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Padania indipendente, bella e difficile.

Una proposta di discussione sullo stato della Lega Nord

 

31 agosto 2004

Gruppo del Manifesto di Odalengo

Lega Nord - Piemont

  

Per la Lega Nord, che ha saputo trasformare in proposta politica la voglia di indipendenza di milioni di cittadini padani, è venuto il tempo di riflettere sul cammino percorso nella sua quindicinale esistenza, anche alla luce degli ultimi risultati elettorali.

 

Lo scenario interno e internazionale in cui alla fine degli anni '80 la Lega Nord nasce è quello di un'Italia arretrata, ingessata, corrotta e fortemente indebitata e di un'Europa scossa dallo storico crollo del Comunismo (1989). L'elettorato che fino ad allora aveva sostenuto controvoglia la DC in funzione anticomunista si sente liberato da questo obbligo e contemporaneamente una buona parte dell'elettorato comunista abbandona il PCI. Crollano i vecchi partiti e la magistratura entra attivamente sulla scena politica.

 

A dire il vero, istanze di ripulsa nei confronti dell'amministrazione romana e dell'Italia in generale erano presenti da tempo in Padania (Liga Veneta, Union Piemontèisa, Lega Lombarda ed altri), ma Umberto Bossi ha avuto il merito storico di aver ridotto sotto un'unica bandiera e con chiare parole d'ordine quella miriade di piccoli movimenti privi di linea politica e di possibilità di successo.

La Lega si rivolge a tutti i cittadini del Nord stanchi di tasse, disservizi, delinquenza e di una capitale centralista ed onnivora (Basta tasse, basta Roma). Inizialmente non parla di secessione, e si richiama in generale al federalismo ed alle autonomie (Padroni a casa nostra).

La novità prorompente della cosa, la sua rilevanza numerica, il folklore di Pontida attraggono l'attenzione, a volte la simpatia, degli osservatori e dei media, che ne fanno cassa di risonanza.

Infine l'assenza, in quel momento, di altre proposte politiche per un elettorato in libera uscita dà inizio alla fase ascendente del Movimento che nelle successive tornate elettorali ottiene significativi successi.

Nelle amministrative del 1990 la LN ottiene l'eccellente risultato (su base nazionale) del 4,8% nelle regionali e del 2,4% nelle comunali, sfiora il 9% nelle politiche del 92 e supera il 10% nelle politiche del 96 (Lega Nord, la potentissima).

 

Ma proprio a partire dal 1996, anno in cui essa raggiunge il suo massimo consenso elettorale, inizia il ramo discendente della parabola. Le cause sono molteplici e tuttora oggetto di discussione.

Fra le principali, in ordine sparso:

 

1) La comparsa di Forza Italia che, nata nel 1994, poco alla volta attrae quell'elettorato moderato che aveva votato LN solo per mancanza di alternative.

2) L'allontanarsi di personaggi preziosi come il costituzionalista Gianfranco Miglio con il suo intelligente e realista progetto delle macroregioni confederate e, in generale, degli intellettuali, importanti per la formazione del consenso (si pensi al peso della sinistra nel mondo giovanile grazie alla presenza massiccia e attiva di insegnanti ex-sessantottini nella scuola e dintorni).

3) L'abbandono di un ragionevole obiettivo federalista con il brusco salto alla secessione (1996), dovuto forse al convincimento che l'Italia non sarebbe stata ammessa nell'area dell'euro. Questa nuova parola d'ordine elettrizza inizialmente molti in odio a tutta la vecchia politica di sapore romano e spinge ancora avanti la Lega ma, sottovalutando gravemente la forza della reazione e soprattutto il fatto che un simile evento epocale ancora non era maturo nell'animo della maggioranza dei padani ("... ci siamo voltati indietro ed abbiamo visto che pochi ci seguivano ..."), unitamente alla grande approssimazione del progetto che non forniva risposte alle più elementari domande di molti (Come verrà ripartito il debito pubblico? Chi pagherà la mia pensione? Che fine farà il mio monolocale nel Gargano? Dove passeranno i confini? Come reagiranno gli stati esteri confinanti?) finisce col tempo per allontanare gli elettori più tiepidi per la sua avventatezza e quelli più decisi per l'inevitabile marcia indietro dal cul de sac.

4) Una cattiva gestione del Movimento, dove il Segretario federale, impegnato su troppi fronti, non può controllare da vicino il funzionamento delle segreterie nazionali e delle loro dipendenze.

 

Alle europee del 99 la Lega Nord scende al 4,5% che alle politiche del 2001 diventa un drammatico 3,9% per poi risalire al modesto 5% delle ultime europee, grazie forse alla stravagante proposta di Fini sulla concessione del voto agli immigrati extracomunitari.

 

Da ormai tre anni la Lega è al governo con Casa delle Libertà, una compagnia sgradita ma necessaria per l'approvazione della 'devoluzione', ossia della riforma costituzionale che prevede il passaggio di sanità, scuola e polizia locale alla competenza esclusiva delle Regioni.

Questa riforma, che abbandona il concetto base del federalismo sul diritto dei popoli ad autodeterminarsi e si pone piuttosto nell'ottica delle concessioni fatte dal centro per una maggior efficienza amministrativa, pur essendo stata preventivamente concordata con la coalizione ed infarcita di solidarismi vari per garantire la prosecuzione, in certa misura, dei finanziamenti al Sud, sta soffrendo di molte resistenze da parte degli alleati di governo, soprattutto dell'UDC di Follini e di AN di Fini che al Sud hanno la propria base elettorale. Solo la grande determinazione di Umberto Bossi ha permesso di fare qualche passo verso la sua attuazione, il cui completamento è previsto per il 2005.

L'attuale assenza del Segretario della Lega, l'indebolimento elettorale di Forza Italia e l'estromissione del ministro Tremonti fanno nascere seri timori sul raggiungimento di tale pur modesto obiettivo.

 

Tutto ciò considerato, è difficile credere che, se nulla cambia, la LN possa in futuro uscire dalla fascia di oscillazione del 5±0,5%, ossia dalla sua attuale nicchia elettorale, per conquistare una fetta di quell'elettorato di centro che fa gola a tutti, da Fini a Fassino passando per Rutelli, e che solo è in grado di spostare realmente l'equilibrio del potere. Considerando poi che non è affatto certo che l'attuale maggioranza continui a governare dopo le prossime elezioni, col che la LN si troverebbe nuovamente in una situazione di totale emarginazione, si vede come sia urgente cambiare ciò che non ha funzionato.

In questi due anni che la separano dalle prossime elezioni politiche, la LN deve ritornare a proporre ai cittadini padani l'obiettivo per cui è nata e per cui ha inizialmente avuto successo: la trasformazione dell'Italia in uno stato autenticamente federale in cui le regioni hanno competenza universale mentre lo stato conserva la propria competenza solo per la politica estera, la difesa, la finanza generale e la giustizia. Non si tratta di fantascienza: proprio questo era il progetto contenuto nel piano di riforma della Costituzione formulato dalla Commissione Affari costituzionali della camera nel 1991, approvato da tutti i partiti tranne i neofascisti e poi congelato per lo scioglimento del parlamento e mai più ripreso.

Come osservava Gianfranco Miglio, punto interessante di tale progetto era che molte regioni, trovando difficoltà a gestire l'universo delle nuove competenze, sarebbero state spinte ad aggregarsi fra loro (come ammesso dall'art. 132 della Costituzione) venendo così a costituire in modo naturale delle Macroregioni.

Consolidata la struttura delle macroregioni (e, per quel che a noi interessa, della macroregione padana), avrebbe poi senso riprendere il discorso sull'indipendenza.

 

Nel progetto Padania occorre inoltre tener conto dei mutamenti prodotti da questa pur discutibile integrazione europea. La libera circolazione di merci, capitali e lavoro, insieme con l'impossibilità, oramai riconosciuta da tutti gli analisti, per ogni grande struttura industriale o statale di gestire al meglio da un unico centro le mutevoli esigenze delle sue dipendenze, avrà quanto prima l'effetto di stimolare la formazione di zone transnazionali (specie di macroregioni europee) omogenee per economia e cultura. Si pensi ad esempio ai rapporti secolari fra Piemont e Savoie, fra Südtirol e Tirol, etc.

La LN dovrebbe sapersi porre fin d'ora come interlocutore politico di quelle forze economiche che, al di qua e al di là delle vecchie frontiere, siano interessate a stabilire rapporti di cooperazione.

 

Un tale progetto non paga immediatamente in termini di potere e di 'posti' e richiede tempo per maturare presso gli elettori e le forze sociali. Paga però, e molto, a medio e lungo termine, come l'esperienza storica di tanti movimenti politici ha dimostrato, qualora venga proposto con serietà e tenacia, evitando di esporsi a responsabilità di governo non strettamente attinenti al progetto stesso e limitandosi ad appoggiare di volta in volta quelle forze che in una certa fase possano farlo progredire.

 

Il Movimento

 

La struttura del Movimento ha manifestato gravi malfunzionamenti che ne hanno ostacolato la marcia. Fra il Segretario federale che ha dimostrato il suo valore sul campo ed i Militanti che col loro sacrificio gli hanno permesso di avanzare, si sono nocivamente incistati dei potentati locali a volte miopi e prevalentemente attenti ai loro interessi particolari.

A titolo di esempio si può citare il caso della attuale segreteria piemontese, di nostra pertinenza, che prima ha approvato l'aumento degli stipendi dei consiglieri regionali ('razionalizzazione dei compensi') e poi ha pensato bene di schierare il Movimento insieme alla brigata di chi voleva aumentarne il numero da 60 a 80, e ciò mentre la Lega combatteva a Roma una battaglia per ridurre deputati e senatori. Solo l'ostinata opposizione di due consiglieri di Rifondazione comunista ha fatto naufragare il progetto.

Discutibili alleanze locali, continui commissariamenti, tessere non rinnovate a chi critica (in genere accusato di 'tradimento'), posti riservati ai compagni di 'squadra', designazioni avvolte dal mistero hanno generato un'atmosfera di sospetto e di rissa che ha fatto calare il tesseramento e chiudere una miriade di sezioni e circoscrizioni.

Occorre dunque un deciso cambiamento di metodo.

 

Le cariche non devono essere cumulabili. Spesso invece nelle sedi locali un pugno di persone accentra in sé tutte le mansioni disponibili, palleggiandole al suo interno come in una partita di pallavolo. Ad ogni cumulo corrisponde un pericoloso e ben poco federalista accentramento di potere, la difficoltà di far bene ogni cosa e l’impossibilità per la militanza di crescere e preparare il ricambio.

 

La distinzione fra dirigenti ed eletti deve essere netta e le carriere nei rispettivi ambiti per quanto possibile separate: gli eletti rappresentano il Movimento nelle istituzioni e non devono intromettersi per motivi loro in questioni interne al Movimento. Tutti poi, eletti e dirigenti, devono portare la responsabilità del loro operato e, a differenza di ciò che accade in Italia, chi sbaglia deve lasciare.

 

La scelta dei quadri interni e degli elementi da inserire nelle istituzioni deve essere strettamente meritocratica e non basata sull’interesse di qualcuno a formarsi una 'squadra' a lui debitrice e fedele.

Di squadra deve essercene una sola: la Lega Nord Padania.

Il nome di chi è stato immesso in quota LN nelle strutture pubbliche, i suoi emolumenti ed i criteri di designazione devono essere noti, onde evitare un clima avvelenato da gelosie e sospetti.

Chi lavora e cresce facendo crescere il Movimento non deve essere fermato solo perché fa ombra a qualcuno (Bravo quel militante!... Peggio per lui!') e vanno recuperate tutte quelle forze oneste che si sono allontanate o sono state allontanate dal Movimento per motivi infondati.

La qualificazione dei militanti deve essere continua affinché essi siano dotati di strumenti tecnico-amministrativi e politici che li mettano in grado di dare il meglio nelle istituzioni e fra le gente.

Elementi impresentabili o impreparati nuocciono al Movimento più di una perdita elettorale.

 

In ultimo il punto più importante, che comprende e lega tutti i precedenti:il ripristino della democrazia interna. I militanti non sono gente buona solo per vendere i biglietti della lotteria o per riempire i pulmann.

La militanza è il tramite più importante tra il Movimento e la società.

I casi sono due: o si decide per un partito-nicchia del 5%, tipo UDC, sufficiente a conservare il posto a chi è già in sella, ed allora per la sua visibilità bastano le apparizioni televisive di qualche 'onorevole', la militanza essendo solo più un fastidioso ingombro, oppure si vuole crescere guadagnando il consenso alla Lega dei molti padani che finora lo hanno negato, ed allora occorre una militanza preparata ed unita che diffonda nel corpo sociale le idee del Movimento, come ha capito da tempo e con successo la sinistra (Andate ed evangelizzate...).

Una tale militanza si ha quando la democrazia nel Movimento è rispettata. Diversamente si porta il Movimento a cadere nelle patologia degenerativa definita dalla “legge ferrea delle oligarchie” e dalla conseguente “distorsione dei fini”. Secondo queste due regole, la struttura tende inesorabilmente a ricomporsi su base oligarchica, ripiegando la propria organizzazione su se stessa. La struttura, così facendo, da mezzo per raggiungere uno scopo, diventa scopo essa stessa, finendo in tal modo per porre la sua sopravvivenza al di sopra di quelle che erano le finalità originarie, anche a costo di soffocarle sotto il peso dei suoi interessi particolari.

La formazione di un regime oligarchico all’interno della Lega Nord è da considerarsi come un fenomeno attualmente in atto: l’organizzazione del Movimento è inequivocabilmente rivolta alla formazione di una base militante pre-selezionata per cooptazione dai vertici e, quindi, solo formalmente democratica (processo in corso di accelerazione in vista dei futuri congressi). Su tale base democratica di pura facciata, via via sempre più al servizio dei segretari locali, si sta innalzando la struttura del potere personale di alcuni che ripropongono in peggio (visti gli atteggiamenti ed i toni squadristici emergenti qua e là all’interno del Movimento) le degenerazioni interne dei partiti della prima repubblica, sopravissuti fino a noi sotto mentite spoglie.

Il Federalismo diventa così il pretesto per instaurare un nuovo statalismo che si avvinghia e prospera a livello degli enti locali, diffondendo le metastasi dal centralismo di “Roma ladrona” verso le periferie della “Bassa politica” regionale, provinciale e comunale.

Uno dei primi passi per la rifondazione della Lega Nord è allora il ripristino delle elezioni primarie.

Dal momento che è la militanza a sobbarcarsi (gratuitamente) il grosso del lavoro elettorale, a conoscere la propria realtà locale ed a portare le conseguenze di scelte sbagliate, deve anche poter indicare i nomi dei propri candidati.

Segue il ri-tesseramento dei Militanti arbitrariamente allontanati, retrodatato all’epoca precedente l’eperienza di governo con la “Casa delle Libertà” anche a livello regionale che, invece di essere un momento di crescita e rinnovata forza per la politica del Movimento, rischia di essere la sua tomba.

Infine, va ripristinato il diritto di voto per tutti i militanti ai congressi nazionali.

I segretari nazionali, scelti fra coloro che già non svolgano altre mansioni oppure che siano disposti a lasciarle, vanno eletti (possibilmente senza indicazioni dall'alto) dall'assemblea di tutti i militanti e non secondo misteriose regole di riduzione proporzionale.

Nei capoluoghi di regione, sale spaziose per contenere tutti se ne possono sicuramente ancora trovare.

  

Il gruppo del Manifesto di Odalengo

Lega Nord - Piemont

 

Nota storica

 

Per comprendere a fondo le prospettive politiche attuali del Movimento è utile rivedere ancora una volta in estrema sintesi le cause lontane che hanno permesso al fenomeno LN, quando il discorso sull'unificazione italiana pareva ormai definitivamente chiuso, di nascere e di svilupparsi.

L'unificazione italiana, realizzata dai Savoia insieme a ristrette minoranze di intellettuali 'patriottici' mediante una serie di annessioni militari di fronte alle quali le popolazioni rimangono nel complesso indifferenti quando non ostili, porta con sè il timore dell'insorgere di forze centrifughe per via delle macroscopiche diversità esistenti fra i vari stati da poco soppressi.

Infatti, mentre le aristocrazie lombardo-veneta e piemontese mostrano esigenze di avanzamento tecnico, sociale e politico e prendono ad assumere iniziative di tipo capitalistico nell'ambito dell'agricoltura e dell'industria, l'aristocrazia 'nera' romana delle grandi famiglie nobiliari già impegnate nelle lotte per il papato e quella meridionale mantengono invece le loro secolari caratteristiche di caste chiuse e parassitarie di natura latifondistica.

Lombardi, Veneti e Piemontesi, già europei ad ogni effetto, si trovano dunque d'improvviso a dover convivere con le realtà semifeudali degli Stati della Chiesa e del Regno delle due Sicilie.

Per mantenere a forza insieme questa congerie di popoli diversi viene adottata una struttura statale rigidamente centralista.

 

Molti osservatori contemporanei, fra i quali C. Cattaneo, V. Gioberti, A. Rosmini, P.J. Proudhon rilevano come, per le sostanziali differenze climatiche, geografiche, etniche, storiche, culturali ed economiche che separano le diverse popolazioni della penisola, un'unificazione così condotta avrebbe portato a pessimi risultati, l'unica soluzione ragionevole essendo uno stato federale.

Scrive ad esempio Proudhon nel suo Du principe fedératif (1863): "L'unità d'Italia è una costruzione artificiale e fittizia. L'Italia è federale per natura del territorio, per la diversità degli abitanti, per lo spirito, per i costumi, per la storia; è federale in tutto il suo essere e da tempo immemorabile. Con la federazione la nazionalità italiana si assicura, si consolida, si afferma mentre con l'unità si crea per essa un fatalismo che la soffocherà".

 

Con il fascismo l'Italia raggiunge il massimo dell'accentramento (Noi sognamo l'Italia romana, Roma doma, etc.). Mussolini potenzia una burocrazia centrale a lui fedele che gli permetta un controllo assoluto della macchina statale. I dipendenti pubblici, con contratto privilegiato rispetto alle altre categorie, provengono per lo più dalle regioni meridionali dove, per retaggio storico, si privilegia un 'posto' sicuro che escluda rigorosamente spirito di iniziativa e responsabilità. E' naturale che questa potente struttura, tuttora esistente, guardi con avversione ad ogni tipo di decentramento.

 

Nell'ultimo dopoguerra, la presenza in Italia di una forte e combattiva minoranza comunista che dichiara apertamente di voler mutare in modo irreversibile il sistema politico qualora vinca le elezioni, causa da un lato un abnorme sforzo dei moderati per non lasciare il governo, violando la regola dell'alternanza del potere alla base del concetto di democrazia e dall'altro la necessità di far in qualche modo compartecipe dello stesso potere quella minoranza virulenta onde neutralizzarne le punte più pericolose, violando il principio altrettanto importante che in democrazia è la maggioranza a governare (assumendosene la responsabilità) mentre la minoranza critica e controlla.

Viene così ad incrostarsi una classe politica che, al di là delle baruffe parlamentari e televisive, è unita da destra a sinistra dal comune interesse ad autoperpetrarsi.

 

Capitolo a parte è poi il gigantesco trasferimento di risorse finanziarie e industriali dal Nord al Sud. Oltre a sussidi in contanti pagati dalle regioni produttive, il governo di Roma premia i traslochi: la Fiat va a Melfi, a Cassino e altrove, l'Alfa Romeo a Pomigliano, l'Aeritalia a Napoli, l'industria tessile biellese in Puglia, la RAI si concentra a Roma, le banche del Nord sono obbligate (decreto Ciampi) a salvare il fallimentare Banco di Napoli, etc.

Tutto ciò viene chiamato 'valorizzazione solidale delle aree svantaggiate'. Questa valorizzazione continua che dura oramai da cinquant'anni, perorata sia dalla destra che dalla sinistra, ha da un lato deprivato il Nord del frutto del suo lavoro e dall'altro, ignorando che è controproducente impiantare acciaierie negli agrumeti e nei luoghi turistici, non ha prodotto al Sud sostanzialmente altri risultati se non l'esplosione dell'endemica infezione mafiosa (appalti, contratti etc.) e la perenne attesa di sussidi. 

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