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LA STAMPA, 13 Agosto 2005


CON UNA LEGGE DEL 2000, VOLUTA DAL CENTROSINISTRA, DISTRIBUITE INDENNITA’ A TUTTI, ANCHE AI CONSIGLIERI DI QUARTIERE


I partiti ci sono costati 470 milioni in cinque anni


Ormai sono statalizzati. E più di 150 mila eletti hanno lo stipendio da enti pubblici

Fabio Martini
ROMA
All’origine di tutto c’è una piccola ipocrisia. Molto italiana. Per non sconfessare, almeno formalmente, il 90% degli elettori che 12 anni fa bocciarono con un referendum il finanziamento pubblico della politica, i partiti hanno ribattezzato «rimborso elettorale» il torrente di denaro che ogni anno fanno affluire nelle proprie casse. Ma il titolo della legge 156 del 26 luglio del 2002 - «Disposizioni in materia di rimborsi elettorali» - è tranquillamente contraddetto dalla realtà: con i 470 milioni di euro erogati dallo Stato in 5 anni, quasi 1000 miliardi di vecchie lire, i partiti fanno ben altro che coprire le spese per gli spot, i manifesti e per la colla. Quei soldi servono soprattutto a tenere in piedi gli apparati, perché «è accertato - sostiene il costituzionalista Stefano Ceccanti - che per coprire le spese elettorali basterebbero finanziamenti molto più bassi di quelle erogati dallo Stato», mentre «si è preferito gonfiare la voce dei rimborsi, non cancellati dal referendum del 1993, che abrogò invece il finanziamento pubblico in quanto tale».
Un’ipocrisia necessaria, obiettano in coro i tesorieri dei partiti, perché la democrazia e la politica hanno un costo
. Ma dai bilanci dei principali partiti si scopre che oramai ben il 70% delle loro entrate sono statali, mentre è sempre più circoscritto l’apporto degli iscritti e dei simpatizzanti, per non parlare di quello delle aziende. Ma la progressiva «statalizzazione» dei partiti italiani ha due facce: il congruo finanziamento pubblico, ma anche il boom dei professionisti della politica, così diversi dai vecchi funzionari che trascorrevano vite intere tra i militanti del proprio partito. Certo, stime ufficiali non ce ne sono ancora, ma si calcola che in Italia siano oramai più di 150 mila le persone che ricoprono cariche elettive retribuite.
E’ anche l’effetto di una legge del 2000, voluta dal centrosinistra e che ha distribuito indennità a tutti, fino all’ultimo consigliere di quartiere. E oltre a questo piccolo esercito di persone che vive di politica, c’è la «zona grigia» formata dai circa 200 mila incarichi esterni del settore pubblico, recentemente monitorati dalla Corte dei Conti.
«Pur in mancanza di studi specifici - spiega il professor Salvatore Vassallo, vicepresidente dell’Istituto Cattaneo - si può affermare che in Italia si sia verificata una crescita che non ha paragoni in Europa delle spese per le indennità che riguardano gli eletti ai vari livelli ma anche per gli staff che vi ruotano attorno, tanto è vero che per il ceto politico sono diventate più attraenti queste posizioni rispetto a quelle di direzione territoriale. Per dirla con una battuta: oggi il segretario di federazione ha meno segretarie del presidente del consiglio comunale o del presidente del consiglio regionale».
E’ l’effetto di una rivoluzione silenziosa: nati come associazioni private che si autofinanziavano, oramai i partiti si alimentano soprattutto con i finanziamenti statali, che, per dirla con il tesoriere di An Francesco Pontone, «sono quelli che ci consentono di essere indipendenti e non soggetti alle lobbies». Certo, ogni partito è diverso dall’altro. Sulla base degli ultimi bilanci depositati, quelli del 2003, si scopre per esempio che i Ds - ancora oggi il partito più strutturato e con più iscritti - trae modeste risorse dal tesseramento (soltanto 800.742 euro rispetto ai 10.034.342 di Forza Italia) per via del differente costo dell’iscrizione, mentre resta assai rilevante il contributo volontario (a cominciare dai parlamentari) che per la Quercia arriva a ben 14 milioni di euro. Molto basso per tutti i partiti - An è l’unica, modesta eccezione - il contributo dei finanziamenti privati, perché «da noi troppa pubblicità è controproducente», come sostiene il tesoriere della Lega Maurizio Balocchi.
Ma i soldi che arrivano dallo Stato sono troppi o troppo pochi? Il senatore Renato Cambursano - che ha amministrato un partito piccolo (Italia dei Valori), uno medio (i Democratici di Prodi) e uno quasi grande (la Margherita, nella quale milita)- non ha dubbi: «Chiunque sia in buona fede ammetterà che i circa 400 miliardi di vecchie lire che ogni anno arrivano ai partiti siano eccessivi e servano a nutrire apparati centrali che stanno tornando ad essere imponenti».

 

 

LA STAMPA, 13 Agosto 2005

 

Un altro modo per aggirare il «no» al finanziamento pubblico ai partiti è originato dal moltiplicarsi di indennità che i parlamentari e i gruppi ricevono a vario titolo. Ne abbiamo parlato con il docente di Scienza della politica Gianfranco Pasquino, un torinese cresciuto alla scuola di Bobbio che ora insegna a Bologna.
Professor Pasquino, siamo di nuovo alla soglia di guardia, nel rapporto tra politica e denaro?
«Altro che! La si è superata. Negli ultimi 5 o 6 anni non soltanto sono arrivati i portaborse ovunque, con una forte espansione numerica, ma anche le cariche politiche sono cresciute. E’ aumentato il numero delle Province, i consigli regionali hanno elevato il numero degli eletti, siamo andati oltre ogni previsione».
Con quale risultato?
«Che in Italia esiste la più ampia classe “sottopolitica” di ogni altro Paese di democrazia occidentale, se si escludono le cooptazioni dei vecchi Soviet...».
Eppure nel ‘93 con Tangentopoli vi fu una forte reazione morale.
«I partiti si sono ripresi tutto con gli interessi. E le dirò di più. Il bipartitismo che comporta l’alternanza, dunque la possibilità di perdere il proprio posto, ha peggiorato le cose».
In che modo?
«Chi viene eletto si tutela, assume assistenti o li fa assumere perché possano rimanere. E per fare carriera politica è diventata quella la strada principale».
Vede qualche soluzione?
«Galante Garrone si definiva un “giacobino mite”. Ebbene, io non sono affatto mite. Vedo un’unica soluzione: ridurre in modo drastico gli enti locali, le Regioni, le Province, i Comuni. Si dovrebbero accorpare i centri più piccoli tra di loro, creare le maxi-Regioni, tagliare. Invece hanno aumentato tutto, compreso il numero degli assessori».
E in Parlamento?
«Stessa terapia d’urto
. Devo dire che l’unico aspetto della riforma costituzionale della Casa delle libertà sul quale sono d’accordo è il taglio a 400 deputati circa e 200 senatori. Ma non penso che loro ci credano davvero...».
Lei è stato deputato, una ventina di anni fa...
«Sì, e provai a presentare un disegno di legge molto semplice, nel quale si stabiliva che lo stipendio dei deputati veniva tolto totalmente alla potestà del Parlamento. Non soltanto erano altri a deciderlo, ma una volta fissato non si sarebbe più potuto cambiarlo».
Che cosa successe?
«Il capogruppo del Pci di allora, Pecchioli, mi chiamò e mi disse: “Ma ti rendi conto di cosa proponete
?”. Non se ne fece nulla».\

 

  

LA STAMPA, 13 Agosto 2005


intervista


IL COSTITUZIONALISTA: PIU’ GRAVE DELL’AGGIRAMENTO DEL REFERENDUM

Barbera: «Se manca il volontariato
è il sintomo di una politica debole»

GIGI
PADOVANI

Il 18 aprile 1993 gli italiani andarono alle urne per abrograre, con un referendum, il finanziamento pubblico ai partiti: il «sì» vinse al 90,3 per cento. Si tornò alle urne nel 2000 per abolire i rimborsi che avevano sostituito il finanziamento diretto, ma non si raggiunse il quorum. I soldi che arrivano ai partiti oggi sono quindi un modo per aggirare la volontà popolare?. Ne abbiamo parlato con il costituzionalista Augusto Barbera, docente all’Univesità di Bologna.
Professor Barbera, come vede questo impennarsi dei costi della politica?
«Le prebende sono cresciute ovunque, dai consiglieri comunali fino a quelli di quartiere: a Catania si sono moltiplicate le liste presentate proprio per questo...».
E’ stata così aggirato il referendum?
«In realtà non è proprio un aggiramento, perché non si tratta di un finanziamento ai partiti in quanto tale. Dopo Tangentopoli, si addossano alle cariche pubbliche il costo delle persone che un tempo erano negli apparati di partito».
Alcuni partiti, come il Pci, avevano un ampio numero di funzionari a tempo pieno.
«Per questo credo che parlare di aggiramento del referendum sia riduttivo. Si tratta di qualcosa di più, non di una volontà perversa. I partiti in realtà non hanno più le risorse che avevano una volta. Sono in forte difficoltà perché non esiste più il volontariato. E’ il segno di una patologia, di una crisi vera e dei partiti».
Questo sistema dei rimborsi elettorali la convince?
«Evidentemente non basta. In Italia il finanziamento pubblico ai partiti incominciò nel 1974 come reazione allo scandalo dei petroli...».
Quale soluzione pensa si debba adottare?
«E’ corretto
che chi svolge funzioni pubbliche sia pagato. A volte si usano anche le consulenze, oltre agli incarichi pubblici e quindi questo diventa un sistema per pagare persone vicine al partito».

E’ stato definito come «spoil system»: si tratta del cambio di funzionari nella pubblica amministrazione con il mutare della maggioranza.
«Doveva essere un modo per superare la rigidità della selezione burocratica ma si è esagerato. Se la cura è stata da cavallo, gli effetti sono negativi: prima con la Bassanini e poi con la legge Frattini».
E’ tornata la questione morale?
«Non come ai tempi di Tangentopoli: allora i partiti erano arroganti e invadenti
. Oggi in tutto questo vedo invece un sintomo di debolezza della politica, come dimostrano le vicende degli ultimi scandali finanziari».