Home

perchè rl

RL in comune

CARONTE'S CORNER

   COMUNICATI

   DOCUMENTI

POSTA

DIOGENE

NO-TAV

MOVIMENTO ZERO

      OLIMPIADI 2006

 OSSERVATORIO

NOTA LEGALE

CONTATTI


da: http://www.panorama.it/italia/capire_politica/

Governo in bilico sul federalismo

di  Renzo Rosati

19/7/2004 


Silvio Berlusconi e Umberto Bossi

Bossi abbandona l'incarico di ministro e lo scranno di deputato. E non certo per questioni di salute: dietro la sua decisione c'è un nodo politico. Follini ha descritto la strategia del proprio partito come antitetica a quella leghista. Diversità che non riguarda solo il federalismo, ma l'atteggiamento sugli immigrati, la giustizia, la società. È evidente che la visione democristiana delle cose, permeata di solidarismo, fa spesso a pugni con quella leghista.


 Nel governo non si è fatto in tempo a turare una falla e subito se n'è aperta un'altra.
Le dimissioni di Umberto Bossi da ministro delle Riforme istituzionali e da deputato, per optare per l'Europarlamento di Strasburgo, costituiscono non un fatto personale ma un problema politico.
La lunghissima «verifica» di maggioranza iniziata nel maggio 2003, con la prima sconfitta alle amministrative di allora, acuita dalle amministrative di quest'anno, che ha prodotto alla fine le dimissioni di Giulio Tremonti, il tiraemolla dell'Udc, le minacce rientrate di An, infine la promozione di Domenico Siniscalco a ministro dell'Economia, aveva lasciato la Lega ai margini del gioco.

Anzi, i
postdc di Marco Follini si sono riservati di riproporre a settembre i loro malumori, a cominciare da quelli sulla riforma federalista, cardine della presenza del Carroccio nella maggioranza.
L'Udc non vuole più quella riforma, Follini lo ha scritto nella lettera indirizzata a Berlusconi due settimane fa.
Il suo partito ha presentato al testo decine di emendamenti, dei quali ne ha ritirati una ventina. La riforma è certamente perfettibile, ma su quella legge c'era l'impegno di tutti. Era noto al formarsi dell'accordo elettorale del centrodestra: essa era in pratica l'unica priorità della Lega.

STRATEGIA ANTITETICA
Oggi l'Udc, e in misura minore An, hanno cambiato idea. Cambiare idea è legittimo, purché se ne valutino le conseguenze politiche e si assumano le responsabilità. Follini ha più volte, e soprattutto negli ultimi tempi, descritto la strategia del proprio partito come antitetica a quella leghista. Di più: ha parlato di due diverse concezioni non solo della politica ma del mondo. Diversità che non riguarda solo il federalismo, ma l'atteggiamento sugli immigrati, la giustizia, la società.
È evidente che la visione democristiana delle cose, permeata di solidarismo, fa spesso a pugni con quella leghista.
Però questo era noto fin dall'inizio. Nel merito della riforma federalista, Follini sostiene che può dare luogo a molte storture, compreso un onere economico insostenibile.
E che queste storture, sommate a quelle contenute nella riforma del titolo Quinto della Costituzione varata dall'Ulivo nella precedente legislatura, produrrebbe un effetto moltiplicatore micidiale.

SE NE SONO ACCORTI SOLO ORA?
È possibile, anzi probabile. Ma perché non se ne è parlato al momento dell'elaborazione del programma di governo, nel quale il federalismo occupava una parte di rilievo? Perché gli alleati (ma è ancora giusto chiamarli così?) della Lega hanno votato il federalismo nella versione di Bossi in ben tre passaggi parlamentari, al Senato, alla Camera, nuovamente al Senato? Si sono accorti solo ora, alla vigilia del ritorno della legge alla Camera per il sì definitivo, che la riforma «non sta in piedi» come dice Follini?

LA STRATEGIA DI UDC E AN
È più che evidente che la questione non è di contenuti della legge, ma di strategia politica. Quella dell'Udc, e in parte di An, ormai diverge da quella della Lega e di un'ala di Forza Italia.
An e Udc pensano a una coalizione moderata che si prenda a cuore soprattutto dei problemi del Sud, del pubblico impiego, e che riapra un dialogo con i sindacati. Queste istanze sono in parte giuste, ma va anche detto che combaciano con il consenso elettorale di Follini e di Fini.
La Lega e parte di Forza Italia difendono il loro elettorato tradizionale. In mezzo a tutto c'è Berlusconi.
Al quale si chiede nuovamente di trovare una soluzione.
Se per esempio il premier assumesse l'interim del ministero delle Riforme istituzionali, in luogo di Bossi, è chiaro che la Lega si sentirebbe più tutelata: una bocciatura del federalismo corrisponderebbe automaticamente a una bocciatura di Berlusconi stesso.

RIPICCA
Ma gli alleati giudicano non praticabile questa via. Si è aperto un nuovo problema politico, metterci un'altra pezza non è la soluzione. Anche perché la Lega, per ripicca, minaccia di non votare altre riforme, a cominciare dalle pensioni, che pure reca la firma del ministro leghista Roberto Maroni, e che inizia oggi il propri iter alla Camera.
Ma se Udc e An non hanno torto nell'individuare la portata del problema, difficile dar loro ragione sulle conseguenze.
Che rischiano di tradursi in elezioni anticipate nel giro di pochi mesi, senza la Lega, con gli alleati in ordine sparso. Senza, in particolare, un progetto politico che rappresenti sia l'Italia «padana» del ceto medio e del lavoro autonomo, sia l'Italia del Centrosud e del solidarismo. Nel 2001 il vero miracolo berlusconiano era stato di tenera assieme tutte queste esigenze.
Ora il rischio è non solo il tramonto di quella illusione, ma il suicidio del centrodestra. È questo il dopo Berlusconi che Udc e An vogliono?