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da: http://www.panorama.it/italia/capire_politica/
Governo in bilico sul federalismo
di
Renzo
Rosati
19/7/2004

Silvio Berlusconi e Umberto Bossi |
Bossi abbandona l'incarico di ministro e lo
scranno di deputato. E non certo per questioni di salute: dietro la sua
decisione c'è un nodo politico. Follini ha descritto la strategia del
proprio partito come antitetica a quella leghista. Diversità che non
riguarda solo il federalismo, ma l'atteggiamento sugli immigrati, la
giustizia, la società. È evidente che la visione democristiana delle
cose, permeata di solidarismo, fa spesso a pugni con quella leghista.
Nel governo non si è fatto in tempo a
turare una falla e subito se n'è aperta un'altra.
Le dimissioni
di Umberto Bossi da ministro delle Riforme istituzionali e da deputato,
per optare per l'Europarlamento di Strasburgo, costituiscono non un
fatto personale ma un problema politico.
La lunghissima «verifica» di maggioranza iniziata nel maggio 2003, con
la prima sconfitta alle amministrative di allora, acuita dalle
amministrative di quest'anno, che ha prodotto alla fine le dimissioni di
Giulio Tremonti, il tiraemolla dell'Udc, le minacce rientrate di An,
infine la promozione di Domenico Siniscalco a ministro dell'Economia,
aveva lasciato la Lega ai margini del gioco.
Anzi, i
postdc di Marco Follini si sono riservati di riproporre a
settembre i loro malumori, a cominciare da quelli sulla riforma
federalista, cardine della presenza del Carroccio nella maggioranza.
L'Udc non vuole più quella riforma, Follini lo ha scritto nella lettera
indirizzata a Berlusconi due settimane fa.
Il suo partito ha presentato al testo decine di emendamenti, dei quali
ne ha ritirati una ventina. La riforma è certamente perfettibile, ma su
quella legge c'era l'impegno di tutti. Era noto al formarsi dell'accordo
elettorale del centrodestra: essa era in pratica l'unica priorità della
Lega.
STRATEGIA ANTITETICA
Oggi l'Udc, e in misura minore An, hanno cambiato idea. Cambiare idea è
legittimo, purché se ne valutino le conseguenze politiche e si assumano
le responsabilità. Follini ha più volte, e soprattutto negli ultimi
tempi, descritto la strategia del proprio partito come antitetica a
quella leghista. Di più: ha parlato di due diverse concezioni non
solo della politica ma del mondo. Diversità che non riguarda solo
il federalismo, ma l'atteggiamento sugli immigrati, la giustizia, la
società.
È evidente che la visione democristiana delle cose, permeata di
solidarismo, fa spesso a pugni con quella leghista.
Però questo era noto fin dall'inizio. Nel merito della riforma
federalista, Follini sostiene che può dare luogo a molte storture,
compreso un onere economico insostenibile.
E che queste storture, sommate a quelle contenute nella riforma del
titolo Quinto della Costituzione varata dall'Ulivo nella precedente
legislatura, produrrebbe un effetto moltiplicatore micidiale.
SE NE SONO ACCORTI SOLO ORA?
È possibile, anzi probabile. Ma perché non se ne è parlato al momento
dell'elaborazione del programma di governo, nel quale il federalismo
occupava una parte di rilievo? Perché gli alleati (ma è ancora giusto
chiamarli così?) della Lega hanno votato il federalismo nella versione
di Bossi in ben tre passaggi parlamentari, al Senato, alla Camera,
nuovamente al Senato? Si sono accorti solo ora, alla vigilia del ritorno
della legge alla Camera per il sì definitivo, che la riforma «non sta in
piedi» come dice Follini?
LA STRATEGIA DI UDC E AN
È più che evidente che la questione non è di contenuti della legge, ma
di strategia politica. Quella dell'Udc, e in parte di An, ormai diverge
da quella della Lega e di un'ala di Forza Italia.
An e Udc pensano a una coalizione moderata che si prenda a cuore
soprattutto dei problemi del Sud, del pubblico impiego, e che riapra
un dialogo con i sindacati. Queste istanze sono in parte giuste, ma va
anche detto che combaciano con il consenso elettorale di Follini e di
Fini.
La Lega e parte di Forza Italia difendono il loro elettorato
tradizionale. In mezzo a tutto c'è Berlusconi.
Al quale si chiede nuovamente di trovare una soluzione.
Se per esempio il premier assumesse l'interim del ministero delle
Riforme istituzionali, in luogo di Bossi, è chiaro che la Lega si
sentirebbe più tutelata: una bocciatura del federalismo
corrisponderebbe automaticamente a una bocciatura di Berlusconi stesso.
RIPICCA
Ma gli alleati giudicano non praticabile questa via. Si è aperto un
nuovo problema politico, metterci un'altra pezza non è la soluzione.
Anche perché la Lega, per ripicca, minaccia di non votare altre
riforme, a cominciare dalle pensioni, che pure reca la firma del
ministro leghista Roberto Maroni, e che inizia oggi il propri iter alla
Camera.
Ma se Udc e An non hanno torto nell'individuare la portata del
problema, difficile dar loro ragione sulle conseguenze.
Che rischiano di tradursi in elezioni anticipate nel giro di pochi mesi,
senza la Lega, con gli alleati in ordine sparso. Senza, in particolare,
un progetto politico che rappresenti sia l'Italia «padana» del ceto
medio e del lavoro autonomo, sia l'Italia del Centrosud e del
solidarismo. Nel 2001 il vero miracolo berlusconiano era stato di
tenera assieme tutte queste esigenze.
Ora il rischio è non solo il tramonto di quella illusione, ma il
suicidio del centrodestra. È questo il dopo Berlusconi che Udc e An
vogliono?
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