LA STAMPA, 06 Agosto 2004
LUNGHE TRATTATIVE TRA I PARTITI, NELLA
NOTTE SI
CONTINUA A VOTARE
La maratona dello Statuto
I consiglieri in
Regione resteranno
sessanta
Giuseppe Sangiorgio
I consiglieri regionali resteranno sessanta. Nei
mesi scorsi e ancora non più di una settimana fa erano emerse proposte di
farli salire ad ottanta, poi a settanta più il presidente e l’avversario
arrivato secondo. Non trovando unanimità di consensi la questione (contenuta
nell’articolo 16 del nuovo Statuto) è stata superata lasciando in
vigore le vecchie regole. In tal modo, anche dopo le elezioni della prossima
primavera l’assemblea di Palazza Lascaris avrà 60
rappresentanti.
Il primo a lanciare il sasso
nello stagno dell’articolo 16 (contiene i presupposti per il nuovo
sistema elettorale), che non si sbloccava, è stato, mercoledì sera, il
segretario Ds, Pietro Marcenaro: «Salviamo lo Statuto e restiamo sessanta
consiglieri», aveva detto in un’aula che oscillava tra cavilli e
sospensioni. Ieri alla ripresa dei lavori, il presidente della Giunta, Enzo
Ghigo, ha preso per la prima volta la parola. «Non volevo farlo - ha detto -
per rispetto all’aula, visto che lo Statuto è
soprattutto materia di Consiglio. Ma, a questo
punto, essendo impossibile trovare un accordo, anche dopo l’ultimo tentativo
di far scendere i consiglieri da 80 a 70, propongo di tenere in vita la
vecchia legge elettorale, con gli attuali 60 eletti».
Superato il problema, il dibattito sullo Statuto è
ripreso e, in poco più di un’ora sono stati approvati 12 articoli, passando
dal 16 al 28. La riunione, comunque, è proseguita
nella notte. Soddisfatta la Margherita. Perché,
spiega Rolando Picchioni, «per aumentare i consiglieri da 60 ad 80, o anche
solo a settanta, erano necessarie motivazioni alte, che non ci sono state».
Per cui «ha ragione Ghigo».
Diverso il giudizio di Rc, il partito di Papandrea e
Contu, che, autore della metà dei circa 400 emendamenti che bloccano il via
libera alla nuova Carta del Piemonte, spiega: «La battaglia sui 60 l’ha
vinta Rc, stoppando una fuga in avanti a 70-80 eletti che i piemontesi non
avrebbero capito. I due consiglieri hanno quindi proposto di accelerare i
tempi, a condizione che il Consiglio ottenesse
maggiori poteri rispetto alla Giunta. Richiesta respinta, perché considerata
non costituzionale. Oggi si saprà se il nuovo Statuto passerà alla seconda
lettura di ottobre, o se verrà rinviato al dopo
ferie, creando seri problemi ad una sua approvazione prima della chiamata
alle urne dei piemontesi.
LA STAMPA,
07 Agosto 2004
Il presidente del Consiglio
Roberto Cota: «Si tratta di un passo importante della storia che ci porta
verso il federalismo. E’ un punto alto toccato dalla nostra legislazione».
Giuseppe Sangiorgio
Uno Statuto «moderno, innovativo, con contenuti tali da restare attuali
almeno per i prossimi 20 anni». Questo il commento del presidente della
giunta regionale, Enzo Ghigo, dopo i 41 «sì» del centro-destra, di Ds e
Margherita, contro 5 «no» (Rc, Verdi e Radicali) pronunciati dall’assemblea
di Palazzo Lascaris alle 3 e 36 della scorsa notte. Una carta
«costituzionale» che arriva 34 anni dopo la precedente, varata nel 1970 dal
primo Consiglio eletto dai piemontesi. Centotre articoli - ribadisce Ghigo -
per un testo «più aderente all’evoluzione sociale e politica della Regione,
in grado di rispondere alle caratteristiche di un territorio in profonda
trasformazione».
Osserva il Governatore: «L’assemblea, in questa settimana di lavoro anche
serale e notturno, ha dato un esempio di serietà istituzionale decidendo di
non modificare il numero dei consiglieri eletti (restano 60, ndr),
raccogliendo così le mie sollecitazioni su un argomento che i piemontesi
hanno seguito con attenzione. Anche perché, in questa fase della politica, è
opportuno non aumentare il distacco tra cittadini e istituzioni, ed ogni
azione deve sempre trovare il riscontro con il sentire comune, in special
modo su un documento di alto profilo come l’attuale Statuto che andrà in
seconda lettura a metà ottobre».
A giudizio del presidente del Consiglio, Roberto Cota, che ha coordinato il
dibattito, la «nuova Carta è la fotografia fedele e reale della società
piemontese». «Con il voto dell’altra notte - spiega Cota - abbiamo fatto il
nostro dovere di costituenti regionali, con un atto che ci è richiesto dalla
Costituzione, ma soprattutto dalla storia che ci sta portando verso il
federalismo. È un punto alto toccato dalla legislazione regionale».
Soddisfatta la maggioranza di centro-destra. Ma attenti, affermano Rolando
Picchioni e Pietro Marcenaro, «solo grazie al contributo di Margherita e Ds»,
è stato possibile dare via libera a questa prima stesura del documento. Con
norme che introducono definitivamente l’elezione diretta del Governatore,
pur consentendo maggiori poteri al Consiglio, e la creazione della
Commissione di Garanzia, con funzioni paragonabili alla Corte
Costituzionale.
In più ci sarà il Consiglio regionale dell’economia e del lavoro e un
analogo organismo per le autonomie Locali. La Regione-Piemonte diverrà
«istituzione autonoma nell’unità e indivisibilità della Repubblica».
Esplicite le garanzie sociali, l’introduzione del voto di sfiducia del
Governatore. Senza riconoscere il diritto di voto agli stranieri e le coppie
di fatto. Respinge anche la richiesta di scrittura del testo in piemontese.
E, «per il rigore dimostrato», ottiene il plauso del ministro degli Affari
regionali, Enrico La Loggia.
Una maratona verbale con 11 sedute in aula, precedute da oltre cento
riunioni in commissione, con circa 500 emendamenti discussi (cento
approvati), per un dibattito nel quale maggioranza e opposizione hanno
analizzato, oltre che la legge elettorale, i singoli articoli della nuova
Carta.
Nel merito la Lega plaude al fatto che con questo voto si apre, anche in
Piemonte, la strada verso il federalismo; il capogruppo di Forza Italia,
Valerio Cattaneo, secondo il principio che «le regole vanno fatte insieme»,
si compiace che il «sì» sia stato pronunciato da un’ampia maggioranza.
Rc e Verdi, per altro verso, si rallegrano per «aver vinto la battaglia
contro l’aumento dei consiglieri da 60 ad 80», mentre Marco Botta,
capogruppo di An, definisce «l’attualizzazione dello Statuto», come
«un’operazione dal rigore tipicamente sabaudo». Infine i Comunisti italiani
e i Radicali. I primi, con il segretario Luca Robotti, attaccano Verdi e Rc
che, avendo ritirato gli emendamenti hanno consentito al Consiglio di
approvare lo Statuto. I secondi, con il capogruppo Carmelo Palma, per
chiarire il voto contrario: il nuovo documento è «il tentativo, riuscito, di
"normalizzazione" politica e istituzionale».