LA STAMPA, 27 Luglio 2005
ISTITUZIONI E SACRIFICI
IL PERICOLO
DELLA
POLITICA
TROPPO CARA
di
Federico Geremicca
CHE la politica abbia
un suo costo, è cosa inevitabile e nota. Che questo costo - i denari che brucia,
insomma - sia più o meno sostenibile e tollerato in rapporto ai livelli di
benessere generale, è altra cosa che la storia spesso si è incaricata di
dimostrare. Che questo costo, però - come documenta l’avvio di una bella
inchiesta de «Il Sole 24 Ore» - abbia raggiunto (per la sola Camera dei
Deputati) una cifra superiore al Pil di uno Stato come la Mongolia e addirittura
doppia rispetto a San Marino, ecco, che si fosse giunti a questo, è cosa che
continua a sorprendere. Non a scandalizzare, intendiamoci. Ma a sorprendere, sì.
Certo, a leggere dentro i dati
pubblicati da «Il Sole» si può rilevare che sull’amministrazione di Montecitorio
pesano più le spese per il personale e per l’affitto di alcune sedi, piuttosto
che quelle per le diarie dei deputati. Ma non è questo il punto. La questione è
che quando un’istituzione come la Camera dei Deputati costa qualcosa come 1,46
miliardi di euro e la spesa magari diventa non più sostenibile, non è che per il
cittadino faccia poi tanta differenza se costa tanto per colpa dei politici
piuttosto che del personale e degli affitti. E indirizza il suo sdegno e la sua
sfiducia - per usare un paio di eufemismi - contro l’istituzione intera.
Politici compresi, certo. Ma i politici si possono cambiare. Operazione che con
le regole e i luoghi della democrazia, risulta un po’ più difficile...
Non fosse che per questo, la classe
politica, sia di maggioranza che di opposizione, dovrebbe considerare tema
politico - appunto - e non moralistico, o peggio ancora demagogico, quello della
riduzione dei costi della politica. Lo fa raramente. E quando lo fa, accade o in
ragione di qualche catastrofe (Tangentopoli) o come scusa per parlar d’altro. Al
modo, per dire, di quanto è successo qualche settimana fa tra la Direzione
nazionale dei ds e alcuni governatori dell’Unione accusati di personalismo e -
appunto - di spese facili. Il tempo dedicato a discutere del merito della
questione si è rapidamente consumato, per lasciare spazio al per chi e al per
come, al chi giova e al che c’è dietro. Di sapere se i governatori dell’Unione -
che hanno sciorinato fior di cifre in propria difesa - si sono o no lasciati
andare a spese facili, se ne parlerà un’altra volta.
Chiunque sarà al governo del Paese la
primavera prossima, probabilmente dovrà chiedere agli italiani di stringere un
po’ la cintura. Già oggi questo accade. In più, si sollecita pazienza - mentre
le auto blu continuano a scorrazzare - se l’esodo sarà funestato dai soliti
lavori in corso, se i prezzi sono aumentati, se all’aeroporto le file per i
controlli antiterrorismo si sono fatte infernali. Ma il momento è quello che è:
e chiedere sacrifici, di fatto, più che una scelta è diventata una necessità. E’
troppo sollecitare in cambio - alla politica, alle istituzioni - una
disponibilità analoga? Dove il punto, in tutta evidenza, non è l’autoriduzione
delle diarie dei parlamentari, quanto una cosa assai più modesta: che finalmente
si cominci a discutere della riduzione dei costi della nostra politica come di
una questione - appunto - politica. Pena il rischio - sempre presente, ma
insidiosissimo in una fase così - di nuove e traumatiche separazioni tra
cittadini e istituzioni.