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Alle radici del liberismo

JOHN STUART MILL, "Saggio sulla libertà"

"L'argomento di questo saggio non è la cosiddetta <<libertà della volontà>>, (...) ma la libertà civile, o sociale: la natura e i limiti del potere che la società può legittimamente esercitare sull'individuo"

Così inizia il "Saggio sulla libertà" di J. S. Mill (titolo originale: On Liberty) che, pubblicato in Inghilterra nel 1859, incontrò non poche difficoltà a diffondersi nel continente, dove riscosse maggiore fortuna il Manifesto di Marx e Engels: quest'ultimo ebbe infatti una grande influenza negli ambienti intellettuali e fu il principale punto di riferimento delle lotte politiche e sociali fino ai nostri giorni. Il consuntivo di tale progetto politico e culturale è già stato consegnato alla Storia.

Oggi, caduta l'egemonia culturale della sinistra (che, tuttavia, continua ad agitare pericolosi colpi di coda) è finalmente possibile riproporre il punto centrale dell'opera di Mill: "l'importanza per l'uomo e per la società di una larga varietà di caratteri e di una completa libertà della natura umana di espandersi in direzioni innumerevoli e contrastanti". Una visione apparentemente ottimistica del conflitto sociale:  quest'ultimo trova tuttavia la sua definitiva legittimazione nella constatazione che "non esiste potere in seno alla società la cui influenza non diventi dannosa quand'esso regni incontrollato, non appena divenga esente da qualsiasi necessità di essere nel giusto, o allorché sia in grado di far prevalere la propria volontà senza previa lotta". Il conflitto, il dissenso tra diversi punti di vista, sono dunque garanzie di base di una società aperta (Giulio Giorello e Marco Mondadori, prefazione alla prima edizione pubblicata da "Il Saggiatore", Milano 1981).

Importante è anche rilevare come per Mill "lo spirito di progresso non è sempre spirito di libertà, perché può cercare di imporre a un popolo dei mutamenti indesiderati; e, nella misura in cui oppone resistenza a questi tentativi, lo spirito della libertà può allearsi localmente e temporaneamente con chi si oppone al progresso; ma la libertà è l'unico fattore infallibile e permanente di progresso, perché fa sì che i potenziali centri indipendenti di irradiamento del progresso siano tanti quanti gli individui". Una concezione dello spirito progressista non astratta e demagogica, che nasce sul valore della libertà individuale, di segno opposto rispetto all'idea guida dell' <<intellettuale collettivo>> di scuola gramsciana, mostruoso moderno Principe che oggi si appalesa nell'ideologia della globalizzazione: ideologia che il cattocomunismo cerca di imporre secondo il modello che Tocqueville definisce "dispotismo della maggioranza"(1), ossia, come riprende Mill, "la tendenza della società a imporre come norme di condotta, con mezzi diversi dalle pene legali(2), le proprie idee e usanze a chi dissente, a ostacolare lo sviluppo - e a prevenire, se possibile, la formazione - di qualsiasi individualità discordante, e a costringere tutti i caratteri a conformarsi al suo modello".  E come non riconoscere oggi, in questa definizione, la volontà di imporre come modello sociale egemone quello della società multietnica e multiculturale che diventa, nella realtà, il mezzo per confondere e schiacciare nella massificazione dell'economia globalizzata le identità e le culture locali? Come non avvertire, nella sprezzante arroganza di chi bolla come rozza, razzista e fuori dalla storia qualsiasi voce dissonante, la ricerca di promuovere (anche attraverso il fatalismo legato alla presunta ineluttabilità della globalizzazione) questo "dispotismo della maggioranza" come surrogato della "dittatura del proletariato"?  Per Mill, la prima frontiera da difendere è che "vi è un limite alla legittima interferenza dell'opinione collettiva sull'indipendenza individuale: e trovarlo, e difenderlo contro ogni abuso, è altrettanto indispensabile alla buona conduzione delle cose umane quanto la protezione dal dispotismo politico".

Unico limite alla libertà individuale e collettiva "il principio che l'umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà di azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri".

Particolarmente degno di citazione, ai fini dell'interpretazione del dibattito politico, ci pare una osservazione tratta dal capitolo intitolato Della libertà di pensiero e discussione: "Nessuno (...) ammette a se stesso che il suo criterio di giudizio è il suo criterio di gradimento; ma un'opinione su un dato tipo di condotta, che non sia confortata da ragioni, può essere solo considerata una preferenza individuale; e se le ragioni addotte sono semplicemente un appello  a una simile preferenza condivisa da altri, l'opinione è solo il gradimento di molti invece che di uno". Ma Mill si spinge oltre: "Dovunque vi sia una classe dominante, la morale del paese emana, in buona parte, dai suoi interessi di classe e dai suoi sentimenti di superiorità di classe": ci pare una buona spiegazione del conformismo buonista che trasuda dai mezzi di informazione, dai talk-show e dalla cosiddetta "satira" a senso unico.

Proseguiamo con un'osservazione della quale faremo bene a conservare memoria per non abbassare la guardia nella lotta contro lo statalismo: " A parte i curiosi dogmi di singoli pensatori, vi è in generale nel mondo anche una crescente inclinazione a estendere indebitamente i poteri della società sull'individuo, sia con la forza dell'opinione sia con quella della legislazione; è, poiché  la tendenza di tutti i mutamenti in corso al mondo è a rafforzare la società e diminuire il potere dell'individuo, questo abuso non è un male che tende a scomparire spontaneamente, ma, al contrario, diventa sempre più formidabile. L'inclinazione degli uomini, siano essi governanti o semplici cittadini, a imporre agli altri, come norme di condotta, le proprie opinioni o tendenze è così energicamente appoggiata da alcuni dei migliori e dei peggiori sentimenti inerenti all'umana natura, che quasi sempre è frenata soltanto dalla mancanza di potere; e poiché quest'ultimo non è in diminuzione ma in aumento, dobbiamo attenderci che, se non si riesce a erigere una solida barriera di convinzioni morali contro di esso, nella situazione attuale del mondo il male si estenda".

In conclusione del IV (Dei limiti all'autorità della società sull'individuo) e del V ed ultimo capitolo (Applicazioni), troviamo due riflessioni che, alla luce dei rinascenti integralismi religiosi, possono essere utilmente messe in relazione tra loro: "Se la civiltà ha sconfitto la barbarie che dominava il mondo, non è lecito professare il timore che la barbarie, dopo essere stata largamente debellata, risorga e sconfigga la civiltà. Una civiltà che può soccombere in questo modo al nemico che ha già battuto in precedenza deve essere prima arrivata a un tale punto di degenerazione, che né i suoi sacerdoti e maestri designati né chiunque altro hanno la capacità, o la voglia, di difenderla. Se le cose stanno così, prima una tale civiltà riceve l'ordine di andarsene meglio è: può solo continuare a peggiorare finché (come accadde all'Impero di Occidente) dei barbari vigorosi non la distruggano e la rigenerino" (...) "A lungo termine, il valore di uno Stato è il valore degli individui che lo compongono; (...) uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi (...)".

Maurizio Gasparello

 (1) Ai nostri giorni, non importa che si tratti una maggioranza effettiva, l'importante è che si presenti come tale, al fine di innescare un meccanismo autoreferenziale, basato su una presunta autorevolezza, che la conduca a legittimarsi come vera e unica portatrice della "volontà generale" all'interno della società: è evidente che un passaggio necessario per questo processo è la creazione di una strategia puramente denigratoria nei confronti di tutte le opinioni e le correnti culturali non ortodosse rispetto a quella che, in base a tale meccanismo, cerca di imporsi come egemone (n.d.r.).

 (2) Evidentemente, ai tempi di Mill, non esistevano le "toghe rosse" ed i giudici Papalia.

per il testo integrale del "Saggio sulla libertà" cliccare su http://europadeipopoli.org/Old_2009/Libri/Mill/JOHN%20STUART%20MILL.htm