Giornale del Popolo
(di sinistra in Svizzera)
Edizione del 03/12/2002
Prima Pagina
Italia, come si traduce «devolution», di Robi Ronza
Non è facile in Svizzera capire le ragioni dello scontro
politico che si è acceso in Italia attorno alla cosiddetta «devolution».
Non ci sono vocabolari grazie a cui tenersi aggiornati sul gergo
politico italiano, che peraltro spesso cambia da un mese all'altro; e
raramente la stampa italiana si preoccupa di tenere informati i suoi
lettori sugli antefatti e sull'oggetto delle questioni. Non appena si
accende una polemica, gli aspetti teatrali del dibattito, con la
sequenza dei botta e risposta tra le varie parti in causa, riempiono le
pagine dei giornali a spese dell'informazione dettagliata su ciò di cui
si discute. E' questo il caso, tra l'altro, della proposta di legge di
riforma costituzionale presentata al Parlamento dal ministro Umberto
Bossi lo scorso 28 ottobre; una riforma che nel gergo politico italiano
viene chiamata «devolution» anche se in effetti non ha niente a che
vedere con il modello applicato in Gran Bretagna con tale nome nel caso
della Scozia e in minor misura del Galles. La «devolution» italiana
consiste di un testo di soli undici articoli, di una chiarezza e di una
semplicità inusitate per la prassi legislativa del Parlamento di Roma,
nei quali si stabilisce che alle Regioni viene attribuita competenza
esclusiva in materia di sanità, scuola e polizia locale, ovviamente
entro i limiti definiti dai principi generali della Costituzione
italiana, di cui fanno parte integrale la parità dei diritti di tutti i
cittadini, l'unità della Repubblica e la solidarietà nazionale. Qualcosa
insomma di molto simile alle competenze che in Svizzera hanno da sempre
i Cantoni senza che da ciò derivi alcuna rottura dell'unità nazionale;
né tanto meno l'esclusione dei confederati dal diritto all'accesso alla
scuola o alla cure mediche, diversamente da quanto in Italia gli
oppositori della «devolution» pretendono che accadrebbe se essa venisse
attuata. Nella sua chiarezza e semplicità il testo - che peraltro attua
un punto molto esplicito del programma elettorale della Casa delle
Libertà - non dà scampo a quella tecnica del «cambiare tutto per non
cambiare nulla» tipica del lato peggiore della vita pubblica italiana.
Non c'è spazio per stravolgimenti in sede di norme
regolamentari applicative, per ricorsi ai tribunali amministrativi e
alla Corte costituzionale e così via.
In questo senso la «devolution» è molto diversa dalla
recente riforma costituzionale che l'ha preceduta: quella approvata ai
tempi dell'ultimo governo dell'Ulivo in modo «bipartisan» - ovvero col
voto favorevole sia dell'Ulivo che dei partiti oggi al governo ma allora
all'opposizione - e infine entrata in vigore nel gennaio del 2001.
Sostanzialmente basata sull'ambiguo criterio del
federalismo di esecuzione, la riforma del 2001 - pur innovando
ampliamente il Titolo V («Istituzioni della Repubblica») della
Costituzione italiana nel segno del principio di autonomia delle
Regioni, delle Province e dei Comuni - è un groviglio di norme che
lasciano campo aperto a tutte le imboscate di cui si diceva. E' questo
il motivo per cui piacque a tutti: sia ai federalisti, che vi videro un
grande passo avanti verso il superamento del tradizionale centralismo
italiano, e sia agli anti-federalisti che preferirono evitare lo scontro
frontale ben sapendo che avrebbero poi potuto vanificarla in sede di
attuazione.
Con il suo semplice ma perentorio impianto legislativo la
«devolution» di Bossi, dicevamo, non si presta a questo gioco. Perciò la
sua presentazione al Parlamento è divenuta un… momento della verità.
Tutti quelli che a parole erano favorevoli a riforme in senso
federalistico delle istituzioni italiane, ma che in cuor loro la
pensavano in tutt'altro modo, hanno dovuto venire allo scoperto. E'
emerso così che non solo tutta l'opposizione di centro-sinistra e di
sinistra, dai Ds a Rifondazione comunista, è contraria a uno sviluppo
del genere, ma che sulla stessa linea sono anche i post-democristiani
della Casa delle Libertà, da Buttiglione a Casini, i quali evidentemente
ne avevano firmato il programma elettorale credendo che la parte sulla «devolution»
sarebbe poi rimasta lettera morta.
Costoro nel Paese non contano molto, ma in Parlamento
hanno un peso assai più che proporzionale al loro seguito. Essendo
infatti l'unica forza di centro-destra che avrebbe potuto schierarsi
anche in campo opposto, andandosi a collocare nell'Ulivo accanto ai
post-democristiani raccolti sotto il simbolo della Margherita, al
momento delle votazioni del maggio 2001 (poi vinte dalla Casa delle
Libertà) Berlusconi li gratificò con un numero relativamente molto
consistente di candidature in collegi «sicuri».
Dato che il principio di sussidiarietà - punto d'origine
del federalismo - un elemento tipico della dottrina sociale della Chiesa
potrebbe sorprendere che quel che resta in Italia della Democrazia
Cristiana scenda in campo a difesa del centralismo. La ragione va
ricercata in due direzioni. Nelle loro componenti di «sinistra»,
perlopiù settentrionali, i post-democristiani hanno una tradizione di
subalternità alla cultura marxista e post-marxista, naturalmente
centralista a motivo della sua matrice giacobina.
Nelle loro componenti di «destra», perlopiù meridionali,
questi gruppi rappresentano settori della burocrazia centrale e dei ceti
dirigenti delle regioni del Mezzogiorno il cui potere dipende in modo
sostanziale dal controllo incondizionato della distribuzione e
dell'impiego di quelle quote del gettito fiscale che vengono prelevate
al Nord per essere spese al Sud.
Per questi ceti uno sviluppo in senso federale delle
istituzioni italiane è una minaccia tremenda. E questo non perché gli
aiuti del Nord al Sud verrebbero meno, ma perché i trasparenti
meccanismi di perequazione finanziaria tipici dei paesi federali sono
incompatibili con la natura clientelare del loro potere.