LA STAMPA, 05 Agosto 2005
di Stefano Micossi
IL centro sinistra è guidato
da un economista e conta tra le sue fila un personale politico e amministrativo
con forte cultura economica e istituzionale. Ma questo non è ancora sufficiente
a garantire una guida efficace per la soluzione dei gravi problemi economici che
ci attanagliano. Il problema è che, al di là delle posizioni antimercato diffuse
tra le forze politiche della coalizione, la diagnosi resta confusa anche tra
coloro che il mercato vorrebbero promuoverlo.
Per riassumere in modo semplice il problema, anche quelli del centro sinistra
che sono a favore del mercato, soffrono di "industrialismo": pensano cioè che il
cuore delle nostre difficoltà sia risolvibile con politiche di intervento mirate
essenzialmente ad innalzare il contenuto tecnologico della nostra industria,
appunto, politiche "industriali". Mentre invece la nostra incapacità di crescere
e di innovare ha radici diffuse, che occorre attaccare con strategie più ampie,
tese a cambiare i comportamenti in tutti i comparti, a cominciare dal settore
pubblico.
Per convincersi di questo basta guardarsi intorno. La cattiva qualità, sintomo
di bassa produttività, è dappertutto. Sono cattivi, e troppo cari, i servizi di
trasporto pubblici e quelli privati, i servizi di ristorazione e quelli
alberghieri, le amministrazioni pubbliche, la distribuzione commerciale e le
professioni private, l'amministrazione della giustizia e l'università. L'unica
industria che va bene, è quella di medie dimensioni esposta alla disciplina dei
mercati internazionali; tutto il resto, incominciando dai servizi finanziari,
arretrati e costosi, va male, oppure va bene perché sfruttando il suo potere di
monopolio, succhia rendite al resto dell'economia, rendendola ancora più debole.
I grandi corruttori dell'economia, la causa prima della mancanza di innovazione
e di produttività, sono il settore pubblico, le leggi protettive dalla
concorrenza e i sussidi pubblici all'industria privata.
Il settore pubblico spende la metà della domanda aggregata e distribuisce il 20%
dei salari. La sua domanda è di cattiva qualità, perché viene gestita e
distribuita da politici, e da persone di nomina politica, in base a
considerazioni non economiche. Dagli appalti per le opere, alle forniture per
servizi, alla gestione interna, la regola è di compiacere amici, clienti,
dipendenti. Chi fornisce la pubblica amministrazione non si deve preoccupare di
fare bene; basta che accomodi le richieste di chi gli ha garantito l'appalto. I
dipendenti pubblici hanno avuto aumenti di oltre il 30% negli ultimi cinque
anni, contro meno del 15% ai dipendenti privati; ma a loro non è richiesto di
lavorare in maniera efficiente, né possono essere disciplinati o licenziati se
non lavorano. I professori universitari e i magistrati non rispondono a nessuno
dell'uso del loro tempo e della qualità del loro lavoro; i sistemi di
autogoverno creati per difendere la loro indipendenza, che resta un bene da
tutelare, sono diventati una sicumera che consente di lavorare poco e male,
senza doverne rendere conto. I fondi per la ricerca pubblica sono in gran parte
sprecati, in un sistema che non seleziona seriamente i progetti secondo gli
standard internazionali, ma distribuisce denari ai potentati accademici.
Il secondo grande corruttore del tessuto economico è la protezione diffusa dalla
concorrenza garantita da leggi e regolamenti amministrativi, ma anche accordi
collusivi tra i produttori; tra questi, gli accordi sindacali giocano un ruolo
fondamentale nell'impedire l'impiego efficiente e la mobilità delle risorse. Il
risultato è che è troppo difficile e costoso iniziare una nuova attività, o
chiuderne una che non dà profitto; dovunque si deve pagare taglie e balzelli
agli occupanti dei diversi comparti. In questo ambiente, investire per innovare
è un lusso, anzi spesso uno spreco.
L'ultimo grande corruttore sono i sussidi pubblici all'economia, che tra una
cosa e l'altra superano i 20 miliardi di euro. Di questi, circa un quarto sono
contributi correnti alle ferrovie e all'Anas: cioè, deficit operativi ripianati
senza che vi sia alcun incentivo ad evitare che si ripetano. Quanto al settore
privato, si tratta di una incredibile molteplicità di interventi, senza
direzione né sistematica valutazione degli effetti. Di sicuro, un'impresa sana
non ha bisogno di sussidi per creare posti di lavoro durevoli e di qualità; se
un'impresa chiede sussidi, vuol dire che non sta in piedi con le sue gambe. Chi
riceve sussidi, tende a continuare a chiederli e protesta rumorosamente quando
si cerca di toglierglieli. Non c'è da stupirsi se intorno all'amministrazione
dei sussidi si è sviluppata una miriade di intermediari e faccendieri, la cui
principale abilità è l'accesso ai politici e alle amministrazioni che
distribuiscono il denaro.
Dare denaro all'industria non cambierà il tasso di innovazione. Bisogna cambiare
i vincoli e gli incentivi che determinano le scelte d' investimento. La prima
cosa da fare è di attaccare con vigore le grandi aree di corruzione del tessuto
economico: introducendo criteri di efficienza nella domanda e nella gestione dei
grandi comparti del settore pubblico, eliminando leggi protettive e balzelli a
favore delle rendite di monopolio, cancellando i sussidi all'industria privata -
magari, dando in cambio l'alleggerimento dell'Irap, che in tale modo troverebbe
copertura - e ogni sussidio corrente anche all'industria pubblica. Occorre
fermare l'occupazione politica delle amministrazioni e degli enti pubblici.
Occorre ristabilire regole uniformi di comportamento per tutti i soggetti
economici, applicate imparzialmente dai regolatori, senza interferenze improprie
della politica (duole constatare che su questo c'è ancora molta confusione nel
maggior partito del centro sinistra). E occorre sostenere e accompagnare chi
perde il lavoro verso una nuova attività, mantenendo il carattere temporaneo del
sostegno, incoraggiando l'avvio di attività indipendenti. Il resto verrà da
solo.