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LA STAMPA, 31 Ottobre 2004

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di Guido Ceronetti
 

DA torinese non residente da lungo tempo ma per brevi periodi transitante, posso dire che lo stato in cui vedo oggi ridotta questa città è impressionante. Costringerla a subire lo sconvolgimento di tanti lavori pubblici, in vista di una strascicata stoltezza come le Olimpiadi d’inverno 2006 è sadismo amministrativo sulla pelle di abitanti dalla pazienza stupefacente, drogati da visioni di piogge d’oro, da dosi iperboliche d’imposture.
Tra dieci e più anni ci saranno ancora cause in tribunale e onda lunga di scandali, di imbrogli, di malaffari, e per i guai d’ambiente alle valli vicine non ci sarà rimedio: non occorre essere la sibilla di Cuma per immaginarlo, e già non ne mancano segni. Per restare allo stretto oggi, la metastasi dei cantieri è ormai talmente invasiva che ti domandi come una simile diffusione tumorale abbia trovato un corpo cittadino così privo di difese, di anticorpi, di prevenzioni. Parlando spesso con gli autisti di taxi ho raccolto accenti di vera disperazione. Già è tremenda la pressione psicologica e la malsanìa di lavorare nell’allucinata normalità quotidiana del traffico: ma i buchi, i crateri, i Ground Zero repentini, gli sbarramenti, i sensi vietati che spuntano nella notte, gli steccati popolati di chiappe pubblicitarie, gli ingorghi strepitanti in strettissimi incanalamenti, tutto questo è uno stress colossale supplementare, un calo certo di salute mentale e fisica che a questa gente, e a quanti sono in patire continuo per le ex vie, le ex strade, gli ex viali, corsi, piazze, non pagherà nessuno.
Fare oggi linee di ferrovia sotterranea non è solo tardivo e un dispendio sproporzionato e intollerabile, è fabbricare - se abbiamo occhi per dare una guardata agli eventi del mondo - obiettivi militari per terroristi, obiettivi facili e indifendibili. Non facendone, un punto fragile per attacchi in meno - e non guasterebbe.
Queste spensieratezze possono costare care, e ben al di là degli indebitamenti non solvibili che spalancano. L’unica medicazione possibile di un traffico così implacabilmente patologico sarebbe la diminuzione drastica dei mezzi in circolazione: ma dal momento che l’economia è invece protesa a farli aumentare senza limiti e a gonfiare sempre più di smog e di nevrosi le strade, ogni cura in questo senso è impensabile. Di sollievo e di respirabilità una metropolitana ne può creare nella realtà molto poco. E tutto ciò che è underground è bacino di coltura delinquenziale: l’allevamento di superficie evidentemente non era abbastanza prospero e seminato di vittime.
In città l’immigrazione censita viene calcolata attualmente in circa centodiecimila persone: la non censibile, dati i continui afflussi, potrebbe essere di altrettante. Il risultato inevitabile è l’impossibilità di improvvisare un tessuto sociale comune, e l’impiantarsi, in un perimetro urbano che si è dilatato fin troppo, di ghetti asiatici e africani dove brulica umanità ignota, naturalmente ostile, chiusa nell’identità del gruppo, aggressivamente occupata nel bisogno materiale. Non ci sono domani che cantano per Torino, città ferita - di piaghe forse predestinate.