Il crepuscolo di una classe dirigente
di Francesco Lamendola -
24/06/2011
Fonte:
Arianna Editrice [scheda fonte]
Molti pensano che siamo arrivati al crepuscolo del berlusconismo:
con tristezza per alcuni, con sollievo per altri, divisi quasi in parti uguali.
Invero, questo modo di ragionare rappresenta una inaccettabile semplificazione
della questione oggi posta sul tappeto dalle complesse - e decisamente anomale -
dinamiche interne ed esterne della società italiana.
Quello che è giunto al crepuscolo non è solo il berlusconismo, versione
aggiornata e corretta del craxismo degli ultimi anni della cosiddetta “prima
Repubblica”, vale a dire un sistema di potere e di affari che, dietro una
verniciatura populista, tutela smaccatamente gli interessi di piccole ma
fortissime lobbies finanziarie.
No: quello che sta franando non è solo il berlusconismo, con tutto il suo
apparato coreografico di tipo propagandistico e pubblicitario, più o meno
volgare, più o meno cialtrone, ma sempre ricamato sullo stereotipo della “Milano
da bere”, esteso all’Italia intera; quello che sta franando è tutto un mondo,
tutto il mondo della classe politica italiana.
Il voto degli Italiani sui quattro referendum del 12-13 giugno, largamente
trasversale e largamente apartitico, ne è un chiaro indicatore, per chi lo
voglia vedere: non è stata bocciata solo la politica del centro-destra, ma la
politica italiana in quanto tale.
Una politica vecchia, vecchia negli uomini e nelle idee, così come vecchia
nella inefficienza e nel malaffare; una politica pienamente e irrimediabilmente
fallimentare.
Il fallimento della politica italiana non è contingente, ma strutturale: sempre
più vengono al pettine, sotto la spinta dei fattori esterni (come la crisi
economica mondiale) e soprattutto interni (i ritardi, i compromessi, le viltà e
le mezze misure, oltre alla spaventosa corruzione), i nodi dolenti del
sistema-Paese, per decenni rimandati e ormai paurosamente accumulatisi.
Berlusconi è arrivato al capolinea: il grande illusionista sta cadendo vittima
delle infinite promesse non mantenute (e impossibili da mantenersi), il suo
impero di cartapesta sta franando e si sta squagliando come nebbia al sole, così
come i sogni si dissolvono allo spuntar del giorno e al ridestarsi della
coscienza.
Ma chi ne prenderà il posto?
Da qualunque parte si volga lo sguardo, non si riesce a vedere nessun partito,
nessun gruppo politico che abbia le qualità e le caratteristiche per traghettare
questa Italia stremata, delusa, sfiduciata, in piena crisi morale prima ancora
che produttiva, fuori dal guado, fuori dalla miasmatica palude in cui da troppi
anni è sprofondata.
Non sembra esservi nessuno che sappia esprimere, con la dovuta autorevolezza,
gli interessi, non più di qualche lobby o di qualche fazione, ma del Paese
intero; nessuno che abbia la cultura politica necessaria per porsi come
obiettivo, realmente e non solo a parole, il cosiddetto bene comune.
Cominciamo dalla Lega.
Se il carisma di Berlusconi è ormai in caduta libera, tanto che nemmeno la
patetica claque prezzolata osa più farsi vedere davanti al Tribunale di Milano,
quando il cavaliere deve presentarsi davanti ai giudici, nemmeno quello del
“Senatur” gode di buona salute.
Diciamolo francamente: la stella di Umberto Bossi si è irrimediabilmente
appannata, lentamente ma inarrestabilmente, a partire dal 2004, quando è stato
colpito da una grave malattia ed è poi rientrato in politica con evidenti
difficoltà di ordine fisico.
Niente da dire contro chi fa politica in non buone condizioni di salute, ci
mancherebbe; qui il problema è politico: perché, durante la sua lunga malattia,
i vari colonnelli della Lega ci hanno provato, a farsi riconoscere da Berlusconi
come suoi interlocutori privilegiati, ma nessuno di loro c’è riuscito;
Berlusconi ha deciso di puntare tutto sulla ripresa di Bossi, stimando che
nessuno dei suoi gregari e delfini valesse una cicca.
Ci ha azzeccato: Bossi si è ripreso e da allora, impegnato anche dal senso
dell’onore e dell’amicizia (povero ingenuo: l’amicizia del Cavaliere…), il
“Senatur” si è legato a filo doppio col satrapo di Arcore, nel bene e nel male:
senza quasi rendersene conto è divenuto un suo ostaggio, credendo di essere
ancora lui a tenere le fila del gioco; e ora, inesorabilmente, il tracollo di
Berlusconi sta travolgendo anche il leader della Lega.
Di fatto, Berlusconi è costretto a dire di sì a tutto quel che Bossi gli chiede,
ma più per la facciata che nella sostanza: il decentramento a Nord di alcuni
uffici di rappresentanza dei Ministeri sono, infatti, nient’altro che la
facciata, mentre la guerra in Libia, al fianco della N.A.T.O., è la sostanza: e
non è precisamente ciò che la Lega chiedeva e desiderava.
Bossi ha commesso una serie di errori di valutazione, specialmente a partire da
quando l’ennesimo scandalo berlusconiano, il “caso Ruby”, nel gennaio 2011, ha
definitivamente aperto gli occhi a larghi settori della base leghista; a partire
da quel momento, il popolo della Lega ha cessato di sentirsi impegnato verso
Berlusconi ed è tornato alle posizioni originarie: antiberlusconiane, perché
antiplutocratiche.
La base sociale della Lega è costituita dalla piccola impresa, dall’artigianato,
dal piccolo commercio: vi è, quindi, una incompatibilità di fondo con la
politica di Berlusconi, che è volta sfacciatamente a favorire gli interessi
delle classi alto borghesi: i percettori di rendite, più che i grossi
imprenditori, e tutto il sistema delle banche; quando non, per dirla tutta, a
favorire se stesso e il proprio impero mediatico e finanziario.
Bossi se n’è dimenticato; strano a dirsi, il suo intuito politico era molto più
vivo quando se ne andava in giro in canottiera e, del Cavaliere, diceva
sdegnosamente davanti ai microfoni: «Che cosa c’entra Berlusconi con la
politica? Quello c’entra con i soldi».
C’è una differenza sostanziale fra il populismo berlusconiano e il populismo
leghista: il primo è stato costruito su misura per servire gli interessi di un
singolo individuo, ricco sfondato e ansioso di mettere il bavaglio alla
magistratura: un populismo pensato e realizzato a tavolino, su una base
ideologica piuttosto vecchiotta: un anticomunismo viscerale (quando i comunisti
sono pressoché spariti dall’orizzonte politico) e un liberalismo altrettanto
rozzo e datato, di tipo tatcheriano, basato sulle privatizzazioni selvagge e sul
progressivo smantellamento dello Stato sociale.
In Italia, secondo i dati ufficiali, metà delle pensioni sono al di sotto dei
500 euro e quasi l’80 per cento sono al di sotto dei 1.000, come dire che quasi
tutti pensionati italiani sono ridoti alla fame; non solo: il 90% delle tasse
per la spesa sociale proviene da lavoratori dipendenti e pensionati e solo il
10% dai lavoratori autonomi, il 40% dei quali dichiara al fisco di incassare
meno di 10.000 euro all’anno, ossia molto meno di un operaio non specializzato:
il che dice tutto sulle dimensioni gigantesche dell’evasione fiscale.
E come se questi dati non bastassero, resta da aggiungere la più grave di tutte
le anomalie italiane: il fatto che, in presenza dei salari più bassi fra i
grandi Paesi industrializzati, l’Italia è anche quello in cui è più caro il
costo del lavoro: paradosso solo apparente, che vede lo Stato e le imprese
impegnati in una eterna partita a scacchi per vedere chi riesce a fregare
l’altro con maggiore successo, il tutto sulla pelle dei lavoratori.
Tornando alla Lega: i conti non quadrano, i nodi dovevano venire al pettine
perché l’elettorato leghista non ha molto a che spartire con quello
berlusconiano, anche se la base sociale è più o meno la stessa: solo che, mentre
la piccola borghesia settentrionale vota Lega per dare ossigeno a un ceto
imprenditoriale schiacciato dalle tasse, quella berlusconiana vota PdL per
ottenere libertà indiscriminata e distruzione delle regole a vantaggio
dell’interesse privato: dai vergognosi condoni edilizi alla depenalizzazione dei
reati fiscali, l’obiettivo è chiaro.
Gli elettori leghisti, quindi, non sono soltanto schifati dai comportamenti del
premier e dal suo accecamento contro la magistratura, che lo porta a trascurare
tutto il resto, in nome della crociata contro le “toghe rosse”; sono anche
arrabbiati perché, da quando la Lega è al governo, non hanno visto mantenute le
promesse che erano state fatte loro in materia sociale ed economica e hanno
dovuto accontentarsi di chiacchiere, secondo i vecchi, logori rituali della
Prima Repubblica.
La classe dirigente leghista non si è mostrata all’altezza dell’ampio mandato
popolare ricevuto nelle regioni del Nord, si è “romanizzata”; anche se, per
tentare di salvar la faccia, continua a blaterare in termini di protesta, come
se, invece che al governo, fosse all’opposizione: un vecchio trucco che ha le
gambe sempre più corte e che, ormai, non incanta più nessuno.
Gli elettori leghisti chiedevano fatti, e non li hanno visti; in cambio, sono
stati sommersi di parole: la portata del fallimento è testimoniata dal fatto che
Calderoli ha detto che, se non verrà fatta al più presto la riforma fiscale,
sarà lui per primo a scendere in sciopero. Parola di ministro, di ministro del
governo in carica: chi voleva capire, a questo punto, ha bell’e capito.
Oltre a questo, all’interno della Lega c’è anche una questione morale, che non è
separabile dalla questione politica: un certo modo di gestire la cosa pubblica,
a dir poco troppo disinvolto; la tendenza ad accumulare poltrone e stipendi (di
sindaco, di assessore provinciale, di governatore, di ministro), alla faccia
della semplificazione e del risparmio; perfino un inizio di nepotismo in stile
Papato del Rinascimento, col figlio di Bossi candidato da suo padre quale
probabile delfino, a dispetto della sua evidente mancanza di qualità (e di
gavetta).
E queste cose non piacciono a molti elettori leghisti, che sono persone serie e
che si erano realmente aspettati un nuovo modo di amministrare e di far
politica.
Dei partiti di opposizione non c’ è molto da dire.
Futuro e Libertà, per adesso, non si capisce bene dove andrà a parare; anche
Fini, con tutte le sue giravolte ideologiche e dopo aver sostenuto Berlusconi
per tanto tempo, appare legato a una stagione politica che gli Italiani
vorrebbero archiviare: non c’è motivo di pensare che, tramontato il
berlusconismo, egli potrà candidarsi come un uomo della nuova stagione.
Casini e i centristi si barcamenano come possono, ora inseguendo il miraggio di
rompere il bipolarismo e di resuscitare, se non proprio la Balena Bianca,
qualche cosa che le assomigli; ora, più realisticamente, paghi di presentarsi
come l’ago della bilancia, capaci di far vincere o perdere la Destra e la
Sinistra, a seconda della scelta di campo che decideranno di fare; nel
frattempo, a livello di amministrazioni locali, trescano un po’ di là e un po’
di qua, in attesa di capire da che parte tiri il vento per saltare prontamente
sul carro dei futuri vincitori.
Il Partito Democratico, nonostante tutte le batoste rimediate negli ultimi
diciassette anni, ossia da quando Berlusconi entrò in politica e infranse la
“gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto, non sembra avere imparato
quasi nulla dai propri errori e continua a sfoggiare la solita insipienza, la
solita demagogia, le solite pregiudiziali ideologiche (eguali e contrarie a
quelle del Cavaliere), nonché le solite divisioni interne; e, cosa più grave di
tutte, la cronica incapacità di far emergere una nuova classe dirigente, che
prenda il posto di quella del tempo di D’Alema - a meno che il “nuovo” sia
rappresentato da uomini come Matteo Renzi, che sono buoni, tutt’al più, per
fornire qualche facile sketch su base giovanilistica ad un comico come Maurizio
Crozza.
Bersani, parliamoci chiaro, non ha la statura di un leader nazionale, qualunque
giudizio si voglia dare sulla sua buona fede, una categoria etica, quest’ultima,
che, sul terreno politico, risulta di assai difficile verifica: se la si intende
come onestà intellettuale, allora, forse, gli si potrebbe anche dare un sei meno
in pagella, ma ci vuol altro per fare un futuro capo di governo, in un Paese
sinistrato e paralizzato come lo è l’Italia di questi ultimi anni.
Nichi Vendola è sembrato a molti rappresentare la vera novità della sinistra; ma
la nuova formazione politica, Sinistra, Ecologia e Libertà (originariamente:
Sinistra e Libertà) pare più un minestrone vetero-marxista, con qualche
pennellata di postmoderno; una specie di Democrazia Proletaria in versione
aggiornata e corretta in salsa ambientalista, ma caratterizzata dalla vecchia
incapacità di comprendere ciò che avviene dall’altra parte della barricata:
valga per tutti il rifiuto verso qualunque ipotesi di dialogo con il leghismo,
che non è solo un partito politico, ma una cultura politica ormai saldamente
radicata nel Settentrione e con la quale bisogna saper fare i conti, se si vuole
candidarsi alla guida del Paese (di cui il Nord, piaccia o non piaccia, è la
parte trainante) e non a una sorta di meridionalismo neocomunista in chiave
anti-settentrionale, statalista e assistenzialista.
A sorpresa, l’unico uomo dell’opposizione che abbia parlato da leader,
all’indomani della vittoria nei referendum del 12 e 13 giugno 2011, è stato Di
Pietro: avrebbe potuto gonfiare le piume come un pavone (Bersani lo ha fatto,
rendendosi abbastanza ridicolo), invece ha riconosciuto lealmente che a quel
risultato avevano concorso tanto elettori di centro-sinistra che elettori di
centro-destra e che tutti meritavano ugualmente rispetto.
Però l’Italia dei Valori nasce come risposta specifica a un male specifico della
politica italiana, la privatizzazione della politica fatta dal berlusconismo:
caduto questo, anche quella perderà la propria ragion d’essere.
Il rispetto della legalità dovrà essere patrimonio di tutti i partiti, senza
eccezione; oppure l’Italia non riuscirà mai a diventare un Paese normale.
E avrà sempre bisogno di Salvatori della Patria, di sfrenati demagoghi, di
sfrontati bugiardi, di arroganti piccoli uomini che si spacciano per grandi: con
tutta la loro costosissima corte di adulatori, di faccendieri, di maneggioni e
di ruffiani; con tutti questi Bisignani, questi Lele Mora, queste P2 e P3 e P4…
Non è solo la classe politica, comunque, che va mandata in pensione al più
preso; è tutta la classe dirigente italiana, prima che possa infliggere altri
colpi al sistema-Paese, prima che possa distruggere quel poco che rimane del
tessuto sociale.
Di manager come Marchionne, per esempio, che sanno solo ricattare la classe
operaia e tagliare ulteriormente i diritti dei lavoratori, non sappiamo che
farcene: sono pagati milioni di euro per ridare fiato e competitività alle
nostre industrie, ma le loro ricette sono quanto di più vecchio, di più
decrepito, di meno intelligente si possa immaginare.
Pensano ancora come se fossimo nel 1911 e non nel 2011; credono ancora di poter
scaricare sempre sugli stessi povero Cristi i costi della crisi e della loro
stessa insipienza, della loro stessa mancanza di creatività, di spirito
d’innovazione, di strategia complessiva.
È gente col paraocchi, che pensa vecchio e che non sa vedere un metro al di là
del proprio naso; gente che in un capitalismo serio, come quello tedesco o
quello giapponese, verrebbe adibita tutt’al più al ruolo di caporeparto, non
certo di amministrare delegato di una delle maggiori industrie al mondo…
Bisogna mandare a casa questi gerontocrati avvizziti e boriosi, incollati
indissolubilmente alle loro poltrone e fare spazio ai giovani: non solamente
perché giovani, ma a quei giovani che sanno pensare in grande, che sanno pensare
in termini nuovi.
Per uscire dal punto morto, dobbiamo ripensare tutti gli ambiti della vita
nazionale: dall’economia alla finanza, dalla cultura alla ricerca,
dall’amministrazione ai servizi pubblici, dalla giustizia alla pubblica
sicurezza, dalla politica estera alle forze armate.
Occorre mettere mano alla scopa e spazzar via la polvere da ogni angolo della
vecchia casa ammuffita; spalancare le porte e le finestre e lasciar entrare
l’aria fresca; ventilare le stanze sonnacchiose, dove i ragni hanno filato
indisturbati le loro ragnatele, e permettere che irrompa il soffio di una vita
nuova…
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