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Spesa pubblica e legami tra politica e affari hanno ostacolato in Italia la cultura liberista Ammalati di statalismo Il Pci si pronunciò per la lotta ai monopoli, ma solo a quelli privati Per comprendere come la "cultura di mercato" non abbia mai messo salde radici in Italia, occorre tenere in conto le modalità peculiari del nostro processo di sviluppo dal volgere dell'800 alla Seconda guerra mondiale, e i retaggi che esse ci lasciarono. Poiché si trattò di un processo sorretto, assecondato o condizionato in larga misura dall'interventi dello Stato. Ciò in base a logiche e calcoli che avevano a che fare con obiettivi di carattere prevalentemente politico. A far da battistrada a questo riguardo fu la classe dirigente post-unitaria che si era formata in sintonia con i principi liberisti, ma che finì per convertirsi al protezionismo, in quanto pervasa da un timore sempre più assillante e per altro non infondato. Ossia, che un paese come l'Italia, con un'agricoltura per lo più di sussistenza e una debole struttura produttiva, sarebbe stato condannato inevitabilmente, nell'età dell'acciaio e del vapore, a una condizione di infantilismo economico e, quindi, all'emarginazione politica dal concerto delle grandi potenze dell'epoca, se non si fosse proceduto a elevare i dazi e a generose sovvenzioni pubbliche a sostegno di un'industria ancora in fasce. Si giunse così, in nome della ragion di Stato, a sorvolare sopra una certa collusione fra l'amministrazione pubblica e i maggiori gruppi di interesse come su spregiudicate speculazioni finanziarie d'altro bordo. Ai primi del 900, quando riuscimmo a portare a compimento il decollo industriale (grazie anche a un sistema bancario su modello tedesco, peraltro anomalo e denso di incognite, perché basato su una stretta compenetrazione fra banca e industria), furono le sirene del nazionalismo a suonare le trombe del "patriottismo del prodotto lordo". Poiché propagarono un miraggio suggestivo che "l'Italia grande proletaria" avrebbe conquistato un rango di primordine nel proscenio europeo qualora si fosse dotata, dalla siderurgia alla cantieristica navale, di robuste concentrazioni industriali dai connotati monopolistici, in grado di farsi valere e di sostenere una politica imperialistica, al pari di quella delle principali nazioni. All'indomani della crisi mondiale del 1929, quando il dissesto delle "banche miste" (espostesi oltre misura negli investimenti industriali a scapito dei risparmi della loro clientela) minacciò di provocare anche il crollo del Regime, il Governo fascista portò in grembo allo Stato, tramite l'Iri, una parte consistente dell'apparato finanziario e industriale (al punto che il grado di statalizzazione dell'economia italiana era inferiore solo a quello dell'Unione Sovietica) ed ebbe così modo di orientare l'utilizzo di notevoli risorse in funzione dei suoi piani di espansione coloniale e di riarmo. L'Italia ereditò perciò dopo il 1945 un'economia contrassegnata sia da un indirizzo militar-autarchico e da un ordinamento corporativo, sia soprattutto da una rilevante presenza della mano pubblica. E ciò senza paragoni con altri Paesi dell'Occidente, dove pur lo Stato aveva assunto, durante la depressione degli anni 30, un ruolo importante per rilanciare la domanda e l'occupazione. Luigi Einaudi e gli economisti liberisti avrebbero voluto che si procedesse a uno smantellamento, sia pure convenientemente pilotato, dello "Stato banchiere e imprenditore". Ma c'era di mezzo la salvaguardia di un gran numero di posti di lavoro, e questa esigenza era tanto più preminente anche dal punto di vista politico in un Paese scosso da forti tensioni sociali e dalle aspettative rivoluzionarie dei militanti comunisti e socialisti. Di fatto, quel che Einaudi, quale ministro del Bilancio, riuscì a fare (in ciò assecondato da De Gasperi) fu il salvataggio della lira da un'inflazione altrimenti micidiale. Fu poi merito di alcuni manager pubblici se la gestione delle aziende a partecipazione statale venne improntata secondo criteri di efficienza ed economicità. E si dovette, da un lato, all'iniziativa di Cesare Merzagora e di Ugo La Malfa una prima liberalizzazione degli scambi; e, dall'altro, all'opera di Ezio Vanoni, nei Governi centristi, se i programmi di riassorbimento della disoccupazione e gli oneri per la riforma agraria e l'istituzione della Cassa per il Mezzogiorno non compromisero il risanamento delle finanze pubbliche. Fu così possibile provvedere alla ricostruzione e porre le premesse del "miracolo economico", grazie anche alla stabilità monetaria garantita dalla Banca d'Italia di Donato Menichella. Ma occorre ricordare che non fu agevole liberarsi dalle scorie del protezionismo. Unicamente Angelo Costa e pochi altri esponenti del mondo imprenditoriale condivisero la progressiva apertura al mercato internazionale, mentre gran parte degli industriali continuò per parecchio tempo a temere le conseguenze dell'adesione nel 1957 alla Cee. Né va dimenticato che, se il Pci si pronunciò per una lotta ai monopoli, si riferiva unicamente a quelli privati, e che per il resto continuò ad opporre le sue pregiudiziali ideologiche all'economia di mercato, indipendentemente da una sua appropriata regolazione (come invece chiedevano Ernesto Rossi e gli "Amici del Mondo"), e ciò in quanto essa era espressione per antonomasia del sistema capitalistico. D'altra parte, i socialisti davano l'impressione ai tempi del Centro-sinistra, di mirare a determinate riforme di struttura quali presupposti per il passaggio a un'economia pianificata, e non già per correggere alcuni stridenti squilibri provocati dal boom economico altrettanto intenso che convulso. Furono poi i contraccolpi del declino degli accordi di Bretton Woods, l'impennata dei prezzi petroliferi e una conflittualità endemica nelle fabbriche protrattasi per tutti gli anni 70 a ridurre il sistema economico a uno stato di grave emergenza. Cosicché, tra le secche della recessione e i marosi dell'inflazione non restò che cercare di salvare il salvabile con qualsiasi mezzo anche i più eterodossi e tali da dar luogo a nuove ipoteche. E se ci fu qualche rimonta, lo si dovette soprattutto alle svalutazioni competitive della lira. Ad ogni modo, se dovessimo indicare i motivi principali per cui non si affermò alla lunga una "cultura di mercato", e neppure un'autentica cultura riformista di tipo socialdemocratico, non c'è dubbio che essi vadano rintracciati, da un lato, nell'espansione senza freno della spesa statale e, dall'altro, sia nell'occupazione lottizzata e clientelistica del settore economico pubblico che nelle commistioni fra politica e affari. Poiché la prima circostanza diede luogo a una sorta di "partito unico del debito pubblico" e le altre a una degenerazione del sistema partitocratico che sfociò nella crisi della Prima Repubblica. Valerio Castronovo |