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IL SECOLO XIX 27/11/2005
RIVOLTA IN SAVOIA FRANCESI
"TRADITI" DALL'ALTA VELOCITÀ
La Chambre (Savoia).
Denis
Bertino: «Decidiamo all'inizio dell'anno nuovo». E se i francesi della Maurienne
decidono che le promesse non sono state mantenute, l'alta velocità rischia di
impantanarsi anche al di là delle Alpi, dove finora tutto era filato liscio.
Denis Bertino è il portavoce di Intercommunale, l'associazione che è nata
e cresciuta per sorvegliare il progetto della Tav. Ieri pomeriggio, in una
saletta del municipio di La Chambre prestata agli ambientalisti sul sentiero di
guerra, ha parlato per primo: «I segnali sono che il tunnel non si fa più. Se a
gennaio non ci convincono del contrario, la Lione-Torino non avanza di un
metro».
Segue a pagina 6
dal nostro inviato PAOLO CRECCHI
27/11/2005
La Savoia come la Val di
Susa «Bloccheremo l'alta velocità»
Sarebbe un aiuto insperato, per i dirimpettai ribelli della Val di Susa, e la
conferma che non ci si può fidare neppure dei politici francesi. Perché sul
versante d'Oltralpe la linea dell'alta velocità aveva ottenuto l'appoggio di
tutti, ecologisti compresi, dietro la garanzia che fosse completamente
interrata. E dunque non si vedesse e non inquinasse, e non disturbasse le rosse
mucche di razza Limousine al pascolo e gli stagionatori del formaggio Beaufort,
i villaggi del turismo invernale, gli artigiani del vetro e del ferro, i
viticoltori, i proprietari delle seconde case che si rifugiano qui a trascorrere
il weekend.
Annie Collombet, presidente di Vivre en Maurienne che rappresenta istanze
ambientaliste più ampie, non legate solo alla questione della Tav: «Stava
andando tutto troppo bene. In cambio del sì alla Lione-Torino avevamo chiesto
che non si deturpasse il paesaggio e soprattutto che fossero tolti i camion
dalla strada. Come? Con un pedaggio supplementare, una tassa capace di
sconfiggere la lobby del trasporto su gomma. Grande disponibilità, all'inizio.
Poi sono cominciati i lavori».
Mille metri già scavati a Le Bourget, paesino arroccato alle pendici del
Moncenisio. Aperti i cantieri di La Praz e Saint Michel, sopra l'alveo del fiume
L'Arc, acque chiare e tumultuose dove nuotano salmerini, temoli e trote fario.
Debitamente avvertito monsieur André Flamyer, proprietario del Dorhotel di
Saint-Jean- de-Maurienne: il suo albergo «climatizzato e cablato», proprio in
faccia alle creste del monte Sappet, dovrà essere abbattuto assieme a due
palazzi per fare spazio alla nuova stazione ferroviaria. «Non è stato ancora
deciso niente: ma in caso contrario, mi pagheranno bene».
È stata la politica degli indennizzi, finora, a risultare vincente. Centinaia di
migliaia di euro ai privati e alle amministrazioni comunali, perché in Francia
le imprese impegnate nelle grandi opere devono versare la cosiddetta «taxe
professionelle», una sorta di affitto per i terreni impegnati.
François Gravier, sindaco aggiunto di Modane: «Milionari non saremo mai, ma ora
abbiamo quanto basta per cambiare faccia ai nostri paesi. Scuole, strade,
ospedali, tutta la valle trarrà giovamento dall'alta velocità. Forse in Italia
non è così, oppure i vantaggi non sono stati illustrati bene: per quello che ne
so, anche i comuni piemontesi dovrebbero essere indennizzati».
Metteteci che l'Alta Savoia è attraversata da un'autostrada e da una statale
frequentatissime, con gli svincoli talmente vicini alle case che nemmeno in
Italia. Rumore, inquinamento, impatto ambientale devastante: «Perciò - ricorda
Bertino - quando ci hanno proposto il tunnel ci siamo subito dichiarati
favorevoli. Noi e gli altri ecologisti, tutti insieme, perché bisogna imparare a
governare il progresso e a non dire sempre e solo di no. Ma non vorremmo essere
caduti in una trappola».
In questi giorni La Chambre e i paesi vicini sono tappezzati di striscioni
bianchi e rossi, «Tutto nel tunnel!», e quelli più lunghi spiegano anche cosa
deve viaggiare sottoterra: le merci, i passeggeri, i camion che con la
Lione-Torino potranno essere caricati sui vagoni e sbarcati in prossimità della
destinazione. Gli ecologisti hanno smesso presto di cavalcare un'indubbia
verità, e cioè che l'attuale linea da e per l'Italia è sottoutilizzata: dieci
milioni di tonnellate di merci l'anno, via ferrovia, mentre potrebbero essere
quaranta. Di fronte alla prospettiva di togliere dalla strada 2 milioni e 600
mila veicoli, la Tav è stata accettata e persino benedetta: «Ma se ci hanno
imbrogliato, ci sentiranno. Per i primi di gennaio è convocata l'assemblea dei
comitati savoiardi...».
Minacce neppure velate. Del resto, non è che l'apertura dei cantieri sia stata
indolore, e che l'ambiente montano non abbia avuto contraccolpi. Ieri, a Le
Bourget, una squadra lavorava malgrado la giornata semifestiva sotto gli occhi
indagatori del consigliere comunale Giovanni Parmier, inviato dal sindaco Henry
Ratel a controllare lo scavo: «Per adesso ci abbiamo rimesso l'acqua. Siamo
stati indennizzati, d'accordo, ma le falde non rispondono più. E abbiamo passato
mesi d'inferno per il rumore e la polvere».
Parmier sostiene tuttavia che vale la pena sacrificarsi, «perché bisogna
cominciare a pensare ai nostri figli e non possiamo illuderci che le merci
viaggino anche in futuro come adesso: per un problema di inquinamento e di
costi, alla fine il sovrapprezzo per il trasporto su gomma lo paghiamo noi».
C'è una trentina di chilometri tra l'imbocco della galleria di Le Bourget e gli
striscioni polemici di La Chambre. Abeti, larici, pascoli, carpenterie e
mobilifici, dove finisce il parco nazionale della Venoise comincia un tessuto
imprenditoriale invidiabile. L'arrivo dell'alta velocità vorrebbe dire quattro
Tgv al giorno che si fermano alla stazione di Saint Jean, e dunque una bella
opportunità anche per il rilancio dell'economia valligiana.
«No, io non sono dovuto scendere in piazza», sorride padre Durieux nella
canonica di Saint Etienne de Quines, da dove parte ogni giorno, in fuoristrada,
per celebrare messa in una delle sue sette parrocchie: «So che sacerdoti
italiani lo hanno fatto, ma qui non era il caso. Anzi, l'idea che la merce
pericolosa viaggi sottoterra, e ci siano meno camion in circolazione, piace a
tutti. Io ho sentito solo commenti favorevoli tra i miei parrocchiani». Ma se il
tunnel svanisse, padre Durieux? «Sarebbe un imbroglio. Vorrebbe dire che i
governanti hanno abusato della fiducia della popolazione. Non sarebbe la prima
volta, certo...».
La gente della Maurienne ha anticipato che non intende porgere l'altra guancia,
atteggiamento poco cristiano ma comprensibile pure a un vecchio prete delle
nevi: «Alla fine riusciremmo a perdonare. Solo alla fine, però».
Paolo Crecchi
dalla prima pagina
27/11/2005
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