LA STAMPA, 10 Agosto 2005
AUMENTANO GLI ELETTI, CRESCONO LE CONSULENZE,
ARRIVANO NUOVE FORME DI RIMBORSO
Giungla-stipendi con il federalismo
Conti in tasca ai 1247 politici di professione
delle Regioni
Sono 1247. Pagati da tutti noi, in diciannove
Regioni e due Province autonome, per gestire il 43 per cento del fatturato
dell’azienda Italia. Pari a 165 miliardi di euro: liretta più o meno,
significano 320 mila miliardi. Questi 1247 politici a tempo pieno sono i
presidenti, i consiglieri regionali, gli assessori esterni e i «sottosegretari»
(ultima invenzione) che gli italiani pagano con le loro tasse per occuparsi dei
poteri derivati dal federalismo. Mentre il Paese barcolla sotto il peso della
spesa pubblica senza freni, come si comporta questa nuova classe dirigente che
dovrebbe dare segnali di cambiamento, quando si tratta di decidere per se
stessa? Aumenta le cariche, consolida i propri staff di consulenti (con qualche
eccezione), si concede generose indennità parametrate ai deputati con tutto il
contorno di benefit, diarie e portaborse.
AUMENTI E SOTTOSEGRETARi
Gli ultimi sono stati i siciliani. Li
autorizza una legge del 1947: sono 90 deputati a tutti gli effetti, con tanto di
onorevole davanti al nome. Rappresentano il primo esempio di autonomia in Italia
e i loro stipendi sono equiparati al cento per cento di quanto ricevono i
senatori. Qualche giorno fa si sono ancora adeguati l’emolumento, in vista della
volata finale verso le elezioni 2006: incassano circa 20 mila euro al mese, ai
quali se ne sono aggiunti altri 420.
Toscana, Lazio e Puglia sono riuscite
a modificare lo statuto prima del voto di aprile, così i consiglieri sono
aumentati: più dieci a Roma e Bari (centrodestra) e più 15 a Firenze
(centrosinistra). Nel giugno scorso la giunta regionale del Veneto ha portato a
4 le persone che assessori e presidente possono portarsi nei propri uffici
dall’esterno, cioè non dipendenti regionali. Una cinquantina di persone, più
altrettante circa in Consiglio regionale, compresi ex autisti assunti (a tempo
determinato, si capisce) con stipendi da dirigenti. Nel frattempo Valentina
Galan, sorella del presidente, ha lasciato l’ufficio di presidenza - aveva fatto
regolare concorso, s’intende - per andare in una Usl a Padova. In Campania,
tanto per tenersi buoni quelli dell’opposizione, il ds Bassolino ha invece
concesso di tutto, con aumenti di commissioni e incarichi. Loiero (Margherita,
Calabria, ex ministro ed ex Udeur) si è invece inventato tre sottosegretari -
figura del tutto nuova nelle Regioni - dando tre incarichi: su Gioia Tauro,
sull’Europa e sull’assetto istituzionale. A quest’ultimo ruolo ha chiamato Paolo
Naccarato, ex Forza Italia, uomo di fiducia di Cossiga. Tanto per non sbagliare.
Un esempio contagioso. Sia Formigoni (Forza Italia, Lombardia) sia Errani (Ds,
Emilia-Romagna, nonché presidente della Conferenza dei governatori) hanno ora il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il loro «Gianni Letta federale».
LA GIUNGLA DEGLI STIPENDI
Ma è nella giungla delle «indennità
di carica» che emergono in modo più palese gli sprechi, i privilegi concessi a
piene mani, e anche le incomprensibili differenze tra Regioni e Regioni. Abbiamo
ricostruito come viene stabilita la «base» degli stipendi di questi 1247
professionisti della politica, cioè la percentuale dell’indennità di carica del
parlamentare cui sono parametrati. Nella tabella della pagina, costruita con
dati ufficiali richiesti agli uffici stampa di giunte e Consigli di tutta
Italia, si evince che un drappello di nove assemblee elettive ha varato leggi
«morigerate» per fissarsi gli emolumenti: Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna,
Lazio, Liguria, Marche, Molise, Toscana e Veneto fissano lo stipendio al 65 per
cento di quello dei deputati. Al top, come si è detto, la Sicilia. Generoso
anche il Piemonte, con l’85 per cento, a metà strada si piazzano sette Regioni
con l’80: Calabria, Campania, Lombardia, Puglia, Trentino Alto Adige, Umbria.
DIARIA E RIMBORSI
La «indennità di carica», sulla quale
si possono fare i confronti tra Regioni e che permette di arrivare al costo per
ciascun cittadino, è soltanto la voce «ufficiale» e più facilmente
individuabile. E le differenze sono considerevoli: da 8 mila euro lordi al mese
fino a 12 mila.
A questi soldi vanno aggiunte altre
prebende non tassate, come la «diaria» (i parlamentari l’hanno a 4003 euro il
mese), il rimborso spese per le missioni, i finanziamenti ai gruppi, i
portaborse, ecc. Il che può portare - secondo i calcoli che ha fatto in Sardegna
il comitato «Il Grifone», che sta raccogliendo le firme per dimezzare gli
emulumenti - a un introito di 18 mila euro mensili per ogni «peone», cioè
consigliere senza cariche. Perché poi esistono le indennità «di funzione» che
alzano le entrate: fino al 120 per cento per un presidente di giunta, come in
Piemonte, o al 90-100 per cento per presidenti di commissione, segretari delle
medesime, assessori e capigruppo. In molte Regioni i consiglieri senza cariche
si contano sulle dita di una mano.
La legislatura regionale appena
iniziata è decisamente in salita, rispetto all’opinione pubblica: i governatori
sono accusati di sprecare i soldi con la sanità, di aver fatto accordi (a destra
e a sinistra) per tacitare le opposizioni. Quanto ai Consigli regionali,
depauperati del loro ruolo dallo strapotere dei presidenti di giunta, si
consolano come possono.
Eppure non sono più i tempi delle
vacche grasse. Fassino l’aveva spiegato ai suoi presidenti, prima del caso
Bankitalia, che la questione morale va applicata anche in periferia. Alcuni
governatori, come Marrazzo in Lazio e Bresso in Piemonte hanno già incominciato
a tagliare, ma la strada è lunga.
