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LA PADANIA, 07 settembre 2004
" le idee
": Solo con il
federalismo si combattono gli sprechi
Quando deve curare un paziente, un medico onesto prima formula una diagnosi precisa e corretta sulla malattia e, successivamente, prescrive la cura appropriata. Ma se il medico è disonesto e ha un interesse economico nel prescrivere un particolare tipo di farmaco od eseguire un determinato intervento chirurgico, non avrà nessuno scrupolo a formulare una diagnosi scorretta, strumentale al suo tornaconto, infischiandosene serenamente della salute del malcapitato. A questa seconda categoria di medici possono essere equiparati i pennivendoli che, da qualche settimana a questa parte, stanno orchestrando una vera e propria campagna di disinformazione sui presunti maggiori costi amministrativi del federalismo rispetto a quelli di uno stato centralista. Ma le bugie hanno le gambe corte, e questi signori non si rendono conto che sono in contraddizione con se stessi: se, infatti, sono così bravi ad analizzare e puntualizzare gli sprechi che vengono riscontrati nel governo degli enti locali, regioni in testa (vedi la denuncia degli enormi costi per consulenze legali rilevati nel bilancio della Regione Puglia), vuol dire che il federalismo funziona, in quanto consente una trasparenza nell’analisi dei costi a livello di finanza locale che il sistema centralista di Roma Ladrona, che tutto imbroglia, intorbidisce e confonde, non permette per la sua stessa natura. In altre parole: con il Federalismo si può iniziare a diagnosticare dove affonda le sue radici la mala pianta dello spreco e dell’inefficienza burocratica e clientelare della pubblica amministrazione, mentre in uno stato centralista questo è praticamente impossibile, con buona pace dei professoroni che, in malafede, vorrebbero provare il contrario, ma in realtà finiscono per darsi la zappa sui piedi da soli. Ma, se vogliamo essere onesti con noi stessi, dobbiamo anche constatare che diagnosticare esattamente una malattia non equivale a guarirla: una buona diagnosi non è una soluzione in quanto tale, ma un momento necessario e propedeutico alla prescrizione di una cura risolutiva. In termini politici: mentre con lo stato centralista i Cittadini onesti possono solo pagare e lamentarsi senza speranza, in un sistema federalista possono finalmente ambire ad ottenere una maggiore giustizia fiscale ed una migliore efficienza amministrativa, per il semplice fatto che hanno finalmente in mano gli strumenti appropriati per effettuare un serio controllo politico e amministrativo sull’operato dei loro rappresentanti nelle istituzioni. Ma questa è un’eventualità tutt’altro che scontata, se commettiamo l’errore di illuderci che il federalismo sia un punto di arrivo e non un punto di partenza. Perché in quello che dicono i pennivendoli di cui sopra un fondo di verità c’è: infatti, se ci limiteremo a consegnare il federalismo in mano agli statalisti, otterremo come risultato quello di regalare una fabbrica di corda al boia, perché le pubbliche burocrazie non mancheranno l’occasione per tentare di volgere l’evento a loro favore, cercando di espandersi ulteriormente a livello locale e dare vita ad un centralismo regionalista che andrà a sovrapporsi a quello romano. Un esempio pratico del suddetto rischio è già riscontrabile in quanto sta accadendo con i nuovi statuti regionali che, tra quelli approvati e quelli in corso di elaborazione, prevedono quasi tutti un considerevole aumento del numero dei profumatamente pagati Consiglieri regionali, ovviamente a spese delle tasche dei cittadini (proprio mentre a Roma la Lega sta lottando per diminuire il numero dei parlamentari!). Tanto per fare alcuni esempi: nelle “rosse” Emilia e Toscana si è passati da 50 a 65, mentre nel “povero” Sud, sempre pronto a piangere miseria e a batter cassa, la Puglia passa da 60 a 70, l’Abruzzo e la Calabria da 40 a 50: evidentemente, quando si tratta di aumentare gli stipendi politici i soldi non mancano mai (salvo poi strillare contro i tagli dei trasferimenti del Governo agli enti locali). In controtendenza il Piemonte, la prima Regione ad avere adottato il nuovo Statuto (approvato in prima lettura) senza contemplare un aumento del numero dei Consiglieri regionali, nonostante che la bozza approvata dall’apposita commissione ne prevedesse il passaggio da 60 a 80 e che il provvedimento fosse appoggiato a larga maggioranza, dal Polo (Lega compresa) ai DS. Come è potuta accadere questa inversione di rotta? Innanzi tutto, buona parte della base leghista ha fatto la sua parte, denunciando il fatto e manifestando in maniera risoluta, pubblicamente ed ai vertici del Movimento piemontese, il proprio disappunto. Inoltre, come abbiamo potuto positivamente constatare, anche dalla base di altri partiti è cominciato a serpeggiare un certo malumore, che evidentemente ha finito per condizionare le rispettive dirigenze locali (ma sarebbe successa la stessa cosa se le dirigenze interessate fossero state quelle delle segreterie nazionali, nel senso italiano del termine?). In ultimo, e qui bisogna reggersi forte, risolutivo è stato l’ostruzionismo di un partito che sicuramente antistatalista non è: Rifondazione Comunista. Risultato: in Consiglio regionale e sulla stampa locale è venuto fuori un tale putiferio che persino un esponente della Margherita (altro partito che al federalismo e all’antistatalismo non vuole sicuramente bene) ha dovuto ammettere che «per aumentare i consiglieri da 60 ad 80, o anche solo a settanta, erano necessarie motivazioni alte, che non ci sono state». Sarà un caso che, Rifondazione o non Rifondazione, la prima regione in controtendenza sull’aumento dei Consiglieri regionali si trova proprio in Padania? Noi pensiamo di no. Nel nostro piccolo, con il sito www.padania.to.it, nelle discussioni tra la gente e con una capillare diffusione di e-mail, abbiamo fatto la nostra parte per denunciare questa ennesima fregatura che stava per essere perpetrata a danno dei Cittadini ma, certamente, non ci illudiamo di essere stati determinanti. Ma se i segnali di disapprovazione che anche gli altri partiti hanno colto al loro interno e nell’elettorato piemontese sono stati così forti da farli recedere dal provvedimento (e con Polo + DS d’accordo temevamo che ormai fosse cosa fatta), forse vuol anche dire che il lavoro di trasformazione culturale in senso antistatalista e riformista che la Lega, lentamente, ha portato avanti nel dibattito politico nel corso di tutti questi anni, ha attecchito nella testa dei Cittadini in maniera trasversale molto più di quanto possa apparire da un’analisi superficiale basata sulle dichiarate appartenenze partitiche. Ed è proprio questo che i nemici del cambiamento temono: che con il federalismo ed il conseguente avvicinamento delle istituzioni nei confronti dei Cittadini, le corporazioni dei politici e le loro immense schiere di cortigiani finiscano per essere messe con le spalle al muro di fronte alle proprie responsabilità, e debbano prendere atto, volenti o nolenti, della reale volontà popolare, senza poter più barare grazie alle comode paludi fornite dell’ “Alta politica” del centralismo romano. Ma tutto questo non accade da sé: occorre vigilare e continuare a combattere, perché è solo con la partecipazione che i popoli possono tutelare se stessi . Il federalismo non è un fine, ma lo strumento ideale per contrastare inefficienze, burocrazie, sprechi. Anche se, come speriamo, riusciremo ad ottenere il federalismo o, almeno, la devoluzione, le ragioni per cui è nata la Lega Nord non per questo andranno in pensione. Contro lo statalismo, di destra e di sinistra, e per il liberismo la lotta è continua: sempre. Maurizio Gasparello
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