mattia feltri
roma
Tanzania libera! Cosentino
premier!». Se il paradosso etnico-territoriale non basta, non si contano gli
sms, a dir poco ironici, girati in serata sui migliori telefonini padani.
Eccone un altro: «Prevista un’enorme pastiera con il Sole delle Alpi fatto di
canditi verdi portata in corteo su un carro trascinato da Pulcinella
saltellanti...». L’angolo della goliardia non è un lenitivo: spiega meglio il
disastro di giornata culminato col ceffone che il maroniano Giampaolo Dozzo è
stato lì lì per mollare al bossiano Luca Paolini.
I leghisti di Montecitorio erano in riunione per stabilire una linea che
mascherasse lo sfascio in corso, e l’avevano affidata proprio a Paolini
(membro della Giunta per le autorizzazioni a procedere) che stava riassumendo
i punti essenziali del discorso. Uno dei quali riguardava Enzo Carra e i
famosi schiavettoni di vent’anni fa (quanto esultò la Lega...). Dozzo non ci
ha visto, si è messo a gridare che Carra era uno che si era augurato la morte
del capo (interpretazione estensiva di una vecchia dichiarazione), e la lite
conseguente e finita con le tesi muscolari di Bozzo trattenute a stento.
A quel punto la giornata era conclusa, una giornata strana, aperta la sera
prima dall’autoribaltone di Bossi con la concessione di libertà di coscienza,
dopo che lunedì la segreteria politica aveva deliberato che Nicola Cosentino
fosse consegnato alla competente magistratura borbonica. È stato spiegato poi
che Bossi voleva far uscire allo scoperto i congiurati, cioè i maroniani,
sospettatissimi dal Cerchio Magico di essere i vili spifferatori delle notizie
sugli investimenti in Tanzania e sulle frivolezze del giovane Bossi-Trota.
Ieri - nove di mattina - i nostri maroniani parevano pronti ad accettare la
sfida visto che due o tre di loro offrivano al cronista le seguenti
riflessioni: «Se oggi siamo costretti ad andare alla conta, si dimostrerà
una cosa, che il Re è nudo. Ci dispiace dirlo, con l’amore che proviamo per
Bossi. Ma ormai lui è circondato da una cricca di bastardi che gli dipingono
una realtà distorta». Siamo stati poi inseguiti per ore da costoro coi
conti aggiornati all’ultima ora: «Siamo in percentuale ottanta a venti... Noi
siamo più di quaranta, loro neanche una ventina... Una ventina? Saranno
dieci!...».
Il rapporto di forze è rimasto poi misterioso, era però evidente l’affilar di
coltelli che presupponeva spargimento di sangue. Ma che le cose erano
cambiate, è stato chiaro a mezzogiorno, mentre l’aula si stava riunendo per
trattare il caso. Intanto era circolata la notizia del quasi match fra Dozzo e
Paolini. E poi Maroni, intercettato in Transatlantico, prima sosteneva di non
essere in grado di rispondere alle domande causa raspino in gola («Va... do...
a be... re un... bicch... iere... d’ac... qua...»), poi rispondeva così: «Non
lo so». «Vediamo». «Non lo so...». L’euforia dei sottoposti era sfumata
davanti alla livida cera dell’ex ministro, deciso a rinviare il duello.
Al momento topico, infatti, ha parlato soltanto Paolini che ha infilato
un’arringa giuridicamente impeccabile, fattuale, supergarantista, tutta testa
e niente pancia, e conclusa con la famosa dichiarazione di libertà di
coscienza. «Maroni è arrabbiatissimo. Mi ha lanciato un’occhiataccia...», ha
detto più tardi Paolini. Certo, un’occhiataccia sembrava un po’ poco. Ci si
aspettava che Maroni marcasse le differenze in altri modi. E invece la Lega
(che non celebra un congresso da dieci anni, dal 2002, record europeo) ha
dimostrato di essere ancora un partito sufficientemente coreano da non
abbattere il Caro Leader, e ormai non sufficientemente coreano da nascondere
lo sporco sotto il tappeto (a proposito, ecco un’altra della mattinata:
«Investimenti in Tanzania? Ma se dava di più il Conto arancio!»). Infatti
Maroni poi ha ripetuto di avere votato per l’arresto. E Bossi ha replicato:
«Non piangeremo per questo». Il disastro è evidente: se Maroni avesse vinto (o
almeno partecipato), ne sarebbe uscita distrutta la Lega; quella di Bossi,
dicono però i maroniani, è una vittoria di Pirro poiché gli elettori hanno
subito manifestato - via radio e via internet - il loro disinteresse ai temi
del garantismo: «Siamo per la Lega della legalità fondata da Bossi», ha
scritto uno. La solita dichiarazione di guerra al Cerchio Magico. Ma c’è
qualcuno che spara a Sarajevo?

Che Bossi fosse circondato da una
cricca di bastardi ce ne siamo già accorti dieci anni fa, e infatti abbiamo
preferito andarcene fuori da questo partito di merda, anche perché i bastardi
se li è scelti Bossi e fanno esattamente ciò che il "capo" vuole.