Pubblichiamo l’interessante
intervista comparsa sull’edizione di ieri de Il Sole24ore e rilasciata
dal ministro del Welfare Roberto Maroni sul referendum relativo
all’estensione dell’articolo 18.
Grazie Fausto. Il ministro del Welfare, Roberto Maroni non lo dice
esplicitamente ma con il referendum il Governo può prendersi una
rivincita insperata dopo essere stato sotto scacco della sinistra e di
Sergio Cofferati per quasi un anno.
Così sicuri che il referendum verrà bocciato dagli italiani?
«Non lo diciamo solo noi ma tutti coloro che hanno a cuore lo sviluppo
del Paese e il miglioramento delle condizioni di competitività del
nostro sistema imprenditoriale. Noi abbiamo il peggior mercato del
lavoro che tutela gli insiders e lascia fuori tutti gli altri. La strada
da seguire è creare tutele per chi oggi non ne ha rendendo meno rigido
il mercato del lavoro. Come noi, la pensano tutti coloro che fanno
impresa, anche quelli vicini alle posizioni della sinistra, gran parte
del sindacato e una buona parte della sinistra stessa. Non c’è il minimo
dubbio: il referendum non passerà».
Che succede alla “vostra” riforma sul 18? Aspettate le urne?
«La nostra agenda non viene modificata semmai accelerata. Tra qualche
settimana il Senato approverà la riforma Biagi del mercato del lavoro.
Questa è la prima vera riforma del Governo Berlusconi. E sarà un punto
di svolta. Subito dopo, presenteremo l’emendamento che recepisce il
Patto per l’Italia sulla riforma dell’articolo 18 e sull’indennità di
disoccupazione».
Il premier, a fine anno, ha tolto dall’agenda l’articolo 18...
«Noi non rimettiamo al centro del 2003 l’articolo 18. Noi mettiamo al
centro il Patto per l’Italia siglato con tutte le parti sociali, Cgil
esclusa, che prevede la modifica sperimentale dell’articolo 18. E non
dimentichiamo che in quella stessa norma sono stanziate risorse
sull’indennità di disoccupazione: prima verrà approvata, prima si
potranno spendere. Non prevedo, quindi, una riedizione dello scorso
anno. A parte quello che dirà la sinistra massimalista o girotondina.
Non più cofferatiana, mi pare.
Come giudica il no di Cofferati sul quesito di Rifondazione?
«Le dichiarazioni contro il referendum dimostrano che tutto ciò che è
stato detto era poco più che una presa in giro. O Cofferati ha
raccontato un sacco di fandonie dicendo che l’articolo 18 è un diritto
inalienabile dell’uomo oppure, oggi, rinnega tutto il suo pensiero. In
entrambi i casi delude l’incoerenza rispetto alla battaglia che ha
fatto».
Il referendum ha dunque già dei meriti?
«Porta allo scoperto l’ipocrisia ideologica di coloro che per
convenienza politica fecero pagare al Paese sei mesi di conflitto
sociale. Non perché c’era in conflitto sociale. Non perché c’era in
ballo una questione di diritti inalienabili. Altrimenti non si spiega
ora il no di Cofferati all’estensione dell’articolo 18. Ma con il
referendum si dimostra anche che l’articolo 18 non è una questione di
dignità delle persone ma un meccanismo che crea rigidità».
Si sente di dire grazie a Bertinotti?
«Bertinotti è una persona che stimo di cui sono un po’ amico, veniamo
dalle stesse parti: io dalla sponda lombarda del lago Maggiore lui da
quella piemontese. Non mi sento di ringraziarlo, constato però che tra
tutti gli attori di quella montatura, oggi crudamente smascherata,
Bertinotti è l’unico che mostra coerenza rispetto alla battaglia dello
scorso anno. Gli altri dovranno spiegare ai tre milioni portati in
piazza dalla Cgil se davvero l’articolo 18 è il discrimine tra la
barbarie e la civiltà.
Grazie a Bertinotti si prende però la rivincita su Cofferati...
«Bertinotti è l’uomo delle sorprese, riesce sempre a sparigliare le
carte.
Non può che essere un abile giocatore di scopa. Questa iniziativa, che è
lontana mille miglia dalle nostre idee, ha però la forza della coerenza.
Per questo è così impegnativa per una sinistra presa solo in leaderismi
e tatticismi senza costrutto. Ho la visione di tanti piccoli leader che
sono aggrappati ai vetri con le unghie e che cercano di uscire fuor i
dal grave imbarazzo in cui li ha messi Bertinotti».
Margherita e Sdi si sono già schierati sul no...
«Sto sviluppando un’iniziativa forte sulla responsabilità sociale
delle imprese. Non mi chieda di giudicare l’etica di questi partiti che
a seconda della convenienza dicono tutto e il contrario di tutto.
Sull’articolo 18 ho quasi una biblioteca con tutte le dichiarazioni
fatte da Rutelli ad altri esponenti della Margherita che oggi vengono
puntualmente smentite».
Eviterete il referendum con una legge?
«No, per due ragioni. Una banale, non c’ è il tempo per approvare una
legge. La seconda, più importante, è che qualunque legge che possa
evitare il referendum andrebbe in direzione opposta da quella del
Governo. Vogliamo che si vada alle urne per porre fine a qualsiasi
manovra che irrigidisca il mercato del lavoro».
Se il referendum andrà male farete una riforma più incisiva,
come quella suggerita da alcuni ambienti sindacali?
«Manterremo gli accordi con le parti sociali. La riforma è sperimentale,
prevede una verifica per valutarne l’efficacia. Questo è l’impegno e non
modificheremo una virgola».
Il 2003 sarà allora l’anno delle pensioni?
«Abbiamo una riforma in Parlamento. Ci sono un paio di nodi da
sciogliere per garantire l’aumento dell’età pensionabile. Oggi lo
strumento previsto è fortemente inefficace: novazione del contratto in
presenza solo di incentivi a restare al lavoro».
Questo vuol dire inserire anche disincentivi?
«Vuol dire tante cose. Il nostro obiettivo è alzare volontariamente
l’età pensionabile come ci chiede l’Europa. Le ipotesi in campo sono
tre: o forti incentivi, o forti disincentivi o un mix di entrambi. Entro
una settimana prenderemo una decisione. Nella delega è prevista la prima
opzione che è inefficace se sommata alla novazione. Può diventare
efficace se la novazione viene abolita. La mia opinione personale è che
si può lavorare sugli incentivi migliorandone l’efficacia e sulla
novazione sostituendola con un automatismo senza introdurre
disincentivi».
(Lina Palmerini - Il Sole24ore)