grazie alla PROMOZIONE, SVILUPPO e TUTELA del COMMERCIO, ARTIGIANATO e P.M.I.

 

Relatori

 

Ing. Gianluigi Lombardi Cerri

 

Sen. Valentino Perin

 

Dott. Natale Gatto

 

Arch. Arturo Calligaro

 

Carlo De Poli

 

Dott. Claudio Donati

 

Dott. Augusto Fogli

 

Moderatore: Prof. Francesco Vercelli

 

Torino ¾ Si è svolto, Venerdì 25 ottobre 2002., nel salone di Piazza Savoia 2 a Torino, Il convegno in oggetto organizzato dal P.I.U. (Professionisti e Imprenditori Uniti), al quale ha partecipato un numeroso e attento pubblico e che, inevitabilmente, ha avuto nella crisi della FIAT uno dei punti di maggiore interesse.

 

L’introduzione è stata effettuata, come da rituale, da parte del moderatore, il Presidente Regionale del P.I.U. Prof. Francesco Vercelli:

“Un ringraziamento a tutti i partecipanti, in particolare a quelli provenienti da lontano come il Senatore Valentino PERIN, Presidente del P.I.U. Veneto il quale, avendo tra l’altro pubblicato il suo ultimo lavoro “Veneto lavora e tasi”, ci parlerà delle realtà locali.

Il Prof LOMBARDI CERRI conosce molto dei retroscena di casa FIAT e ci informerà sui motivi della decadenza dopo la cosiddetta “epoca dei Cavalieri”.

Ci porterà un po’ di aria romana il dott. Natale GATTO, braccio destro dell’On. Giancarlo PAGLIARINI al demanio di Milano e di recente nomina al Gabinetto del Lavoro e delle Politiche Sociali del Ministro MARONI.

Premetto che questo convegno è stato realizzato grazie al contributo dell’Arch. Arturo CALLIGARO, Consigliere Provinciale di Torino, a cui va il nostro ringraziamento.

Il tema del convegno è di scottante attualità: “CRISI FIAT: COME RILANCIARE TORINO e PROVINCIA grazie alla PROMOZIONE, SVILUPPO e TUTELA del COMMERCIO, ARTIGIANATO e P.M.I.”.

Non serve guardare indietro: in principio del secolo penso che nulla sia stato fatto per i maniscalchi in concomitanza con l’avvento dell’auto. Torino ha lanciato il cinema, la moda, la chimica con Gualino (stroncata dal regime dell’epoca) e molte altre cose. Occorre rendersi conto che la nostra città, storicamente, tende ad essere al centro dell’Europa, ma purtroppo ora è angoscioso confrontarsi con l’attuale situazione dei lavoratori della FIAT ed anche – e se se ne parla il merito è sicuramente delle forze che sostengono questo Governo, in primis la Lega Nord – di quelli dell’indotto.

Noi crediamo che, da un lato, non si può continuare a scaricare i problemi sullo Stato, privatizzando i profitti e socializzando le perdite, ma dall’altro occorre responsabilizzare non solo i proprietari e la dirigenza con un vero progetto aziendale, ma anche la Regione ed il Comune di Torino per un piano industriale che torni a legare lo sviluppo alle potenzialità ed alla crescita del territorio. Uno sviluppo vero che sappia dire anche basta ai regali del passato (a spese del contribuente) come i fondi per lo sviluppo dell’auto elettrica per salvare il centro ricerche di Arese (dove sono i risultati?) e le Panda elettriche comprate a suon di miliardi dalla Giunta Castellani e poi fatte sparire a marcire in qualche capannone!

Buon Lavoro a tutti!”

 

Ing. LOMBARDI CERRI: Professore del Politecnico di Milano, nonché imprenditore nel settore delle macchine utensili e, quindi, profondo conoscitore della realtà industriale italiana. L’intervento è stato segnato da una vena di profondo pessimismo: l’Italia, dopo aver perso la chimica fine, il nucleare (con 250.000 posti di lavoro), la trasformazione dei rifiuti solidi urbani a causa della politica contro gli inceneritori (che vengono invece usati con sicurezza in tutta Europa, dove si constata la velleitarietà della raccolta differenziata), ora rischia di perdere anche l’automobile, mentre è pura utopia pensare che il turismo possa prendere il posto di questo settore in una realtà come Torino. In generale, le colpe della crisi e del declino industriale di Torino vanno suddivise tra la Famiglia Agnelli (FIAT) e gli imprenditori dell’indotto, questi ultimi troppe volte colpevoli di essersi appiattiti sulle esigenze della casa del Lingotto e non aver sviluppato un proprio prodotto originale da proporre sul mercato.

In particolare, la crisi della FIAT è storicamente iniziata quando, dopo la dirigenza del Cav. Fiorelli, Direttore generale di Mirafiori con altissime capacità tecniche maturate sul campo dell’esperienza di fabbrica, e del Cav. Valletta, si è passati dalla Direzione dei “Cavalieri” a quella degli Ingegneri, questi ultimi attenti soprattutto ai numeri della finanza che non alla qualità del prodotto. La conduzione “finanziaria” della FIAT ha avuto la sua apoteosi con l’esperienza Romiti, con la quale si è finito per adagiarsi sulla gestione “politica” dell’azienda (cassa integrazione e finanziamenti dai precedenti governi) piuttosto che sulle sfide del mercato, con progressivo impoverimento della qualità del prodotto e perdita di Know-How. Da questo punto di vista, sintomatici possono essere considerati i seguenti aspetti:

·        il primo riguarda il rifiuto della FIAT di adottare, per la tiranteria dello sterzo con cui equipaggiare il modello Panda all’epoca della sua uscita, la stessa tecnologia usata dai più grandi costruttori europei per produrre le parti in questione con bassa tolleranza, a vantaggio di una produzione interna a basso costo di tali componenti. Risultato: le prime 30.000 Panda ritirate per problemi di stabilità dovuti allo sterzo;

·        il costo degli stampi per la produzione dei paraurti FIAT è poco più della metà dei corrispondenti stampi adottati dalla Mercedes;

·        è stata di fatto eliminata la progettazione e la costruzione di autoveicoli riconducibili alla scuola LANCIA e ALFA ROMEO, che erano i marchi naturalmente concorrenti rispettivamente di Mercedes e Bmw, con grave perdite di quote di mercato nei segmenti più alti del mercato;

·        nel settore auto vengono dichiarati sette sistemi di qualità diversi, mentre il controllo qualità dovrebbe essere univoco;

·        mentre i marchi concorrenti offrono da 3 a 6 anni di garanzia, l’affidabilità del prodotto Fiat non consente un periodo di garanzia superiore all’anno;

·        gli studi di mercato effettuati dalla FIAT una ventina di anni fa hanno avuto conseguenze talvolta disastrose. Si pensi a ciò che è avvenuto con la Campagnola: a quel tempo si valutò che il fuoristrada non avrebbe più avuto un futuro significativo, per cui non si ritenne necessario riprogettarne una nuova versione, preferendo cessarne definitivamente la produzione;

·        la Fiat ha perso quote importanti anche in quello che era il suo punto di forza, le piccole utilitarie, in quanto ha preferito portare in Polonia gran parte della produzione di tali autovetture, con conseguente scadimento del livello qualitativo (e corrispondente chiusura degli stabilimenti ex-Autobianchi). L’innovazione di prodotto è stata inoltre pressoché inesistente, lasciando l’iniziativa a concorrenti che non si erano mai cimentati nel settore (la Smart, probabilmente il modello più innovativo del segmento, è stato prodotto dalla Swatch-Mercedes);

·        in discesa libera anche gli investimenti in tecnologia: sono state abbandonate le scuole interne per meccanici (mentre la Toyota sta stringendo convenzioni con le scuole per elettrauto e meccanici pubbliche e private: n.d.r.); da otto anni non è più operativo ai fini dell’industrializzazione del prodotto il Centro Ricerche Fiat (per il brevetto del Common Rail – inventato dal Centro Ricerche Fiat – si è preferita la cessione alla Bosch invece che il passaggio alla fase di industrializzazione interna): la progettazione dei componenti è, di fatto, quasi completamente affidata ad aziende esterne.

Per il Prof. Lombardi Cerri la Fiat è ormai una causa persa, in quanto occorrerebbe rinnovare tutto lo stato maggiore responsabile della decadenza dell’azienda, ma per ricreare il vecchio management che sapeva il fatto suo ci vorranno almeno venti anni.

Quale futuro, allora? Probabilmente la Fiat finirà per diventare un carrozziere c/ terzi: la General Motors subentrerà in Fiat solo nel 2004 perché la vogliono ripulita per bene: come dargli torto?

Passando agli aspetti più generali dell’economia italiana, è probabile che in futuro perderemo ulteriori posizioni nella classifica dei paesi più avanzati: basti pensare che, in materia di nuove fonti energetiche, dall’Austria alla Svizzera (Basilea), ma anche il Perù, stanno facendo studi e progetti di fattibilità per lo sfruttamento dell’energia geotermica; nel settore delle macchine utensili, l’Italia era terza dopo gli U.S.A. e la Germania, mentre ora stiamo diventando quinti.

Si aprono tempi duri anche per le P.M.I., che devono necessariamente crescere, anche perché i finanziamenti europei vengono effettuati sui grandi progetti, che non sono alla portata delle P.M.I. La risposta alle sfide del futuro può essere quella dei consorzi tra P.M.I.: da questo punto di vista il Trentino è una vera scuola di idee: un caso esemplare è quello della Cooperativa Valle degli Orti, sorta nella Val di Gresta, che conta circa 3.000 Soci (a mezza valle esiste, tra gli altri, uno stabilimento per la produzione e l’inscatolamento dei crauti, che vengono poi spediti in Austria e Germania).

 

Successivamente, il Sen. Valentino PERIN ha ricordato come la Lega Nord si oppose alla chiusura dello stabilimento Lancia di Chivasso, dovuta all’apertura di Melfi, e come allora gli interventi dello Stato privilegiarono la grande impresa a discapito delle P.M.I. (mentre ora si cerca di invertire questa tendenza e procedere ad un rilancio di queste ultime). Già allora era visibile il decadimento del prodotto FIAT rispetto alla concorrenza a causa dell’abbandono dei criteri di qualità:

·        i motori FIAT avevano mediamente più resa e meno consumi rispetto alla concorrenza e col tempo hanno perso questo predominio tecnico;

·        in Italia sono state introdotte in ritardo le norme antinquinamento proprio per aspettare che vi si adeguasse la FIAT;

·        la rete commerciale operava con una mentalità monopolistica, da legge del più forte, con scarsa disponibilità di servizio nei confronti del Cliente rispetto alla concorrenza.

Passando ad argomenti di carattere generale, il Sen. Perin ha esposto alcune riflessioni tratte dal suo libro “Veneto lavora e tasi”, con particolare riferimento a problematiche che coinvolgono i consumatori, che si possono così sintetizzare:

·        sono state poste recentemente in commercio acque minerali che, di fatto, sono acque di pianura microfiltrate;

·        il referendum del 1987 contro il nucleare è stata la morte del piano energetico: tutto dipende dal petrolio e dai suoi derivati, sul quale gravano tasse e sovratasse;

·        le Società di Revisione si sono dimostrate, non solo in Italia, impotenti nella loro funzione di controllo dei bilanci per prevenire truffe ai risparmiatori;

·        la fragilità delle Authority ha trasformato questi organismi in inutili e costosi carrozzoni adibiti a distribuire lauti stipendi pubblici;

·        durante la XII venne bloccata la normativa che “sdoganava “ la commercializzazione del pane surgelato, mentre ora è stata varata la norma del finto latte fresco 9 + 1;

·        è stata revocata la regionalizzazione delle polizza RC auto, per cui al Nord pagheremo le truffe alle assicurazioni che vengono effettuate prevalentemente al Sud.

Infine, è stato rilevato come il Veneto, quarta regione italiana per la produzione di P.I.L., ha un solo ministro su 25 in questo governo e come le province di Vicenza e Treviso hanno un tasso di immigrazione 3 volte maggiore rispetto al livello medio nazionale.

 

In rappresentanza dell’On. Giancarlo Pagliarini, trattenuto a Roma da impegni legati alla Legge Finanziaria, è intervenuto il Dott.. Natale Gatto, componente della Commissione Lavoro e Politiche Sociali nello Staff del Min. Maroni e Presidente del P.I.U. Liguria. Nel suo discorso sono state annunciate le linee guida del Governo rispetto alla crisi FIAT, che possono essere così sintetizzate:

1.      le risorse disponibili saranno prioritariamente indirizzate al sociale: prima si risolvono i problemi di chi perde, con il lavoro, le risorse necessarie alla propria sussistenza e, successivamente, si pensa alla FIAT;

2.      gli eventuali interventi del Governo saranno subordinati alla volontà, da parte della proprietà, di sanare con mezzi propri i buchi del settore auto, mettendo in vendita le imprese dei settori in attivo (es. Finanzia, Assicurazioni, ecc.): questo Governo non ha nessuna intenzione (e la Lega Nord è in prima linea su questa posizione) di permettere alla Famiglia Agnelli di continuare a privatizzare i profitti e socializzare le perdite, usando come arma di pressione il ricatto occupazionale: è ora che ognuno si assuma le proprie responsabilità;

3.      gli eventuali incentivi al settore saranno mirati: no alle rottamazioni a pioggia che prevedono facilitazioni all’acquisto anche su veicoli che utilizzano tecnologie obsolete dal punto di vista dell’impatto ambientale.

 

L’arch. Arturo Calligaro, Consigliere Provinciale della Lega Nord, ha caratterizzato il suo discorso con una provocazione forte: la chiusura della FIAT porterebbe finalmente via con se la cappa di piombo che da troppi anni opprime Torino, che limita la sua capacità di diversificare la propria economia a causa dell’asservimento del territorio agli interessi di un solo padrone-sovrano. L’agonia di Torino è stata oltremodo prolungata dalle politiche di sostegni a fondo perduto che lo Stato ha precedentemente concesso alla FIAT a vario titolo, con la complicità degli Enti Locali che, troppo spesso, si sono comportati come i camerieri di Casa Agnelli, con Sindaci e Presidenti di Provincia dichiaratamente graditi e sponsorizzati dalla famiglia che regge le redini della casa del Lingotto: basti pensare che nel 1975 la Giunta Porcellana è caduta perché la metropolitana non la faceva la FIAT: il resto della storia dei trasporti pubblici torinesi lo sappiamo, dai jumbo-tram di Novelli alla Linea 4 di Chiamparino, passando dalla costruenda metropolitana che, guarda caso, arriva al Lingotto, mentre il progetto di metrò a suo tempo già finanziato della Giunta Porcellana (e che oggi sarebbe operativo ormai da anni) avrebbe invece servito il ben più critico asse di trasporto Nord-Sud da Settimo Torinese a Moncalieri.

 

Carlo De Poli (Presidente del P.I.U. di Torino e Provincia), si è soffermato sulla situazione dei trasporti piemontesi e, in particolare su:

·        la Torino – Milano che, per la larghezza delle carreggiate, non è omologabile come autostrada ma paghiamo comunque il pedaggio;

·        non c’è una strada decente sull’importante tratto tra Torino ed Alba;

·        la mancanza di superstrade nel Canavese, per cui le localizzazioni industriali si concentrano intorno a Torino;

·        la Torino – Pinerolo è ferma da anni ad Airasca dove, guarda caso, c’è uno stabilimento FIAT, e sarà prolungata solo in occasione delle Olimpiadi, fortissimamente volute da casa Agnelli in quel del loro feudo del Sestriere.

 

Il Dott Claudio Donati (del Centro Studi del P.I.U.), che hanno focalizzato i loro interventi sui problemi delle P.M.I., con particolare riferimento alle carenze infrastrutturali e all’eccesso di prescrizioni normative, spesso assurdamente minuziose ed invasive, che ostacolano l’apertura di nuove attività in quanto costringono i potenziali imprenditori ad investire in burocrazia anziché in fattori produttivi, citando le seguenti normative che schiacciano lo sviluppo delle P.M.I.:

·        L. 626

·        CONAI

·        PRIVACY

·        HCCP

·        FISCO: Studi di Settore, Parametri e IRAP

La qualità delle nuove piccole P.M.I. è diversa da quelle che stanno morendo: quelle nuove, infatti, sono spesso in mano ad operatori stranieri che operano in condizioni di clandestinità o semiclandestinità e possono svilupparsi proprio perché possono evitare di essere sottoposte alle suddette barriere di carattere normativo.

E’ inoltre in corso una crisi di liquidità che penalizza le piccole imprese, dove l’imprenditore rischia la propria casa mentre le banche sono protese al salvataggio della FIAT: non è probabilmente un caso che, proprio in questo periodo, le grandi banche coinvolte nel caso FIAT stiano inasprendo i costi di gestione dei loro servizi a danno della piccola clientela.

Tra i fattori che stanno distruggendo le P.M.I. in Piemonte occorre inoltre ricordare:

·        la lentezza e la complessità burocratica dei finanziamenti pubblici;

·        il piccolo commercio in alcune zone è distrutto dall’immigrazione clandestina;

·        la Legge Tremonti va bene, ma le P.M.I. non hanno i soldi per fare nuovi investimenti, per cui restano al palo: le banche sono giunte alla follia che richiedono garanzie superiori al valore dell’investimento;

·        prima di iniziare una nuova attività, soprattutto in alcuni settori, occorre effettuare adempimenti enormi rispetto alla dimensione dell’impresa che si andrà ad avviare;

·        l’INPS chiede cartelle oltre i 10 anni, mentre l’obbligo di conservazione dei documenti contabili arriva solo a 10 anni, per cui molti imprenditori non sono in grado di documentare i versamenti avvenuti.

Il risultato di tutto quanto sopra esposto è che, negli ultimi due anni, è crollato il numero delle nuove aziende aperte da giovani sotto i trent’anni.

 

Il Dott. Augusto Fogli si è soffermato sul fatto che la crisi che attraversano le imprese di Torino e Provincia è da attribuirsi al fatto che, molte di loro, sono dei laboratori esterni della FIAT senza un prodotto proprio e, quindi, non hanno una clientela diversificata. Tali imprese sono state così coinvolte così nella crisi dovuta, in gran parte, alla contraddizione della FIAT di essere una grande impresa ma, di fatto, a conduzione famigliare, per cui non sono stati i manager migliori ad emergere ma quelli ritenuti più “affidabili” in base a logiche di gruppi di potere interni all’azienda. Inoltre, la FIAT ha sempre citato con orgoglio il fatto che il proprio management era fatto in casa (i cosiddetti “uomini FIAT”) senza accorgersi che, così facendo, l’azienda si è chiusa in se stessa con la presunzione di non avere nulla da imparare dalle esperienze altrui (del resto, uno dei motivi per cui la piazza di Milano è molto più dinamica di quella di Torino è il forte interscambio aziendale che coinvolge Tecnici, Dirigenti e Quadri: n.d.r.).

In chiusura, il Dott. Fogli ha stigmatizzato la tendenza degli Enti Locali a privilegiare le iniziative che comportano un finanziamento agli enti no-profit, alla cultura e allo spettacolo politicamente targati, senza rendersi conto, o semplicemente infischiandosene, del fatto che se non c’è gettito fiscale non si può mantenere il Welfare e che il gettito fiscale è una variabile dipendente del settore produttivo, per cui, in periodi di crisi come questo, le risorse pubbliche dovrebbero essere prioritariamente e responsabilmente indirizzate verso gli impieghi produttivi e non a quelli clientelari o demagogici, anche se perfettamente legalizzati.

 

In chiusura numerosi interventi da parte del pubblico che, tra gli altri, hanno rilevato i seguenti aspetti:

1.      l’impianto degli studi di settore è semplicemente assurdo, in quanto prevede un adeguamento automatico dei ricavi in funzione degli investimenti mentre, nella realtà, quando si inizia o si espande un’attività produttiva, i costi sono certi ma i ricavi sono solo sperati: la perversione di tale sistema arriva al punto che un investimento che non porta i benefici sperati può portare alla chiusura dell’impresa, in quanto la stessa non è in grado di reggere il ritorno di fiscalità derivante dall’applicazione di parametri reddituali semplicemente aleatori. In attesa di una radicale riforma del sistema fiscale (quello attuale è figlio dei precedenti governi, cioè partorito da menti che, evidentemente, hanno ancora avuto come punto di riferimento culturale le fallimentari certezze teoriche della pianificazione sovietica n.d.r.) è assolutamente necessario sospendere l’applicazione degli studi di settore per le aree di crisi, che finirebbero per distruggere buona parte delle imprese rimaste ed impedire la nascita di nuove realtà produttive;

2.      in base al principio di sussidiarietà, prima dell’intervento dello Stato è necessario che anche gli enti locali (Comuni, Province, Regioni) facciano la loro parte, anche per legare finalmente l’impresa al territorio (modello Bavarese): a tale scopo è necessario che il Governo richiami i rappresentanti di tali enti ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti del sistema produttivo in un momento di crisi anziché, come oggi accade, permettere che questi enti continuino a sperperare ingenti risorse di bilancio nella promozione di attività pseudoculturali demagogiche e funzionali a indirizzare risorse agli amici degli amici (salvo poi raccontare ai cittadini che i tagli del Governo nella finanziaria, relativi ai trasferimenti agli enti locali, finiranno inevitabilmente per ripercuotersi sulla spesa sociale mentre, in un periodo di grave crisi che angoscia larghi strati di popolazione, sarebbe necessario che Sindaci e Presidenti di Province e Regioni ponessero un freno alla loro spese in iniziative di dubbia utilità economico-sociale).

 

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