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LA STAMPA, 14 Novembre 2004


L’OPERAZIONE DI SGOMBERO MESSA A PUNTO DALLA FARNESINA

«Ci braccavano, era una caccia al bianco»

Rientrati dalla Costa d’Avorio 100 italiani: abbiamo perso tutto

 

Michela Tamburrino
ROMA
Sei giorni barricato in casa senza acqua e senza corrente col terrore d’essere bianco, braccato da bianco. I cani addestrati alla difesa e una pistola in mano, senza la sicura. Pronto a tutto. Tre giorni di incubo pianificando la fuga, dalla villa di Abidjan dove viveva da anni al consolato italiano. Di notte carica in braccio i figli e stringe la mano della moglie tedesca coi capelli biondi coperti e via di corsa verso la salvezza, i manifestanti gridavano e loro in mezzo nel senso opposto. Stefano Berardi, la moglie e i figli, ieri all’aeroporto di Fiumicino avevano gli occhi stravolti dall’angoscia. Loro, coi cento rientrati in Italia dalla Costa d’Avorio grazie a un’operazione messa a punto dalla Farnesina, una specie di transumanza collettiva, da Abidjan a Accra (Ghana) con un C130 e da lì, in sei ore e una notte insonne, a Roma con un Boeing 767/200 che ha ospitato centoquaranta passeggeri transfughi tra i quali quaranta stranieri francesi, belgi, svizzeri, israeliani, inglesi e tre libanesi.
Gli occhi arrossati e la voce spezzata dall’emozione di riabbracciare i parenti e di sentirsi in salvo. Renato Bove: «Dieci anni buttati e tanta paura. I francesi ci hanno messo nei guai perché oramai quelli ci vedono tutti come francesi. Mi hanno massacrato, mi hanno rubato tutto, persino il passaporto, stavo lì da dodici anni e resto con un pugno di mosche in mano e cinquemila euro in tasca». Dribbla le domande per guadagnare l’uscita al più presto, mentre è Berardi, baciato a più riprese da mamma Silvana, a tentare un’analisi più approfondita. Imprenditore di Latina era lì dal 1998 e la sua azienda dal ‘94. Una bella vita, mare, sole, lavoro ma già da Natale del ‘99 i primi problemi, i parenti tornano e lui resta. Ora si sente sperso: «Ho lasciato casa, macchina, interessi, c’era la caccia al bianco che diventava sempre più feroce. Le bande organizzate ti entravano in casa, giù bastonate e poi si portavano via tutto. Io nonostante le pistole e i cani avevo paura, fuggire è stata un’avventura, di notte, col terrore d’essere fermato. Tornerò solo quando il Presidente andrà via. Per 24 ore, tutti i giorni, alla televisione lanciavano appelli per attaccare i bianchi. Ho lasciato le aziende, tre miliardi di macchine per la costruzione di strade, duecentocinquanta persone per strada e tutto perché il Presidente è agli sgoccioli economici e appartiene a un’etnia che odia i bianchi. Si tratta di un 20%, ma hanno in mano la polizia. Violenza sulle donne? Qualche francese. Però mi hanno detto che hanno trovato cento morti bianchi, lo tengono nascosto per non creare il panico. Che mi sono portato dietro? Solo due valige. Che farò ora? Ho un’altra azienda in Camerun ma pare sia peggio».
Peggio di così è difficile per la signora francese che si tira dietro un bambino in culla e un altro lo trascina per un braccio: «Un incubo, soprattutto la paura per i bambini. Violenza, io no». Giancarlo Mastrobuono, ingegnere elettronico, invece ha lasciato la moglie, ristoratrice. Era in Burkina Faso per lavoro quando è scoppiata l’ira di dio ed è rimasta bloccata. Lei è di lì e non rischia quanto un bianco, Giancarlo è ritornato con i figli Karim di sedici anni e Anna di dieci, nati proprio ad Abidjan, vestiti ancora d’estate: «Abbiamo avuto tanti disagi, anche le autorità consolari sono state prese alla sprovvista, ci sballottavano di qua e di là, abbiamo dormito in un campo militare, in tenda. La paura era tanta, siamo scappati via di notte passando in mezzo ai manifestanti con la speranza di non essere bloccati. Adesso? Dobbiamo trovarci un altro lavoro, la mia attività era laggiù».
Paura, rabbia e s’insinua pure una forma di reazione pericolosa: «Non siamo contenti d’essere tornati - dice chi non gradisce riferire il suo nome - è stato duro per i bambini. Un razzismo pesante sulla nostra pelle. Non è bello per chi sta lì come me da sei anni e ha dato tanto lavoro. Pensiamoci quando ci creiamo tanti scrupoli qui in Italia per gli extracomunitari. Loro ci massacrano senza tanti sofismi». Loro tornano e c’è chi non molla, una ventina di italiani sono rimasti ad Accra, non troppo lontano da casa, per dire che non hanno perso le speranze.

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