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Dal pensiero socioanalitico degli anni ’40 una chiave di lettura sui vizi del settore pubblico

Burocrazia, metastasi dello statalismo

Ed oggi la lotta per avere meno stato e più libertà passa necessariamente dalla riforma della scuola

Al fine di meglio comprendere la necessità del cambiamento e l’esigenza che questo avvenga, in primo luogo, attraverso un’ampia opera di “destatalizzazione” del nostro sistema politico e sociale, un importante contributo di idee  può derivare dalle considerazioni svolte sui sistemi burocratici da parte della scuola socioanalitica che, negli anni ’40 a Londra, nell’ambiente del Tavistock Institute, mise a punto un metodo di ricerca per applicare al comportamento sociale i fondamenti della psicanalisi freudiana.

Con questo tipo di approccio metodologico nel 1948 un’azienda inglese, la Glacier Metal Company, inizia sotto la guida di un industriale laburista, Wilfred Brown, e di uno psicoanalista canadese, Elliott Jaques, una sperimentazione di democrazia industriale e di nuovi metodi di gestione nell’ambito dell’organizzazione aziendale.

Tra i più significativi contributi scaturiti dal progetto Glacier, troviamo l’indicazione dei principi di funzionamento comuni a tutti i tipi di organizzazione: Jacques definisce burocrazia, o sistema burocratico, << tutti i sistemi occupazionali dei servizi pubblici o sociali, dell’industria, delle forze armate, dell’istruzione e del commercio >>.

Questi sistemi burocratici si suddividono in due categorie, a seconda del metodo con il quale trovano il denaro necessario al loro funzionamento:

1.      quelli che ricevono i fondi con cui vivere da un altro organismo: gli enti pubblici, gli ospedali, l’esercito, la scuola pubblica, ecc., rientrano in questa categoria perché ricevono i loro finanziamenti soprattutto dallo Stato; questo metodo di finanziamento viene definito << sovvenzione >>;

2.      quelli che ricavano i fondi dalla vendita dei beni e servizi che producono, come le imprese: questo tipo di finanziamento è denominato << ricavo da attività >>.

A queste due categorie di sistemi burocratici è possibile aggiungerne una terza, del tutto assimilabile alla prima, costituita dallo Stato e gli enti locali (Regioni, Province, Comuni) che anch’essi ricevono fondi da soggetti terzi (i Cittadini e le Imprese) attraverso le imposte e le tasse. Chiameremo quindi questi introiti di origine fiscale “sovvenzioni primarie” e i trasferimenti effettuati da questi enti agli altri organismi pubblici “sovvenzioni accessorie o sussidiarie”.

Nelle istituzioni sovvenzionate, l’organo direttivo (ad esempio il ministero dell’Istruzione nel caso delle scuole) determina le entrate e, di conseguenza, le dimensioni dell’istituto al quale deve fornirle.

Nelle organizzazioni con ricavo da attività, l’organo direttivo (ad esempio l’assemblea dei soci in una società per azioni) fornisce il capitale, ma tocca a chi opera nell’organizzazione utilizzare quel capitale in modo che produca un valore aggiunto: in caso contrario, il capitale andrebbe ad esaurimento e l’azienda finirebbe per chiudere.

E’ quindi evidente che le istituzioni con reddito da attività possono vivere soltanto se i ricavi sono maggiori dei costi: il consumatore o l’utente può, quindi, influenzare direttamente questo tipo di organizzazione mediante le sue scelte di spesa e questo spinge i produttori a migliorare continuamente l’offerta di prodotti e servizi.

Le istituzioni sovvenzionate, invece, ricevono i finanziamenti in altro modo e pertanto tendono a disinteressarsi degli utenti, i quali non hanno la possibilità di far sentire la loro insoddisfazione perché non possono evitare di servirsi di quelle istituzioni: forti del loro monopolio, tali organismi finiscono per distogliere la loro attenzione dai rispettivi scopi istituzionali, privilegiando invece gli interessi particolari dei soggetti o dei gruppi che compongono il loro sistema burocratico, con meccanismi spesso puramente autoreferenziali e corporativi a discapito di quelli orientati all’efficienza e all’efficacia.

Ad oltre mezzo secolo di distanza dal progetto Glacier, possiamo dire che l’osservazione empirica del sistema politico, economico e sociale italiano conferma pienamente l’analisi dei principi di funzionamento della burocrazia proposta dalla scuola socioanalitica. E’ infatti chiaro che il margine di discrezionalità (altro concetto chiave del pensiero socioanalitico) della dirigenza e degli addetti delle organizzazioni che sopravvivono solo grazie al loro lavoro è, mediamente, enormemente minore rispetto a quello di cui godono i corrispondenti soggetti che operano nelle istituzioni sovvenzionate, in quanto i primi devono confrontarsi con il mercato e rispondere dei risultati ottenuti  ai soggetti che gli hanno affidato i loro capitali. E’ infatti pacifico che, nell’esempio portato in precedenza, i soci di una società per azioni hanno tutto l’interesse a verificare il corretto andamento gestionale della loro azienda anche perché, in caso contrario, sarebbero loro stessi a correre il rischio di essere danneggiati con la perdita del capitale conferito.

Lo stesso discorso troppo spesso non vale per le istituzioni sovvenzionate, non solo in relazione al grado di maggiore deresponsabilizzazione di cui godono la loro dirigenza ed i loro addetti nei confronti dell’utenza ma, soprattutto, per il ridotto interesse che hanno i loro sovvenzionatori (la classe politica) a verificarne l’operato, attraverso il controllo dei risultati ottenuti in funzione delle sovvenzioni accessorie erogate: i costi delle cattive gestioni di tali organismi sono infatti regolarmente a carico dei “sovvenzionatori primari”, ossia dei Cittadini e delle Imprese che, in sostanza, sostengono attraverso la fiscalità il mantenimento della pubblica amministrazione nel suo complesso. Il caso estremo è costituito dalla spirale perversa di irresponsabilità che finisce per saldare tra loro classe politica e burocrazia nei casi di clientelismo (più o meno legalizzato) e corruzione.

Per passare dalla teoria alla pratica, è evidente che una clinica o un ospedale privato non potrebbe mai permettersi di investire capitali per decenni nella costruzione di una struttura che, magari, non verrà mai ultimata, caso invece tutt’altro che infrequente nel panorama della gestione pubblica della sanità. Così come un imprenditore privato nel settore dell’istruzione non potrebbe mai permettersi di tenere chiusa per tre anni una scuola media a causa di una ristrutturazione per rimozione dell’amianto ma, per evitare il fallimento, appalterebbe immediatamente per il periodo estivo i lavori di manutenzione, mettendo così a disposizione la struttura in tempo per l’inizio del nuovo anno scolastico, senza creare disagi all’utenza dalla quale dipende la sua sopravvivenza di operatore economico.

Quest’ultimo esempio di chiusura triennale di una scuola media, ovviamente pubblica, è effettivamente in corso nel Comune, con amministrazione di centro-sinistra, di Settimo Torinese. Mi permetto di citarlo come un caso esemplare di degenerazione burocratica della pubblica amministrazione non tanto perché mi tocca da vicino, essendo chi scrive residente in questo angolo del felice, ricco ed industriale Nord ma, bensì, perché strettamente correlato al concetto di irresponsabilità precedentemente esaminato (e, per il quale, lascio al lettore il divertente esercizio di ricollegarlo alle sue specifiche esperienze personali) per almeno due ordini di motivi:

a)                 la prima è che le forze politiche che (s)governano questa città sono dichiaratamente contro la politica di riforma della scuola portata avanti dal Polo delle Libertà e, francamente, saremmo stupiti del contrario: del resto come potrebbero, non essendo nemmeno in grado di amministrare l’esistente, assumersi la responsabilità e l’onere di gestire qualsiasi cambiamento?

b)                 la seconda è che ritengo la politica sull’Istruzione e, in particolare, la questione collegata all’erogazione dei cosiddetti “buoni scuola”, una formidabile occasione (fatti ovviamente salvi gli altri validissimi motivi che richiedono la loro introduzione) per iniziare a destrutturare lo statalismo burocratico italiano e porre rimedio alle sue inefficienze ed ai suoi sprechi, anche per l’enorme ed esuberante massa di pubblico impiego che le forze politiche stataliste hanno contribuito a creare nel corso degli anni in questo settore strategico (pubblico impiego, oltretutto, particolarmente disponibile ad essere gestito per fini politici dalle forze contrarie al cambiamento). L’erogazione di tale contributo alle famiglie, infatti, aprirebbe a molte di queste la possibilità di accesso alla scuola privata, rompendo così il quasi monopolio della scuola pubblica e riportando quest’ultima sotto la verifica di efficienza propria della logica di mercato.

 In conclusione, non posso che auspicare una rinnovata e decisiva azione propositiva da parte dei nostri rappresentanti nelle istituzioni (soprattutto nelle regioni dove, come in Piemonte, il cammino delle riforme ristagna in maniera inaccettabile) rivolta a cogliere, su un tema di vitale importanza come quello dell’Istruzione, questa ulteriore occasione, storicamente a portata di mano, di “girare la nave” in direzione di un sistema sociale più federalista e liberale e meno statalista e burocratico.

 Maurizio Gasparello