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LA STAMPA, 12 settembre 2004
IL PRESIDENTE DEL
SENATO TORNA SUI RAPPORTI CON L’ISLAM
Pera: «Guerra santa
contro l’Occidente
e noi siamo divisi»
L’intervento al Seminario di Forza Italia a
Gubbio: «Non siamo
i soldati di uno scontro di civiltà, siamo il bersaglio del fanatismo»
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Gigi Padovani
inviato a GUBBIO
Sono più di dieci anni che è in atto una «guerra santa» contro l'Occidente,
eppure l'Occidente è ancora diviso e inerte. Ma soprattutto è l'Europa a non
aver capito, perché dopo aver «tanto invocato l'Onu, quando l'Onu si è mosso
con la Risoluzione 1546 del Consiglio di sicurezza, non ha fatto un passo».
E' una dura requisitoria contro il Vecchio Continente, «insensibile anche ai
richiami del premier iracheno Allawi», quella che il presidente del Senato
Marcello Pera ha lanciato dal seminario di Forza Italia chiusosi ieri a
Gubbio. Un discorso teso a dimostrare che i nemici del terrorismo sono due:
oltre all'Occidente, «quel mondo musulmano moderato» che con noi intende
intrattenere rapporti di convivenza e di scambio. Secondo Pera, accolto dai
caldi applausi del popolo azzurro, «in questa visione fanatica, il secondo
nemico è strumentale al primo».
Una visione che ribadisce gli altri interventi che di recente la seconda
autorità dello Stato aveva già dedicato alla situazione irachena, con la
pressante richiesta di avviare una sorta di «solidarietà occidentale» simile
a quella che nacque in Italia negli anni bui del terrorismo brigatista.
Qualcosa di simile si è verificato nella reazione di tutte le forze
politiche, ha ammesso Pera, che «hanno messo da parte le loro divisioni» nel
chiedere la liberazione delle due «generose italiane impegnate in un'opera
umanitaria» rapite a Baghdad, anche se le manifestazioni unitarie che si
stanno tenendo in Italia dopo il rapimento delle due Simona sono «nobili e
lodevoli, ma ancora sparute al confronto di quelle pacifiste dello scorso
anno». In vista anche della prossima visita all'Onu del premier provvisorio
iracheno, Allawi, il 24 settembre, Pera ha richiesto la convocazione di un
Consiglio europeo ad hoc: «Perché l'Europa, con l'eccezione
dell'Inghilterra, dell'Italia, della Polonia e di pochi altri paesi, non si
muove?».
La risposta che si dà il presidente del Senato è una sola: l'Europa ha paura
della «guerra di civiltà». E aggiunge, riferendosi a quei dieci anni di
attentati, rapimenti, bombe e attacchi: «Noi non siamo i soldati di una
guerra di civiltà, siamo il bersaglio di una guerra santa. Non dobbiamo fare
alcuna guerra, dobbiamo difenderci da una guerra». Nel terzo anniversario
dell'11 settembre, Marcello Pera ha ricordato la lunga scia di sangue dopo
la strage delle Torri Gemelle: Madrid, Beslan, Bali, Casablanca, Ankara,
Arabia Saudita, Pakistan, Jakarta. E tanti sono stati i precedenti allo
schianto dei due aerei di Al Qaeda a New York, a partire dal primo attacco
del 1993 al World Trade Center, cui sono seguiti gli attentati alle
ambasciate americane a Nairobi e a Dar es Salam nel 1998, fino alla nave
«Cole» nel Porto di Aden nel 2000.
Insistendo sul filone che già aveva creato numerose polemiche alla fine di
agosto - e anche ieri si è fatto sentire il Forum del Terzo Settore che le
ha definite «parole contro il dialogo» - il presidente del Senato ha
sostenuto che l'Europa, «infiltrata da relativismo culturale, investita da
multiculturalismo culturale, affetta da "angelismo", come l'ha definita il
leader della Catalogna Jordi Pujol», non ha più fede in una propria identità
da proclamare e difendere. E ha citato il rifiuto del richiamo alle radici
cristiane nel preambolo del Trattato costituzionale. L'unica soluzione per
l'Europa, secondo Pera, è reagire, non ritirarsi dall'Iraq ma anzi
«presentarsi tutta insieme». |

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