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Sussidiarietà: soltanto chi è d'accordo rispetta la Dottrina Sociale della Chiesa

di Sciur Curat, da "La Padania" del 08.12.2002

Cari amici, già la settimana scorsa il mio articolo parlava di devoluzione. Non voletemene, ma gli aspetti teatrali del dibattito, con la sequenza di botta e risposta tra le parti in causa, continuano stupidamente a riempire le pagine dei giornali a spese dell'informazione dettagliata sul contendere, obbligandomi a tornare sull'argomento. La "devolution" dell'onorevole ministro Bossi consiste in un testo di soli 11 articoli, di una chiarezza e di una così facile interpretazione, inusuale per la burocrazia romana.

Questa sua chiarezza non dà scampo alla tecnica romana di infarcire le leggi di parole, dando l'idea che si cambia tutto per non cambiare nulla.

La chiarezza della legge non darà spazio a stravolgimenti in sede di norme regolamentari applicative per eventuali ricorsi ai tribunali amministrativi e alla Corte Costituzionale.

Di certo, questa legge, a differenza di quella del 2001 che innova il Titolo V della Costituzione italiana, non è un groviglio di norme di difficile interpretazione. La sua semplicità ha fatto buttare la maschera nella votazione al Senato a tutti quelli che si sono sempre dichiarati federalisti, ma in cuor loro la pensavano esattamente al contrario.

E' emerso che non solo tutto il centrosinistra è contrario a questo tipo di cambiamento, ma che anche i defunti democristiani, da Buttiglione a Casini, che avevano sottoscritto il programma elettorale, erano certi di narcotizzare il nostro Capo, facendogli passare la voglia di devoluzione. Questi professorini di perenne seconda fila nel Paese, in particolare modo in Padania, non contano nulla, ma in Parlamento riescono a far sentire la loro voce grazie alla gratificazione elettorale data loro da un certo numero di collegi sicuri.

Dato che il principio di sussidiarietà è un punto fondamentale del federalismo e un principio irrinunciabile della Dottrina Sociale della Chiesa, è stato per me sconcertante vedere che i vecchi rimasugli della democrazia cristiana, dopo essersi mangiato il partito, non hanno ancora capito quale è la nuova via da percorrere e si mettono a difendere un becero centralismo che ora ho capito fa parte della loro natura.

Per questi signori uno sviluppo in senso federale del Paese è una minaccia tremenda e questo non perché gli aiuti del Nord al Sud verranno meno, ma perché i trasferimenti diverranno trasparenti e dunque la natura clientelare dello Stato dopo centocinquanta anni grazie a Bossi finirà.

Buona settimana a tucc.