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LA STAMPA, 03 ottobre 2004

di Guido Ceronetti
DICONO
essere in forte aumento gli omicidi in famiglia. Questo non impedisce
l’insistenza pubblica nell’elogiare a perdifiato l’istituzione
benemerita che li produce. Se si danno incentivi alle famiglie
perché addirittura (pur essendo questo un paese che scoppia di
popolazione in eccesso, con sbarchi incessanti di gente non certo
bisognosa di incentivi uterini) siano più numericamente evidenti e
gravanti su ogni specie di trafelato servizio, l’incentivo, lo sprone,
l’incoraggiamento è dato - aritmetica infallibile - anche, e
simultaneamente, agli omicidi famigliari: ditemi il contrario.
Il divorzio non è un salvavita. L’omicida è all’agguato attorno alla
casa dove la divorziata o la divorziante respira finalmente di sollievo.
Per molte donne chiedere il divorzio può significare condannarsi a
morte, se l’uomo non accetta o non si rassegna. E quasi sempre l’omicida
famigliare ha il raptus, passa con facilità alla strage. E allora ecco i
bambini cui è stato talmente raccomandato di venire a sedersi al
Banchetto della Vita (l’espressione è del papa Montini) da mettergli la
smania d’incarnarsi, eccoli, i piccoli colpevoli di aver ceduto alla
leccornia dell’Incentivo Profamiglia, in un lago di sangue, per opera
del loro papà incentivato. Conservo nei miei archivi l’immagine
pubblicata sull’Illustrazione Italiana, quando usciva da Guanda
circa il 1980, di un interno milanese dove sparpagliati si vedono tre
cadaverini su cui è passata la carezza nefanda del loro genitore
scontento. E pare la messinscena di una tragedia greca in trasposizione
moderna, come usano certi registi. Ma non si tratta di pupazzi spruzzati
di rosso. E per loro nessun vate tragico, non sono di Argo o di Tebe,
per loro soltanto un numero in più nell’oceano di ghiaccio delle
statistiche.
La terribilità di una guerra civile è che è guerra tra vicini, tra
botteghe sulla stessa via, tra abitanti dello stesso quartiere. Della
guerra tra casa e casa parla anche Miguel Hernández in una poesia del
1938: li aveva visti e assaggiati gli artigli insanguinati in cui la
guerra civile trasforma le mani che, placate, accarezzano e fanno
musica. E l’omicidio famigliare è guerra civile tra quattro mura, tra
pochi metri quadri riempiti di oggetti comprati insieme, con la cena
rimasta sulla tavola a raffreddarsi. Irrompe come in sogno, e di colpo è
Argo, Tebe, l’incendio di Troia, lo stupido Teseo, l’ottuso Creonte,
l’Agave cieca, e il portone dice Numero 55 o 237, la targa della via
reca il nome eternamente pio di Mazzini o di Garibaldi. E talvolta è un
fragile diaframma tra il sacrificio cruento rituale di consanguinei
(Abramo, Agamennone, Iefte) e questi sacrifici domestici che
atterriscono e sconcertano i più sperimentati - eppure in penuria di
comprensione dell’irrazionale che ci abita e conduce, ossessivamente -
giudici e psichiatri. Un crimine domestico da manuale del tragico resta
quello della villetta di Novi Ligure: enigma avvolto in un segreto.
Tutto quel che si può con certezza dirne è che l’essere che è tirato
fuori da una pancia, di realmente famigliare a chi lo mette al
mondo, non ha che qualche tratto esteriore, ma è fin dal taglio del
cordone uno sconosciuto. Nessuno può conoscere a fondo il proprio
figlio. Si è quasi sempre stremati dallo sforzo di capirne qualcosa. In
ogni lettino è nascosto un coltello, che l’età adulta getterà via. Ma
non sempre...
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