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Gli "Sfaccendati" non mollano...








La Stampa,
09 Dicembre 2005
LE PAROLE
MILITARIZZATE
Barbara Spinelli
CI sono tante cose oscure, nella
storia dell’Alta Velocità che in questi giorni preoccupa gli italiani,
soprattutto a Nord-Ovest. Colpisce il modo, in cui lo Stato è intervenuto a
Venaus per sgomberare i terreni occupati dai manifestanti: modo violento di chi
ha deciso un blitz a freddo, come ha scritto su questo giornale Luigi La Spina,
senza che ci fossero motivi immediati o gravi. Colpiscono le parole non calme ma
apprensive d’un presidente del Consiglio che denuncia l’esistenza di «disegni
eversivi» capeggiati in tutta Italia da sinistre e antagonisti, e sa bene che
quest’allarmata denuncia favorisce - alla vigilia delle Olimpiadi e delle
elezioni - la saldatura tra movimento locale dei valsusini e movimento nazionale
di no-global, autonomi, anarco-insurrezionalisti. Gli scontri di ieri sembrano
confermare tale saldatura, oltre alla militarizzazione dei linguaggi. Nel
pomeriggio, il sindaco di Venaus ha rilasciato il bollettino: «Ci siamo ripresi
i terreni usurpati».
Ma non è tutto qui. Colpisce la
decisione di potenziare solo ora, dopo lo sgombero e il disastro della
comunicazione fra governo e popolazioni locali, l’Osservatorio che valuterà le
tante questioni relative all’Alta Velocità: questioni ecologiche legate ai
minerali nascosti dalla montagna (amianto, uranio); problemi dei costi che non
dovrebbero oltrepassare troppo i benefici; problema delle garanzie che dovranno
esser date ai valsusini (essenzialmente, garanzia che la futura ferrovia riduca
davvero l’inquinante traffico dei Tir sulle autostrade). Colpisce infine la
cecità di un potere pubblico che difende com’è suo dovere la legalità, ma che ha
fatto incancrenire il malcontento per non averlo saputo in questi anni vedere,
ascoltare, includere nei calcoli. Ci sono interventi polizieschi che sono il
contrario di un interessamento e nascono piuttosto da un’estraniazione, oltre a
crearla. Ci sono progetti razionali, opportuni - una ferrovia ad alta velocità
che dal Portogallo va a Kiev ha questi attributi - che però sono attuati con
l’orgogliosa arroganza di chi solo in apparenza si attiva ma in realtà è pigro:
pigro nello spiegare, nel persuadere, nel negoziare. «Le nazioni orgogliose sono
in genere pigre», scriveva Montesquieu, volendo dire con questo che la pigrizia
può coesistere con fierezza e ardimento dei progetti.
Questa pigrizia è un male europeo,
non solo italiano. È la pigrizia con cui il potere reagisce alla rabbia delle
periferie urbane in Francia, da oltre un decennio. È la pigrizia con cui viene
pensata la mutazione antropologica provocata dal lavoro non più stabile e dalla
mesta de-industrializzazione di aree come il Nord-Ovest italiano. È la pigrizia
con cui si affronta la mescolanza tra popolazioni autoctone e allogene. È la
pigrizia con cui si costruisce l’Europa, senza darle la capacità di ripartire ed
esser percepita come vicina dai popoli. Collera e risentimento sono fenomeni
caratteristici dell’epoca, e la democrazia non può non fare i conti con essi:
con la loro irrazionalità, la loro propensione a infrangere la legalità. La
razionalità è la risposta che s’impone, ma essa diventa sterile se trasformata
in un fortino dentro cui ci si rinchiude in preda all’apprensione. È finita
l’epoca in cui si riteneva razionale ogni cosa reale: tante cose reali sono oggi
irrazionali, e la democrazia deve affinare metodi, risposte. I suoi progetti di
modernizzazione non può promuoverli contro le popolazioni, militarizzando il
territorio: sia esso banlieue o
valli montane.
Non è chiaro come si potrà fare ma
qualcosa di nuovo, che trasformi la collera in partecipazione cittadina,
bisognerà pure inventarlo.
Non era sempre così, nel mondo e in
Italia. Ci furono epoche in cui si conquistavano terre per costruirvi ferrovie,
ponti, ed erano nuove frontiere per le democrazie. L’interesse collettivo e i
grandi progetti di modernizzazione venivano imposti con sicurezza, perché la
filosofia del tempo dava a quest’interesse e a questa modernizzazione una quasi
automatica preminenza. Ma non possiamo dimenticare che le democrazie hanno una
storia, che da essa tocca imparare sempre nuove lezioni, che progresso e
modernizzazione sono esperimenti che furono più volte pervertiti nello scorso
secolo. L’idea dello sviluppo sostenibile è nata in concomitanza con questa
presa di coscienza, specie in Europa.
Il secolo scorso e una lunga
esperienza di grandi programmi collettivisti falliti ci insegnano proprio
questo: che esiste il pericolo di criminalizzare la modernità, ma che la
modernità può anche divenire un’astrazione estremistica, sull’altare della quale
vengono sacrificate le singole persone con disinvoltura a volte mortifera. Ci
sono parole, progettualità, slogan che sono ancor oggi usati con questa
disinvoltura, e che le classi dirigenti adoperano senza quasi accorgersi come il
dubbio e la diffidenza le abbiano ormai corrose: parole come
interesse generale,
progresso, sviluppo,
modernità, obbligo di
restare in Europa, di non esserne
tagliati fuori. Sono parole che
rischiano di tramutarsi in feticci, che vengono dette come appartenessero a un
credo inconfutabile, che le popolazioni sempre più spesso respingono. In nome
dell’Europa e della modernità l’individuo è invitato a farsi da parte, affinché
il particolare - così si dice - non vinca sul generale.
Naturalmente è bene che il
particolarismo non vinca, soprattutto se la vittoria è ottenuta con mezzi
illegali. Ma l’adesione convinta all’interesse generale non muta la realtà, e la
realtà di oggi è caratterizzata da quest’emergere volitivo del particolare e
dell’individuale in polemica col collettivo. È d’altronde uno sviluppo naturale
nelle società aperte, e stupisce che proprio le destre liberali non lo
intuiscano. L’individuo è importante come la collettività, dopo il fallimento
dei progetti modernisti del ’900. E se l’individuo ha la sensazione di esser
leso dal progresso incontrollato, se ha l’impressione che l’ambiente sia
minacciato, la democrazia non può ignorarlo. Non può dimenticare che vi furono
progetti modernizzatori che finirono in catastrofe, come raccontato nel teatro
di Marco Paolini: gli errori del Vajont non possono più esser compiuti, non
possiamo traforare montagne senza sapere come proteggerci da amianto e uranio
eventuali. Un’opera pubblica si può fare solo con le popolazioni, non contro di
esse e non concentrando lo sguardo unicamente sui no-global. Reinventare la
democrazia è una necessità, ed è dall’individualismo metodologico che converrà
cominciare. Soluzioni miracolo non esistono ma si può pur sempre tentare quel
che l’arte del governo da sempre consiglia: rispettare le popolazioni,
ricorrendo al linguaggio della persuasione, della pedagogia, della simpatia.
Dedicarsi a quest’arte, non lasciando che l’intera attività del politico si
esaurisca nei duelli di potere fra schieramenti.
La coscienza di queste sfide pare
completamente assente, in un governo che non mostra di vedere le persone
semplici dietro la protesta e che è immerso in un’unica realtà: quella della
contesa elettorale, dei toni acrimoniosi, del partito di lotta più che di
governo. Il ministro delle Infrastrutture Lunardi si è mostrato, in questo,
esemplare: un ministro cointeressato peraltro al traforo a causa della «Rocksoil»,
l’azienda specializzata in tunnel che egli ha fondato e oggi ceduto ai
familiari. «Banda di scansafatiche», così ha definito i manifestanti, non molto
diversamente da come Sarkozy ha provocato i rivoltosi delle
banlieues chiamandoli
racaille - canaglie. E dopo lo
sgombero ha improvvidamente aggiunto: «La questione Tav è esclusivamente di
ordine pubblico».
Ha fatto bene il ministro
dell’Interno Pisanu a ribellarsi: lo sgombero da lui ordinato ha esasperato gli
animi come forse egli non avrebbe voluto, ma le parole di Lunardi trasformano la
fiamma in incendio. Tutta la modernità e il progresso europeo sono questioni di
ordine pubblico: questo dice Lunardi, lavandosi le mani e lasciando che i nodi
della società italiana (la Tav è solo un esempio) siano sciolti dai poliziotti.
Evidentemente dal suo punto di vista non ci sono compiti che devono essere
piuttosto assunti dai responsabili delle infrastrutture, dell’ambiente, della
salute, della protezione civile, dell’istruzione. Per questo abbiamo parlato di
arroganza e pigrizia. Ci sono progetti che attuati in questo modo distruggono il
progetto stesso. I margini di negoziato con valsusini e No Tav sono minimi o
inesistenti, si sente dire. Ma proprio perché sono minimi bisogna dialogare,
spiegare, mettere le tecnologie al servizio dell’ambiente. Questa è oggi la non
pigrizia.
È chiaro che ci sono peccati
d’omissione anche a sinistra: una sinistra che in passato approvò la Tav, che
adesso si divide e lascia soli il governatore del Piemonte e il sindaco di
Torino a difendere l’utilità del progetto, il negoziato e la legalità.
Un’opposizione che invoca il dialogo, ma che non sempre spinge il cittadino a
separare quel che è pratico da quello che è ideologico.
Se Prodi ha promesso una mediazione,
vuol dire che non ritiene impraticabile la trattativa. D’altronde altro metodo
non c’è, ed è importante che lo dica un politico che conosce non astrattamente
sia l’Italia, sia l’Europa. La sussidiarietà infatti è una risorsa preziosa
dell’Unione, per chi voglia reinventare la democrazia: le decisioni che i
governi non riescono a compiere da soli possono dislocarle verso il basso
(collettività locali) e anche verso l’alto (autorità europee che co-finanziano
l’Alta Velocità). È una soluzione che può salvare la modernità, evitare la sua
demonizzazione, e tornare a fondarla sulla capacità della democrazia a
costruirsi e correggersi senza sacrificare l’individuo.

La Stampa, 12 Dicembre 2005
GRANDI OPERE
PICCOLI ALIBI
Giuseppe Berta
C’è da sperare che la pausa decisa
per approfondire la questione della Tav e per ripristinare una sede di confronto
con le amministrazioni locali della Val di Susa valga a ristabilire procedure e
forme di contatto che la settimana scorsa erano parse a rischio di saltare
totalmente. Non si tratta soltanto di fare in modo di non compromettere lo
svolgimento delle Olimpiadi, ricreando attorno ad esse una condizione sociale
che non sia in contrasto frontale con il clima di un grande evento sportivo. E
non si tratta nemmeno di riparare alla crisi di mediazione politica e di
negoziato sociale emersa in maniera clamorosa dopo i fatti di Venaus e
l'imponente schieramento di polizia che ha preso forma attorno ai cantieri.
È evidente che la pausa dovrà servire
a rimediare a carenze e ritardi vistosi, che hanno esasperato un conflitto
locale da affrontare e gestire con tutt'altro metodo. La vicenda della Val di
Susa, a questo punto, dovrebbe aver insegnato qualcosa, a Roma ma anche a
Torino.
Essa, soprattutto, dovrebbe
sconsigliare i toni retorici che immediatamente vengono adottati nel nostro
Paese non appena si profila un problema tale da suscitare prese di posizione
radicali. È evidente che ciò vale per chi ha cercato di trasformare la protesta
della Val di Susa nell'ennesima situazione in cui mobilitarsi contro gli effetti
della globalizzazione. È il pericolo che oggi corre ogni azione locale, che con
facilità può essere rappresentata come un atto dimostrativo contro la
prevaricazione dei poteri sovrannazionali. Ma da tale pericolo non è andata
affatto esente neppure la denuncia politica di chi ha fatto della Tav un
feticcio, convertendola nella frontiera simbolica della modernità.
All'improvviso è parso che la sorte dell'Italia venisse a dipendere da un'opera
la cui realizzazione dovrebbe richiedere, nella migliore delle ipotesi, quindici
anni. La Tav - anzi, il suo segmento Torino-Lione - è improvvisamente assurta a
banco di prova generale della capacità di modernizzazione dell'Italia. C'è stato
persino chi l'ha eretta a emblema delle politiche rivolte a contrastare il
declino del Paese.
Ora, se la nostra sorte è legata a
un'opera destinata a produrre i suoi effetti tra due decenni, c'è davvero di che
essere preoccupati. Perché è legittimo dubitare che il processo di
trasformazione dell'economia internazionale subirà una decelerazione così da
aspettare l'Italia e la realizzazione di un'infrastruttura di cui si parla ormai
dall'inizio degli Anni Novanta.
Insomma, comunque la si pensi sulla
Tav, essa non può diventare l'alibi per non mettere mano urgentemente ad altri
interventi infrastrutturali e logistici di cui il Nord-Ovest italiano ha grande
necessità e non può veder rimandati troppo a lungo. Per esempio, è importante
creare un retroterra al porto di Genova, indispensabile per un polo logistico di
respiro europeo.
Proprio a motivo della grande
trasformazione in cui è coinvolto il nostro sistema economico, occorre
progettare una pluralità di soluzioni che la accompagnino sul terreno delle
infrastrutture e del sistema delle comunicazioni. Nei prossimi tempi, servirà
una capacità di intervento duttile e flessibile, che sappia dimensionarsi sui
bisogni di un'organizzazione economica che sta modificando alcuni dei suoi
caratteri primari. Perciò non si può ridurre la politica delle infrastrutture e
dei nodi logistici alle sole grandi opere, come se fosse in potere di queste
ultime cambiare il destino di intere aree economiche e produttive. Non si può
scaricare il rilancio del Nord-Ovest sulla Tav o la politica per il Mezzogiorno
sul Ponte sullo Stretto di Messina. Senza contare che l'accelerazione che
conosce il dibattito sulle grandi opere in prossimità delle scadenze elettorali
può alimentare i sospetti sugli interessi di un vasto, articolato e trasversale
«partito degli affari», sempre pronto a risorgere.

La Stampa, 13 Dicembre 2005
Giovanna Favro
Salvate la farfalla azzurra. Si chiama «Maculinea teleius» ed è sorella dei
Panda, perché è anch’essa minacciata dall’estinzione. La Comunità europea l’ha
dichiarata specie protetta, «ma a darle la botta finale sarà proprio un’opera
comunitaria, la Tav». Ne sono convinti a Valdellatorre, dove la rarissima
farfalla finora ha volato ignara e felice sull’erba, e dove in nome della lotta
all’alta velocità è stato costruito un piccolo cimitero. Una quarantina di croci
bianche piantate nel prato in cui partirà un gigantesco cantiere: la bocca di un
tunnel scavato nella pancia del Musiné. Sulle croci c’è scritto «No Tav», e poi
tutto ciò che con gli scavi sarà sepolto: «Qui riposano i soldi per la sanità,
la cultura e l’istruzione». «Qui giace la politica al servizio del cittadino».
Sulle tombe, qualcuno ha anche deposto dei fiori.
Se quello di Venaus sarà uno dei tunnel più grandi al mondo, anche quello di
Valdellatorre, lungo una ventina di chilometri, non sarà una cosetta da niente.
E per costruirlo, spiegano disperati alla borgata Cascina Monache, bisognerà
pure spianare diverse cascine. Le loro, appunto.
Luca Zampollo, assessore, della Tav sa tutto: «Al confine con San Gillio,
appunto a Cascina Monache, - spiega con il collega di giunta Giancarlo
Cravanzola - ci sarà un cantiere da 40 mila metri quadri. Qui il treno
s’imbucherà in una galleria da cui uscirà un milione di metri cubi di roba».
Ergo, «milioni di camion. E qui c’è ancora più amianto che a Venaus, perché è la
stessa porzione geologica di Balangero». Anche di qui, quando ci sono cortei in
Val di Susa, parte gente che protesta. Anche perché «Il cantiere è troppo grosso
per l’acquedotto del paese: divorerà troppa acqua, lasciando all’asciutto le
case per 15 anni, il tempo dei lavori». E poi c’è dell’altro. C’è la farfalla
azzurra che morirà, «ed esiste quasi solo qui. Con lei sparirà un fiore
anch’esso protetto, l“euphorbia gibelliana”. E’ giallo, grande come una rosa». E
poi ci sono laghetti e paludi, con gli aironi. Addio anche a loro.
Ma c’è dell’altro ancora. Al bar «Bon bon» di frazione Brione ci sono avventori
perplessi, come Roberto Sanna («I medici dicano una volta per tutte se c’è
pericolo o no»), e altri rassegnati («Protestare non serve», dice Bruno Brugnano).
Ma, udite udite, al bar si trova pure qualcuno favorevole al supertreno. Un po’
più giù, a Grange di Brione, Cascina Monache e Tetti Negri, è invece tutta
un’altra musica. I muri e i balconi pavesati di striscioni no-Tav gridano un
dramma. «Passerà sui miei terreni, il treno - dice Giovanna Canale, 51 anni -.
Spazzerà via i campi e le vigne, e le mie mucche. Forse anche la casa». Angela e
Ottavio Rulent sono anziani e disperati: «Sono nato qui - dice lui -. Cascina
Monache deve sparire. Dove andremo? In un ricovero?» «A noi, i binari - spiegano
Paolo e Domenico Fauda - passeranno nella stalla. Abbiamo 2 mila metri quadri di
cascina, e 120 giornate di terreno: forse, in città possono chiedere alla gente
di traslocare in un altro appartamento, ma una cascina è un’altra cosa. Ci va
tempo, a costruirla, e intorno serve tanta terra. Che sarà di noi?»
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