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Quando ci sono in ballo i grandi interessi politico-cementiferi, la polizia attacca e pesta a sangue i dimostranti che occupano le ferrovie.

I dimostranti che occupano le ferrovie al sud perché protestano contro i termovalorizzatori che intralciano gli interessi delle discariche gestite dalla camorra, vengono tollerati per settimane e le loro richieste vengono infine accolte.

Questa è la legalità dell'itaglia, una repubblica delle banane fondata sugli interessi malavitosi (bipartisan).

 

La Stampa, 01 Novembre 2005


LA PROTESTA ANCHE I SINDACI IN PRIMA FILA CONTRO IL PROGETTO DELLA LINEA CHE DOVREBBE COLLEGARE L’ITALIA A LIONE

Alta velocità, scontri e feriti

Bloccati 26 treni sulla Torino-Modane, cariche, oggi via alle trivellazioni
 

Lodovico Poletto
inviato a BARDONECCHIA
La terra dei «No tav», della gente della val si Susa, che da anni si oppone al progetto del treno ad alta velocità, da ieri ha la sua trincea. Un confine che si pensava insuperabile, piazzato sul ponticello di un rio che dal Rocciamelone scende verso Susa, località Mompantero. Sembra invalicabile. Invece, dopo una giornata di tensioni, scontri, discussioni e feriti, quando tutto in apparenza era terminato, e le truppe della difesa si erano ritirate con mille sorrisi ai poliziotti, dicendo loro «dimentichiamo le tensioni», quel confine è stato superato. E i tre boschi sulla montagna, destinati ad accogliere le trivelle per i carotaggi, in vista dei lavori di costruzione della linea ferroviara ad Alta velocità, tra Torino e Lione, sono stati conquistati e recintati dalla polizia. Alle 20,35 in punto.
Adesso questo enorme bosco di castagni è diventato l’emblema di una sconfitta. E dire che per più di 16 ore le forze dell’ordine precettate per scortare in quota, su quei tre appezzamenti, i tecnici della società che dovrà effettuare i campionamenti, erano rimaste inchiodate lì, in un lungo, snervante e a volte teso faccia a faccia. Petti contro scudi, caschi contro teste.
E mentre loro resistevano, l’intera Val di Susa s’è mobilitata. Ci sono stati scioperi in numerose aziende: gli operai sono usciti dal lavoro e si sono uniti ai manifestanti. Alcuni gruppi di «No tav» hanno «dato l’assalto» alle stazioni più importanti della valle, bloccando 26 convogli, ritardandone altri e costringendo anche il Tgv ad una sosta fuoriprogramma allo scalo ferroviario di Avigliana. Altri ancora, invece, si sono scontrati con polizia e carabinieri in assetto antisommossa, nel grande posto di blocco istituito a valle, tra Susa e Mompantero, località Urbiano. Lo hanno fatto sia al mattino per impedire alla polizia di salire in quota e hanno replicato la sera, mentre i blindati continuavano a salire e scendere dalla valle: «E’ soltanto un cambio turno, non c’è da preoccuparsi». La città di Susa, il centro più importante della valle, ha invece vissuto una giornata paese militarizzato. Con tutte le strade che portano vero il Rocciamelone bloccate delle forze dell’ordine che han lasciato passare soltanto i residenti.
Quando cala il buio il bilancio della «battaglia di Mompantero» è di 4 feriti e di una raffica di denunce per i dimostranti. Quattro sono già arrivate: tra loro c’è anche una vigilessa del comune di Bussoleno. Si chiama Maria Teresa Giai. Ieri aveva accompagnato, con tanto di gonfolane, il suo sindaco alla manifestazione. E’ stata fermata ai primi tafferugli, alle 10 del mattino. Altre denunce sono in arrivo. Riguarderanno la prima linea dei dimostranti fermi su quel ponticello dove ci sono state spinte e manganellate. «Riguarderanno almeno una ventina di persone» dicono i poliziotti. Tra loro ci saranno anche sindaci ed amministratori della valle. Tutta gente con la fascia tricolore, che ha mediato con gli anti-tav più facinorosi e con i poliziotti, in modo da evitare le teste fracassate. Tra loro potrebbe esserci anche Antonio Ferrentino presidente della Comunità montana Bassa val di Susa, l’uomo che per tutto il giorno ha tenuto i contatti con i politici romani, le forze di polizia e gli amministratori di zona. ma nei guai finiranno anche i dimostranti che, a Bussoleno, hanno inscenato la protesta in stazione. Un’altra vigilessa, Antonella Benente di Villarfocchiardo, sarà segnalata all’autorità giudiziaria perché ha partecipato, in divisa, alle dimostrazioni.
Alle 20, dopo le botte, il freddo, la fame sofferta in quota il popolo No Tav scende a valle. Sono tutti orgogliosi: «E’ una vittoria della civiltà contro l’arroganza della forza e gli interessi economici». Spiegando che le 2 mila persone della valle, e dei centri sociali, che si erano mobilitate erano soltanto l’avamposto di una marea umana ben più consistente e pronta a mobilitarsi in qualsiasi momento. Anche a costo di altre denunce: «Perché di mezzo c’è anche la nostra salute e quella dei nostri figli».
Ma due ore dopo è tutto diverso. I siti sono stati conquistati. Adesso chi entra lì dentro è passibile di arresto. Il popolo «No Tav» a quest’ora di notte non sa ancora nulla. I feriti degli scontri sono a casa a medicarsi le ferite. I denunciati stanno mettendo a punto strategie difensive e i politici della valle ragionano sul futuro.
 

 

IN VALSUSA DOPO CORTEI E AVVERTIMENTI IL GIORNO DELLA VIOLENZA


L’ira della gente
«Non ci ascoltano»

Ma i pendolari a terra: che fa la polizia?
 

inviato a BARDONECCHIA
Scriveremo che hanno fatto la castagnata per tutti, quando cominciava a venir fame. Anche per qualche agente di polizia. Non fatevi illusioni. Non c’è stata nessuna festa, e anche se ci fosse stata la beffa finale l’avrebbe certo rovinata. L’ultima carica l’hanno fatta alle 17 e 45, a Urbiano, un po’ di folla attorno ai furgoni dei carabinieri, e poi un gran parapiglia, botte e pugni, qualcuno a terra e qualcuno che scappava. Lì era la terza carica della giornata. Poi ci sono state quelle più sopra, a Seghino, di mattina, vicino ai boschi dove facevano le castagnate, sotto i siti bloccati dai manifestanti, e quelle alla stazione di Bussoleno, dove in 60 avevano deciso di fermare i treni. C’erano quasi tutti i sindaci, più di venti, con le loro belle fasce tricolore e i vigili di guardia. Una vigilessa di Villar Focchiardo, Antonella Benente, è rimasta schiacciata nella bolgia, poi fermata e portata via dalle forze dell’ordine. Volevano denunciarla, ma non l’hanno fatto. Gli effetti dell’Alta Velocità. Un po’ difficile spiegare quello che succede. In pratica il governo ha deciso che si fa e comincia i lavori. La Valle di Susa ha deciso che non si fa e comincia i lavori: picchetti e manifestazioni. In alto, soprattutto anziani che scalano le montagne a 60 anni, aria buona e passi lunghi e ben distesi. In basso, soprattutto giovani, che urlano contro l’amianto, i pericoli di tumore e i paesaggi disastrati. Siccome tutti hanno cominciato i lavori, non abbiamo capito bene come finirà. Se il ministro vuole, in ogni caso, potrà sempre farsi una vacanza in Val di Susa. Vacanze a suo rischio e pericolo. Quelli che gliela offrono, su, a Mompantero, dove stanno vicino ai boschi a far presidio, o a Bussoleno, dove hanno fermato i treni, tirano belle parole, ma con l’aria un po’ incavolata. La signora Maria Badani ha 60 anni e 15 passati a far guerra alla Tav, e temiamo che un po’ di pazienza l’abbia già persa: «Venga quassù da noi, il ministro Lunardi, così vedrà questo treno che ci sventra la valle e distrugge le case». Un’altra: «Venga, venga, non ha niente da temere, siamo tutti brava gente». Di solito, sono quelli che dicono così i più arrabbiati. Faccia come vuole, il ministro. Noi abbiamo fatto i cronisti un giorno, su e giù fra le proteste e le proteste contro le proteste, da una stazione all’altra, da una strada a una stradina, passando per i cartelli e i silenzi, le castagnate e le castagne in testa. Qualche bottarella è volata. Prezzi da pagare.
Arrivando da Torino, il posto numero uno è la stazione di Avigliana. C’è il Tgv per Parigi bloccato sul binario tre. Aspettano 7 pullman per il trasbordo. Qualcuno come Salvino Tirone, in viaggio da Milano, con la fretta del milanese che lavora, mica tante balle: «Vogliamo risolvere il problema? Mandiamo su la polizia, due legnate a quei 4 pazzi, e nessuno perde più tempo. Lo dicano che non vogliono risolvere il problema». Un po’ di ressa. Uno di colore, N’diaye, Parigi: «I manifestanti contro cosa manifestano?» Contro l’alta velocità. «Allora hanno ragione loro». Perché?, l’alta velocità non funziona? «Ma no, funziona. In Francia va». E allora? «I manifestanti hanno sempre ragione». Difficile da spiegare a quel signore che è salito, ha preso le sue due valigie che gli fanno i calli alle mani, e che adesso se le trascina bestemmiando: «Ha ragione Cofferati. Contro l’illegalità si usa la forza. Non possiamo perdere tempo per 4 stronzi che vogliono fermare il mondo». Una: «Se gli passano nei giardini davanti a casa, hanno pure ragione loro». Poi c’è Ada Brunetti, una signora con l’handicap che protesta perché è costretta a scendere dal treno con i bagagli e salire sul pullman senza nessuno delle Ferrovie che l’aiuta. Dentro, il bigliettaio fa i biglietti tranquillamente. Ma scusi, non sono bloccati i treni? «Io faccio il mio lavoro. Lei faccia il suo». Appunto: perché fa i biglietti? «Perché all’altoparlante nessuno mi ha detto di non farli». Il capostazione, appoggiato allo stipite, state calmi, state buoni. Due treni soppressi, annuncia. Gli altri in ritardo.
Posto numero due. Stazione di Bussoleno. Carabinieri fuori. Problemi? «Nessuno adesso». Mani dietro la schiena. Tranquillo. Però, si allontana: più tranquillo così. Cielo grigio, due sbadigli, gruppetti di gente nello spiazzo, parole sperse da quattro amici al bar. Zoom, avanti, dentro la stazione. Niente chiasso, solo un vocìo diffuso. Binari vuoti. Il marciapiede di centro pieno di gente. Tre bandiere della Val di Susa. Una scritta: «No all’alta velocità». Via nella mischia. Possiamo parlare? «Chi siete?». La Stampa. «Allora no». E perché? Uno, in cagnesco: «Perché voi ci massacrate, state dalla loro parte». Discussione da bar, ma no, ma sì, «ci guadagnate anche voi», e che cosa ci guadagniamo? I biglietti sul treno? Voce da dietro: «E’ che qui è la solita storia all’italiana. Il potere contro la gente. E in mezzo una bella torta da mangiare». Cronista stanco: allora, cosa succede? Una signora: «Il nostro caro Lunardi, il ministro, venga ad abitare da noi. Qui siamo tutta gente pacifica che vuole sopravvivere». Mauro Rubella: «Lunardi è quello che ha vinto con la sua ditta l’appalto francese». A lei chi gliel’ha detto? «Ma l’hanno scritto». Non è il momento di dirgli che noi non l’abbiamo letto. Rubella: «Sul problema tecnico, nessuno ci contrasta. Basta andare a prendere le relazioni. Loro dicono che l’opera si fa a prescindere. La popolazione dice: non si fa a prescindere». Signora: «Che hanno torto lo si vede dal fatto che mandano la polizia». Voce nella mischia: «Lo fanno per gli appalti e per mangiare i soldi. Solo questo interessa». Rubella: «Il mito dell’alta velocità è una cosa da ridere. E’ un’opera già progettata vecchia». Seconda voce: «Perché ci picchiano? Noi siamo pacifici». Vi hanno picchiato? «Andate a chiedere a quel ragazzo là». Venti metri, dopo le scale. Andrea Rolando, fronte alta, un collare sotto il mento. «Saranno state le 7 e 30. Ero seduto. Sono stato preso e sballottato da 3, 4 persone. Erano in borghese, probabilmente della Digos. Vorrei sottolineare che non ho opposto resistenza. All’ospedale mi hanno diagnosticato una distrazione muscolare». Una piccola folla, attorno. Irene Giai, fidanzata di uno all’ospedale, al cellulare, voce alta: «Trauma frontale non commotivo. Escoriazioni al braccio destro e al collo». E’ andata bene, allora. Sguardo cattivo, della serie è andata bene a tua sorella. Poi, la tiritera contro le devastazioni ambientali. Cronista stanco: non ve ne siete accorti un po’ in ritardo? Uno che ci viene dietro dall’inizio: «E’ da 20 anni che protestiamo. Lei che cosa fa?». Noi? Scriviamo. Però, adesso ce ne andiamo, che è meglio.

 

 

ALTA VELOCITA’ NELLA GIORNATA DEGLI SCONTRI PER L’AVVIO DEI CAROTAGGI DI MOMPANTERO, AMMINISTRATORI PUBBLICI E POLITICI SI DIVIDONO IN ROVENTI POLEMICHE

Ghigo a muso duro contro Bresso

E Mercedes lo rimbecca: «Nessuna ambiguità, il sì alla Tav era nel programma»
 

Emanuela Minucci
«Ritengo che l’avvio di questi sondaggi sia fondamentale. Soprattutto a difesa della salute di quei cittadini che si sono radunati per manifestare. Noi siamo da sempre favorevoli all’opera, mi rendo conto che per la Valle questa rappresenti un problema, ma in questi mesi, abbiamo lavorato per cercare il dialogo e per mediare tra i valsusini e i tecnici incaricati di far partire i lavori».
Commenta così la presidente della Regione Mercedes Bresso la «battaglia di Mompantero». Lo fa, nel pomeriggio, attraverso un lungo comunicato, evitando, di rispondere a tono al capo della sua opposizione, Enzo Ghigo (Fi), che l’accusa di essere lei la causa di tutto «perchè ha condotto una politica ambigua anche durante la campagna elettorale». Poi, a tarda sera, Bresso accetta di rispondergli a tono. «Ma quale ambiguità? Anche in campagna elettorale, basta leggere il mio programma, ho sempre detto chiaro che eravamo a favore di quest’opera. La differenza fra me e Ghigo è che io sono salita sino in Valsusa a spiegare in modo dettagliato le mie posizioni. E anche stamattina (ieri per chi legge, ndr) ho ricordato a politici come D’Ambrogio, Robotti o Vallero che dovevamo sempre tener presente quanto aveva stabilito l’accordo di maggioranza». Esaurita la polemica con Ghigo, torna alla questione generale: «Su richiesta dei sindaci abbiamo istituito una commissione tecnica che ha lavorato bene e, con l’intesa di tutti, ha richiesto l’avvio di tre sondaggi. In una situazione come questa la mediazione era l’unica strada percorribile e per questa ci siamo attivati fin da subito cercando il dialogo e il confronto». Conclude: «Dispiace, ovvio, per questi disordini. La Regione, però, non può far nulla. Ora le decisioni spettano al governo e a chi guida la protesta. Mi auguro prevalga il buon senso».
Bresso invita alla calma per placare un clima che, secondo l’ex presidente della Regione Ghigo, è lei stessa ad aver provocato: «La posizione ondivaga della giunta Bresso ha creato i presupposti per i disordini di Mompantero - insiste il capogruppo azzurro - in questi anni le istituzioni hanno ampiamente coinvolto gli amministratori locali per cui ogni ulteriore rinvio è pretestuoso. E Bresso in campagna elettorale ha chiesto e ottenuto voti sia a favore che contro la Tav». Conclude: «Paradossale è che tra i manifestanti si siano schierati esponenti di primo piano delle istituzioni locali torinesi». In mezzo ai due litiganti, la cauta nota del sindaco Chiamparino: «Mi auguro che ci sia la possibilità di cominciare al più presto i lavori preparatori per realizzare il collegamento veloce tra Torino e Lione - esorta il primo cittadino - d’altronde stiamo parlando di un’opera dal carattere internazionale, che ha finanziamenti internazionali ed un valore generale per tutto il Paese e non soltanto per Torino e il Piemonte. Nessuno, quindi, può esercitare un diritto di veto». Incalza: «Noi abbiamo mantenuto tutti gli impegni che ci eravamo assunti con la Valsusa nei confronti del governo nazionale. Ora tocca ai sindaci dei Comuni della valle fare altrettanto. Siamo giunti al punto in cui - come si fece per la Torino-Milano - occorre far prevalere la legge della maggioranza». E mentre Luca Robotti, segretario regionale dei Comunisti italiani difende il diritto «pacifico» alla protesta («La battaglia contro la Tav è e deve restare una battaglia democratica a tutela degli uomini, delle donne e dei bambini della Valle»), il segretario regionale di An Agostino Ghiglia chiede a Bresso e Chiamparino di prendere le distanze «dai violenti ribadendo che l’opera è necessaria». Spiega: «Dopo mesi di consultazioni e di proroghe, la protesta contro i sondaggi per l’Alta capacità è ingiustificabile. La modalità violenta, poi, con cui la protesta è stata portata avanti da alcuni manifestanti è inammissibile. Bresso e Chiamparino prendano le distanze dalle frange estreme della sinistra».
Il segretario regionale della Lega Roberto Cota, invece, dopo aver dichiarato che «si tratta di un’opera necessaria e fondamentale» accusa, come Ghigo, la presidente Bresso, di essere stata proprio lei ad aver alimentato «false illusioni in chi oggi protesta contro la Tav». Manifestanti che però incassano l’appoggio di tutto il mondo ambientalista. Da Legambiente («perchè difendono l’interesse del Paese»), al presidente dei Verdi Pecoraro Scanio che scrive: «Le opere pubbliche non si impongono con la forza e con i manganelli». Parole, ma anche fatti, dal mondo ambientalista. E’ il caso del senatore verde Giampaolo Zancan che ieri ha presentato al tribunale civile un ricorso d’urgenza per bloccare l’inizio dei sondaggi. «La nostra iniziativa legale - dice - dimostra che ci sarà un controllo meticoloso e puntuale su ogni passo di un’opera che noi riteniamo sbagliata».

 

 

LA STORIA LA PROPOSTA NEGLI ANNI 80, LA SOCIETA’ NEL ‘91, IL PROGETTO NEL ‘94

Il calvario della Val Susa
 

Era il 1994. In Bosnia imperversava la guerra, alla Casa Bianca sedeva Bill Clinton. L’Italia ragionava in lire, e imprecava davanti alla tivù per il rigore di Baggio ai Mondiali. Il governo Berlusconi era in sella da pochi mesi, quando i ministri dei Trasporti (Publio Fiori) e dei Lavori pubblici (chi lo ricorda? Era Roberto Radice) annunciarono - il 7 ottobre - i primi 100 miliardi per la progettazione dell’alta velocità.
E’ lunga, lunghissima, la storia della più grande battaglia che la Val Susa abbia mai condotto. Tanto quanto la storia di uno dei progetti di opere pubbliche più importanti (e costosi: 6.695 miliardi di euro stimati nel 2003) d’Europa. Ripercorrerne le tappe salienti significa riandare, appunto, almeno al ‘94. La discussione sull’alta velocità iniziò a metà degli Anni Ottanta, ed era il ‘91 quando nacque la società «Tav» (40% alle Ferrovie, il 60 a banche e privati); ma è a dicembre ‘94, al consiglio europeo di Essen, che il progetto Torino-Lione è riconosciuto come uno dei 14 prioritari per il continente.
All’epoca, sindaci e residenti valsusini continuavano a dormire sonni tranquilli. Ma già nel 1996, il primo ottobre, l’allora ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro si preoccupava di assicurare «grande attenzione alle esigenze degli enti locali e della popolazione». E’ l’anno dei primi attentati (la firma: i Lupi grigi) alle trivelle Tav, a strutture delle Fs e ai ripetitori, da Mompantero a Bruzolo, Borgone e Avigliana. In quei mesi, la valle comincia a fiorire di scritte sui muri e a tappezzarsi di lenzuola «No Tav» ai balconi. Il ‘96 è anche l’anno di costituzione della Cig, la Conferenza intergovernativa italo-francese (oggi presieduta da Rainer Masera): sulla base degli studi che la Cig ratifica, nel 2001 s’arriverà alla firma dell’accordo tra i due governi per la realizzazione della nuova linea ferroviaria.
Nel frattempo, era successo di tutto. Nel ‘98 gli arresti degli anarchici Silvano Pelissero, Edoardo Massari e Soledad Rosas, con i grandi cortei seguiti al suicidio di «Sole» e «Baleno». Nel 2001, gli amministratori valsusini arrivarono a presentarsi (non invitati) al vertice di Perigueux dove si incontrarono Jacques Chirac e Silvio Berlusconi. Mentre cambiano le giunte, e nelle varie amministrazioni regionali si susseguono delibere di adozione e di modifica dei progetti preliminari del percorso, e mentre i valsusini continuano a manifestare incaricando schiere di periti a sostegno delle loro ragioni, nel 2002 prima il governo francese, e poi quello italiano, ratificano il trattato che prevede il super-treno. I valsusini non mollano. Si presentano con i cartelli e le fasce tricolori sui doppiopetti, a Palazzo Lascaris come sotto la prefettura. Si organizzano cortei, si votano delibere e s’inondando i paesi di volantini.
Nel 2004, spunta alle elezioni provinciali la lista «No Tav», che non ce la fa. La storia recente passa attraverso il marzo di quest’anno, quando 37 consigli comunali si riuniscono sotto la prefettura ad approvare lo stesso documento contro la Torino-Lione. Alla prima riunione del consiglio regionale presieduto da Mercedes Bresso, a maggio, 11 consiglieri (Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani e Insieme per Bresso) firmano un documento contro la Tav. Il 4 giugno la protesta raggiunge picchi e proporzioni mai toccati. In valle, marciano in 30 mila. Compresi i sacerdoti. E moltissime famiglie: per fermare il treno superveloce, si mettono in prima fila donne e bambini.
E’ l’estate dei presidi contro i sondaggi sui terreni destinati ai cantieri. La popolazione porta sui prati altari della Madonna del Rocciamelone, e staziona notte e giorno nelle zone dei carotaggi. Un muro contro muro da cui si esce con la mediazione della Provincia fino alla costituzione della «Commissione Rivalta»: ministero e Cig accettano la costituzione di una commissione tecnica allargata per la prima volta anche ai valsusini. Che il 19 ottobre ritirano i loro tecnici dal tavolo romano.
La tabella di marcia di Ltf (Lyon Turin Ferroviarie, la società che cura la fase preliminare del tratto italo-francese da Bussoleno a Saint Jean de Maurienne), è ancora lunghissima. Entro il 2007 è prevista la fine delle procedure preliminari. Nel 2008-2009 sono in agenda gare d’appalto ed avvio dei lavori. La messa in servizio nel 2020.\
 

 

ALTA VELOCITÀ POLIZIA E LFT TORNANO AI PRESIDI QUANDO IL POPOLO NO TAV SI RITIRA

L’amaro inganno
dopo la veglia

e la mobilitazione
Sindaci, parroci, mamme con bambini
giovani e vecchi uniti per bloccare i sondaggi
 

Lodovico Poletto
La grande beffa va in scena alle 20,35 di una giornata sfinente, tesa, sofferta. Mentre i «No Tav» stanno tornando a casa indolenziti, stanchi, affamati, mentre gli amministratori locali annunciano «vittoria», la polizia ed i tecnici di Ltf salgono in quota nei presidi ormai sguarniti. E alla luce delle torce piantano i picchetti e stendono fettucce su tre appezzamenti di terreno, tre boschi sulle pendici del Rocciamelone, dove le trivelle effettueranno i carotaggi alla ricerca di amianto ed uranio.
Giù, in valle, la notizia inizia a circolare soltanto un’ora più tardi. Poco alla volta, a spizzichi e bocconi. Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana bassa val di Susa, quando ancora tutto è incerto dice: «Se così fosse saremmo in uno stato di polizia. Io, per ora, non ho notizie in merito». La città di Susa, invece, è ancora militarizzata. Ancora lampeggianti e furgoni blindati e ancora caschi e scudi.
Su, in montagna, non c’è più nessuno. Chi era arrivato domenica notte aveva bivaccato qui, e per tutta la giornata di ieri aveva mangiato quel poco che era riuscito a portarsi in quota, è a casa. Le barricate di pietre e di tronchi sono state rimosse dagli stessi manifestanti, costretti a spostare quelle difese primitive per scendere a valle con le loro automobili.
Adesso c’è aria di rassegnazione qui a Susa. E dire che neanche ventiquattr’ore prima della beffa tutto sembrava diverso. C’era, è vero, paura degli scontri con la polizia. Ma c’era anche tanta determinazione. E i ragazzi con la motosega in mano che alle 4 facevano cadere i primi alberi sulla strada che da Mompantero porta a località Seghino erano determinati. Falò in mezzo alla strada per scaldarsi le mani, bottiglione di vino per dar forza agli animi. «Siamo qui, e da qui non ci spostiamo» dicevano. Qualcuno propone di sradicare un guard rail e di piazzarlo di traverso sul ponte di un ruscello (quello che durante il giorno sarà poi il luogo del confronto e degli scontri). Ed è subito ovazione. Appare una chiave inglese. Il lavoro si fa in un attimo. Un’ora dopo, alle 6, arranca sui tornanti un fuoristrada dell’Arma. Gli occupanti non hanno intenzioni bellicose, sono lì soltanto in esplorazione. Quando i giovani dell’area antagonista si materializzano da in mezzo ai boschi, invadono la strada, urlano «Via, via, andate via...», il 4x4 fa una veloce retromarcia. Non cercavano la guerra, volevano soltanto capire. Un’ora e mezza dopo le truppe con caschi e scudi risalgono la strada. Al primo blocco c’è il sindaco di Chianocco, Mauro Russo e un assessore del Comune di Avigliana. Hanno la fascia tricolore; dietro di loro ci sono decine di persone. «Cinque minuti per liberare la strada: siamo qui per passare» annuncia in modo dice cortese, ma determinato, un funzionario di polizia. la mancini replica. «Non ce ne andiamo, opporremo resistenza. Resistenza passiva...». Il corpo a corpo, fatto di spinte e prova di forza, va avanti per un po’. Poi, da Mompantero, arrivano i rinforzi: sono centinaia di valligiani che hanno aggirato i posti di blocco e, passando per vigne e campi, su sentieri che conosce soltanto chi da queste parti è nato, sono saliti fin quassù. Sono i rinforzi che tutti si aspettavano. Qualcuno, nella notte, ha raccolto castagne che adesso cuoce nelle padelle bucherellate: sono cibo per chi resiste. Qualcuno ha portato bottiglioni di vino, qualche salame, un pezzo di formaggio, un po’ di pane. E quando non c’è tensione si mangia e si discute. Si parla di treni ad alta velocità. E di futuro: un futuro possibilmente senza treno che corre ai 400 all’ora.

 

FRA I VIAGGIATORI E I PENDOLARI DELLA TORINO-MODANE BLOCCATI DALLA MANIFESTAZIONE DEI VALSUSINI

Bussoleno, capolinea della protesta
 

Fulvio Morello
«No, non c’era nulla di programmato a tavolino. E’ stato tutto spontaneo, improvviso. Quando abbiamo capito che ad Urbiano la pressione della polizia sui manifestanti era troppo forte abbiamo deciso questa azione diversiva: occupare una stazione ferroviaria».
Sembrava questa la grande beffa della giornata delle trivellazioni: l’irruzione dei «No Tav» nelle stazioni ed il blocco della circolazione ferroviara. Sembrava, prima del colpo di mano di Ltf e forze dell’ordine.
Ma andiamo con ordine. Alle 9,30, nella stazione di Bussoleno arriva, sul terzo binario, il treno regionale 10010 diretto a Bardonecchia. E’ un attimo: cento persone, ma forse sono anche di più, si materializzano nello scalo ed occupano i binari. L'azione coglie di sorpresa le forze di polizia, il convoglio rimane bloccato in stazione per circa mezz'ora, prima che i «No Tav», con le bandiere in mano, vengano allontanati dallo scalo. I manifestanti, però, rimangono nel complesso della stazione ferrovaria. Sono attimi concitati, di tensione. La direzione di Trenitalia, dopo circa un’ora, prende la decisione di bloccare la circolazione sui binari, anche se le linee rimangono libere.
La conseguenza immediata è una lunga serie di stop ai convogli. Ad Avigliana il Tgv diretto a Parigi è costretto ad una lunga ed inaspettata sosta fuori programma. Poco dopo la stessa sorte tocca anche al «Talgo» diretto a Barcellona. Analogo provvedimento viene adottato per i treni anche a Bardonecchia. Il blocco sulla linea internazionale viene mantenuto per tutta la giornata anche se i manifestanti camminano tranquilli sui marciapiedi della stazione. Per i pendolari questo si traduce in disagi enormi, in ritardi epocali. Ma nessuno protesta: sono tutti dalla parte dei «No Tav». Soltanto dopo alcune ore di caos totale vengono istituite corse sostitutive.
«Bloccare la circolazione era l'unico modo per far conoscere la nostra lotta a livello nazionale» dicevano a Bussoleno nella tarda serata di ieri. E spiegavano: «Non andremo via finchè non scendono i poliziotti dalla montagna del Rocciamelone». Poi hanno abbandonato il presidio.
Il giorno più lungo della Val Susa