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LA STAMPA, 08 Agosto 2004
LA SOCIETA’ MULTIETNICA
UN FUTURO
PER CITTADINI
DI QUALITA’
di Ferruccio de Bortoli
CON il ricorso del governo
alla Consulta nei confronti del Comune di Genova il tema del voto e della
cittadinanza agli immigrati è tornato d'attualità. Fini lo sollevò a sorpresa ma
l'idea ebbe scarso seguito. Utile se ne discuta oggi, tenendo conto che
cittadinanza non è solo diritto di voto ma anche, e soprattutto, doveri. E
rispetto verso cultura, costumi e identità di chi ospita. Se il nodo non verrà
sciolto con sano pragmatismo, avremo una società multietnica (inevitabile)
caotica e conflittuale. Non è questo che vogliamo: è preferibile un neocittadino
orgoglioso di esserlo a un immigrato che in silenzio coltiva differenze e
contrapposizioni.
Si parla molto della cittadinanza degli altri. Mai della qualità della nostra
cittadinanza. La sensazione è che in questi anni i legami della comunità civile
si siano un po' allentati, come fossero venute meno alcune delle ragioni del
nostro stare insieme. Non è solo colpa della cosiddetta devoluzione. Anzi, un
corretto federalismo rafforza identità e appartenenze, coniugando al meglio
spirito nazionale e interessi delle diverse comunità. E' certamente un frutto
avvelenato della perdita di senso della legalità, già storicamente debole,
accentuata da condoni e leggi personali. Ma anche della lentezza e delle
contraddizioni della giustizia penale e civile che diffondono un'analoga e amara
consapevolezza: la certezza del diritto è ancora più aleatoria e remota. Si è
annacquato un basilare concetto di interesse comune, che non è mai la semplice
sommatoria di interessi personali e privati. Così vediamo crescere lo stridente
contrasto fra spazi privati, tenuti benissimo, e spazi pubblici, spesso
abbandonati, considerati di tutti e dunque di nessuno. Allo slogan «padroni in
casa propria» sarebbe bello sostituire quello forse meno suggestivo di
«cittadini responsabili in casa nostra, l'Italia».
In bilico tra abulia e indifferenza, la non cittadinanza è il precipitato di
molti fenomeni sociali come sono stati indagati per esempio dal Censis di De
Rita, nelle ricerche di Aldo Bonomi o in quelle di Emilio Franzina (La
transizione dolce, Cierre Edizioni). Lo «spaesamento» determinato in molti
Comuni dalla scomparsa di tanti piccoli riferimenti locali; le dinamiche pur
necessarie del cosiddetto «capitalismo molecolare» che compete (per fortuna) sul
mercato aperto, è pronto a delocalizzare, ma non ha più le forti radici
territoriali dell'imprenditoria storica; l'emarginazione degli anziani nei
grandi centri; la perdita di quel tessuto di corpi intermedi che dava voce alle
rappresentanze e, di conseguenza, orgoglio e senso di appartenenza.
Nel segnalare il tema della non cittadinanza è forse opportuno domandarsi se
politica e informazione non abbiano trascurato in questi anni il disagio degli
italiani medi, se i problemi delle maggioranze normali non siano stati spesso
sacrificati ai diritti (sacrosanti) delle minoranze. Non si spiegherebbe
altrimenti la colpevole disattenzione verso la famiglia intesa più come centro
di reddito (ma il fisco ancora punisce chi ha più figli) che come nucleo
educativo e prima radice della cittadinanza. O l'erratico e frequentemente
strumentale interesse per i giovani, concentrato nelle punte (i migliori) o
nelle patologie (droghe e violenze), quasi mai sui problemi dei tanti (i
rapporti, lo studio, il lavoro). Una cittadinanza di qualità comincia dalla
famiglia e dai giovani, là dove è ancora possibile scuotere una società che
assomiglia sempre di più a un call center: chi chiama non sa dove si trovi chi
risponde, il quale lo consiglia su un posto che non conosce. Tutti sono gentili,
dicono inutilmente il loro nome. Sono precari e stanno altrove. Cittadini?
Forse.

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