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LA CORTE DEI CONTI PERO’ ASSOLVE IN PARTE
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Peggiorano i bilanci delle Regioni,
sanità in rosso

Il deficit 2004 è raddoppiato:
si concentra in Campania, Lazio e Sicilia

02 Agosto 2005

di Alessandro Barbera

ROMA. Non c’è Finanziaria che tenga. Nonostante i lauti (e sempre crescenti) stanziamenti a suo favore, la spesa sanitaria non riesce a rispettare i target fissati dalle manovre di finanza pubblica. E’ andata così anche nel 2004, come sottolinea la Corte dei Conti. Non a caso l’indebitamento complessivo delle aziende sanitarie è più che raddoppiato, raggiungendo i 5 miliardi e settecento milioni dai 2,4 miliardi del 2003. Secondo i dati della «relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali» non bisogna però fare di tutt’erba un fascio: a tre Regioni - Campania, Lazio e Sicilia - sono riconducibili nel 2004 oltre due miliardi di perdita, più del 58% del totale. L’anno scorso la Regione guidata da Bassolino ha speso oltre sette miliardi di euro sui più di ottanta complessivamente stanziati dallo Stato per finanziare la sanità. Vanno bene Puglia e Lombardia, anche se quest’ultima ha speso ben 13 miliardi e 400 milioni, quasi un miliardo in più rispetto al 2003. Nel 2004 sono andate in deficit Emilia-Romagna e Toscana, soprattutto a causa di onerosi rinnovi contrattuali. Cresce anche la spesa per il personale delle Regioni, e ovunque: più 9%. Però in quelle del Sud ci sono molti più dipendenti: il numero di occupati per mille abitanti è in media pari a 1,67 unità contro le 0,64 nel Nord e le 0,90 nel Centro.
La spesa per il personale è la voce che preoccupa di più la Corte, soprattutto per quanto riguarda la sanità. D’altra parte questa è la voce che assorbe circa l’83% dell’intera spesa corrente delle Regioni. «Questi risultati rappresentano la voce più a rischio per la tenuta delle gestioni, e «incidono su una corretta evidenziazione dei costi», come ad esempio gli accantonamenti che andrebbero fatti per sostenere il costo dei rinnovi. Basti per tutti un esempio: al netto della quota a carico dello Stato - 328 milioni - di circa 2,6 miliardi di euro di oneri per pagare gli aumenti 1,8 se ne sono andati in arretrati. Come a dire: le Regioni non accantonano nulla, salvo presentare il conto al governo.
Va male anche la spesa farmaceutica, che peggiora il dato del 2003. Allora, senza considerare ticket e sconti delle farmacie, era scesa del 5,4%. Nel 2004 torna invece a salire dell’8%. I costi dei farmaci assorbono il 13,6% delle risorse della sanità, lo 0,6% in più dello stanziato. Sembra poco, ma in un bilancio di oltre ottanta miliardi di euro sono un sacco di soldi: un miliardo e 341 milioni. Il 90% delle eccedenze di spesa è imputabile a quattro Regioni: di nuovo Campania, Lazio, Sicilia e in questo caso la Puglia. Altre 7 sono riuscite a mantenere la spesa entro i parametri.
Migliora invece la capacità di programmazione della spesa sanitaria, vale a dire degli investimenti. A fine 2004 dei 12,7 miliardi di euro previsti, ne sono stati stanziati 10,6. Dati «parziali e con forti differenze a livello territoriale», ma che per la Corte lasciano comunque ben sperare. Fra tante ombre la relazione cerca di trovare qualche luce. Come ad esempio la constatazione che, almeno formalmente, nel 2004 è stato rispettato il Patto di stabilità interno con Regioni ed Enti locali. Salvo però dover precisare che il peggioramento c’è stato proprio nelle categorie di spesa non soggette al Patto. Complessivamente le spese sono cresciute del 5,4%, quella corrente del 10,5%. Il presidente della conferenza delle Regioni (nonché presidente dell’Emilia-Romagna) Vasco Errani è comunque soddisfatto: «La relazione dimostra il nostro senso di responsabilità».
Per la Corte non bisogna essere troppo severi con le Regioni, «vittime dell’indeterminatezza del quadro istituzionale». In pratica, dicono i magistrati contabili, pagherebbero il ritardo nell’attuazione del federalismo fiscale. In sostanza: possono spendere soldi dello Stato ma non possono contare su altrettante risorse proprie. Una situazione che non induce alla disciplina di bilancio. Un’ultima ombra: la Consip. La cosiddetta «centrale degli acquisti della pubblica amministrazione» messa in piedi all’inizio della legislatura per garantire maggiori risparmi sulle forniture di tutto l’apparato dello Stato. Ora, dice la Corte, i risultati tornano ad essere pessimi soprattutto «a causa della sospensione delle gare decisa a partire da novembre 2003».

 

 

LA STAMPA,  Agosto 2005

ROMA
SPRECHI nella sanità? Non c’è che l’imbarazzo della scelta, quindi non resta che puntare i riflettori su una Regione, senza per questo assolvere tutte le altre. Questa volta tocca alla Sicilia, ma ognuno sa bene di avere ingombranti scheletri nei capienti armadi.
Più che uno scheletro, in questo caso, si tratta di un gigante addormentato. Un palazzo di otto piani, monoblocco imponente, padiglione polichirurgico attrezzato di tutto punto, completo di trauma center, e legato all’ospedale di terzo livello Villa Sofia, a Palermo. Da circa 27 anni la bella struttura resta in attesa del giorno in cui politici e personale sanitario si alterneranno per celebrare l’inaugurazione di «questo fiore all’occhiello» della Regione.
«Abbiamo più volte chiesto conto di questo spreco agli amministratori e, periodicamente, continuiamo a farlo - dice Renato Costa, segretario regionale della Cgil medici, specialista di medicina interna -. E, ogni volta, ci viene risposto che è questione di poco tempo e il monoblocco potrà entrare in funzione...».
Va da sè che, quando il simbolico nastro verrà tagliato, sarà opportuno, ma soprattutto obbligatorio, rivedere strumenti diventati già obsoleti e rimettere a norma tutti gli impianti. Con nuova, e di certo non insignificante, uscita di denaro pubblico.
Se nel campo dell’edilizia sanitaria le cose vanno in questo modo, non c’è da rallegrarsi neppure nel settore della farmaceutica.
Sempre a Palermo, un mese fa, nel deposito della Asl numero 6 («la più grande d’Italia, con un milione e 300 mila assistiti», secondo il dottor Costa), sono stati trovati farmaci scaduti per un valore di un milione di euro. Per la precisione, si trattava soprattutto di medicinali contro il diabete.
A qualsiasi casalinga che sappia fare bene il proprio mestiere nel gestire quotidiane spese tra scaffali di supermercato e banchetti di ambulanti, sorge spontanea la domanda: ma com’è possibile un tale spreco?
«Il motivo è semplice - risponde il medico sindacalista -: in Sicilia manca l’ufficio deputato a quel controllo di gestione che era stato introdotto dalla legge Bindi. Le nostre aziende sanitarie ne sono del tutto prive. Così come, del resto, ne è privo l’assessorato alla Sanità».
E proprio edilizia e farmaceutica fanno registrare i buchi maggiori nelle finanze destinate all’assistenza sanitaria.
Volendo analizzare meglio le cause degli sperperi in tema di medicinali, a parte la mancanza di organismi di controllo che appartiene, tuttavia, soltanto ad alcune realtà, bisogna rivedere certe teorie che si stanno, sempre di più, dimostrando false. «Si crede - osserva il dottor Costa - che la soluzione al dispendio in campo farmaceutico sia tentare di convincere la gente a non accumulare farmaci a casa propria. Ma il vero problema sta nell’appropriatezza delle prescrizioni e nella qualità della formazione dei medici, tutte cose che nessuno vuole mai sentire e meno che mai il nostro governo. Invece, ci si dovrebbe chiedere quanta prescrizione inutile si fa».
A questo proposito, ecco un altro esempio. In Sicilia (ma quante altre Regioni hanno lo stesso problema?) su cento Tac soltanto 10 sono positive, ovvero individuano una patologia. «Secondo la medicina basata sulle evidenze - rincara il sindacalista - una situazione del genere dovrebbe automaticamente far mettere da parte l’indagine diagnostica che, per essere utile, deve dare almeno il 50 per cento di risultati di positività».
La stragrande maggioranza delle Tac è, dunque, richiesta in modo non appropriato. E alla luce di quanto sta accandendo, è tempo di capire che applicare le regole di mercato alla sanità non è una buona scelta. In questo campo, infatti, non ha senso analizzare le domande, ma piuttosto i bisogni.
In Sicilia, l’ultimo piano sanitario regionale è del 2000-2002 e non è ancora attivo un osservatorio epidemiologico che analizzi i reali bisogni della gente. «Noi - conclude Renato Costa - abbiamo formidabili centri di eccellenza. Ma se un siciliano si rompe un femore, va a farsi operare al Rizzoli di Bologna. Però, se gli serve un trapianto di fegato, è servito».