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LA STAMPA, 01 Agosto 2005
UNA RICERCA DEL 2003 FOTOGRAFA LE USCITE DELLE
AMMINISTRAZIONI PER LE «AMBASCIATE» NELLA CAPITALE: MOLTI PRIVILEGI APPAIONO
POCO GIUSTIFICATI
A Roma le spese allegre delle
Regioni
Sedi
prestigiose, auto blu e corsi di aggiornamento
Giacomo Galeazzi
ROMA
Che se ne fa il Molise dell’ultimo
modello di circuito per videoconferenze malgrado lo utilizzi pochissimo? E’
proprio indispensabile che la sede della Regione Liguria sia ospitata in un
palazzo storico del centro che costava già alla fine del 2003 oltre 100 mila
euro di affitto per 380 metri quadri? E ancora, le cucine (vorremmo sapere se
provviste di cuoco e camerieri) delle regioni Abruzzo, Liguria e Sicilia sono
assolutamente necessarie?
Ufficialmente nei bilanci regionali
non esistono, ossia sono spalmate in una pluralità di capitoli di spesa (da
«organi istituzionali» a «funzionamento e strutture»). In realtà, le sedi a
Roma delle Regioni, per costi e personale, si sono ormai trasformate, da punti
di smistamento di pratiche burocratiche, in piccole «ambasciate» dei
governatori a Roma. Intendiamoci, non è che queste strutture, alle dirette
dipendenze dei presidenti delle giunte regionali, non abbiano una funzione
importante. Anzi, dalla metà degli anni Settanta, da quando cioè le Regioni
hanno messo radici a Roma, sono via via aumentati i loro compiti di
acquisizione e trasmissione di informazioni, atti e documenti. E ciò di pari
passo al crescente ruolo della Conferenza delle Regioni nei rapporti con
governo, parlamento e Unione europea.
Però, in periodi di tagli
generalizzati e «austerity» finanziaria, saltano all’occhio le ricche
«dotazioni» garantite dalle Regioni ai loro punti d’appoggio nella capitale,
stando almeno ai dati raccolti alla fine del 2003 dall’unico dossier esistente
sull’argomento, realizzato da Riccardo Bellucci per Lapolis, il laboratorio di
studi politici e sociali diretto ad Urbino da Ilvo Diamanti.
Sempre che per risparmiare non ne
abbia dismessa una nell’ultimo biennio, lascia perplessi che il governatore
della Lombardia Formigoni abbia a disposizione due auto blu e due autisti per
le sue trasferte romane o che il Friuli possa contare su due maxi-sale
riunioni o che la Campania abbia allestito nella capitale ben tre servizi
regionali con a capo di ciascuno di essi un dirigente e sopra di loro un
coordinatore generale. Oppure che, oltre a un salone-convegni da 120 posti, la
Lombardia metta a disposizione dei suoi dieci dipendenti 4 fotocopiatrici e la
Sardegna abbia 18 computer per tredici addetti.
Tra affitti dei locali, stipendi,
convegni, corsi di aggiornamento professionale, auto blu (alcune blindate a
disposizione di presidenti e assessori in soggiorno a Roma), telefono,
elettricità, riscaldamento, pulizie, spese di rappresentanza, manutenzioni, la
«foto» che esce dall’indagine condotta nel 2003 sembra dar ragione all’ordine
del giorno recentemente votato all’unanimità dal Consiglio nazionale dei Ds
per richiamare chi amministra a «rigore morale e sobrietà nei comportamenti».
Un monito che ricalca quello lanciato nel 2000 ai governatori dal ministro del
Tesoro Visco («le vostre spese sono fuori controllo e gravano in modo
preoccupante sul bilancio dello Stato») ma che non sembra aver trovato
accoglienza. Un esempio? Tutte le sedi a Roma dei governatori hanno un numero
di stanze superiore a quello degli impiegati, maxi-uffici, tutti nel centro,
come quello da 1100 metri quadri della Lombardia.
Le dimensioni delle «ambasciate»
dei governatori sono in genere notevoli (mille mq la Sicilia, 650 il Friuli).
In un labirinto di «spese economali e di ordinaria amministrazione», «delegati
alla rappresentanza» e «consegnatari cassieri», emerge una sproporzione tra
costi ed effettive attività svolte dagli uffici di Roma. Nelle sedi di Abruzzo
e Puglia (che hanno rispettivamente 10 e 11 dipendenti) si sono tenute fino al
2004 soltanto da 10 a 15 riunioni all’anno; la quantità di documenti
protocollati negli uffici romani della regione Umbria (4 addetti) non
raggiunge la quota annua di 300, cioè meno di uno al giorno. Campania,
Sardegna e Valle d’Aosta hanno ospitato in un anno una ventina d’incontri
tecnici ciascuna, quasi tutti in preparazione dei «briefing» che si tengono al
Cinsedo, il Centro studi e documentazione della Conferenza dei presidenti
delle Regioni.
Eppure gli uffici romani delle
giunte, a fine 2003, sfioravano i duecento addetti (16 la Campania, 15 la
Sicilia, 14 la Sardegna) in un proliferare di strutture e servizi. Personale
in abbondanza, dunque, e quasi tutto con qualifiche elevate. Ben due terzi di
quanti lavorano nelle sedi romane, infatti, fanno capo alle categorie
direttive, con una media molto superiore a quella degli altri dipendenti
regionali. Su sedici dipendenti la Campania ha 4 dirigenti, 11 funzionari di
qualifica superiore e un solo impiegato. Si registra, inoltre, un’alta
anzianità di servizio nella funzione di responsabili degli uffici e uno scarso
ricorso al turn-over. Da 17 anni sette Regioni hanno a Roma lo stesso
capufficio. La percentuale, poi, dei dirigenti regionali presenti nella
capitale (l’11% dell’intero organico) è da record così come l’attività di
«aggiornamento e riqualificazione professionale» con un elevato numero di
corsi di informatica, lingue, gestione dei protocolli e degli archivi,
sicurezza sul posto di lavoro materie istituzionali e finanziarie, e, come si
addice a funzionari di queste «piccole ambasciate», lezioni di comunicazione e
sul cerimoniale.
La partecipazione massiccia ai
corsi di aggiornamento prevede continui spostamenti da Roma alla sede
centrale. Il personale di ogni ufficio romano, quindi, si reca frequentemente
«in missione» nel capoluogo di provenienza, con notevoli costi a carico
dell’amministrazione. Da Roma a Palermo o Torino, quindi, per studiare
l’inglese e il «bon ton». Neppure un corso è stato organizzato a Roma
congiuntamente dalle Regioni per tagliare le spese della riqualificazione.
Gli uffici di Roma delle Regioni e
delle Province autonome sono tutti a poche centinaia di metri dalle Camere e
dai ministeri. Un’ubicazione di eccellenza, in molti casi in prestigiosi
palazzi storici. In otto hanno acquistato la sede (Abruzzo, Basilicata,
Campania, Friuli, Lombardia, Molise, Sicilia e Provincia autonoma di Bolzano)
gli altri sono in affitto con importi tra i 60 mila e i 100 mila euro, tranne
la Liguria che nel 2003 pagava un canone ancora superiore per 380 metri
quadri. In media la dimensione supera i 300 mq, con stanza riservata per il
governatore, sala riunioni, stanza degli assessori, in qualche caso cucina e
foresteria, stanze dei funzionari, garage (di proprietà o in affitto) e posti
macchina. In molte sedi i locali «accessori» includono postazioni «ad hoc» per
i dirigenti centrali e gli immancabili impianti per le videoconferenze con la
sede centrale. E pazienza se tante Regioni non li usano mai.
LA STAMPA, 01 Agosto 2005
DOPO LA LOMBARDIA, NEL ‘97, SONO ARRIVATE LE
ALTRE: METÀ HA COMPRATO
E intanto hanno preso casa
a Bruxelles, tra feste e lobby
La Sicilia, giunta per ultima, ha
conquistato il primato dei ricevimenti
più sfarzosi e rivendica il colpo
grosso dei fondi europei per il Ponte
Enrico Singer
corrispondente da BRUXELLES
La prima ad aprire, nel 1997, è
stata quella della Lombardia che è anche la più strutturata e numerosa. Ma
quella della Sicilia, arrivata per ultima nell'ottobre 2002, ha rapidamente
recuperato il tempo perduto. Anzi, si è già conquistata il primato dei
ricevimenti più sfarzosi e rivendica la sua parte in qualche colpo davvero
grosso, come il sì ai fondi europei per costruire il ponte sullo Stretto.
Quella della Campania ha organizzato anche una pizza-fest che ha attirato 12
mila visitatori in 4 giorni. La più leggera è senz'altro quella del Piemonte:
una sola responsabile, due cococo e due stagisti. Quelle di Lazio, Toscana,
Umbria e Marche si sono messe insieme per dividere, almeno, le spese di
segreteria. Quella del Friuli-Venezia Giulia, invece, ha appena acquistato per
due milioni e mezzo un palazzetto fine ‘800 per farne una «casa comune» aperta
anche a Istria e Carinzia. E poiché esiste sempre l'eccezione alla regola, c'è
anche chi non ce l'ha: la Basilicata.
Parliamo delle rappresentanze delle
Regioni italiane a Bruxelles. Diciannove in tutto. Delle vere e proprie
mini-ambasciate con un compito istituzionale ben preciso: far conoscere, ma
soprattutto difendere, gli interessi regionali nella capitale dell'Unione
europea. Da quando la legge 52 del febbraio 1996 ha concesso questa
possibilità, che prima era negata alle autonomie locali ed era riservata
soltanto allo Stato, la corsa ad aprire una sede di rappresentanza è stata
vertiginosa. Ma che cosa fanno e quanto costano queste mini-ambasciate? La
prima domanda ha una risposta che vale, più o meno, per tutte. Il rapporto con
le istituzioni della Ue - Parlamento, Commissione, Consiglio - serve a far
sentire la propria voce quando sono in gioco decisioni che riguardano da
vicino le diverse Regioni. In una parola, serve a fare lobbying. A fare
pressione. A influenzare. E, possibilmente, a ottenere quello che si vuole.
L'elenco dei successi è lungo, a
sentire quello che spiegano nelle rappresentanze. E tutte ne sono fiere.
Quella della Sicilia, oltre alla battaglia per il ponte, ha strappato degli
aiuti, inattesi, anche al fondo europeo catastrofi per l'eruzione dell'Etna
che costrinse alla chiusura l'aeroporto di Catania per la cenere. Quella della
Campania ha al suo attivo il sì agli aiuti di Stato per l'emergenza zootecnica
della bufala da latte. La rappresentanza dell'Emilia e Romagna ha contribuito
alla vittoria di Parma nella gara per la sede dell'Agenzia per la sicurezza
alimentare. La rappresentanza della Lombardia, guidata da Claude Scheiber, un
efficiente manager franco-austriaco con moglie italiana e un passato in
Telecom, è specializzata nella caccia ai progetti europei. Gli ultimi due che
ha conquistato pesano diversi milioni di euro. «Quanto basta per ripagare con
gli interessi i soldi spesi», dicono negli uffici al numero 3 della place du
Champ de Mars. Ma quando si entra nel terreno dei costi, bisogna fare molta
attenzione. E distinguere.
In questi tempi di polemica sui
costi della politica - e, in particolare, sulle spese delle Regioni in Italia
- le cifre ufficiali che circolano a Bruxelles sembrano una goccia nel mare.
Anche le ambasciate più grandi assicurano di stare all’interno dei 500 mila
euro l’anno. Ma ognuna ha il suo stile, i suoi numeri, i suoi metodi. C'è chi
paga l'affitto per la sede e chi l'ha acquistata (ormai la metà sono di
proprietà), c'è chi usa molto personale assunto a Bruxelles e chi lo distacca
dalla Regione con costi maggiori. C'è chi si concentra nell'azione di lobbying
e nell'organizzazione di convegni e chi non disdegna feste, ricevimenti e
attività culturali. E, alla fine, le spese effettive si diluiscono sotto più
voci nei bilanci delle Regioni.
Ma alcune regole sono generali.
Cominciamo dal personale. Se c'è il distacco di un funzionario o di un
dirigente dalla Regione scatta un'indennità pari a quella dei dipendenti del
ministero degli Esteri. In pratica, tra 2500 e 4000 euro al mese per coprire
tutte le spese: dall'abitazione ai viaggi. La legge prevede che l'indennità
possa oscillare tra il 70 e il 100 per cento di quella degli Esteri. E ogni
Regione si comporta a modo suo. L'Emilia-Romagna, per esempio, ha scelto il
minimo. Il Piemonte il 90 per cento, ridotto, però, al periodo di effettiva
permanenza a Bruxelles dell'unico dirigente che è a capo dell'ufficio e che
lavora una settimana al mese a Torino. Tutti fanno notare, naturalmente, che
gli stipendi dei distaccati non sono un costo aggiuntivo perché sarebbero
pagati anche in Italia.
Ci sono, poi, i contratti dei
dipendenti assunti sul posto: in genere degli italiani che hanno avuto
esperienze nelle istituzioni europee. Qui le retribuzioni variano, ma non ci
sono indennità. Il bilancio finale della voce «personale» dipende dal numero
complessivo di chi lavora nelle ambasciate regionali. E anche questo è molto
variabile. Si va dal minimo del Piemonte e dell'Emilia-Romagna - tre
dipendenti - al massimo delle grandi rappresentanze come quella della
Lombardia e della Sicilia che ne hanno undici, dodici. Complessivamente,
comunque, per l’apparato delle diciannove rappresentanze lavorano più di cento
persone. Di più dei diplomatici veri: di quelli che rappresentano l’Italia
presso la Ue.
Una voce pesante di spesa, poi, è
quella per la sede. Da un minimo di 50 mila euro all'anno, spese comprese, per
un appartamento in affitto come quello del Piemonte, a una media di 80-90 mila
per le sedi più grandi, come quella della Campania, che si affaccia sul Parco
del Cinquantenario, e quella della Sicilia nella Tour Bastion al numero 5
della place du Champ de Mars. Ma molte Regioni, ormai, hanno comprato. Le
quattro del Centro Italia - Lazio, Toscana, Umbria e Marche - hanno acquistato
insieme, tre anni fa a meno di un milione di euro, nel cuore del quartiere
europeo, proprio nel Rond Point Schuman di fronte a Commissione e Consiglio.
Il Friuli-Venezia Giulia ha appena comprato una «maison de maitre» - in
pratica un palazzetto - a due milioni e mezzo. L'Abruzzo si è sistemato nell'avenue
Louise, una delle strade più eleganti di Bruxelles, in mille metri quadrati
pagati un milione e mezzo di euro. Cifre importanti, ma pur sempre un
investimento a fronte dei soldi a fondo perduto degli affitti.
Il bilancio complessivo, così,
dipende da molte variabili. Francesco Attaguile, che guida l'ambasciata della
Sicilia, ha dieci collaboratori e potrebbe contare su uno stanziamento della
Regione di un milione di euro l'anno. «Me ne spendiamo la metà», dice
soddisfatto. Ottantamila euro se ne vanno soltanto per l'affitto della sede,
vicinissima a quella - comprata - della Lombardia. Poi ci sono telefoni e
luce. Ma ci sono anche i ricevimenti che hanno reso famosa la rappresentanza
siciliana. Quello per l'inaugurazione, nell'ottobre 2002, fu organizzato nel
salone delle feste del Comune di Bruxelles, sulla Grand Place. Per la cena
arrivarono da Trapani i fratelli Giuffrè che sono tra i più noti ristoratori
siciliani. Portarono in aereo non soltanto i prodotti per preparare il menù,
ma anche tutti i loro attrezzi di cucina.
Un trionfo per il presidente Totò
Cuffaro sugellato da regali in bottiglie di vino per i 400 ospiti. In gennaio
c'è stato un bis. In occasione della riunione straordinaria della giunta
regionale a Bruxelles seguita da un seminario nel palazzo del Comitato delle
Regioni e da una festa con musica e specialità siciliane organizzata nel Thé^atre
de la Monnaie. Ma la festa più grande l'ha organizzata l'ambasciata della
Campania. Una «pizza-fest» in Place de Espagne, a due passi dalla Grand Place:
quattro giorni di kermesse con pizzaioli napoletani e un villaggio che
presentava prodotti tipici, ma anche moda e artigianato. Tutto tra il 24 e il
30 maggio 2004 per festeggiare, alla presenza del governatore Bassolino, i due
anni di attività della rappresentanza e la concessione del marchio di garanzia
della «verace pizza napoletana». E, in questo caso, per guadagnarci anche: 120
mila euro. Perché la pizza e la birra (gemellaggio col prodotto tipico belga)
erano a pagamento.
LA STAMPA, 02 Agosto 2005
DOPO L’INDAGINE SULLE SEDI ROMANE DELLE GIUNTE REGIONALI
E SULLE «AMBASCIATE» EUROPEE A BRUXELLES
«Gli enti locali devono darsi una regolata»
Il ministro La Loggia: non ha senso che solo il
governo rispetti il tetto del 2 per cento
ROMA
MINISTRO per gli Affari regionali Enrico La Loggia, nel giorno in cui la Corte
dei Conti denuncia il nuovo picco delle spese sanitarie regionali, che effetto
le fa sapere, ad esempio, che la Regione Liguria paga all’anno più di 100 mila
euro di affitto per la sua sede a Roma da 380 metri quadrati?
«Gli sprechi in simili voci di spesa sono segnali che vanno nella direzione
opposta all’oculatezza gestionale richiesta dal difficile momento del Paese.
Dati come questo mi rafforzano nella preoccupazione e nella convinzione che
avevo già espresso agli enti locali nella discussione dell’ultimo Documento di
programmazione economica e finanziaria. In una fase in cui tutti facciamo uno
sforzo enorme per contenere i costi dell’apparato pubblico, ci deve essere anche
da parte delle Regioni una chiara assunzione di responsabilità. Serve
un’attenzione in più e nessuno può esimersi dall’eliminare le spese eccessive.
Per fare meglio le cose essenziali, al centro come in periferia, occorre
tagliare quanto non sia strettamente necessario».
Lei presiede la conferenza Stato-Regioni. Dopo la discussione sul Dpef è stato
accolto dai governatori il suo invito a moderare le spese?
«Non direi proprio. Anzi, invece di uno sforzo maggiore per tenere sotto
controllo la spesa e non farla aumentare più del 2% previsto, ho registrato
purtroppo decisioni e comportamenti tutt’altro che di risanamento. Un segno
negativo è senza dubbio l’aumento dei consiglieri regionali proprio mentre
cerchiamo di diminuire i costi della politica riducendo il numero dei
parlamentari. In direzione opposta a una gestione rigorosa delle finanze
regionali, va pure la moltiplicazione nelle giunte di collaborazioni, consulenze
e supporti esterni. Se servono, nulla da eccepire, ma mi chiedo quante siano
davvero utili. Certo, nulla di illegittimo, però urge un “surplus” di
attenzione. Non ha senso che lo Stato risparmi e gli enti locali indulgano verso
debolezze gestionali. Anche dal centrosinistra hanno opportunamente esortato i
governatori a “darsi una regolata” e sono stati molti negli ultimi anni i moniti
contro finanze allegre e costi eccessivi degli enti locali. Più c’è coralità e
sinergia, meglio è per tutti».
Come giudica il boom di ambasciate, delegazioni, missioni diplomatiche delle
Regioni all’estero?
«Capisco che ci siano mille esigenze (dalla promozione economica alla necessità
di seguire l’evoluzione delle direttive comunitarie, dagli scambi alla verifica
dei fondi assegnati), però gli eccessi sono ingiustificati. E va tenuto
maggiormente presente l’impatto finanziario di queste iniziative, oltre alla
loro effettiva produttività. Spesso su Bruxelles confluiscono iniziative
comunali e regionali del tutto scollegate tra loro. Un conto è usare le sedi
all’estero per far conoscere i propri prodotti, tutelare legittimi interessi e
impegnarsi in prima persona come fanno molti governatori all’Unione europea. Un
altro, invece, è muoversi ciascuno per proprio conto, in maniera disordinata e
velleitaria. La via migliore per promuovere il “made in Italy” è agire in
maniera organica, fare squadra tra governo ed enti locali. Invece, per gelosia
di specifiche competenze e prerogative, si finisce per sfavorire il sistema
paese. Entro settembre sarà pronto il protocollo per il raccordo delle attività
internazionali delle Regioni, che potranno anche intervenire nell’iter dei
provvedimenti Ue».
E il buco nella Sanità?
«Abbiamo stanziato una cifra enorme (190 mila miliardi delle vecchie lire),
molto maggiore a quella destinata alla spesa sanitaria dal centrosinistra. Tocca
alle Regioni spenderli meglio e controllare accuratamente come vengono
utilizzati. Più rigore c’è nella gestione dei fondi, migliore è il servizio reso
ai cittadini in un settore così importante. Affinché gli stanziamenti vadano a
buon fine, senza sprechi le Regioni devono vigilare di più. Nessuno taglia,
vediamo di farli bastare. Ormai l’80% delle leggi riguarda sia lo Stato sia le
Regioni».
Dal
dossier realizzato da Lapolis risulta che la regione Liguria ha pagato nel 2003
più di 100 mila euro di affitto per la propria “ambasciata” romana di
380 metri quadri. Tra le altre regioni, chi non ha acquistato la propria
sede la affitta per importi tra i 60 mila e i 100 mila euro. La
sede lombarda è la più grossa (quasi 1200 mq), seguita da quella
siciliana (1000 mq). L’Umbria impiega 4 funzionari ma gli uffici
svolgono 300 pratiche all’anno (meno di una al giorno). Abruzzo e Puglia
hanno rispettivamente 10 e 11 dipendenti, ma svolgono tra le 10 e le
15 riunioni all’anno. Due terzi dei dipendenti nelle sedi romane hanno
stipendi da dirigenti. Su 16 dipendenti la Campania ha 4 dirigenti, 11
funzionari di qualifica superiore e un solo impiegato.
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