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Quasi un editoriale SAPERE E FARE SAPERE "In qualsiasi società che non sia talmente assorbita nei suoi interessi né tanto piccola che tutti siano in grado di sapere tutto ciò che vi accada, le idee si riferiscono a fatti che sono fuori dal campo visuale dell'individuo e che per lo più sono difficili da comprendere": di conseguenza, "ciò che l'individuo fa si fonda non su una conoscenza diretta e certa ma su immagini che egli si forma o gli vengono date". Su questa impostazione di base Walter Lippmann, nel suo saggio "L'Opinione Pubblica" pubblicato nel 1922 a New York, affrontava il problema del crescente peso che, nelle società occidentali, stavano assumendo i mezzi di comunicazione nei confronti della vita politica. In altre parole, per la maggior parte degli individui, esiste un <<ambiente invisibile>>, le cui immagini gli vengono trasmesse dai mezzi di comunicazione: "le immagini in base a cui agiscono gruppi di persone o individui che agiscono in nome di gruppi, costituiscono l'Opinione Pubblica con le iniziali maiuscole". "E che cos'è la propaganda", si chiede Lippmann, "se non lo sforzo di modificare le immagini a cui reagiscono gli individui, di sostituire un modello sociale ad un altro?". E' quindi evidente che, nel passaggio d'informazioni dall' <<ambiente invisibile>> al pubblico, si inseriscono degli effetti distorsivi che rendono tale rappresentazione per immagini non attendibile e, perciò, responsabile di scelte politiche da parte dei cittadini sostanzialmente alienate rispetto al contesto reale cui si riferiscono. "Il noccioli della mia tesi - afferma lo scrittore americano - è che la democrazia, nella sua forma originaria, non abbia seriamente affrontato il problema derivante dalla non automatica corrispondenza delle immagini, che gli individui hanno nella loro mente, alla realtà del mondo esterno". Ma ci sono altri aspetti (economici, sociali e culturali) che creano ulteriori barriere all'acquisizione di una corretta informazione da parte dei cittadini: "interi settori - osserva Lippmann - vastissimi gruppi, ghetti, isole e classi che hanno solo un vago sentore di ciò che succede. La loro vita scorre come su binari, sono rinchiusi nei propri affari, esclusi dagli avvenimenti più grandi, incontrano poche persone appartenenti a strati diversi dal loro, leggono poco". La conseguenza di questo stato di cose è che "in tutti i campi - salvo pochissimi e per brevi periodi della nostra vita - la massima indipendenza che possiamo esercitare è quella di moltiplicare le autorità alle quali prestare benevola attenzione (...). Le persone da cui dipendiamo per i nostri contatti con il mondo esterno sono quelle che sembrano dirigerlo". In conclusione, la tesi di Lippmann è che "(...) Il governo rappresentativo (...) non può funzionare bene, quale che sia la base del sistema elettorale, se non c'è una organizzazione indipendente che renda i fatti non visti comprensibili a quelli che devono prendere le decisioni. Sostengo perciò che solo la reale accettazione del principio, che la rappresentanza personale dev'essere integrata dalla rappresentazione dei fatti non visti, permetterebbe un decentramento soddisfacente (...). Sostengo inoltre che il problema della stampa resta confuso perché sia i suoi critici che i suoi apologeti pretendono che sia la stampa stessa a dar corpo a questa finzione, pretendendo che essa compensi tutto ciò che non era stato previsto dalla teoria democratica; e affermo che i lettori pretendono che questo miracolo si compia senza spesa o fatica da parte loro. I giornali vengono considerati dai democratici come la panacea dei loro difetti, mentre l'analisi della natura delle notizie e della base economica del giornalismo sembrano dimostrare che i giornali necessariamente e inevitabilmente riflettono - e perciò (...) intensificano - i difetti dell'organizzazione della pubblica opinione. La mia conclusione è che le opinioni pubbliche debbano essere organizzate per la stampa, se si vuole che siano sensate, e non dalla stampa, come avviene oggi. Vedo questa organizzazione in primo luogo come il compito di una scienza politica che abbia conquistato il suo giusto posto di chiarificatrice dei dati su cui si dovranno basare le decisioni reali, invece che di apologeta, critica o cronista delle decisioni già prese". E ora veniamo a noi. Il primo ruolo storico svolto dalla Lega è stato quello di superare il monopolio della inaffidabile casta dei giornalisti nel campo dell'informazione, assumendosi il compito di fornire direttamente ai cittadini la rappresentazione del <<mondo invisibile>> che si cela nelle stanze della politica, mediante l'inserimento di suoi uomini nelle istituzioni. Il principio ideologico e morale di tale azione politica può essere sintetizzato nelle parole d'ordine che guidarono il movimento agli albori della sua lotta per la libertà dei Popoli Padani: "SAPERE E FARE SAPERE". Pur contrastati da tutte le altre formazioni politiche e, compattamente, da tutto il mondo dell'informazione, con mezzi limitati che spesso erano ridotti al volantinaggio porta a porta, grazie a questa azione di controinformazione la Lega riuscì ad ottenere rilevanti consensi che la portarono ad ottenere, nella difficile - in quanto alienata - realtà dell'area metropolitana di Torino, oltre il 20% dei suffragi elettorali. Che cosa è rimasto nella Lega di questa eredità politica e morale? Un termine di confronto appropriato possono essere i risultati ottenuti in oltre due anni di appoggio alla Giunta Regionale piemontese presieduta dall'On. Ghigo. Qual'è il livello di informazione che viene dato ai Militanti del Movimento su quanto accade in Regione? Zero. Che cosa possono apprendere i Cittadini dai mezzi d'informazione sull'azione politica della Lega in Piemonte? Che "al punto in cui siamo arrivati non possiamo più dare la nostra fiducia a scatola chiusa alle decisioni prese da un organo esecutivo da cui continuiamo ad essere esclusi"(1). Possiamo sapere per cosa gli elettori della Lega hanno votato a scatola chiusa in questi due anni? Ma state tranquilli: "senza la Lega in Giunta si perderebbero le prossime elezioni regionali"(2): in base a quale ragionamento, a quale rapporto causa-effetto? Lo diciamo come elettori (perché gli iscritti al movimento - militanti e sostenitori - sono i primi Grandi Elettori della Lega e, in quanto tali, hanno l'obbligo politico e morale di vigilare sul rispetto del mandato affidato ai rappresentanti nelle istituzioni, sull'osservanza dei principi ideali del Movimento): le decisioni della giunta, che persino Scaderebech definisce «sbagliate, come l´aumento dell´addizionale Irpef, l´introduzione del ticket nella Sanità, la chiusura dei piccoli ospedali senza programmazione e confronto con il Consiglio regionale e soprattutto con i cittadini», la mancata introduzione del buono scuola, il fatto che non ci siano state «serie prese di posizione sulla crisi dell´auto»"(3), hanno creato un solco profondo tra il partito ed il suo elettorato. E non crediamo che due anni di votazioni a "scatola chiusa", nella speranza di avere un assessorato, abbiano migliorato la situazione: e se mai lo avremo, cosa altro dovremo dare in cambio nel chiuso dell' <<ambiente invisibile>> della stanza dei bottoni? Sapere e fare sapere: per che cosa abbiamo votato? La democrazia pone un piccolo problema per chi è stato eletto: che ogni tanto si torna a votare di nuovo. E anche se qualcuno spera di ridurre i tesserati ad un "bivacco di manipoli" dai quali attingere mano d'opera in occasione delle feste o per la vendita dei biglietti per la lotteria, occorre ricordare che anche la base vota: e siccome di voti, in Piemonte, la Lega ne prende ormai pochini, se anche i militanti e i sostenitori sono scontenti è un fatto da non prendere sotto gamba. In conclusione non ci resta che appellarci a chi, in un non più recente passato e in ben più difficili situazioni, ha saputo dimostrare fedeltà al partito ed ai suoi valori fondanti, al fine di ricucire lo strappo che si è venuto a creare con una gran parte dell'elettorato leghista: per compiere tale passaggio è però indispensabile che tutti abbandonino le traballanti torri d'avorio nelle quali pensano di essersi rinchiusi, nell'illusione di non dover più rendere conto del proprio operato agli elettori che gli avevano concesso la loro fiducia. Anche perché noi siamo sempre quelli dei vecchi tempi. Buona Padania a tutti. Maurizio Gasparello - Webmaster (1) "La Stampa" del 19/9/2002 Sezione: Torino cronaca Pag. 14 (2) "La Stampa" del 8/9/2002 Sezione: Torino cronaca Pag. 48 (3) "La Stampa" del 24/9/2002 Sezione: Torino cronaca Pag. 41
Per approfondimenti:
Walter
LIPPMANN |