La
Stampa, 17 Gennaio 2006
DA TORINO A MESSINA
IERI IN PIEMONTE UNA DELEGAZIONE DI SICILIANI A SCUOLA DI DISSENSO
«No Tav» & «No Ponte»:
gemellaggio
di protesta
Lodovico Poletto
TORINO
I supertreni come il megaponte. Ovvero, dalle montagne
della valle di Susa al mare di Messina. I «No Tav» fanno scuola e diventano
maestri di contestazione popolare, esportando la protesta di novembre, che li ha
fatti conoscere al mondo. I «montagnini» più battaglieri d’Italia si preparano
ad una trasferta al mare per dire «no» al progetto del Ponte sullo stretto,
opera da 30 miliardi di euro che dovrebbe collegare Calabria e Sicilia. Ieri si
sono gemellati con i colleghi del «No ponte», le associazioni che, da anni, si
battono contro la realizzazione dell’opera: «Siamo accomunati anche dallo stesso
sogno: ottenere l’abrogazione della legge obiettivo, la norma che disciplina le
grandi opere pubbliche consentendo di ignorare e calpestare la volontà
popolare».
A Condove, paese ai piedi della montagna del
Rocciamelone, è arrivata ieri una delegazione di siciliani e calabresi, saliti
nella valle per preparare la trasferta dei valsusini, il prossimo fine
settimana, al Sud: a Messina, dov’è in programma un happening contro il ponte.
Avvenimento che, sperano gli organizzatori locali, porterà in piazza decine di
migliaia di persone, come accadeva tra novembre e dicembre nella val di Susa,
pavesata di bandiere «No Tav». E’ la seconda «trasferta» in pochi giorni dei No
Tav: a Chambéry, l’altra settimana, sono sbarcati in 5 mila per scaldare il
cuore dei protestatari transalpini. Rimasti, per il vero, piuttosto tiepidi,
visto che ad accoglierli non c’erano più di cento persone.
Certo, francesi o no, i numeri della contestazione anti
ponte e anti Tav non sono gli stessi. «All’ultima iniziativa, l’8 dicembre del
2004, eravamo riusciti a far scendere in piazza più di 10 mila persone...» dice
Paolo Idone, del Coordinamento «tra Scilla e Cariddi». Quattro gatti rispetto
alla calca di Venaus, dove, il giorno in cui vennero ripresi i terreni dove
sorgerà il cantiere per la costruzione del tunnel esplorativo, si stimarono più
di 60 mila presenze.
Maestri di mobilitazione, quindi, i valsusini. Un po’
invidiati e un po’ ammirati. «Ma i giornali e tivù si sono accorti della nostra
battaglia soltanto dopo il 31 ottobre, dopo quella giornata campale nei boschi
di località Seghino, mentre cercavamo di impedire l’accesso ai siti di
carotaggio» dice adesso Barbara Debernardi, primo cittadino di Condove, che ieri
ha fatto da cicerone in valle agli «amici» arrivati dal sud. «In valle sono
ormai quindici anni che portiamo avanti la nostra battaglia. E nel 1996, alla
nostra prima manifestazione eravamo appena 5 mila...».
Ma anche c’è qualcosa di più, che unisce la gente della
Val di Susa a quella del Sud ostile al «megaponte». Ed è la voglia di contare di
più nelle scelte di sviluppo del territorio. «La gente è scavalcata da normative
assurde, che non tengono conto della popolazione» dice ancora Paolo Idone. E
snocciola sulla “questione viadotto” dati, numeri e nomi di imprese che avranno
a che fare con l’opera. «Alla fine farà risparmiare dieci minuti di tempo a chi
deve andare da una regione all’altra. Complimenti: per questo investono 30
miliardi. Con mezzo miliardo, invece, potrebbero acquistare navi superveloci e
il risultato sarebbe lo stesso». E ancora: «Quei soldi andrebbero investiti
nelle infrastrutture per la Sicilia. Interventi ferroviari, stradali ma
specialmente portuali. Il ponte non ha senso...».
E c’è ancora qualcosa che accomuna le due proteste. Ed è
l’adesione degli amministratori locali. Uno per tutti: il sindaco di Messina,
quando è stato eletto ha detto grazie pubblicamente ai «No ponte». «E al
Brennero è la stessa cosa: i sindaci sono contrari al mega tunnel e la gente ha
le nostre stesse esigenze» dice Antonio Ferrentino, presidente della Comunità
montana bassa val di Susa, diventato ormai icona della protesta, e sempre in
viaggio per l’Italia. E’ categorico: «Non ci interessa unire tutte le realtà
d’Italia che dicono “no” a qualcosa. Ma mettere in discussione la catena dei
processi decisionali». E ancora: «Ciò che è accaduto in Valsusa potrebbe far
scattare situazioni analoghe in giro per il Paese». Insomma: è il sogno di
«democrazia dal basso», quella che Beppe Grillo sbandierava in piazza il giorno
della marcia di Torino.