(da
LA STAMPA
del 7/7/2002 Sezione: Cultura
Pag. 18)
PER LA NUOVA JIHAD IL NOSTRO CONTINENTE
COINCIDE CON LA «DIMORA DELLA TREGUA PROVVISORIA», MENTRE L´AMERICA È LA «DIMORA
DELLA GUERRA»
EUROPA - ISLAM
NEL suo ormai celeberrimo libro sullo scontro delle
civiltà Samuel P. Huntington, parlando della «Rinascita islamica», dice che
l'uso della maiuscola è pienamente giustificato. La parola «Rinascita», scrive
Huntington, «si riferisce ad un evento storico estremamente importante che
coinvolge un quinto o forse più dell'umanità. Vale a dire che è importante
almeno quanto la Rivoluzione americana, la Rivoluzione francese o la Rivoluzione
russa, la cui «r» viene di solito scritta in maiuscolo». Il libro dello studioso
americano era stato pubblicato cinque anni prima dell'11 settembre 2001. Dopo
quella data terrificante, molte se non tutte le tesi da lui sostenute hanno
ottenuto, per così dire, il battesimo del fuoco, assumendo una corposità e una
credibilità tali da situarle nell'alveo delle grandi opere sulle civiltà e le
culture del mondo di uno Spengler e di un Toynbee. Fin dal 1996 Huntington
osservava che fondamentalismo e terrorismo, per quanto rilevanti, andavano
comunque considerati come elementi di supporto ideologico e militare di un più
vasto movimento di Rinascita culturale, sociale, economica e politica
dell'universo islamico nel suo complesso. In altre parole: l'islamismo integrale
e militante e il suo culmine temibile, il terrorismo, non dovevano essere
storicamente sopravalutati proprio perché non possono essere disgiunti
dall'insieme delle componenti che caratterizzano l'evento della Rinascita. Che
consiste nella riscoperta non solo bellica ma normativa della Jihad, nella
diffusione delle scuole coraniche, nella radicalizzazione delle masse, nella
ricchezza derivata dal petrolio, nella modernizzazione autoctona, non più legata
ai metodi kemalisti basati sul presupposto umiliante dell'occidentalizzazione.
Terrorismo «rivincita di Dio»
A questo
bisogna aggiungere il moltiplicatore demografico del mondo islamico, combinato
con la progressiva semicolonizzazione dell'Europa mediante pressioni umanitarie
e politiche, ininterrotti flussi migratori, ramificazioni di infrastrutture
religiose, estensioni di basi d'indottrinamento e propaganda e di santuari
terroristi nelle capitali e nelle periferie europee. Il tutto nel nome di quella
onnipresente «rivincita di Dio» che oggi stimola e accompagna il risveglio
islamico dal Mediterraneo al Pacifico. Ma anche nel nome e sotto lo scudo, si
badi bene, di una jihad rinnovata, intelligente, selettiva, duttile, con più
pesi e più misure. Mirata non soltanto, o non subito, a una guerra totale contro
l'intero Occidente, bensì all'utilizzazione di un Occidente europeo assediato,
infiltrato, reso morbido e pieghevole, contro un Occidente americano duro e
reattivo. Ci sono molti indizi che l'Europa occidentale occupi un posto del
tutto particolare nell'ottica della Rinascita e della nuova jihad. Lo sceicco
Yussef al-Qaradawi, capo spirituale dei Fratelli Musulmani, spiegava nel 1997
che la legge islamica tende a classificare il «Popolo del Libro», ebrei e
cristiani, in tre categorie. Anzitutto i «dimmi», i non musulmani protetti,
viventi nei Paesi islamici che formano la «dimora della pace e della vera
religione» chiamata «dar al-islam». Poi gli «harbi», i non musulmani dei Paesi
nemici, raggruppati nella «dimora della guerra» chiamata «dar al-harbi». Infine
i non musulmani dei Paesi della miscredenza o della «tregua provvisoria» («dar
al-kufr»). Gli americani e l'America, gli israeliani e Israele appartengono
palesemente alla «dimora della guerra» che coincide con la nefanda dimora del
Grande Satana. Forse vi rientrano, come sottogruppo nemico, anche gli inglesi e
l'Inghilterra. Dove, invece, le élite militanti, i dottori coranici e gli
odierni studenti islamici mettono gli europei continentali e occidentali? Certo
non possono considerarli come parte integrata nell'islamica «dimora della pace»,
così come non possono avere alcun interesse a respingerli nettamente nella
«dimora della guerra» riservata agli ebrei e agli anglosassoni. Ma c'è, come
abbiamo visto, una terza dimensione ambigua, la «dimora della tregua
provvisoria», ed è in quel limbo ondeggiante che i fautori e strateghi del
neoimperialismo islamico collocano mentalmente oggi l'Occidente europeo.
Difatti: dove trovano accoglienza legale i tredici terroristi palestinesi
espulsi dalla Cisgiordania? In Europa. Chi pone sullo stesso piano morale il
terrorismo palestinese e le rappresaglie israeliane? L'Europa. Chi finanzia in
maniera indiretta il terrorismo con sovvenzioni ufficialmente destinate
all'autogoverno «democratico» della cosiddetta Autorità palestinese? L'Unione
Europea. Chi pratica una politica lassista nei confronti dell'immigrazione e
tollera il radicamento, sui propri territori, del separatismo culturale o
«discriminazione positiva» delle comunità musulmane che rifiutano l'integrazione
(diritti e doveri) nelle società democratiche che li ospitano? I governi
europei. Per tacere delle sempre più serie discrepanze tra americani ed europei
sulle rispettive strategie politiche in Afghanistan, in Medio Oriente, nei
confronti dell'Iraq di Saddam Hussein. In tutti questi molteplici aspetti di
acquiescenza europea davanti alle invasive migrazioni di massa e agli aggressivi
dinamismi culturali e politici, collegati alla Rinascita islamica, s'intravvede
l'insorgenza di una singolare sindrome storica e psicologica. Si nota da un
pezzo, sui territori dell'Europa, la diffusione nei confronti del problema
islamico di stati d'animo permissivi, di comportamenti omertosi e indulgenti, di
calcolate sottomissioni e concessioni, di tolleranze legali dettate dalla paura
della rappresaglia punitiva. In proposito s'era avuto qualche precedente
sintomatico proprio in Italia. Basterà ricordare i giorni di Sigonella, quando
il governo presieduto da Craxi concesse ad un gruppo di terroristi arabi,
braccati dagli americani, di fuggire dalla Sicilia verso la Jugoslavia
terzomondista a bordo di un aereo militare; si trattò di un'impennata
nazionalista contro l'arroganza degli Stati Uniti, oppure di un cedimento di
Craxi al proprio filoarabismo e a quello dei democristiani e dei comunisti?
Insomma, fin dagli anni ottanta, s'avvertiva una strana predisposizione
psicoideo-logica italiana ed europea a quella sorta di sovranità limitata che,
nei secoli andati, aveva regolato i rapporti fra la burocrazia imperiale
ottomana e certi limitrofi stati vassalli nei Balcani e nell'Asia sudoccidentale.
Erano quelli, allora, i Paesi della «tregua provvisoria» ai quali l'Islam,
ispirandosi alla legge della primigenia jihad arabica, concedeva in linea di
massima un armistizio di dieci anni fra una guerra santa e l'altra.
Le trappole della «tregua»
Ma c'era
e c'è di più. La sovranità limitata e la tregua, concesse alle nazioni
tributarie e vassalle, non ancora o non più completamente islamizzate come la
Serbia del XIX secolo, si prolungavano nello status della cittadinanza limitata
imposto ai «dimmi» ebrei e cristiani all'interno dei Paesi coranici. Negli
intenti delle moderne élite islamiste, che dalla fine degli anni ottanta
manovrano il timone della Rinascita, l'Islam dovrebbe ingabbiare il continente
europeo nella trappola geopolitica della «tregua» combinandola con la dimensione
della «dimmitudine» concessa o, semplicemente, raccomandata ai cittadini
europei. Gli stessi europei, che volenti o nolenti, consapevoli o meno,
collaborano da tempo alla propria metamorfosi in «dimmi», dovrebbero partecipare
da comprimari alla propagazione e all'affermazione finale della Rinascita in
Europa e nel mondo. Ma, prima di sviluppare tale parte delicata quanto centrale
del discorso, sarà opportuno andare a controllare il significato che ebbero in
concreto, nel passato egemonico dell'Islam, i concetti di «dimmi» e di «dimmitudine».
Mi devo rifare, qui, a qualcuna delle letture suggeritemi da questo scandaglio
nell'ignoto che sta avviandosi alla conclusione. Fra i libri e i materiali
esaminati, mi ha in particolare impressionato un saggio di 12 pagine pubblicato
nel penultimo numero della rivista parigina Commentaire, fondata da un gruppo di
discepoli liberali di Raymon Aron. L'autore si chiama Bat Ye'or, è uno studioso
egiziano non musulmano, che però sul conto dei musulmani e della loro storia
mostra di saperla assai lunga. La profondità analitica e critica dello scritto
si preannuncia fin dal titolo: Juifs et chrétiens sous l'islam - dhimmitude et
marcionisme. Ne enucleo i punti salienti. Ogni volta che nella loro storia
espansionista i musulmani erano troppo deboli per conseguire la vittoria
completa su un Paese infedele, gli offrivano una «tregua temporanea» che
consentiva loro di rafforzarsi in attesa di un'eventuale ripresa bellica. Per
fruire dell'armistizio gli Stati infedeli dovevano pagare un tributo al califfo
o al sultano, collaborando alla progressione e al prestigio dell'Islam nella
regione. La «tregua» veniva autorizzata solo se contribuiva al miglioramento
delle posizioni musulmane e all'indebolimento degli infedeli. Essa non era uno
stato naturale; bisognava acquistarla per mezzo del tributo; ma se gli infedeli
non riuscivano a procurare agli islamici i vantaggi politici ed economici della
neutralità temporanea, la parola, scaduti i dieci anni, poteva tornare di nuovo
alle armi. Quanto ai «dimmi» protetti all'interno dei Paesi musulmani, essi
erano anziani «harbi» sconfitti, che avevano ceduto i loro territori ottenendo
in cambio la pace sotto la protezione islamica detta «dimma». E' tale
protezione-sottomissione degli infedeli, ottenuta per mezzo della cessione delle
loro terre all'autorità islamica, che Ye'or definisce «dimmitudine». Qui
s'inserisce la spinosa questione del «collaborazionismo» delle Chiese cristiane
con l'Islam remoto e redivivo. I rissosi patriarchi di Costantinopoli,
d'Alessandria, di Antiochia, in eterno conflitto con altre Chiese e con i re
cristiani, offrivano spesso consigli, servizi e complicità alle corti islamiche.
Nel sistema della «dimmitudine», fondato sull'alternanza di carota e bastone,
godevano perciò di un certo particolare riguardo i patriarchi collaborazionisti:
questi, sovente, gestivano e manipolavano maggioranze cristiane a beneficio di
una minoranza guerriera dominatrice. Secondo Bat Ye'or, tredici secoli di
tensioni e collaborazioni islamico-cristiane non potevano non lasciare una
profonda traccia di continuità fino ai giorni nostri.
Chi assolve il terrorismo
Egli,
osservando che le migrazioni di tribù nomadi islamiche erano sistematiche nei
territori tributari dell'Islam, scrive: «Si può constatare che l'Europa, come i
Paesi della tregua nei secoli passati, seguita fin dal 1970 a praticare una
politica d'insicurezza e di autovulnerabilità nei confronti dell'immigrazione.
Questo stato di dimmitudine occulta, che ha le sue radici nella jihad
millenaria, è però deliberatamente negato o non riconosciuto dagli attuali
governanti europei. L'Europa preferisce ignorare la costituzione di una rete
terroristica e finanziaria sul proprio territorio; essa spera di poter comprare
la propria sicurezza mediante aiuti per lo sviluppo, elargiti a governi che mai
hanno ricusato la demonizzazione dell'Occidente radicata nella cultura della
jihad». Uno dei massimi servigi resi dall'Europa all'umma «consiste nella
delegittimazione dello Stato di Israele». Tipico «servigio da dimmitudine» è
quello con cui i mezzi di comunicazione europei assolvono il terrorismo
palestinese e islamista, lasciando intendere che sono gli Stati Uniti e Israele
a motivarlo e a promuoverlo. La conclusione di Bat Ye'or è severissima nella
stringente correlazione ch'egli stabilisce tra il passato e il presente:
«L'occultamento da parte europea dell'ideologia e della vera storia della jihad
è rimpiazzato con scuse e rimorsi, con l'autoflagellazione per le crociate e le
disparità di sviluppo tra Nord e Sud, infine con la criminalizzazione di
Israele. Il male viene attribuito agli ebrei e ai cristiani per non urtare la
suscettibilità del mondo musulmano, che rifiuta ogni critica al suo passato di
conquiste e di colonizzazioni. Questo genere di rapporto diseguale è proprio del
sistema della dimmitudine, il quale prevedeva la pena di morte per il dimmi che
osava criticare l'Islam e il governo islamico. I notabili dimmi venivano perciò
incaricati dall'autorità islamica a imporre l'autocensura ai loro correligionari
(oggi si direbbe «la correttezza politica»). L'antico universo della dimmitudine,
condizionato dall'insicurezza, dall'umiltà e dal servilismo come pegni di
sopravvivenza, è stato così ricostituito nell'Europa contemporanea». Corollario
di tale visione pessimistica è la critica erudita cui lo storico egiziano
sottopone le varie Chiese cristiane impiantate nel Medio Oriente. Le accusa di
smaccata dimmitudine filoaraba sul piano non solo politico, ma teologico,
sottolineano che esse hanno ridato vita in funzione antigiudaica alle dottrine
marcioniane della Chiesa d'Antiochia. Marcione, promotore dell'eresia che prese
il nome di marcionismo, era quel patrista anomalo che voleva ridurre il verbo di
Dio al solo Vangelo di San Luca e a dieci Lettere di San Paolo, contro il
Vecchio Testamento ritenuto assertore di un Dio malvagio e ingiusto.
Prima il Corano poi la Bibbia
L'operazione teologica degli attuali neomarcioniani, disgiungendo il Vangelo
dalle sue radici bibliche e giudaiche, adotta la visione islamica di un Gesù
arabopalestinese: procedimento gnostico di confutazione e di separazione dal
principale testo sacro del monoteismo, il che avvalora la pretesa islamica di un
Corano eterno preesistente alla Bibbia e all'umanità. Sbocco finale è il
consenso cristiano ad una unica e islamizzata storia sacra monoteista e
giudeofobica da Adamo fino a Gesù Cristo. Questa tendenza alla fusione del
cristianesimo evangelico con l'islamismo coranico sarebbe, secondo Bat Ye'or,
perseguita dai cristiani palestinesi così ardentemente da spingerli,
addirittura, a non considerarsi minoranza ai margini della maggioranza
musulmana, bensì un tutt'uno religioso con essa. I minoritari cristiani arabi o
arabizzati, rivendicando una totale compenetrazione con la maggioranza islamica,
rivelerebbero un'attitudine caratteristica della «sindrome dimmi» fondata su una
paura atavica: ovvero sul mimetismo per passare inossevati sotto gli occhi
dell'oppressore. Lo scudo umano offerto dai padri francescani ai terroristi
rifugiati nella basilica di Betlemme sembrerebbe convalidare, almeno sul piano
mediatico, la tesi iperbolica ma non casuale dello studioso. Le iperboli
storicamente ben motivate, che serpeggiano attraverso l'ardito saggio di
Commentaire, costituiscono a mio parere un notevole contributo d'indagine su
quanto sta accadendo all'alba del XXI secolo tra Islam, Europa, Israele e
retaggio cristiano mediterraneo. L'iperbole, che è un'ipotesi al cubo, anche se
non fotografa l'intera complessità di un processo storico, spesso ne antivede la
tendenza.
Se c'è difetto nello scritto apparso sulla rivista
aroniana, è che esso dia già per concluso un processo di degrado continentale
che è soltanto in corso. E che, come tutte le cose in movimento, resta sempre
passibile di deviazioni, di arresti, o sorprendenti inversioni di rotta. E'
quindi giusto prendere lucidamente atto delle insidiose linee di sviluppo della
Rinascita islamica. Ma senza dare per compiuto quello che per ora è
pericolosamente latente.
Enzo Bettiza