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LA STAMPA, 28 Luglio 2005 

UN luogo che ti piace (Torino con nuvole rosse invernali, campagne parchi ecc.) non va descritto entusiasticamente come facevi da giovane, bensì va rappresentata, in modo netto e chiaro, la vita che vi conduce chi ci vive, chi ne è espressione. Esempio, Dostoevskij. Così, per la tangente, nella fantasia del lettore resteranno i luoghi. Si ottiene quello che non si cerca.


CESARE PAVESE - Il mestiere di vivere - 5 dicembre 1948


Se Torino la vedi attraverso «chi ci vive, chi ne è espressione» oggi, ti casca certo ogni entusiasmo residuo (n. di g.c.)

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PHONE CENTER, DAL 2003 AL 2005: AUGURI A TUTTI QUELLI CHE HANNO DORMITO (E ADESSO VOGLIONO ANCHE DARE IL VOTO A CHI MANDA SOLDI AI TERRORISTI...)

LA STAMPA, 18 Luglio 2003

DOPO CHE I COMITATI SPONTANEI DI PORTA PALAZZO E SAN SALVARIO LI AVEVANO ACCUSATI DI NASCONDERE ILLECITI

«E’ vero, sui phone center servono norme severe»

Un titolare: tanti chiudono un occhio sull’identità di chi spedisce denaro
 

Angelo Conti
Il fenomeno phone-center preoccupa i cittadini di Porta Palazzo e San Salvario. Sembra interessare un po’ meno le autorità che, anche in conseguenza di una legislazione tutt’altro che chiara, preferiscono una posizione attendista di fronte ad un fenomeno che si sta facendo vistoso. I più critici sostengono che questi esercizi vivano nell’illegalità e che, talvolta, offrano coperture ad attività criminali. E’ tutto vero? Lo abbiamo chiesto al titolare di uno dei più frequentati phone center della città: è un extracomunitario, da anni regolare in Italia.
Come funziona un phone center?
«Vi ricordate i vecchi uffici della Sip a Porta Nuova, dove si andava a fare le interurbane quando i telefoni nelle case erano pochi? E’ la stessa cosa, solo che i nostri clienti sono in prevalenza cittadini stranieri che telefonano verso il loro paese d’origine. In più noi riusciamo ad offrire prezzi che sono inferiori, solitamente di molto, alle tariffe applicate dalla Telecom a chi telefona da casa».
Qualche esempio?
«Da noi si può parlare con tutta l’Europa a 30 centesimi al minuto, suppergiù con la stessa cifra si telefona nei paesi del Maghreb, a 40 centesimi c’è l’India o la Nigeria, a 80 centesimi la Somalia. Il paese più caro in assoluto è Cuba: costa 1 euro al minuto».
Voi, ovviamente, li comprate a molto meno.
«Certo, ma noi dobbiamo spesso acquistare pacchetti di telefonate, cioè molte ore insieme. Così facendo otteniamo forti sconti: paghiamo ai nostri fornitori 3 centesimi al minuto per gli Stati Uniti, la stessa cifra per moltissimi paesi europei, 17 centesimi per il Marocco, 22 centesimi per il Kenya. Ovvio che a questi prezzi va aggiunta l’Iva, più un ricarico che di solito è del 30-40 per cento».
Che c’è di vero nelle accuse dei Comitati Spontanei?
«Beh, hanno ragione. In alcuni phone center non si chiedono i documenti a chi utilizza le postazioni Internet. Ed è vero che molti utilizzano apparecchiature non omologate, o comunque irregolari. Non è poi un mistero che taluni mettano in atto vere e proprie truffe, facendo scattare il minuto di conversazione ai 55 secondi».
Perché questa esplosione di phone center?
«Perché è un’attività che rende. E una volta rendeva di più. Ogni cabina, se occupata, consente un guadagno di 6-7 euro all’ora. Moltiplicato per 6 o 7 cabine diventa un business. E dire che solo tre-quattro anni fa il guadagno era doppio».
Chi apre un phone center?
«Una volta eravamo imprenditori puri. Adesso sono spesso stranieri regolari in Italia che, licenziati dall’azienda in cui lavoravano, per non correre il rischio di perdere il permesso di soggiorno investono la liquidazione in una di queste attività. Magari non guadagnano, ma da imprenditori non potranno essere espulsi. In più potranno assumere i propri famigliari, consentendone la regolarizzazione».
Le omissioni più gravi sarebbero nei trasferimenti di denaro...
«Certo. Chi manda denaro all’estero deve essere identificato, ma ci sono troppi titolari di phone center che chiudono un occhio, o scrivono un nome diverso da quello del documento sulla bolla di accredito. Coprono così rimesse illecite. Questo flusso di denaro, che è ovviamente provento di attività illegali, a Torino può toccare le decine di migliaia di euro al giorno. La colpa è di una normativa assurda che consente di effettuare trasferimenti di valuta anche ai baristi ed ai salumai».

 

LA STAMPA, 06 Agosto 2005


IL CASO. LA DENUNCIA DI INVESTIGATORI E DI CHI SI OCCUPA DEGLI IMMIGRATI DI UN PROBLEMA CHE COINVOLGE, SOLO A TORINO, UNA TRENTINA DI CENTRI

«Dai phone center soldi al terrorismo»

Un vuoto normativo permette a gestori disonesti di «spedire» all’estero denaro sporco

«I phone center sono in alcuni casi canali di riciclaggio del denaro sporco». Gli utili della droga che arriva in particolare dai Balcani e dalla Nigeria. Ma non si esclude che vi possano transitare, accanto ai risparmi di tanti immigrati che vivono di onesto lavoro, anche le collette raccolte attorno ai luoghi di preghiera e qualche volta dirottate su centri o persone che possono avere a che fare con ambienti del radicalismo islamista, vicini al terrorismo. I servizi investigativi cercano di monitorare i phone center con autorizzazione al money transfer perché, come sorta di sportello bancario, non hanno particolari obblighi: nell’appoggiare il denaro ricevuto alla Western Union per il trasferimento ai destinatari lontani (attraverso un codice alfa numerico di riconoscimento), non è fatto loro obbligo di rivelare chi abbia versato il denaro. Per l’operazione è sufficiente un prestanome.
Del resto, risulta che almeno uno della trentina di phone center avviati in città sia intestato a un prestanome, dal requisito fondamentale: permesso di soggiorno con tanto di certificato penale immacolato. Abbiamo raccolto testimonianze in tal senso nell’ambiente dell’immigrazione, estese alla strana circostanza che alcuni di questi sportelli telefonici intercontinentali mandano via la clientela normale.
La mancanza di un quadro riferimento legislativo più chiaro sulle competenze esclusive dei «phone center» ha creato un «buco» nelle maglie dei controlli e il fatto che si parli tranquillamente di alcuni di questi centri come di possibili canali di riciclaggio di denaro sporco conferma la necessità di un sistema di autorizzazioni e di controlli più puntuale. I servizi di sicurezza americani monitorano i trasferimenti di denaro che gestisce il colosso yankee di «pronta consegna» in tutto il mondo. Le grosse cifre non sfuggono ai controlli e con le loro scie anche i nominativi di chi invia il denaro e di chi lo riceve. Per questo motivo una rete di prestanome è utile nel confondere le piste del denaro nero. L’esperienza investigativa insegna che i canali del riciclaggio si sovrappongono: si collaudano per il trasferimento di denaro caldo (provento di evasione fiscale), per utilizzarli poi anche per quello sporco. Dalla droga al terrorismo e viceversa: in qualche caso investigativo si è visto che l’una è servita a finanziare l’altro.
Gaino e Poletto A PAGINA 35

 

LA STAMPA, 06 Agosto 2005


Alcuni risultano intestati
a prestanome: uno
di loro era una donna
marocchina che non
sapeva neanche l’italiano
 

Alberto Gaino
Da mesi i servizi investigativi cercano di monitorare i phone center come sportelli bancari attraverso cui può transitare denaro nero e nerissimo verso paesi africani e orientali: l’autorizzazione al money transfer data ad una parte di questi esercizi li mette nella condizione di svolgere un’attività più importante della stessa ragione sociale per cui sono stati aperti (lo sportello telefonico), senza dover rispettare rigorose procedure sull’identità di chi effettua i versamenti. «Sono una specie di banca senza averne gli obblighi - segnala un investigatore - perché, quando a loro volta si appoggiano alla sede più vicina della Western Union, per il trasferimento di denaro con un codice alfa numerico da trasmettere al destinatario della somma, possono fornire un prestanome qualsiasi come mittente».
Mohammad Kiwar, punto di riferimento stabile alla Cisl dei diritti degli immigrati stranieri, non usa mezzi termini: «Un phone center può diventare un canale di riciclaggio del denaro sporco e alcuni a Torino lo sono senz’altro. Quelli, ad esempio, che mandano via i clienti che vogliono mettersi in contatto telefonico con i parenti lontani, chiamano il vicino che avverta genitori o fratelli e in attesa di poter loro parlare stanno lì, al phone center, e per il solo fatto di rimanere lì danno fastidio. A guardar bene certi phone center sono sempre vuoti, o quasi. Ma restano aperti».
«Se si vuole aprire un phone center per altri scopi - ragiona il sindacalista - è sufficiente trovare un prestanome con il certificato penale pulito. Ho conosciuto una signora marocchina che non conoscenva una parola d’italiano, eppure risultava titolare di un phone center in una via del centro storico. Così può accadere anche per il semplice trasferimento di denaro appoggiandosi alla Western Union. Per quanto i servizi americani monitorino i flussi di denaro da chi verso chi, resta la questione irrisolta dei tanti prestanome che si possono utilizzare in queste operazioni se si tratta di denaro sporco».
Un’altra fonte, molto attiva nel volontariato torinese, conferma che il problema può esistere all’interno della variegata rete delle trentina di sportelli telefonici intercontinentali aperti a Torino. E aggiunge: «Albanesi e nigeriani, ormai molto ben radicati nel traffico di droga, utilizzano questi canali per il trasferimento del denaro sporco. Non si può escludere che per quella via passino le “collette” raccolte per gruppi terroristici».
«Torino è sempre stata una città di transito per l’immigrazione verso il nord dell’Europa - ribadisce Kiwar, in città da più di trent’anni - e le inchieste giudiziarie hanno segnalato qualcosa del genere anche per singoli terroristi in fuga. Prima dell’11 settembre trovavi facilmente in giro per Porta Palazzo o San Salvario reduci dall’Afghanistan con la barba lunga che si vantavano del loro radicalismo islamista. Dopo le Twin Tower, sono scomparsi o si sono tagliati la barba. Il fenomeno a mio giudizio più preoccupante è la presenza di chi sa parlare meglio di altri ed è in grado di sfruttare i rancori che un immigrato può covare per un’ingiustizia».
Un’altra fonte, in contatto con i responsabili delle comunità islamiche locali, dà un segnale assai più inquietante: «Da Torino, Novara, Bra, forse anche da Biella sono partiti sino a tutto il 2003 decine di giovani maghrebini e africani per l’Afghanistan, Pakistan e poi per l’Iraq. Qualcuno è tornato?». Pare proprio di sì: lavora, prega, ha una vita regolare in provincia, da «dormiente».

 

LA STAMPA, 06 Agosto 2005


L’imprenditore:
io rispetto le regole
ma i soldi
non hanno memoria

 

Lodovico Poletto
Per favore, non chiamateli soltanto «phone centers». Perché quando entri in uno di quei negozi trovi un mondo che fuori, nella città che si prepara alle Olimpiadi, neanche si riesce ad immaginare. Ci sono i giornali per i cittadini algerini, romeni, tunisini ed arabi, altrimenti quasi introvabili. Sono scritti in francese, inglese, arabo o qualche lingua dell’est, le sole che il popolo degli immigrati, spesso, capiscano bene. Potere di Internet: ci trovi anche la gente che chiacchiera con la famiglia, magari in uno sperduto villaggio del Gabon, via Webcam. E ci trovi uomini e donne che spediscono a casa i soldi che si sono guadagnati qui, a Torino. Lecitamente? Oppure sono il frutto di attività illegali? Se un gestore di phone center con sistema di spedizione del denaro non puoi sindacare. «Perché le banconote non hanno memoria, non ti raccontano da dove vengono. Le prendi e basta: questa è l’unica cosa che puoi fare se vuoi mantenere questo servizio di money transfer». Parola di Franco Trad, libanese d’origine, 40 anni, laureato a Torino in architettura e poi diventato imprenditore, con questo suo «phone center» nel cuore di Porta Palazzo: corso Regina Margherita 158. Varchi la soglia del negozio con le insegne della «Western Union», colosso a stelle strisce dei servizi mail e bancari, e scopri un mondo parallelo. «Servizi etnici» per dirla con le parole di Trad, uno dei primi in città ad intuire le potenzialità commerciali e di guadagno dei queste attività. Lui, le prime cabine telefoniche, attivate scaricando da Internet le tariffe dei collegamenti internazionali, e scegliendo quelle più convenienti, le ha aperte 8 anni fa. Poi è arrivato l’accordo con la «Western Union», quindi tutto il resto: internet, email, lavanderia a gettone. Dice. «Se sei onesto fai tutto per bene. Guadagni lo stesso, e la gente ti rispetta». E con i soldi? «Io chiedo sempre i documenti, li registro, compilo tutti i campi della videata richiesti dalla Western, infilandoci informazioni vere...». Altrove, invece, può accadere di tutto. Anche che qualcuno scriva «Michey Mouse» nel campo nome e cognome della bolletta di un money transfer. Basta chiederlo alle forze dell’ordine: a casa di certi spacciatori hanno trovato di tutto. Trad, invece, mette le mani avanti: «Io a questi giochini non mi presto. Sono presidente dell’Unione araba: non voglio guai».
Quando entrano clienti lui si chiude nella «cabina di regia». E da lì controlla tutto, incassa il denaro, attiva le linee. Entra una donna romena male in arnese: «Quanto costa chiamare a casa...». Venticinque centesimi. Franco Trad trova la linea, attiva il sistema, accende il computer: «Cabina 3. Paghi quanto hai finito». Arriva un ragazzo algerino con un uomo italiano: «Devo mandare 2000 euro a una ragazza». «Dammi un documento; la commissione è di 50 euro...». E via di questo passo. Senza un attimo di sosta.
Spunta un ragazzone senegalese con una borsa di panni sporchi: «Vado a lavare...». E Trad: «Lavatrice numero 5. Te la accendo da qui...». Il ragazzo infila i panni nella macchina, sfila un giornale dall’espositore «Africa news». «Intanto chiamo casa...». «Cabina 1...». Così tutto il giorno. Venti, trenta, anche cinquanta operazioni bancarie al giorno. Altrettante, se non di più, le telefonate. Il doppio o il triplo i giornali gratuiti distribuiti. «Quelli vanno come il pane. Guarda questo qui, africano». In prima pagina: «Are you travelling out of Italy for holidays? Make sure you have a valid permit of stay..». Se vai fuori Italia per le vacanza controlla di avere il permesso di soggiorno in regola. Trad: «Se glielo dici in italiano metà delle persone non capirebbe. Da noi c’è anche questo servizio. Etnico, ovviamente».

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Torino 2006, le Olimpiadi del Bronx?

LA STAMPA, 06 Agosto 2005


IL CASO. LA PROTESTA DEI RESIDENTI DEL LUNGOPO’


L’estate ai Muri «E’ un incubo»

Protestano i residenti attorno all’area dei Murazzi: «D’estate è una zona invivibile. Non si posteggia, al mattino ci sono bottiglie di birra ovunque e non solo gli androni dei palazzi sono diventati orinatoi. L’intero quartiere si è trasformato in una latrina puzzolente». Puntano il dito sull’illegalità diffusa: spaccio, scippi, furti. Come sempre nel periodo di massima stagione dei «Muri»? «Rispetto agli anni scorsi c’è più delinquenza, e la gente per bene sceglie di passare la serata in altri quartieri - denunciano i proprietari dei locali -. La polizia ne acchiappa uno e ne spuntano altri dieci».
I 20-25 mila giovani che animano le notti dei «Muri» durante i week end hanno, da tempo, eletto il lungo Po a cuore della «movida» subalpina. Arriva gente anche da Milano, o da Genova. Qualcuno dice che vengano persino dalla Francia. Ma la musica sparata a tutto volume, tra banchetti di cartomanti e venditori abusivi di ogni merce (ci sono anche friggitorie improvvisate e bancarelle dove si può acquistare birra in bottiglia, proibita in questa zona) tolgono ai residenti il sonno e il piacere di abitare lungo il fiume. Sebbene il problema della sosta selvaggia sia destinato a migliorare grazie al parcheggio sotterraneo di piazza Vittorio Veneto, risolvere il conflitto tra chi vuol riposare e chi vuol far festa pare complicato. Le forze dell’ordine, intanto, continuano i blitz. Presidiano gli ingressi della passeggiata, sperando di impedire ai venditori abusivi di colonizzare l’area di fronte ai locali. Ma dopo mezzanotte, quando la vigilanza si attenua, chi è stato scacciato rispunta. E ricomincia a fare affari: vende droga, salamelle alla griglia, e le vietatissime bottiglie di vetro pronte a trasformarsi in armi da usare nelle risse.
Giovanna Favro A PAGINA 34

06 Agosto 2005

Sette-otto mila persone a sera: 20, anche 25 mila tra il venerdì e la domenica. Sono i numeri dello struscio estivo ai «Muri», che attirano giovani anche da fuori regione. Significa anche un mare di bottiglie, lattine e bicchieri di carta che finiscono nei cassonetti, per terra o nel Po. L’Amiat porta via dai Murazzi, dopo ogni notte, «tre camion di rifiuti. Ogni mattina - dice Ivan Strozzi, l’amministratore delegato - irroriamo anche le scale trasformate in orinatoi con acqua e disinfettante, mentre non spetta a noi pulire i muri delle case, i marciapiedi o le saracinesche dei negozi. Completiamo le pulizie dei Murazzi e delle strade intorno entro le 8,30-9: chi esce presto di casa, effettivamente, può trovarsi di fronte uno spettacolo desolante. Cominciare le pulizie troppo presto è inutile: prima delle 6,30 si trova chi non è ancora andato a letto dalla sera prima».
Tre camion di rifiutiNelle serate del fine settimana si calcola che ai Murazzi transitino qualcosa come 20 mila persone Sotto, a bordo fiume, la movida dei Murazzi pulsa come ogni estate. Banchetti di spiedini e salamelle alla griglia, bonghi e tamburi che rullano tra venditori di carabattole, locali notturni che sparano watt tra i tavolini. Sopra, negli appartamenti eleganti del lungo Po e delle strade intorno, sono nervi che saltano: ore ed ore in cui non si parcheggia, notti in cui non si chiude occhio, mattine in cui si cammina tra i rifiuti, e s’inizia la giornata gettando ammoniaca su saracinesche e marciapiedi inondati d’urina.
C’è chi mostra i marmi degli androni indelebilmente ingialliti dalla pipì e chi ammucchia in faldoni sempre più corposi gli esposti contro il rumore troppo alto. C’è addirittura chi racconta d’aver dormito in macchina, in attesa che i nottambuli liberassero un parcheggio. E’ Nelly Ivanova, che abita all’angolo di via Bonafous: «Per posteggiare, la sera, giro anche tre ore. Più d’una volta mi sono addormentata in auto. Sono stanca di spacciatori, risse, schiamazzi. E non capisco perché tutti facciano pipì in strada, visto che i locali hanno i gabinetti». Giovanna Rossi, che vive in via Maria Vittoria, cambia «uno specchietto retrovisore alla settimana. Ne ho sempre uno di scorta, e bado a parcheggiare sempre a destra, perché almeno mi rompono quello meno indispensabile».
Non c’è residente lungo il Po che non tenga le finestre sbarrate anche ad agosto, e che non le abbia dotate di doppi vetri contro il frastuono. Da via dei Mille a via Bava, da via della Rocca a via Cavour, la solfa è la stessa. Sono parecchi i condomìni in causa contro questo o quel locale, e non c’è abitante che non lamenti il quartiere trasformato in latrina puzzolente. Pipì sui cassonetti, i portoni, le serrande. Alle «Assicurazioni internazionali» di via Giolitti 58 pagano una ditta specializzata che «la mattina porta via dal nostro slargo su corso Cairoli siringhe, profilattici e vetri, e spazza la pipì con le lance». «Ogni giorno, appena apro il bar - dice Carla Canu, di via Bonafous 7 - pulisco l’urina. Lo fanno tutti i negozianti. Ma non è poi così drammatico: Torino ha problemi più gravi».
A Lucio Sicari, che abita in via Giolitti, la movida piace: «Che ci siano tanti locali, e che la gente si diverta, è bellissimo. Vorremmo una città morta anche d’estate? Servirebbero però più vigili e polizia, e per chi beve troppe birre i gabinetti pubblici, o almeno un bus-orinatoio d’estate». Maura Quarati, 63 anni e un marito malato da accudire, è in guerra con il «Q-Ba» di lungo Po Diaz, che si trova sotto il suo appartamento. Ha presentato esposti su esposti: «A luglio hanno imposto loro di chiudere a mezzanotte. Poi tutto è tornato come prima, con la musica fino alle 3. Perché non ci lasciano dormire?» Alessandro Altieri, il gestore sotto accusa, spiega di aver investito «un sacco di soldi per ridurre il rumore causato dal mio predecessore. Ho pagato per colpa sua un mese di incassi dimezzati. La situazione comunque non è rosea. C’è un mare di ragazzini extracomunitari che spacciano, scippano, rubano. Rispetto agli anni scorsi c’è più delinquenza, e la gente per bene sceglie altri quartieri». Stefano Rimoldi e Silvio Pampalone, de «Il mago di Oz», confermano: «Là sotto succede di tutto, e va sempre peggio. Droga, scippi, borseggi, gente che si buca e urina ovunque». Quella di Silvano Baldan, 50 anni, artigiano in via Matteo Pescatore, è una voce fuori dal coro: «Era peggio anni fa, quando spacciavano anche di giorno». Nella stessa strada abita Elvira Gallo, 51 anni: «I locali dovrebbero essere aperti la sera, non fino alle tre di notte, con le chiacchiere dei clienti in strada per un’altra ora. Perché in questa parte di Torino non valgano le regole rispettate in altre zone? Perché ci sono auto sui marciapiedi, davanti ai passi carrai e in tripla fila? Perché non abbiamo diritto al sonno e a marciapiedi senza sporcizia?»

06 Agosto 2005


Spiedini, fritti
e bottiglie
senza regole

Fino a mezzanotte quasi non li vedi i friggitori e venditori di bevande in bottiglia giù ai Murazzi. Poi, appena i presidi di poliziotti, carabinieri e vigili urbani si allentano un po’ arrivano in massa. Carrettini ed Apecar. O si materializzano a piedi portando tinozze cariche di ghiaccio, pronti a trasformare i «Muri» nel regno del «tutto è consentito». Dalle bottiglie di vetro (vietate dalla Prefettura) alla vendita di alimenti cotti all’istante: dagli spiedini ai kebab. Il tutto cucinato in mezzo alla passeggiata e, ovviamente, in spregio alle più elementari norme di igiene. Magari piazzando la «friggitoria» a neanche due metri dal muro inondato dall’urina di tutti quelli che si sono scolati una quantità incredibile di birre quella sera: «Tre euro la Beck’s e tre lo spiedino. E adesso mettiti in coda, che ti chiamo io...».
I presidi delle forze dell’ordine, ai due ingressi principali fanno quel che possono. «Tornereno, eccome se torneremo. E’ un fenomeno che non possiamo tollerare» dicono in Questura, lasciando intendere altri blitz, simili a quello della scorsa notte, quando poliziotti del commissariato Centro, ed agenti della Polizia municipale, hanno sequestrato carrettini carichi di ogni ben di Dio (vietato) e denunciato un po’ di gente. Per intanto resistono i presidi. Sabato e domenica ci saranno venti uomini in divisa ai Murazzi, che se ne staranno lontani dalla passeggiata davanti ai locali, ma saranno pronti ad intervenire in caso di necessità: risse, scippi o rapine. Sarebbe complicato, nel cuore della notte, andare a far sloggiare i «friggitori» e i venditori di bottiglie. Quasi dei «benemeriti» per i clienti, pronti anche a difenderli con gli uomini delle forze dell’ordine.
«Bisogna fermarli agli ingressi» ripetono in Questura. Spiegando che le rampe sono sempre presidiate. Ma non ci sa come riescono lo stesso a passare. E presidio o non presidio arrivano. Gli uni accanto agli altri. La carne appare magicamente dalle borse di plastica, le bottiglie da zainetti. Il ghiaccio e l’acqua quaggiù non mancano. E in un attimo ritorna il bazar. Illegale.

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W LA TOLLERANZA!

02 Agosto 2005


APPUNTAMENTO


I cronisti
ricevono i lettori
ogni giovedì (14-18)
nel Salone La Stampa
di via Roma 80/82

 

Angelo Conti

Giacomo Bramardo
Via San Donato 27. Proprio accanto ad un elegante ristorante sardo, a due passi dell’istituto Faà di Bruno, a pochi isolati da piazza Statuto. In questo edificio di tre piani c’è l’alloggio di Valter Bertolotto, 60 anni, di Robassomero. L’uomo, che allora era dipendente Telecom e che adesso è in pensione, lo acquistò nel marzo del 2002, pagandone integralmente il prezzo, nelle forme di legge, nel corso di un asta giudiziale del Tribunale di Torino. Da allora non è mai riuscito ad entrare: un gruppo di islamici l’ha trasformato in un luogo di culto e preghiera e non gli ha risparmiato neppure minacce di morte.
Dopo aver acquistato quell’immobile per potersi trasferire in città, il signor Valter non riesce a concretizzare il suo sogno: «Quando mi reco in via San Donato per cominciare le opere di manutenzione e tinteggiatura in vista del trasloco, trovo in casa un gruppo di cinque extracomunitari maghrebini, che mi impediscono persino di entrare, asserendo che quell’alloggio non è mio ma di un certo Quatif, che francamente non so chi sia e che non è certo il precedente proprietario dell’immobile, che è italiano con tutt’altro nome».
Il signor Valter, superata la sorpresa, comincia ad indagare: «Scopro che questo Quatif si chiama in realtà Quatif Bouabid, residente a Collegno in una casa popolare, regolarmente assegnatagli. Non sembra avere nulla da spartire con il mio alloggio. Chiedo notizie ai vicini di casa che mi confermano quel nome nonché le affollate riunioni di marocchini in quelle stanze. Vi si svolgerebbero riti, verosimilmente religiosi, accompagnati da canti a letture. Quasi fosse una mini-moschea. Un situazione incredibile, soprattutto considerate le dimensioni dell’alloggio: due stanze e servizi».
Alla sorpresa subentra la preoccupazione: «Come padrone di casa comincio ad avere delle perplessità. Con tutto quello che si sente in giro mi viene persino il dubbio che ci si possa trovare davanti a gente che vive illecitamente, oppure in clandestinità. C’è anche una normativa antiterrorismo per la quale i padroni di casa dovrebbero comunicare alla Questura le generalità degli inquilini, ma quelli non sono inquilini e non so nemmeno il loro nome. Sporgo formale denuncia al commissariato San Donato il 6 maggio 2002».
E cosa accade?
«Niente. Non si muove nessuno, nonostante abbia specificato, in denuncia, la sussistenza sia del reato di violazione di domicilio e sia quello di invasione di edificio. Sono tornato più volte in quel commissariato, mi hanno sempre detto che sono in corso accertamenti, ma tre anni mi sembrano tanti per accertare una situazione che è alla luce del sole».
E adesso? Per la cronaca l’alloggio di via San Donato risulta ancora occupato da Bouabid Quatif, come recita il tagliando di carta scritto in verde incollato sul campanello. La porta che dà sul ballatoio risulta chiusa, ma i vicini sostengono che quel gruppetti di arabi si incontri qui quasi tutte le sere. Il signor Bortolotto, quaranta mesi dopo l’acquisto, non ci ha ancora messo piede. E non lo può nemmeno rivendere perché quell’alloggio non lo vuole nessuno.

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LA STAMPA, 29 Luglio 2005


GIÀ NEL 2000 ESPONENTI DI AL QAEDA AVEVANO COSTRUITO UNA TESTA DI PONTE NEL NOSTRO PAESE. CON LA FIRMA DI BIN LADEN IN PERSONA


reportage


Londra-Torino, la guerra santa del fratello «Roger»


Massimo Numa


IL GIALLO DELLE BOMBE TROVATE A LUTON: POTEVANO DAVVERO ESPLODERE?


Le vecchie carte delle indagini italiane portano ai luoghi delle nuove inchieste

inviato a LONDRA
VIAGGIO a ritroso nel tempo, dei nostri investigatori, per cercare eventuali collegamenti tra la Rete terroristica inglese, passata all’azione qui a Londra, e quella italiana, apparentemente in sonno. Guardando nelle vecchie carte - non poi tanto vecchie - si apprende che, nel 2000, esponenti di Al Quaeda (quella vera, prima ancora dell’11/9), con base a Londra, avevano costituito una testa di ponte in Italia. Precisamente a Torino. La sezione antiterrorismo di Scotland Yard aveva effettuato un raid all’interno di una libreria islamica, sede di un’associazione politica, in Beethoven Street, a Kilburn, vicino alla caserma di Paddington, dove è ora rinchiuso il bomber somalo catturato a Birmingham. Era gestita da un gruppo di estremisti egiziani, legati alla moschea dell’imam di Tottenham, quell’Omar Mohammed Al-Bakri, tuttora in Inghilterra, che ha esaltato proprio in questi giorni i «martiri del 7/7».
Furono sequestrati centinaia di documenti, quasi tutti registrati sugli (allora) diffusi floppy disk. Infine una serie di messaggi autografi dello stesso bin Laden, già nel mirino per attentati contro gli Usa in Africa e in Arabia Saudita, ma non ancora considerato il nemico pubblico numero 1. Lettere in cui il miliardario saudita, rifugiato tra le montagne dell’Afghanistan, dava istruzioni ai fratelli in occidente. I jihadisti arabi erano dunque in stretto contatto con i terminali europei della Rete del terrore, tanto che - addirittura nel lontano 1998 - la Digos di Torino, guidata dai questori Antonio De Sanctis e Giovanni Sarlo, aveva arrestato, in un covo di via Tonale 27, un terrorista, Misbah Ali Hassanayn Azab, alias Roger Naji, reduce dal tentativo fallito di far saltare l’ambasciata Usa in Albania. I coinquilini dell’uomo, egiziani e marocchini, furono processati e assolti; nel 2004, con un risarcimento dallo Stato italiano, vittime di accuse definite «inconsistenti».
In un garage, sempre in via Tonale 27, fu trovato un arsenale e un tesoro (lingotti d’oro e armi, compresa una Uzi con silenziatore), ma non fu dimostrato, sotto il profilo giudiziario, il collegamento tra la cellula che viveva in un appartamento affittato da un’italiana sposata con un arabo, e il garage sotto casa. Poteva entrarci chiunque, obiettarono i difensori. Peccato che «Roger», il tizio finito in via Tonale, fosse stato direttamente arruolato dagli uomini che reclutarono i kamikaze per l’attentato alle Torri Gemelle, e spedito a Torino per «tenerlo nascosto» un po’ di tempo. Possibile? Lo hanno scritto, il 17 gennaio 2003, gli analisti del Wall Street Journal,in prima pagina. L’11/9 era passato e tutta la storia veniva letta in chiave diversa. E solo recentemente si è definitivamente accertato che l’imam di Francoforte che telefonò agli egiziani «torinesi» per raccomandargli di ospitare il sedicente Roger Naji, era nientemeno che Mohamed Hayar Zammar, 43 anni, siriano, cittadino tedesco. I suoi numeri di telefono furono poi ritrovati in un’agenda sequestrata nel box del condominio di Torino, dov’era l’arsenale.
Zammar, arrestato in Marocco nel maggio 2002, fu affidato ai siriani ed è ora - per quanto si sa - detenuto nelle carceri di Damasco, dove è stato più volte interrogato da agenti Usa. Zammar è oggi considerato una figura chiave della Rete. Era in Marocco, alla testa di una cellula di sauditi, decisi a far saltare le navi da guerra inglesi, a Gibilterra. Secondo i ricercatori dell’«Investigative project», un centro di studio sul terrorismo islamico con base a Washington, fu il reclutatore di alcuni dei piloti suicidi dell’11 settembre. In particolare, di Mohamed Atta, il capo del commando, e del marocchino Mounir el Motassadeq. Doveva far parte anche lui del commando, ma - all’aeroporto di Amburgo, un mese prima dell’11/9 - fu fermato per la sua appartenenza a gruppi radicali islamici. Zammar coordinava i centri di reclutamento europei per la Jihad.
La figura di Atta emerse per la prima volta dalle intercettazioni, così come venne individuato l’indirizzo dell’appartamento di sette dei 19 piloti suicidi. L’affitto lo pagava un finanziere libanese, socio di Zammar. Gli analisti del Wsj precisarono che Zammar aveva «contatti con persone pericolose» e che, secondo documenti dei servizi tedeschi, il suo nome e due dei suoi numeri telefonici erano proprio quelli scoperti dalla Digos di Torino nel covo di via Tonale, «utilizzato dal membri della Jihad Islamica in Italia». Recentemente, la donna italiana moglie dell’egiziano amico di «Roger», disse, nel 2004, che non aveva mai sentito parlare di Zammar. «Non ricordo questo nome». Roger Naji disse alla polizia di avere 43 anni, il passaporto yemenita, ma di essere nato a Gaza. Scontati 22 mesi di carcere a Voghera, venne liberato e sottoposto a semplici misure di sorveglianza. Il 3 gennaio 2001 firmò per l’ultima volta il registro della questura, e sparì. Fu fermato lo stesso giorno da una pattuglia, durante un normale controllo, era a bordo di una Mercedes nera nei pressi di Arcore. Con lui, Abdelkadir Es Sayed, al centro dell’indagine sulla cellula milanese di Al Qaeda. L’ex imam della moschea di via Quaranta, che parlava al satellitare con figure di spicco della Rete, morì in combattimento in Afghanistan, nel novembre del 2003.
«Roger», dal telefono di casa della famiglia italo-egiziana telefonava spesso a Londra. Gli agenti dell’Antiterrorismo, che hanno come guida un esperto come il vicequestore Giuseppe Petronzi, conservano ancora le trascrizioni di quelle vecchie intercettazioni raccolte dall’MI5. L’indirizzo corrispondeva all’ufficio di Beethoven street. A lui gli investigatori inglesi erano risaliti attraverso le agende sequestrate a casa di Hani Youssef Al Sebai. Indirizzo: Halmet Garden 123, il quartiere musulmano di Shepherd’s Bush. Così, emerge un nome di grande rilievo, nel cosmo della rete integralista, quello di uno dei promotori della Jihad. La sede, che era un centro d’incontro per gli oppositori del governo egiziano, ospitava la libreria e un ufficio. Osama Bin Laden non nascondeva i suoi programmi. Nelle carte sequestrate in Beethoven street, scriveva ai fratelli che «bisogna concentrare gli sforzi al fine di uccidere, combattere, tendere trappole, distruggere ed espellere gli intrusi fino alla sconfitta». In particolare, americani e israeliani. L’Antiterrorismo italiano aveva scoperto che le teorizzazioni della Rete, che precedettero l’11/9, furono diffuse in anteprima nel nostro Nord Ovest, attraverso le moschee degli imam più radicali. Accadde a Milano, e anche a Torino.
L’esplosivo utilizzato dai quattro bomber di Leeds e dal B-team di Londra («Non sono dilettanti - ha detto ieri il capo di Scotland Yard, sir Ian Blair - non sono riusciti a compiere una strage peggiore di quella del 7/7 solo per un insignificante errore tecnico») si chiama Tatp, detto la «madre di Satana». Secondo l’Abc, sono state trovate sulla Micra dei terroristi del 7/7, abbandonata alla stazione di Luton, 16 bombe a base di Tatp, notizia né confermata, né smentita da Scotland Yard. A forma di torta e dentro bottiglie armate di chiodi, come si vede nelle immagini che pubblichiamo. Il Tatp fu creato molti anni fa dai chimici di Hamas, in Palestina. Usato su larga scala dai Taleban che lo producevano industrialmente, è tuttora l’esplosivo preferito dagli estremisti del Pakistan. Costa poco, si può fabbricare in casa, dà risultati simili al Semtex. Contro: è instabile, volatile, sensibile alle temperature, è pericolosissimo per chi lo produce. Vantaggi: non può essere avvertito dai cani della polizia e può facilmente passare attraverso i controlli di stazioni, aeroporti e bus. Tre gli ingredienti principali: acetone, perossido di idrogeno, un qualsiasi minerale acido (esempio l’acido cloridrico) e il composto può essere inserito in un qualsiasi contenitore per alimenti.

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TORINO MULTIETNICA E MULTIRAZZIALE: NELLA VIOLENZA E NELL'ILLEGALITA' (mentre Chiamparino e la sinistra sono occupati a ruffianare gli emigranti per ravanare qualche voto in più...)

LA STAMPA, 28 Luglio 2005


IL CASO. CERCAVANO SOLDI E GIOIELLI: NON LI HANNO TROVATI, E SI SONO ACCANITI SULLE DUE INQUILINE INDIFESE

Picchiate in casa di notte dai ladri

Madre e figlia sorprese nel sonno, paura in un palazzo di corso Giulio Cesare

Lodovico Poletto
Ottantun anni la madre, sessantuno la figlia. I ladri le hanno sorprese a letto, nel cuore della notte. Erano le tre, forse le 4 di due giorni fa. Volevano i soldi della pensione, cercavano i gioielli di famiglia, o almeno quel po’ di catenine e anelli d’oro che presumevano fossero in casa. Li volevano tutti e subito, senza incertezze o tentennamenti. E quando hanno visto che le parole, e le minacce, non bastavano a convincerle, le hanno massacrate. La figlia, Maria Di Paola, l’hanno colpita con una bottigliata in pieno viso: un colpo soltanto, sferrato con forza, che le ha frantumato il setto nasale, e l’ha riempita di tagli. La madre, Angela Torregrossa, l’hanno ferita con i cocci di quella stessa bottiglia di Martini bianco, sfilata dal credenza nell’ingresso: le hanno provocato una ferita profonda proprio in mezzo alla fronte e altri tagli sul capo e sulle braccia. Quando hanno compreso che era tutto inutile, che neppure la violenza sarebbe servita, e che soldi proprio non ce n’erano in quel modesto appartamento a ridosso di Porta Palazzo, se ne sono andati. Lasciando entrambe lì, nella camera da letto, con il viso ridotto ad una maschera di sangue: terrorizzate.
Adesso, in questo palazzo al 21 di corso Giulio Cesare, gli inquilini terrorizzati non aprono più la porta a nessuno. «Sono dei vigliacchi: se la sono presa con le persone più deboli e fragili di questo stabile» dicono.
Sì, sono le persone più fragili di questa casa di cinque piani, un tempo abitazione signorile, con i balconi in muratura, le imposte alle finestre, la scala in pietra. Angela e Maria vivono qui da sempre. La madre è stata operata qualche giorno fa ad un occhio: niente di drammatico, aveva problemi alla cataratta. La figlia, invece, ha qualche problema di parola. Una si prende cura dell’altra, da anni: escono a braccetto loro due, vanno al mercato a fare la spesa, oppure a prendere la nipotina dalla scuola. Fragili.
E forse proprio questo loro essere così inoffensive le ha fatte finire nel mirino dei ladri. Da dove siano entrati ancora non si è capito. C’è chi dice dalla finestra del bagno, che si affaccia sulla tromba delle scale: «Le maglie della grata erano troppo larghe: probabilmente sono passati da lì». C’è chi dice dal balcone. E una volta all’interno hanno rovistato ovunque: nella cucina, nel salotto, nel bagno. Poi si sono diretti nella camera dove dormono madre e figlia.
Erano le 5,30, quando Grazia Zuccaro, una vicina del quarto piano, le ha sentito gridare. «Erano dei lamenti. Poi mi è parso di sentire invocare “aiuto...” e ho svegliato mio marito. Ci siamo alzati e siamo subito scesi a vedere...» racconta. Angela Torregrossa era sul pianerottolo: viso, braccia e camicia da notte coperti dal sangue. Maria era alla finestra del bagno: urlava. Altri inquilini si sono mobilitati. Qualcuno ha allertato il 118; altri la polizia. «Non riuscivano neanche a parlare: erano stravolte» racconta ancora Giulia Zuccaro. Ai poliziotti hanno raccontato di una donna piccola di statura, magra. E forse di un complice: ma non ci sono descrizioni precise.
Intanto la gente protesta. «Una volta - dice Giuseppe Zito - in questo palazzo ci conoscevamo tutti, uno per uno; nel giro di pochi anni, qui dentro, è cambiata ogni cosa». E fuori, in strada, è ancora peggio. Spacciatori sui marciapiedi. Risse quasi ogni sera. Finestrini delle automobili in sosta sfasciati a bottigliate. Tutto diverso rispetto a dieci, quindici anni fa. Quando, dicono: «In questa zona, d’estate dormivamo con le finestre aperte. Senza paura».

  

LA STAMPA, 28 Luglio 2005


CORSO ROMANIA. DUE COMPLICI RIESCONO A FUGGIRE

La violenza del branco
su un’immigrata romena:
due finiscono in manette
 

La casa della violenza è un vecchio casello ferroviario, abbandonato in corso Romania, a ridosso della zona industriale, quasi di fronte al centro commerciale Auchan. Due metri per tre, niente porta; all’interno una montagna di vestiti, qualche cartone, bottiglie vuote.
Qui, ieri mattina, quattro immigrati romeni hanno stuprato per ore una loro connazionale, una donna di 33 anni, conosciuta per strada e portata qui, forse a viva forza. Adesso due di loro sono in carcere arrestati dai poliziotti delle volanti che, allertati dalle guardie giurate che sorvegliano l’area industriale, si sono precipitati sul posto. Altri due sono ricercati, ma di loro si sa poco e nulla. La vittima, una ragazza di 33 anni, adesso è ricoverata all’ospedale. I suoi aguzzini l’hanno picchiata con calci e pugni: è sconvolta, non riesce a rispondere neppure alle domande più banali dei medici.
La parte nota di questa storia comincia verso le 7 di ieri. Un sorvegliante della Sicuritalia-Argus sente le grida disperate arrivare da oltre la ferrovia, ai confini dell’area industriale. Oltre il cantiere edile. Si avvicino, prudenti: sanno che lì dentro vanno spesso a dormire disperati e barboni. Sanno che potrebbe essere molto pericoloso. Appena capiscono cosa sta accadendo allertano la centrale del 113. Le prime volanti arrivano in zona nel giro di un paio di minuti. Gli agenti della Polizia e quattro sorveglianti Argus circondano la zona, cercano di non farsi sentire. Ma dall’interno qualcuno se ne accorge. E’ un attimo, i quattro tentano di scappare. Due di loro vengono bloccati quasi subito, ammanettati e condotti in questura. Altri due scappano. Non c’è verso di rintracciarli, nonostante la battuta a cui partecipano anche gli elicotteri.
All’interno di quella casa resta soltanto la ragazza. E’ sconvolta, farfuglia frasi senza senso, in romeno e in italiano. le domandano se abita lì, lei dice di no; lascia intendere che è stata portata in quel posto da qualcuno di cui si fidava. Forse un amico. Che le ha teso un agguato.
Il vino, la birra, l’ubriacatura e le botte - tante, in tutto il corpo, con le mani e forse addirittura con un bastone - sono il seguito di questa storia angosciante. Terminata con uno stupro di gruppo. I due arrestati - un moldavo ed un romeno - per ora non parlano. Al dirigente delle volanti, il vicequestore Giorgio Pasqua, hanno fatto capire di non essere in grado di comprendere l’italiano. Entrambi clandestini, in tasca non avevano documenti, neppure la fotocopia di un passaporto o della carta d’identità. In tasca non avevano telefoni cellulari e non avevano neppure denaro nel portafoglio.
Incerta anche l’identità della ragazza che, fino a tarda sera, non è stata in grado di parlare. Ci hanno provato i poliziotti a farsi raccontare qualcosa di più, ha tentato un’interprete romena, affiancata dai medici e dalle infermiere dell’ospedale Giovanni Bosco. Non c’è stato niente da fare. Con gli occhi sbarrati ha continuato a guardare il soffitto.
Nella borsa trovata nella baracca-rifugio, accanto alla vittima della violenza pochi oggetti: un portafoglio, un pacchetto di fazzolettini di carta, i trucchi. Nulla, però, di particolarmente utile per riuscire a risalire all’identità della ragazza. \

  

LA STAMPA, 28 Luglio 2005 (vedi anche il 31 maggio)


VIA GALVANI. SIT-IN DI AN NEL PALAZZO DELL’ILLEGALITÀ

In lotta da dieci anni
contro i vicini di casa

Laura De Bortoli
Ha rischiato di perdere la casa, Mario Melis, l’insegnante residente in via Galvani 12 A, che ha dovuto pagare quasi 6 mila euro di bollette dell’acqua per «insolvibilità» degli altri condomini. Extracomunitari senza permesso di soggiorno, abusivi e fantomatici proprietari. Questi sono i suoi vicini di casa. Quelli regolari e italiani si contano sulle dita di una mano. Melis ha iniziato la sua battaglia quasi dieci anni fa. Nello stabile tra via San Donato e via Cibrario sono state tolte nel tempo la luce, per evitare che gli irregolari si allacciassero alla corrente, e c’è chi cucina con la bombola. L’acqua non può essere tolta per motivi igienici - precisa la Smat -, ma qualcuno deve pagare. La legge prevede che i condebitori siano responsabili in solido tra loro nei confronti dei terzi (la Smat), così Melis nel 2001 si è visto costretto a versare quasi 6 mila euro di bollette (precisamente 5.850 euro). Il rischio? Che gli pignorassero l’appartamento di 17 metri quadri in cui vive. E’ iniziata così una battaglia legale durata quasi cinque anni. Melis ha pagato, salvandosi dalla possibilità di perdere il monolocale in cui vive, ma ora non sa su chi rivalersi. Il codice civile prevede che il soggetto che a nome di tutti versa l’ammanco abbia poi diritto al risarcimento da parte dei coinquilini. Nulla sarebbe se questi fossero rintracciabili.
La situazione si sta ripetendo. Alla Società delle Acque risulta nuovamente uno scoperto di migliaia di euro. «Questa volta - spiegano dall’ufficio legale della Smat - siamo fermi, non è partita alcuna azione. Stiamo erogando un servizio senza il corrispettivo e ci stiamo perdendo anche noi». Nel corso degli anni si sono avvicendati sei amministratori, alcuni nominati dal tribunale, perché il condominio di via Galvani è considerato «ingestibile». I minialloggi sono dati in affitto, e a volte subaffitto, a 7-8 persone, che vivono ai margini. Alcuni residenti hanno più volte denunciato situazioni di spaccio, proprio nel cortile. Melis ha anche provato a mettere in vendita l’alloggetto, ma nessuno vuol comprare lì. Non per la zona, che è ben servita, sia come mezzi, sia come negozi. Ma per «la compagnia».
La nomea dello stabile ormai è compromessa. La storia di via Galvani 12 è nota alle cronache e anche a chi vive nel quartiere. Sono già intervenuti in più occasioni il Comune, l’Amiat, le Asl e vigili del fuoco. Nessuno sembra riuscire a gestire quelle 45 unità abitative e Melis non si arrende a lasciare che una palazzina in cui vive da sempre venga lentamente degradata dalla delinquenza e l’abbandono. Per protestare contro questa situazione ieri sera il gruppo di Alleanza Nazionale della IV Circoscrizione ha organizzato un sit-in al quale era presente anche il consigliere regionale Gianluca Vignale. «Questo è solo l’inizio di una lotta», precisano, «contro condizioni igienico-sanitarie carenti, microcriminalità, prostituzione e spaccio».

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LA STAMPA, 28 Luglio 2005

ALTROVE, di Guido Ceronetti

UN luogo che ti piace (Torino con nuvole rosse invernali, campagne parchi ecc.) non va descritto entusiasticamente come facevi da giovane, bensì va rappresentata, in modo netto e chiaro, la vita che vi conduce chi ci vive, chi ne è espressione. Esempio, Dostoevskij. Così, per la tangente, nella fantasia del lettore resteranno i luoghi. Si ottiene quello che non si cerca.


CESARE PAVESE

Il mestiere di vivere - 5 dicembre 1948


Se Torino la vedi attraverso «chi ci vive, chi ne è espressione» oggi, ti casca certo ogni entusiasmo residuo (n. di g.c.)

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NON SONO IN GRADO DI FARE FUNZIONARE UNA FONTANA, FIGURIAMOCI UNA CITTA'...

LA STAMPA, 25 Luglio 2005 

Il 24 giugno scorso, l’inaugurazione. Con tanto di palco, microfono, sindaco Chiamparino completo di fascia tricolore e autorità varie. Più o meno un mese dopo, «un bel tuffo» nel passato. E’ lo strano destino delle fontane di piazza Cln, realizzate nel 1938 da Umberto Baglioni. Dopo soli 28 giorni di corretto funzionamento sono tornate a secco, come rimasero per anni. E sono di nuovo incastonate in un cantiere polveroso e disordinato. Che cosa è accaduto?
«Semplicemente i lavori di impermeabilizzazione delle vasche non sono stati eseguiti a regola d’arte - spiega l’amministratore delegato della Smat, l’ingegner Paolo Romano - e così, qualche giorno fa ci si è accorti che le vasche perdevano di nuovo». Di chi è la responsabilità?: «Non certo nostra, ma delle ditte utilizzate dalla Consulta - spiega Romano - noi infatti abbiamo soltanto messo mano alla parte idraulica. Di tutto quello che riguardava le parti in muratura se ne sono occupate altre imprese». Imprese, che dall’inizio della scorsa settimana si sono rimesse al lavoro: «Ci vorrà almeno un mese prima di rivederle in funzione» conclude amaro l’ingegnere. E così, anche per quest’anno ci siamo giocati le fotografie dei turisti di fronte alle fontane di Po e Dora, (già la «location» di piazza San Carlo risulta fuori servizio a causa del cantiere).
«Per non parlare della figura che ci ha fatto l’amministrazione quando soltanto un mese fa, ha inaugurato in pompa magna le due fontane. Ma non possono fare le cose per bene?» commentavano sconsolati ieri alcuni passanti mentre facevano la gimkana in mezzo ai mattoni e alle assi di legno.

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OMISSIONI D'ATTI D'UFFICIO?

LA STAMPA, 15 Luglio 2005


APPUNTAMENTO


Tutti i giovedì
dalle 14 alle 18
i cronisti de La Stampa
ricevono i lettori
in via Roma 80

Angelo Conti

Giancomo Bramardo
La nascita dei centri sociali, che quasi sempre avviene con l’occupazione di strutture pubbliche (ma anche private) abbandonate o comunque non utilizzate da tempo, ha aperto un dibattito quanto mai vivace. Lo stesso sindaco Chiamparino è stato più volte chiamato in causa dai lettori de La Stampa: l’ultima volta una decina di giorni fa, quando un lettore scrisse di non sapere comer spiegare al figlio l’esistenza, ai Giardini Reali, di un enorme striscione secondo il quale «Lo Stato uccide». La spiegazione del sindaco fu molto franca, ma il problema è rimasto: quello striscione sta ancora lì, provocando imbarazzo e sospetti d’illegalità.
Al Cronista per Voi sono giunte, in questo periodo altre lettere, segnalazioni, telefonate. Persino una corposa petizione che chiede un intervento del sindaco al Lingotto. La trascriviamno interamente, per meglio capire il problema. «Siamo cittadini di corso Caio Plinio, via Sette Comuni e relative trasversali, un’area vicinissima alla stazione Lingotto e a poche centinaia di metri dal Palazzo Oval. A pochi mesi dall’appuntamento olimpico, qui si assiste ad uno spettacolo indegno. Infatti, l’intersezione fra via Sette Comuni e via Passo Buole è una strettoia teoricamente a senso unico di circolazione dovuta alla presenza del muro di cinta dell’ex asilo Di Robilant, occupato da alcuni anni da un gruppo di giovani (anarchici? disobbedienti?).
Costoro, non paghi di essersi appropriati di un edificio storico che hanno ribattezzato «El Paso» e che utilizzano per fini privati e discutibili, hanno pure parcheggiato i loro furgoni-camper-casemobili in divieto di sosta, ostruendo la carreggiata. Inoltre, spesso, si aggirano nei dintorni i loro cani, senza museruola e senza guinzaglio. Ci siamo rivolti telefonicamente ai vigili urbani, senza ottenere alcun intervento. Ci chiediamo, e giriamo anche noi la domanda al sindaco Chiamparino. Se qualche semplice cittadino si comportasse così, lungo corso Caio Plinio, non verrebbe sanzionato ed allontanato nel giro di pochi giorni? Non è troppo comodo sfruttare le risorse e le strutture della città, godendo di impunità garantita e senza pagare Ici, Tarsu e quant’altro?».
Così la petizione. Possiamo aggiungere che El Paso è il centro sociale più anziano della città, essendo nato nel 1987. Un tempo di proprietà regionale (che l’aveva concesso in uso precario e gratuito ai gestori dell’asilo) è poi passato nel patrimonio comunale.
In più di una occasione si è parlato di «legalizzare» l’occupazione (che oggi è abusiva a tutti gli effetti), ma questa manovra è stata sempre respinta dagli stessi occupanti. In alcuni documenti ospitati sul loro sito Internet, i giovani sostengono che l’autogestione della struttura è incompatibile con qualsiasi accordo con enti od istituzioni. Un esempio? Mesi fa è stata asfaltata via Sette Comuni, dove è parcheggiato un grosso camper Mercedes di proprietà degli occupanti. Costoro si sono rifiutati di spostarlo e gli operai hanno potuto solo asfaltare tutto intorno al camper, lasciando la porzione di strada sotto il mezzo esattamente com’era.

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ANCORA SOLDI DEI CITTADINI DA REGALARE ALLA FIAT: QUESTA E' LA POLITICA SOCIALE DELLA SINISTRA PER PROTEGGERE LE "FASCE DEBOLI" (DEGLI IMPRENDITORI...)

LA STAMPA, 13 Luglio 2005

 

Riparte l’iter per l’acquisizione da parte degli enti locali del Centro congressi del Lingotto. La presidente della Regione, Mercedes Bresso, infatti ha deciso di riconfermare gli impegni precedentemente sottoscritto e ha dato mandato agli assessori Giuliana Manica e Giuseppe Caracciolo di predisporre il testo di un disegno di legge da portare all’esame del Consiglio regionale. La decisione è stata presa ieri pomeriggio nel corso di un vertice a cui hanno partecipato il presidente della Provincia, Antonio Saitta accompagnato dall’assessore alle Attività Produttive, Giuseppina De Sanctis, e il sindaco, Sergio Chiamparino con l’assessore al Commercio, Elda Tessore.
Prezzo d’acquisto fissato: 46 milioni di euro. A comprare l’immobile sarà una società mista pubblico-privata di cui faranno parte Regione, Comune, Camera di Commercio, Fiat e da ieri anche la Provincia di Torino. Il compito di Manica e Caracciolo è di definire le quote di partecipazione e le modalità di pagamento. Si lavora sull’ipotesi di separare la proprietà dalla gestione del centro congressi che potrebbe essere affidata alla rinnovata Expo 2000, una società partecipata dalla Regione in cui entrerebbero anche i privati. Nei giorni scorsi la giunta regionale ha rinnovato i vertici della società portando alla presidenza Fabrizio Gatti, imprenditore di area Ds. Nei piani finanziari analizzati ieri è stata avanzata l’ipotesi di suddividere la quota d’acquisto in due parti, venti milioni sborsare cash e gli altri 26 da reperire attraverso l’accensione di un mutuo. Per pagare le rate verrebbero utilizzati i ricavi derivanti dall’affitto della struttura alla società di gestione.
Questa è lo schema di lavoro su cui si baserà il disegno di legge regionale che Manica e Caracciolo, con i loro uffici elaboreranno nelle prossime settimane. «Speriamo - auspica l’assessore comunale Tessore - che l’iter sia il più breve possibile in modo si possa iniziare a lavorare con le due nuove società a partire dall’autunno».
Il presidente Saitta spiega che «la decisione definitiva sull’ingresso della Provincia nella società per acquistare il centro congressi sarà deciso martedì prossimo nel corso della riunione della giunta e dopo un confronto con tutti gli assessori». Saitta, però, è «orientato a dare il via libera vista la diminuzione del prezzo d’acquisto rispetto a quello inizialmente proposto e, soprattutto, perché la presenza della Provincia può diventare utile in vista dei progetti di riutilizzo postolimpico non solo degli impianti ma anche di progetti di sviluppo».
Regione e Comune di Torino giudicano positivamente l’ingresso della Provincia nell’operazione. Spiega l’assessore Manica: «La cooperazione tra i tre enti è essenziale per realizzare quella che riteniamo essere una delle azioni strategiche per il rilancio di Torino e che comprende anche il potenziamento del settore fieristico da realizzare coinvolgendo l’operatore privato». Conclude: «La Regione pensa che i congressi e i convegni siano una dei settori dove poter promuovere del brand del Piemonte».  (1)

 (1) Ma quand'è che la finite di sparare cazzate? (e usarle per legittimare il fatto che svuotate le tasche dei cittadini?).

Webmaster

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CONTRAPPASSO DANTESCO

«La Regione pensa che i congressi e i convegni siano una dei settori dove poter promuovere del brand del Piemonte». (vedi sopra...)

TORINO SETTE, 08 Luglio 2005

Bravi!
A margine del festival musicale «Traffic», consumatosi con meritato successo lo scorso weekend, dobbiamo sottolineare l’importante contributo che l’assessorato al Commercio e il Corpo di Polizia urbana (i civich, per intenderci) hanno dato alla riuscita della manifestazione.
Il sullodato assessorato ha infatti permesso a una ventina di significativi esercizi commerciali mobili (i camion-botteghe dei cosiddetti «porchettari») di accedere al Parco della Pellerina e posizionarsi negli immediati dintorni dell’area dove si teneva il Festival. Alcuni di detti esercizi, con brillante intuizione, anziché accontentarsi degli spazi assegnati, si sono sistemati sulla collinetta a ridosso del catino che ospitava gli spettatori, a pochi metri dal palco; iniziativa che i vigili hanno giustamente evitato di ostacolare, consci che, quando è in ballo il prestigio di Torino, le regole vanno interpretate con lungimirante elasticità.
Il pubblico e gli artisti, anche internazionali, del Festival, hanno potuto così ammirare una strepitosa scenografia: accanto al main stage sul quale si esibivano Aphex Twin, Carmen Consoli e i New Order (nella loro unica data europea, che ha richiamato fans da Francia, Svizzera, Germania) spiccavano le luci accattivanti e il sobrio decoro postmoderno dei banchi mobili «Il mondo del panino», «L’isola del panino» e «Il panino di Suleima». Un colpo d’occhio esaltante che solo pochi passatisti inaciditi non hanno apprezzato; e speriamo che qualche sfaccendato non si prenda la briga di questionare su comportamenti utili sia sul piano economico, sia su quello della comunicazione. L’amministrazione civica, che ha investito 500 mila euro nel Festival con l’obiettivo (anche) di promuovere l’immagine di Torino all’estero, può ritenersi soddisfatta. Di certo i New Order ricorderanno a lungo lo stupendo scenario che la città ha offerto al loro show, e non mancheranno di magnificarlo in giro per il mondo.

Anche questo fa parte del brand?

Webmaster

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MA A CHI VOLETE RACCONTARLE 'STE BALLE?

LA STAMPA, 30 Giugno 2005


Comitato Valdo Fusi, nuovi nomi eccellenti

(...)
E così mentre il comitato Valdo Fusi (un lungo elenco di personaggi e gente comune che si sono uniti per dare un nuovo volto al piazzale di fronte alla Camera di Commercio) sta lavorando per «ripensare il verde nel centro storico», l’amministrazione ha pronto un progetto per far sì che attorno a queste aree - pedonali e non - si viaggi e si respiri meglio. Nel frattempo la lista dei personaggi che si sono di recente associati al comitato presieduto dall’architetto Ratti si è allungata. Fra le «new entry» di prestigio, John Elkann, Franzo Grande Stevens, Francesco Profumo, Saverio Vertone, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Pier Giovanni Castagnoli, Ernesto Ferrero, Luigi Garosci, Angelo D’Orsi, Giuseppe Lignana, Umberto Zanon di Valgiurata, Rodolfo Zich. \

 

30 Giugno 2005

Come procede il Comitato Valdo Fusi? A poche settimane dal lancio, ecco una prima valutazione. La risposta della città è stata improntata all'entusiasmo: moltissime persone di ogni estrazione interessate all'iniziativa, di cui oltre 250 pronte a impegnarsi anche finanziariamente, con contributi tra 50 e 150 Euro, per migliorare la sistemazione superficiale di Piazzale Valdo Fusi. Uno slancio civico che ricorda i «fund-raising» di stampo anglosassone, e che ha pochi precedenti in Italia. Vorremmo ringraziare tutti, e in particolare coloro che hanno scritto al sito www.valdofusi.it e a cui non abbiamo ancora fatto in tempo a rispondere (siamo un comitato d'iniziativa popolare e per definizione un po' disorganizzati...).
Contiamo di raggiungere presto gli obiettivi prefissati di adesioni e contributi (anche mediante l'apporto di sponsor privati) e di annunciarli pubblicamente alla città già nelle prossime settimane. La sfida sembra oggi a portata di mano: non solo ripensare il sistema del verde nel centro storico e contribuire a risolvere un problema di tutti (Piazzale Valdo Fusi), ma anche e soprattutto far emergere le grandi energie che la città ha espresso nei mesi scorsi, partecipando con passione al dibattito sulle trasformazioni urbane, e incanalarle verso qualcosa di positivo. Dimostrare quindi che è possibile tramutare il proverbiale mugugno in uno slancio costruttivo. Come? Le modalità di intervento del Comitato Valdo Fusi sono ancora in fase di discussione (tutti possono contribuire al dibattito inviando messaggi al sito Internet www.valdofusi.it).
I principi tuttavia sono chiari: lanciare un concorso partecipato di alto livello internazionale, in cui i cittadini possano esprimersi, insieme a una giuria tecnica, sui progetti finalisti. Una formula inedita in Italia: nel nostro Paese non mancano importanti esperienze di coinvolgimento popolare nelle fasi iniziali dell'iter progettuale (Torino, in questo senso, ha fatto scuola con il cosiddetto progetto periferie), ma non si sono mai sperimentate procedure democratiche di partecipazione simili a quelle sviluppate, per esempio, a New York per il concorso del WTC (2003) o a Parigi per la ristrutturaizione delle Halles (2005). Qualcuno ha scritto che oggi, nella nostra città, ci sono problemi urbanistici più gravi, citando ad esempio la nuova architettura che sta nascendo sulle «spine». Forse è vero. Piazzale Valdo Fusi e le aree verdi adiacenti, tuttavia, sono un caso concreto in cui è possibile intervenire in tempi rapidi e con costi piuttosto contenuti. Le procedure di coinvolgimento dei cittadini, inoltre, potrebbero essere riprese in futuro, nelle forme di volta in volta ritenute più opportune, dalle amministrazioni comunali di Torino e di altre città italiane. Chissà che non si riesca ad innescare un circolo virtuoso di portata più ampia - anche solo partendo dal rifacimento di una piazza!
I fondatori del Comitato

Elena Caffarena

Emanuele Chieli

Mario Comba

Carlo Ratti

Edoardo Riccio

Invece di mettere i responsabili dell'obbrobrio di P.le Valdo Fusi con le spalle al muro delle proprie responsabilità, l' "ambientin" prova a parare il sedere all'amministrazione cittadina con queste patetiche iniziative. Invece di prendere a pedate chi ha messo in pista una tale schifezza architettonica spendendo montagne di denaro pubblico (ossia uscito dalle tasche dei cittadini per finire in mani irresponsabili), ci propongono di tirare ancora fuori tra i 50 e i 150 euro per metterci una pezza sopra, un tentativo di imbonimento da fiera spacciato per "slancio civico", "risposta entusiasta della città", "tramutare il proverbiale mugugno in uno slancio costruttivo". E giù una bella sfilza di "nomi di prestigio" (che, evidentemente, non hanno niente di meglio da fare), da gettare come fumo negli occhi dei cittadini-pecoroni. Fateci poi sapere com'è andata a finire. Nel frattempo, per quello che mi riguarda, vi rispondo come vi avrebbe risposto il più grande filosofo della seconda metà del Novecento italiano, il Principe De Curtis: "ma mi faccia il piacere, mi faccia!"

Webmaster

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VERRA' IL GIORNO CHE I POLITICI DI SINISTRA IMPARERANNO A PRENDERE A SCAPACCIONI I LORO PARGOLETTI?

LA STAMPA, 20 Giugno 2005


CORTEO VIOLENTO. INTERROGAZIONE DI GHIGLIA (AN) A PISANU: «LA CITTA’ NON PUO’ TOLLERARE OLTRE». IN SERATA PRESIDIO DELLA FAI DAVANTI ALLE VALLETTE


Scontri in via Po, arrestati due anarchici


L’accusa è resistenza e lesioni. Sequestrate dalla questura decine di spranghe e sbarre d’acciaio

Massimo Numa
Linea dura. Gli incidenti di sabato pomeriggio in via Po, con gli squatter che hanno devastato bar e negozi, hanno già portato all’arresto di due anarchici. La Digos e il pm Marcello Tatangelo non hanno voluto rivelare i nomi dei contestatori finiti in cella. Sono accusati di resistenza e lesioni, nei confronti di poliziotti e carabinieri impegnati nella serie di cariche, rese necessarie per impedire altre violenze. Ieri sera, davanti alle Vallette, nuovo presidio anarchico, a cura della Fai, per solidarietà nei confronti «dei compagni Silvio e Massimiliano detenuti».
La «compagna Agnese», che era stata fermata, era stata rilasciata sabato sera, e solo denunciata. Ma questo è solo l’inizio. Digos e pm visioneranno le immagini registrate durante gli scontri e si preannuncia una nuova ondata di denunce, per i reati più svariati, compreso il furto. Intanto, la questura ha mostrato le decine di spranghe, i bulloni, le sbarre di acciaio, i cubi di profido, sequestrati ai partecipanti del corteo che, tra l’altro, non era autorizzato. La versione degli squatter è diversa. Sul sito Indymedia è comparso un lungo documento, in cui si attribuisce ai vertici della questura la responsabilità degli incidenti.
Secondo gli antagonisti, la manifestazione era «pacifica» e, «senza alcun preavviso», la polizia avrebbe caricato gli anarchici: «...Gli sbirri precedevano il corteo intimando ai negozianti di chiudere le serrande, si frapponevano alla gente incuriosita cui si distribuivano i volantini. Alcuni coraggiosi riaprivano i battenti al passaggio del corteo che applaudiva, altri si sporgevano a prendere i volantini che invitavano alla “derattizzazione” dai fascisti. Un’accoglienza solidale, nonostante tutto...Ma in via Po scatta l’ordine: caricare il corteo antifascista. Pestaggi, una ragazza e tre ragazzi portati via. Botte per tutti. Il corteo, fortunatamente attrezzato per difendersi, non si disperde, nonostante il lancio dei tossicissimi lacrimogeni Cs nella via centrale, piena di passanti. Gli sbirri alla carica travolgono un anziano. Ma l’episodio eclatante vede protagonisti alcuni poliziotti che abbattono vetrine a colpi di sedia. Una trama preparata a tavolino in precedenza, un ordine eseguito».
L’on. Agostino Ghiglia, di An: «Fino a quando Torino dovrà tollerare cortei in cui si urla che “uccidere i fascisti“ non è reato? Fino a quando estremisti ben noti, identificabili e pluriidentificati potranno sfilare, travisati e armati, per le vie di Torino spaccando vetrine e ingaggiando scontri con le forze dell’ordine? Fino a quando emittenti come “Radio Black-Out” potranno continuare per intere giornate a trasmettere inviti all’eliminazione fisica di esponenti di An e di Azione Giovani? Fino a quando il sito Indymedia potrà pubblicare indirizzi e numeri telefonici delle persone da colpire? Queste, sono solo alcune delle domande rivolte al ministro Pisanu in un’interrogazione parlamentare urgente».
Ancora: «Non è più tollerabile che a Torino il sindaco Chiamparino offra ospitalità negli stabili comunali a queste bande di delinquenti, continuando ad essere correo delle violenze e dei danneggiamenti. Non è più possibile che dietro presunti “motivi di ordine pubblico”, la nostra città debba continuare a tollerare, a spese dei cittadini, oltre tredici “centri sociali occupati” la cui attività, palese e dichiarata, è la guerriglia urbana e la lotta contro le istituzioni». Anche il capogruppo di Forza Italia, Paolo Chiavarino, chiederà alla giunta di chiudere, una volta per tutte, i centri sociali.

 

 

LA STAMPA, 20 Giugno 2005

 

«Quanto è successo è gravissimo. E mi riferisco sia all’episodio dei naziskin che una settimana fa avrebbero accoltellato due ospiti del Barrocchio, sia agli incidenti di sabato pomeriggio causati dai giovani dei centri sociali in pieno centro. Il Comune chiederà subito, già domani (oggi per chi legge, ndr) un incontro urgente al Questore ed al Prefetto per esaminare la situazione e far sì che fatti del genere non si ripetano più. Erano anni che non capitavano fatti tanto sconcertanti».
In assenza del sindaco Chiamparino - che ieri era a Taormina per una breve vacanza - ci pensa il suo braccio destro Marco Calgaro a spiegare alla città le prossime mosse di un’amministrazione «più che mai preoccupata dagli incresciosi fatti accaduti sabato, nel cuore stesso di Torino». E forse, già oggi, in Sala Rossa ci saranno le comunicazioni di Chiamparino (richieste da Ghiglia di An, che in merito ha presentato anche un’interpellanza al ministro Pisanu). Il tutto mentre il coordinatore cittadino dei Ds Beppe Borgogno stigmatizza i disordini e sottolinea quanto sia urgente, adesso, «isolare i violenti e chiarire una volta di più che il Comune è sempre stato a favore del dialogo, ma che di fronte alla violenza non c’è più spazio nè per le trattative, nè per i ragionamenti o le riflessioni».
Allora vicesindaco, che cosa risponde a chi vi accusa, come l’onorevole Ghiglia di An, di «offrire ospitalità in 13 centri sociali cittadini a queste bande di delinquenti»?
«Rispondo che come al solito l’onorevole Ghiglia fa soltanto propaganda politica. I fatti accaduti sabato pomeriggio sono gravissimi e chi li ha commessi va individuato e punito con la massima determinazione. Detto questo si tratta di un problema di ordine pubblico. E il Comune condanna con grande fermezza sia gli anarchici che mettono a ferro e fuoco via Po, sia i naziskin che accoltellano gli ospiti dei centri sociali. Ma lo ripeto, si tratta di un problema di ordine pubblico. E l’amministrazione non c’entra. Ecco perché chiediamo subito un vertice in Prefettura».
Anche i baristi che si sono ritrovati il dehors bruciato, però, chiedono che il Comune prenda nettamente le distanze da questo mondo. Dicono che mentre loro pagano fior di tasse. a questi signori l’amministrazione offre luce e gas...
«Il Comune non offre niente a nessuno. E se i centri sociali risultano “occupati”, non è certo l’amministrazione che può sgomberarli, ma le forze dell’ordine. Ciò detto, va anche ribadito che non si può e non si deve generalizzare. Ci sono i violenti e i ragazzi che si dedicano ad attività alternative e di studio. Sabato pomeriggio sono scesi in campo i violenti con un corteo che non era stato autorizzato. E questi vanno puniti, punto e basta. Alle forze dell’ordine che hanno cercato di limitare i danni, invece, va tutta la nostra solidarietà».
E ai negozianti con le vetrine distrutte che cosa può rispondere il Comune?
«Al di là della solidarietà che è scontata, vedremo come fare per andare loro incontro. In ogni caso faremo un sopralluogo per capire l’entità dei danni. Erano anni, comunque, che non capitavano fatti tanto gravi, e adesso non bisogna certo sottovalutare la situazione. Ne parlerò con il sindaco appena tornerà, ne parleremo tutti insieme in giunta, e forse, ne parleremo già in Consiglio comunale».
Se ci sarà dibattito, sono previsti toni accesi...
«Se qualcuno, come ha già fatto l’onorevole Ghiglia ci accuserà di “favorire” gravissimi episodi come questi sostenendo che il sindaco Chiamparino è in qualche modo “corresponsabile”, non c’è proprio lo spazio per la discussione».

 

 

LA STAMPA, 20 Giugno 2005


La rivolta dei baristi: prigionieri
di una manifestazione illegale

 

Claudio Laugeri
Un’ora di paura. Per la violenza di centri sociali e anarco-insurrezionalisti. Per i lacrimogeni delle forze dell’ordine. E per la sensazione di essere senza difesa. «Sono rimasta barricata nel mio bar assieme a una trentina di clienti, non sapevo che fare. Eravamo indifesi, nessuno poteva aiutarci» ansima ancora al telefono la titolare del «Caffè dei portici» in via Po. I quattro tavolini (con 4 sedie ciascuno) del dehors sono serviti ad alimentare il falò acceso per fermare la carica della polizia e dei carabinieri. Forze dell’ordine partite all’attacco dopo il tentativo del corteo antifascista (e non autorizzato) di sfondare il «cordone» delle divise a protezione di piazza Castello.
«Non capisco questo tipo di protesta e soprattutto non capisco perché questa gente se la prenda con noi. Che c’entriamo?» aggiunge la titolare del locale saccheggiato dagli anarchici. Già, perché oltre a tavolini e sedie hanno anche vuotato (dopo averli rotti) i frigo porta-gelati sistemati vicino alla vetrina. «Avevamo appena fatto rifornimento per la festa di San Giovanni - dice ancora la barista -. Con le saracinesche abbassate, ascoltavamo quelli che si spartivano i gelati. Sono anche uscita con un estintore per cercare di “salvare” qualche tavolino, ma un giovane mi ha minacciato con una spranga, mi ha detto di andare via. Mi sono spaventata e sono rientrata nel bar». Il danno più grave della giornata è il suo: 4-5 mila euro, tra merce rubata, frigoriferi danneggiati e dehors distrutto. Ieri ha potuto aprire il locale soltanto perché il titolare di un bar della zona le ha prestato tavolini e sedie. Altrimenti, al danno si sarebbe sommata la beffa della tassa pagata per l’occupazione del suolo pubblico senza poter usufruire di quella porzione di portici.
«Abbiamo fatto appena in tempo a ritirare il carrello e l’espositore con lo spicchio di pizza, poi si è scatenato l’inferno» aggiunge Franco Livera, 46 anni, dietro il bancone di «Ciro pizza e birra». Anche il suo dehors è andato distrutto, «ma abbiamo un altro locale e sono riuscito a trovare qualche tavolino e una decina di sedie da mettere in via Po» aggiunge.
«Per un attimo ho pensato al peggio, quando mio figlio è andato incontro a un giovane con il volto coperto che cercava di prendere una sedia da portare al falò - racconta Sergio Puglisi, 59 anni, titolare del “XO”, sull’altro lato di via Po -. Poi, un altro manifestante con i capelli brizzolati ha portato via il giovane». «Quello più anziano fra i due mi ha spiegato che non volevano danneggiare noi, ma soltanto fermare la polizia. Lui era calmo, l’altro aveva in mano una spranga» aggiunge Andrea Puglisi, 19 anni, intervenuto per evitare che il dehors del suo bar finisse nel falò all’incrocio tra via Po, via delle Rosine e via San’Ottavio.
Nel tratto più vicino a via Accademia Albertina, la gente si era appena rifugiata nei locali dopo il lancio dei lacrimogeni. «Una scena allucinante, c’erano donne e bambini seduti ai tavolini sotto i portici. Qualcuno poteva rimanere ferito. E questo sarebbe il modo di proteggere la gente?» protesta il titolare del «Bar degli Stemmi». «Sono rimasta terrorizzata, meno male che mia figlia era appena andata a casa» sgrana gli occhi Gega Valbona, 32 anni, della «Caffetteria da Feluccio a Mare». «Per una volta, dobbiamo ringraziare il ponteggio davanti al bar, che ha evitato il peggio. Ma la paura è stata tanta» dice la titolare del «Bar Faro».

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CONTINUA LA PROMOZIONE DEL BRAND DEL PIEMONTE?

03 Giugno 2005


IL MISTERO. SPEDITA DAL PROPRIETARIO E AUTORE NON E’ MAI STATA APPESA


Destinata alla mostra del Male
l’opera sparisce da Stupinigi

Claudio Laugeri
Lo «Strappo di un profilo» è svanito. Una Polaroid su carta, dimensioni 50 per 40, datata 1990. Era destinata alla mostra del Male, organizzata nella Palazzina di Stupinigi e curata da Vittorio Sgarbi. Cinquecento opere, tra quadri, disegni, fumetti e fotografie. Tutte a catalogo, tutte appese. Tranne una. Valore, 5 mila euro. Mai arrivata sulle pareti di Stupinigi. L’autore è il veneto Paolo Gioli, 63 anni, la metà dedicati a trasformare la freddezza delle istantanee fotografiche nelle sensazioni di tinte impresse spremendo negativo e carta avvolti in un baccello intriso di colori. «Quell’opera è una sorta di autoritratto - spiega -. Italo Zannier, curatore della parte fotografica e docente di Storia della fotografia all’università di Venezia, mi ha chiesto di prestare quel lavoro per la mostra. Ho accettato, ma sono pentito. Non tanto per la sparizione dell’opera, ma soprattutto per i modi».
E inveisce: «Nessuno ha controllato, nessuno mi ha detto che l’opera era sparita e tanto meno l’organizzazione ha denunciato l’episodio. Non mi sembra un modo corretto di comportarsi. Ho contattato alcune volte gli organizzatori, poi non sono più riuscito a trovarli».
La beffa del «Male» irrita Gioli: «E’ un paradosso, questo evento è stato costruito come un “colossal”, nelle stanze ci sono persino valletti vestiti di nero e con cravatte rosse. E poi, nessuno controlla nemmeno se le opere in catalogo sono state appese. Le pare il modo di lavorare?».
«Alla vigilia dell’inagurazione erano assenti Sgarbi e il coordinatore della parte fotografica. Ammetto che possa esserci stato un “check” un po’ approssimativo» tenta di giustificare Gilberto Algranti, presidente dell’associazione culturale Tekné e coordinatore della mostra. Poi, si affretta a precisare: «Comunque, non posso dire che l’opera sia sparita dalla mostra. Sappiamo che è arrivata al “prezzatore”, da lui è passata al “corniciaio”, che sostiene di averla mandata a Stupinigi assieme alle altre opere ricevute. Ma nessuno ricorda di averla vista la sera prima dell’inaugurazione». Algranti, però, confida «che sia da qualche parte a Stupinigi. Vedrà, la troveremo». L’autore-proprietario è impermeabile alle rassicurazioni: «Domani (oggi, ndr) farò denuncia ai carabinieri. Gli organizzatori della mostra non hanno fatto nemmeno quello».

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MA QUESTI DOVE LI AVETE PRESI?

LA STAMPA, 02 Giugno 2005


Curiosità


ELENA DEL SANTO
ROBERTO PAVANELLO

Innovare e rinnovare, divertirsi e divertire, conquistare e farsi conquistare. Torino come culla di fertile creatività che si esprima in atelier, maison, laboratori o boite e produca monili, abbigliamento, accessori e arredamento. La fantasia al potere in onore del dio stile e un affiatato gruppo di venti-trentenni torinesi (ma non solo) come suo sacerdote. Il loro rito «religioso» si è celebrato ieri sera, all'ora dell'aperitivo, al The Beach, proprio mentre il sole iniziava a congedarsi per lasciare spazio alla Torino notturna e molto «cool».
Le loro creazioni sono, così, state protagoniste ieri nel locale dei Murazzi che si è animato grazie alle performance di un gruppo da attori che, guidati dalla regia di Federico Mazzi, hanno interpretato quattro tipologie di personaggi urbani: «Non volevamo fare la solita sfilata che presentasse i nostri prodotti - spiega Valeria Maggiora, titolare di You - così abbiamo pensato di creare un evento che fosse anche spettacolo. Un momento per presentare non tanto il negozio quanto il gruppo di creativi». E così, tra le immagini video di Cikita Z e dei Kiddz (già vj per i Chemical Brothers a Milano) e l'accompagnamento musicale di Miss Lara e Ness, i giovani spettatori hanno assistito incuriositi all'insolita messa in scena, un vero e proprio viaggio nella fantasia e nella creatività.
Altro che Milano o Roma, il regno degli stilisti emergenti è qui, a due passi dal Po che troviamo l'estro all'ennesima potenza: Emiliano Coccolo, firma di «Altrodesign», parte da oggetti di uso quotidiano modificandoli. Crea, ad esempio, anelli realizzati con tasti di computer di ogni periodo e tipologia, da quelli intercambiabili, a quelli retrò dei primi calcolatori. Parte invece da bulloni e rondelle e li unisce in collane, bracciali e cinture - lavorati come tessuti di metallo, genere armature medievali, Francesca Coletta-«Franchained». Sul fronte borse, il trofeo dell'originalità spetta a Claudia Capogreco. La designer di «Ricreativa» (questo il nome della linea), le confeziona utilizzando vecchi 33 o 45 giri, solo vinili originali, assemblandoli con tessuti dalla grafica personalizzata, a evocare le copertine dei dischi impiegati. I gioielli «Manu Mara», firmati dall'artista torinese Manuela Marazzani, s'ispirano alla natura, ai viaggi, alle leggende: vetro, accostato talvolta all'argento, pietre dure e coralli. Ogni monile, un pezzo unico. «Phie e Nes» disegnano magliette dalla grafica accattivante che nasconde messaggi ironici sul consumismo e sulle manie della società. Le t-shirt sono contenute in packaging che sembrano scatole di medicine (da indossare con cautela), dolci (da indossare a temperatura ambiente) e prodotti tecnologici (da indossare lontano da fonti di calore). «Sweety» (Barbara Cucchiarati e Giovanna Ricca) nato produrre brevi clip in Flash, si è specializzato in corti animati oggi presi e serigrafati su magliette, borsette e altri accessori. «Quincy» di Angelo Di Placido è ormai una griffe nota nel panorama torinese e i suoi modelli sono conosciuti anche a Copenaghen. Stupire è la parola d'ordine, almeno per «Paperkut», un collettivo artistico che si diverte a reinterpretare uno dei capi più classici del guardaroba maschile: la giacca. C'è quella con toppe e bracciali che rimandano al mondo metal e hard rock, il modello che abbina un look militare a una stampa gialla di Mickey Mouse sulla schiena, e persino la «Maradona»: azzurra, ornata da toppe dell'Argentina e del Napoli, fascia da capitano sul braccio, finte buste di cocaina nella tasche interne e il faccione di Diego sul retro. Anche i mobili cambiano faccia e assumono una nuova e personale identità, basta che arrivino tra le mani di Giulia Indiana Canepa, torinese, classe 1980, fondatrice del marchio di design e restyling «Ariafritta». Giulia propone pezzi d'arredo ironici e originali nei quali normali oggetti di uso più o meno quotidiano si trasformano in qualcosa di simbolico con particolare attenzione all'aspetto estetico. Mercoledì 8 giugno, e per tutto il mese, verranno esposti da Res Nova.
Tutti i marchi sono in vendita da You, piccolo negozietto di piazza Vittorio Veneto 12/f (www.youyou.it), vero cuore commerciale e punto d'incontro delle diverse proposte, in ossequio al detto «L'unione fa la forza». «Ci scambiamo le idee - spiegano -, i contratti, i materiali, i fornitori e ci sosteniamo gli uni con gli altri. Collaboriamo per emergere tutti insieme».

Peccato che, da quanto emerge nell'articolo del 6 agosto, [clicca qui per andare a rivederlo] il successo del "cool" si sia trasformato in un incubo...

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LA STAMPA, 02 Giugno 2005


LA POLEMICA. LA VICENDA CHE HA DIVISO PALAZZO CIVICO E MINISTERO DEI BENI CULTURALI SI TRASFORMA IN INCHIESTA GIUDIZIARIA


«Comune vandalo, lo denunciamo»


Rosso (Fi) in Procura: si faccia chiarezza sui reperti archeologici spariti

Giampiero Paviolo
Il sottosegretario, e consigliere comunale, di Forza Italia Roberto Rosso va all’attacco del suo ex avversario nella battaglia per Palazzo civico: «Chiamparino è un vandalo» ripete nel preannunciare un esposto alla magistratura sulla vicenda dei parcheggi San Carlo e Vittorio. «Insieme con il collega Gigi Marengo ci rivolgeremo alla magistratura torinese perchè faccia chiarezza su quanto è accaduto.
In particolare, gli esponenti del centro-destra chiedono di accertare quale sia stato l’iter dello stop imposto da Roma alla rimozione dei reperti archeologici emersi durante gli scavi: «Non riesco a capire perchè un ordine diramato la scorsa settimana sia arrivato sulla scrivania dell’assessore soltanto martedì. Dove hanno girato queste carte nei giorni scorsi? Nel frattempo cosa hanno toccato o rimosso le ruspe? E questo non è che l’ultimo atto di una vicenda pazzesca: se un privato si fosse comportato come il Comune gli avrebbero tagliato la testa. Qui, invece, va tutto bene. Spero che la nostra iniziativa convinca la magistratura a una indagine approfondita».
Onorevole Rosso, non le pare che che ormai sia un po’ tardi? Ammesso che i reperti fossero da preservare, di molti non c’è più traccia. E le autorizzazioni a rimuoverle non sono arrivate da Torino ma dalla stessa direzione che ora le ha revocate: «Ho parlato con il ministro Buttiglione, e so che sta cercando di fare chiarezza su quanto è accaduto ad ogni livello. La mia impressione è che troppi occhi siano rimasti chiusi per consentire la prosecuzione dei lavori. Col risultato che importanti reperti, dai muri di una villa romana del primo secolo ai resti di un ponte sono spariti».
Sembra quasi un teorema, una congiura del silenzio. Non le pare eccessivo? «Ma quale congiura. Semplicemente nessuno ha alzato la voce per dire: fermatevi. Perchè a Torino le cose vanno così, questa amministrazione può tranquillamente entrare con le ruspe nei cimiteri e fare scempio di tombe e cadaveri, e non accade niente». Non teme di finire nel partito di chi blocca o rallenta le grandi opere? «A parte che su questo capitolo ci sarebbe molto da dire, pensiamo soltanto al caso del Valdo Fusi, io non voglio fermare nulla. A Torino in questi anni sono arrivati migliaia di miliardi, soldi che avrebbero dovuto garantire una progettazione rispettosa del rischio che in Italia ogni scavo si porta appresso. Non è così strano trovare vestigia del passato. Ma, attenzione, non sono un intoppo da rimuovere mentre nessuno ti vede: per un Paese come il nostro dovrebbero essere una risorsa da portare alla luce, da far conoscere. Invece le sacrifichiamo per qualche posto auto».
L’esposto sarò consegnato nei prossimi giorni. E poi? «Intanto attendiamo le risposte della commissione scientifica nominata dal ministro. Temo che non saranno così rassicuranti come Chiamparino e la Sestero vogliono far credere. Poi proseguiremo la battaglia in Comune. Ripeto: confidando che la magistratura faccia la sua parte».

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LA STAMPA, 02 Giugno 2005


AEROPORTO. GLI INTERVENTI NEL MIRINO RIGUARDANO I CANTIERI PER IL RADDOPPIO DELLA CAPACITÀ DI ACCOGLIENZA DEI VIAGGIATORI


ACCORDO IN MAGGIORANZA, ALLE OPPOSIZIONI LA GIUNTA PER LE ELEZIONI


Inchiesta sull’ampliamento di Caselle
Sentito in procura il direttore lavori


Regione, ecco i presidenti delle commissioni


Convocato come persona informata su opere e tempi di consegna

 

lberto Gaino
La procura sta cercando di verificare se i lavori dell’ampliamento dell’aeroporto di Caselle sono effettuati a regola d’arte: l’inchiesta aperta dal procuratore aggiunto Francesco Saluzzo e dai pm Cesare Parodi e Paolo Toso ha questo obiettivo sostanziale per il primo lotto, dopo la denuncia ricevuta nei mesi scorsi sulla partecipazione solo nominale di Co.m.Ce. (Costruzioni Metalliche Cesena) al consorzio che ottenne l’appalto un anno fa. La conferma si ha da numerosi segnali: la Guardia di Finanza e la sezione di pg della Polizia hanno sequestrato in cantiere anche il libro mastro dei dipendenti. E ieri si è presentato in procura con altri documenti l’ingegner Alfredo Cividino, dello studio Quaranta, uno dei tecnici cui è stato affidata la responsabilità della direzione dei lavori del primo lotto. L’ingegnere è stato sentito come teste in relazione all’esecuzione dei lavori e al rispetto dei tempi previsti (fine 2005).
Non a caso, l’altra questione cui la magistratura si interessa è che il raddoppio della capacità di accoglienza dei passeggeri - obiettivo primario dell’ampliamento in corso - sia ultimato per l’inizio delle Olimpiadi invernali del prossimo febbraio. Sagat, la società di gestione del «Sandro Pertini», confida che il rendez vous sia rispettato. Sta monitorando con particolare attenzione lo sviluppo dei cantieri e si è prefissa, per metà luglio, di fare il punto dello stato delle cose. Entro quel periodo si capirà meglio se, in particolare, i lavori di accorpamento del corpo centrale dell’aerostazione in un complesso molto più ampio potranno essere ultimati tempestivamente senza dover intervenire.
Il progetto è importante: a 9.300 metri quadri si vuole estendere l’area riservata alle partenze, mentre quella per gli imbarchi passerà dagli attuali 5 mila agli 8 mila mq previsti. La struttura del corpo centrale si sposterà in avanti di 30 metri rispetto alla pista più vicina e, ai lati, come si intravede dai lavori di carpenteria in corso d’opera, devono essere realizzate due ampie maniche riservate all’area commerciale. Più spazioso e luminoso (per via delle grande vetrate che caratterizzano il progetto), l’aeroporto di Torino si preparà a diventare la prima vetrina della città per l’appuntamento olimpico. Guai se vi si arrivasse con i cantieri ancora aperti.
I finanziamenti sono stati significativi: 15 milioni e 450 mila euro a carico dello Stato; 7,5 milioni messi a disposizione dalla Regione Piemonte, 10 milioni dal Comune di Torino. A sua volta Sagat autofinanzia l’ampliamento dell’aerostazione con 21 milioni e 650 mila euro. Il primo lotto, assegnato a trattativa privata al Consorzio T.I.E. di Bitonto, assorbe 26 milioni di euro. La base d’asta era stata fissata a 27 milioni, ma l’offerta dell’unica impresa candidatasi era stata ritenuta inadeguata da Sagat. Si procedette a trattativa privata e il consorzio pugliese si aggiudicò i lavori per un importo inferiore di un milione di euro alla gara d’appalto.
Poi è scoppiata la storia del Co.m.Ce. che il presidente, cavalier Dino Valzania, riassume al telefono: «Abbiamo scoperto di essere stati inseriti in un consorzio da cui avevamo preso le distanze dopo aver trattato con i suoi amministratori per far parte di un’associazione temporanea fra imprese, che ci avrebbe garantito diversamente: ciascuna azienda avrebbe mantenuto la propria autonomia. Noi questi non li conoscevamo. Così ci siamo tutelati anche in sede penale e l’abbiamo spiegato alla Guardia di Finanza che è venuta da noi a Cesena». Replica l’avvocato Vittorio Nizza, legale del consorzio pugliese: «Chi ha sostituito Co.m.Ce. ha le stesse qualifiche tecniche e dà le medesime garanzie di qualità dei lavori. Lo sanno anche alla Sagat. I miei clienti sono tranquilli».Un aereo fermo sulla pista dello scalo di Caselle
Quattro presidenze ai Ds, due alla Margherita (che però ha avuto anche la presidenza del consiglio regionale), due a Rifondazione Comunista: sono state così assegnate, secondo gli accordi, le otto Commissioni permanenti del consiglio regionale del Piemonte, insediate ieri dal presidente Davide Gariglio. A un esponente dell'opposizione, Claudio Dutto (Lega), è toccata la presidenza della Giunta delle Elezioni.
I Ds presiederanno la Commissione Bilancio con Wilmer Ronzani, la Commissione Agricoltura con Marco Bellion, la Cultura con Paola Pozzi, gli Affari Istituzionali con Aldo Reschigna. Alla Margherita, che aveva aspirato all'assessorato di Mario Valpreda, andranno la presidenza della Commissione Sanità con Elio Rostagno e della Commissione Urbanistica con Bruno Rutallo. Rifondazione Comunista ha avuto la presidenza della Commissione Industria e Lavoro con Gian Piero Clement e della Commissione Ambiente con Paola Barassi.
Andrea Bouquicchio, segretario regionale di Italia dei Valori che avrebbe aspirato nell'ordine alla vicepresidenza del consiglio regionale e alla presidenza della Commissione Sanità, ha spuntato la vicepresidenza di quest'ultima. In quanto eletto nel listino non poteva, secondo gli accordi, pretendere un assessorato per il partito di Di Pietro, ma nella prima seduta dell'aula era intervenuto per perorare la causa delle forze politiche minori. Gli altri vicepresidenti saranno: Mario Rabino (Margherita) al Bilancio, Andelo Auddino (Ds) all' Urbanistica, Juri Bossutto (Prc) all' Agricoltura, Giorgio Ferraris (Ds) all' Ambiente, Paolo Cattaneo (Margherita) alla Cultura, Pier Giorgio Comella (Ds) a Industria e Lavoro, Graziella Valloggia (Prc) agli Affari Istituzionali. I vicepresidenti della Giunta delle Elezioni saranno Alessandro Bizjak (Margherita) e Francesco Guida (Udc), segretario Giovanni Pizzale (Italia dei Valori).

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Identità e differenza

31 Maggio 2005 (vedi anche il 28 luglio)


APPUNTAMENTO

Giacomo Bramardo

Angelo Conti
Ormai le denunce non si contano più: minacce, risse, danneggiamenti, allacciamenti abusivi di energia elettrica. E non si contano neppure le telefonate alle forze dell’ordine partite da quell’indirizzo: via Galvani 12. Tante, troppe volte le pattuglie sono arrivate qui, di giorno e di notte. Dietro la facciata «normale» - in una zona decorosa come quella tra via San Donato e via Cibrario, alle spalle del Maria Vittoria - si apre un cortile su cui si affacciano quattro piani di incredibile degrado. Nel palazzo, ormai noto per essere il tetto di decine di clandestini, la convivenza tra i pochi italiani rimasti e la maggioranza di extracomunitari, è un problema quotidiano ed esasperante. Ce n’eravamo occupati alcuni mesi fa proprio sulla nostra rubrica, quando la Smat chiese a Mario Melis - insegnante quarantenne nonché unico condomino solvibile - di pagare l’acqua per tutto lo stabile, arretrati compresi: una bolletta record da 5.850 euro, che il professore (malgrado viva in appena 17 metri quadrati) pagò pur di salvare l’alloggio dal pignoramento.
«Nulla è cambiato - dice oggi Melis, sette mesi dopo -. La Smat ha incassato e tante grazie, l’amministratore non sa su chi rivalersi, perché qui non si riesce a capire nemmeno chi siano i reali proprietari. La stragrande maggioranza sono clandestini che subaffittano da altri clandestini, che a loro volta hanno sentito dire che... Insomma, impossibile rivedere quei soldi».
Nei 35 piccoli alloggi, vivono anche 7-8 persone. Soprattutto nordafricani. Tutti hanno la tivù e i cellulari, molti anche la parabola sul balcone. L’acqua non la pagano, la corrente elettrica neppure. Cucinano con bombole a gas collegate alla meglio, in spregio a qualunque accorgimento per la sicurezza loro e di chi gli abita accanto. Con tutti i pericoli che ne conseguono. Nelle scale che portano ai ballatoi non c’è più la luce: tolta per evitare gli allacciamenti abusivi (ma qualcuno al quarto piano si dev’essere aggiustato lo stesso).
Lo scorso dicembre gli agenti del commissariato San Donato avevano fatto un blitz. Nello stabile c’erano un centinaio di persone (tutti extracomunitari tranne due italiani) di cui 9 clandestini. Da allora, le visite delle pattuglie si sono moltiplicate, merito anche della Prefettura, che si è interessata al caso. Ad aprile, un nuovo blitz, sempre dei poliziotti di San Donato. Ma questa volta con vigili del fuoco, tecnici del Comune, Amiat e funzionari dell’ufficio d’igiene. «Adesso, però, è già tutto come prima - racconta Anna P. -. L’altro giorno hanno minacciato di morte mio marito mentre rientrava a casa, solo perché voleva passare in cortile. Non sappiamo più cosa fare, abbiamo paura di uscire di casa, di prenderci una coltellata. Ma come fanno ad avere tutti questi soldi? Mio marito fa l’operaio, abbiamo due figlie. Facciamo fatica ad arrivare a fine mese. Invece loro si mantengono cellulari, automobili, assicurazioni, benzina, televisori e parabole satellitari. E se qualcuno minimamente pensa di accusarci di razzismo, prima di parlare venga qui e guardi con i propri occhi».

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L'occhio di Saruman è sempre "vigile" con i cittadini per bene, sempre chiuso per i delinquenti (alle telecamere per colpire i taglieggiatori abusivi nei parcheggi degli ospedali, tanto per fare un esempio, come mai non ci ha ancora pensato nessuno?)

LA STAMPA, 13 Maggio 2005


L’APPUNTAMENTO


Correva in ospedale passando per la ZTL. Respinto il ricorso e raddoppiata la multa.

Giacomo Bramardo

Angelo Conti
Seduto sul lato passeggero, stava correndo verso il pronto soccorso dell’ospedale Oftalmico, in via Juvarra, in centro, a due isolati da piazza Statuto. Quella mattina (era il 18 maggio dello scorso anno) alla guida della vettura c’era la moglie. Preoccupata dai forti dolori del marito, che si era conficcato una scheggia nell’occhio, la signora aveva un’unica preoccupazione: trovare la strada più breve, da Settimo a Torino, per arrivare in ospedale. Sfortunatamente, all’altezza delle Porte Palatine, l’utilitaria ha percorso un tratto di via IV Marzo, sotto l’occhio infallibile delle telecamere. L’ora esatta dell’infrazione è scritta sul verbale: le 8,10. Ma c’è anche un orario fissato, quella stessa mattina, dal foglio di accettazione dell’Oftalmico: alle 8,31 (ventun minuti più tardi) il signor Marco Tessuto, 43 anni, di Settimo Torinese, entrava effettivamente in ospedale per un’emergenza all’occhio sinistro. Ne usciva il giorno stesso, con una vistosa bendatura e tre giorni di riposo assoluto.
«La multa è arrivata il 29 luglio - ricorda Tessuto, ripercorrendo la vicenda -. Il verbale, da 80,55 euro, si riferiva al giorno in cui la mia auto correva verso il solo ospedale attrezzato per le patologie degli occhi. Con il foglio dell’Oftalmico, mi sono presentato alcuni giorni dopo all’ufficio dei vigili urbani di corso XI Febbraio. Dove mi hanno garantito che sì, certo, c’erano tutti gli estremi per presentare ricorso e ottenere la sospensione del provvedimento».
Il 19 agosto 2004, Tessuto presenta la copia del verbale, la documentazione ospedaliera ed una breve lettera di spiegazioni indirizzata al Prefetto. L’iter burocratico percorre la sua lunga gestazione - è il caso di dirlo -, visto che passano nove mesi prima di avere una risposta (l’atto è depositato a gennaio, ma la notifica arriva soltanto il 3 maggio). Il ricorso, inspiegabilmente, è respinto. E - ulteriore beffa - la cifra della multa è nel frattempo raddoppiata: 155,55 euro. Perché? Udite, udite: «Le argomentazioni in ricorso non sono idonee a rimuovere l’effettività della violazione, in quanto l’auto non era in possesso di un permesso per la Ztl (ma questo lo sapevamo già) e il divieto in quella zona è in vigore da molti anni (e allora?)». Come dire, «chi se ne frega dell’emergenza, se non hai un permesso tu da lì non passi, anche se dimostri che stavi correndo al pronto soccorso», conclude amaramente il signor Tessuto. Nessun cenno sulla situazione di emergenza che ha indotto l’automobilista a compiere una trasgressione. Ma allora - chiediamo al signor Prefetto - quale emergenza deve provare il peccaminoso automobilista per vedersi accogliere un ricorso? Qual è dunque la soglia di gravità di un’emergenza che separa un ricorso respinto da un ricorso accolto? Nuovi dubbi che si aggiungono ai cori di proteste per l’impopolare strumento delle telecamere, fonte di grandi introiti per le casse comunali, ma anche di accese polemiche. Come dimenticare le sanzioni appioppate a chi consegna farmaci salvavita, i numerosi casi di chi si è trovato a pagare centinaia di verbali, o la rabbia di chi si è preso la multa per 8 secondi di anticipo sull’orario di divieto?

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LA STAMPA, 15 Aprile 2005


AVEVA PARCHEGGIATO L’AUTO DAVANTI ALLO STADIO PER ASSISTERE ALLA PARTITA CON IL LIVERPOOL, SE L’E’ RITROVATA DISTRUTTA


«Adesso sono senza lavoro per colpa dei teppisti»

Claudio Laugeri
Paolo Pasquetto ha 41 anni. Da 13 vive su una sedia a rotelle. La sua Volkswagen «Golf» era uno strumento di lavoro. E qualche volta, di divertimento. Come per mercoledì sera, stadio Delle Alpi, partita Juventus-Liverpool, parcheggio vicino all’ingresso Est e arrivo in tribuna alle 18,30. Tre quarti d’ora prima del delirio di violenza nel parcheggio. Ultrà bianconeri armati di bombe carta, bottiglie, bulloni, razzi e fumogeni hanno scaricato un’ira senza senso contro il «cuscinetto» di quasi mille poliziotti e carabinieri schierati in assetto «anti-sommossa» a protezione dell’entrata utilizzata dai tifosi «reds». Il pretesto per la violenza era la vendetta per i 39 morti dell’Heysel, covata per vent’anni e affidata per lo più a ragazzini che all’epoca andavano all’asilo o nemmeno erano nati. Fuori dallo stadio, l’unica «vittima» è la «Golf» bianca di Pasquetto, stroncata da un paio di fumogeni lanciati nell’abitacolo. Bruciati i rivestimenti, il volante. Allagato il pavimento, effetto dell’acqua «sparata» dagli idranti dei vigili del fuoco.
«Non posso più lavorare, sono consulente chimico, abito a Collegno e devo raggiungere le aziende per consegnare quanto mi viene commissionato - spiega -. L’auto aveva 9 anni e 200 mila chilometri, ma funzionava bene. Soprattutto, era attrezzata con macchinari studiati per consentire la guida ai disabili. L’officina che allestì la mia auto non c’è più. Altri offrono prodotti simili, ma comunque diversi».
Pasquetto è tifoso della «vecchia Signora». «Andavo allo stadio soltanto per vedere le partite di Coppa. D’ora in poi, non so...» sfuma. Poco dopo l’ingresso allo stadio, è stato avvicinato da una giovane che accompagnava il fidanzato, anche lui disabile. «Mi sa che quell’auto in fiamme là fuori è la tua» gli aveva detto. Lui si è affacciato a un’apertura nella «scodella» di cemento e ha visto la guerriglia, il fumo. Persino i vigili del fuoco bersagliati dagli «ultras». Deluso dalla partita, amareggiato dal risultato della violenza. «Un ragazzino degli “ultras” mi è anche passato vicino, mi ha detto “Mi dispiace per la tua auto, ma anche noi abbiamo avuto uno con la testa rotta”. Ho cercato di fargli capire che non aveva senso, ma lui ha replicato “Potrebbe essere stata anche la polizia, sparava a casaccio”. Ero infuriato, gli ho detto di levarsi di torno».
Con la mano indica due cilindri rossi bruciacchiati e inzuppati d’acqua, uno sul sedile posteriore e l’altro sul pavimento dell’auto. Pasquetto riprende a parlare: «La verità è che gente capace di questo non deve esistere. In questa storia, andrò fino in fondo. A cominciare con la società che gestisce il parcheggio. Ho lasciato l’auto in una zona a pagamento, qualcuno avrà pure la responsabilità di ciò che accade...». L’amarezza è anche legata all’ignoranza di chi ha colpito: «Questi non sanno nemmeno di che cosa parlano. C’ero anch’io all’Heysel, all’epoca non ero sulla sedia a rotelle e mi trovavo nella curva opposta a quella dove è avvenuta la tragedia. Tutti sanno che la responsabilità di quanto è accaduto è dell’autorità belga. Un intervento tempestivo avrebbe evitato la tragedia. Altro che vendetta contro i tifosi del Liverpool. Questa è violenza gratuita. E basta». Pasquetto spinge la sedia a rotelle intorno all’auto, filma la carrozzeria e l’interno. Materiale da allegare alla pratica dell’assicurazione, assieme alla denuncia firmata in questura. «Spero di spuntare qualcosa, anche se questo non risolverà il problema dell’attesa. Per un’auto “attrezzata” bisogna aspettare mesi» aggiunge. Anche 13 anni fa, Pasquetto si era ritrovato controparte di un’assicurazione. Era per l’incidente che gli ha tolto l’uso delle gambe. Era il ‘92. Viaggiava in autostrada e aveva notato sul lato opposto un’automobilista in panne. Si era fermato e aveva deciso di attraversare: tra una carreggiata e l’altra c’era un buco, non segnalato. La caduta da un viadotto gli aveva causato la frattura di una vertebra. A quella beffa del destino, Pasquetto ha reagito. Vinta quella sfida, l’affronto degli «ultras» non può certo impensierire.
 

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QUAL E' IL PIU' GRANDE PROBLEMA CHE TORMENTA TORINO? IL TRAFFICO!

LA STAMPA, 14 Febbraio 2005


RICOSTRUITA IN 166 PAGINE LA FITTA RETE DI CONTATTI INTERNAZIONALI DEI MUJAHEDDIN


«Così vivono le cellule di Al Qaeda a Torino»


Rapporto segreto al Viminale: la città crocevia di estremisti islamici

 

I nastri delle intercettazioni della polizia spagnola raccontano segreti e misteri delle cellule dormienti di Al Qaeda in Italia, nate dai corsi di reclutamento dei mujaheddin per l’Iraq, l’Afghanistan, e - prima ancora - per la la Bosnia e la Cecenia. Gli indizi di una progressiva, inarrestabile infiltrazione nella società italiana degli estremisti islamici, che ormai è pure difficile definire (Terroristi? Resistenti? Patrioti?) sono ormai consolidate. Uno fra i tanti: quando nelle moschee di Porta Palazzo, a fine aprile 2003, la cellula inizia la raccolta di soldi a favore delle «vedove dei kamikaze marocchini» che si faranno saltare a Casablanca, pochi giorni dopo, provocando decine di vittime.
Basta scorrere le carte segrete del ministero degli Interni, scritte dagli uomini della Digos, per avere un quadro preciso. Torino, in questo contesto, ha un ruolo centrale. Strategico. E non fu casuale che Mohamed Rabei, «l’egiziano», considerato la mente degli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid, arrestato a Milano dalla Digos, fu individuato grazie a un’intercettazione raccolta dagli investigatori torinesi. Rabei stava cercando nuovi adepti, e a loro ha confessato di «avere progettato l’attentato sui treni e di essere intimo amico degli attentatori morti a Leganes». Nelle 166 pagine della memoria finale (alcune ora in esclusiva su La Stampa), da mesi nelle mani degli analisti del Viminale, ci sono le prove dell’attività della cellula. Di più. Gli inquirenti hanno ricostruito minuziosamente gli ingenti flussi di denaro, attraverso alcuni istituti italiani, diretti in Pakistan; quindi la linea diretta tra Torino e i campi di addestramento afghani di Al Qaeda. I mujaheddin sono stati individuati nell’elenco dei passeggeri dei voli di linea diretti in Pakistan, via Iran. Infine, i nomi di decine di uomini e donne (molti sconosciuti) che costituiscono tuttora la rete dei fiancheggiatori. Come il capo della cellula torinese, l’insospettabile operaio Noureddine Lamor, uno degli extracomunitari espulsi del novembre 2003. Erano già noti i suoi febbrili spostamenti, nel 2000, in Iran, Yemen, Turchia, prima di approdare finalmente nei campi della Rete, tra il Pakistan e l’Afghanistan. Il passaporto H675212 racconta le tappe del suo percorso, prima di diventare uno dei tanti mujaheddin «in sonno»; a Torino, però, fa il metalmeccanico. Ma non erano noti i nastri delle intercettazioni ambientali. Sono le 17,31 del 13 novembre 2002. A casa di Lamor Noureddine, un alloggio in via Boucheron, scorrono le immagini di Al Jazeera. Stanno trasmettendo un discorso di Bin Laden. Lo sceicco minaccia anche l’Italia di ritorsioni. La moglie, Hanan, commenta: «Anche l’Italia hanno minacciato, perchè sono alleati con l’America...l’Italia, è arrivato il loro turno, è arrivato il loro turno». Il pakistano Ahmed Naveed, professione ambulante di chincaglieria, movimenta sui suoi conti, divisi in diverse agenzie di un’unica banca, somme ingenti. E’ lui, secondo gli investigatori, l’uomo che potrebbe raccontare molto sui finanziamenti dei corsi di addestramento dei combattenti «italiani». Due mesi dopo l’attentato alle Torri Gemelle, Naveed viene informato dai vertici della Rete in Pakistan che adesso «hanno bisogno di 200-300 milioni (di vecchie lire) al mese».
Nel dossier, poche righe su Bouriqi Bouchta, che fu a lungo l’Imam della moschea di via Cottolengo. Il 16 gennaio 2000 organizza una colletta per i guerriglieri ceceni e il «reclutamento di volontari per la Jihad». Ma, già il 16 novembre 1992, a casa Bouchta, in via Orvieto 28, viene segnalata la presenza di Abou Khalid, un istruttore militare delle milizie musulmane in Bosnia-Erzegovina. Dal luglio 2001, gli 007 dell’Antiterrorismo, individuano i componenti della cellula torinese. Punto di partenza, i tabulati telefonici di una linea di Peshawar, in un ufficio utilizzato da uomini della Rete. C’è anche il numero di un cellulare: 3393801731, intestato a un’italiana convertita, Erika Solavagione. Da qui partono le indagini e vengono ricostruiti ruoli e organigrammi. I primi «probabili componenti» della cellula sono Nabil Hamrad (marito di Erika); Mohamed Hamrad; Lamor Noureddine; Mohamed Aouzar (arrestato in Afghanistan, spedito a Guantanamo Bay e infine espulso in Marocco); Solbi Mostafa. Alla fine dell’indagine, la procura di Torino aveva chiesto l’arresto di Lamor Noureddine e di altri. Tra questi, Yacine Charef, Assan Khalid, Yassine Chekkouri, Kalifga Alzaruq per «partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo internazionale» (art. 270 bis e ter). Infine i nomi dei presunti fiancheggiatori: Mohamed Hamrad, residente a Cuorgnè; Azzedine Sadraoui, Torino; il prof. Abdel Ghani, Torino; Ben Hacine Snoussi, Imam di Como; Litayem Amor Ben Chedli, Como; Belgacem Ben Mohamed, Como; Abbes Hmansi, Como; Layachi Mesmous, Mantova; Mohamed Bacha, Torino; Zafar Iqbalm e Faycal Ben Said, Varese.

 

LA STAMPA, 13 Febbraio 2005


RADIOGRAFIA DI UN FENOMENO: LE NOTTI FLUTTANTI DI PUSHER E CONSUMATORI NEL VECCHIO BORGO DEI NOBILI DI TORINO


Le nuove strade della droga


In via Mazzini un tranquillo week-end di spaccio

LE forze dell'ordine, irrequiete, cercano qualcosa che non va, mentre io e la mia signora ci affacciamo stasera su via della povertà». La desolation road cantata più di vent'anni fa da Bob Dylan è qui, ma è cambiata: è la nuova notte delle città, è la Torino di via Mazzini, via Calandra, il Valentino, un San Salvario - prima cronaca, poi libri, ora di nuovo se stesso - dove si aspetta il weekend per qualche striscia di coca, due bustine di eroina, dieci pasticche di ecstasy, in una serata di ordinario rifornimento.
Arrivano al giornale le proteste dalla zona un tempo così sicura e così contestata. In via Mazzini, di fronte al portone della casa di Luciano Violante c'era un blindato bianco e azzurro. Qualcuno pensò che la presenza del Presidente era un pericolo per la gente e per l'economia del quartiere, fino a proporre una raccolta di firme per farlo traslocare. Finì tutto con un rinfresco in strada, tra la signorilità dell'uomo politico e la simpatia della gente. Oggi il blindato non c'è più e tanti qui lo rimpiangono. Adesso ci sono nigeriani, senegalesi, marocchini che dal parco a due passi, dal corso Vittorio Emanuele si sono spostati di qualche centinaio di metri con la loro merce. «Che bel periodo fu quello», dicono adesso davanti alla pizzeria all'angolo di desolation road.
Non è però la cronaca di un assedio, di un quartiere sul quale hanno messo le mani venditori e acquirenti. E' piuttosto la fotografia di un nuovo mercato: questa - come quella tutto intorno - è la fotografia di un nuovo mondo dello spaccio, della prostituzione, del furto o della rapinetta per pagarsi due giorni di sballo. E' un mondo fluttuante, oggi qui e domani là, di clienti che fanno gli orari del mercato: inutile andare a vendere quando nessuno viene a comperare. Ed è il weekend il trionfo di questo esserci e sparire, riapparire e traslocare.
Passano le pattuglie. In piazza Vittorio c'è il lampeggiante della postazione mobile. I ragazzi arrivano con naturalezza, come si va in tabaccheria, si mescolano a chi cerca posteggio. Il meccanismo è semplice: pago a uno che addosso non ha nessuna sostanza, se ci fermano è come restituire un debito, poi cambio angolo e lì viene uno che mi dà la roba, non ne ha altra con sé, così se ci beccano non saltano fuori denaro o altre dosi.
Ma c'è qualcosa di molto inquietante in questo nuovo spaccio silenzioso, poco invadente. E' qualcosa di nascosto, inatteso: desolation road, la via della desolazione si estende, si spalma per la città in modo subdolo. Negli alberghi di San Salvario che la questura chiudeva un giorno sì e l'altro anche non ci sono più le ragazze dei night e della strada, non ci sono i clienti emozionati e paurosi: «Mi state parlando di qualche anno fa», dice un titolare in via Silvio Pellico: «Fermo restando che non spetta a me stabilire se si va a dormire o a fare altro, se venite con mogli e fidanzate, non esiste più quel viavai. In questi giorni ospito dei finanzieri. E, comunque, io devo registrare i clienti, non dire a marito e moglie che la stanza serve per fare la nanna. Ma è un problema che non c'è più».
Verissimo. Desolation road è più nascosta adesso, è inafferrabile perché sta nel chiuso di appartamenti, negozi abbandonati che protettori e spacciatori affittano. Una saracinesca abbassata, come è logico di notte, ospita la strada di un tempo. Strada che non rinuncia comunque alla pubblicità dei suoi riti. Basta spostarsi alla collinetta del Valentino, all'angolo tra corso Vittorio Emanuele e corso Massimo d'Azeglio. C'è la discoteca, ci sono i ragazzi - sedici, diciotto anni - che aspettano tranquilli e pacati l'apertura davanti alle transenne. Non ci sono nemmeno facce da buttafuori, soltanto gente cortese, si aspetta semplicemente di divertirsi senza nulla di «speciale». Ma a dieci metri di distanza, ci sono i due che si tolgono la bandana, se la stringono intorno al braccio, si bucano e soltanto quando hanno finito ti guardano come dire: non hai mai visto niente nella tua vita? Soltanto uno si infuria per il flash, ma è così fatto da non essere nemmeno pericoloso. E gli altri, intanto, aspettano che si aprano le porte per sentire musica e ballare.
Vanno e vengono le pattuglie nella nuova desolation road. Come dice la canzone: «A mezzanotte in punto i poliziotti fanno il loro solito lavoro». Lo fanno bene. Il Distretto di Polizia di via Verdi è una presenza costante. Ma è il popolo da controllare che non è costante. In un bar di via Galliari, racconta in un ineccepibile francese un giovane nigeriano, diplomato e con un lavoro onesto: «Non si viene qui per vendere roba. Ma vendere roba è facile, te la chiedono tutti. Basta che sei nero. La chiedono anche a me che non ho mai visto come è fatta». Dove la prendono i tuoi connazionali? «Se chiedi a quello là in fondo te lo spiega. Ne puoi comprare per un anno. Ma stai attento».
Sembrano strade normali. In via Calandra si baciano prima di salire in auto. In via Mazzini decidono che fare nel weekend. Una ragazza risponde al telefonino. Sull'angolo il senegalese si annoia. Sembra di sentire Dylan: «Nessuno riuscirà a sfuggire al suo destino in via della povertà».

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La mentalità mafiosa del pizzo inizia con l'arroganza del posteggiatore abusivo: impuniti, i piccoli delinquenti poi crescono

LA STAMPA, 28 Dicembre 2004


GLI AUTOMOBILISTI SOTTOPOSTI A UN SALASSO SUPPLEMENTARE NONOSTANTE L’OBBLIGO DEL TICKET


Zona blu, il regno del parcheggiatore abusivo


Ragazzini e adulti chiedono soldi, a volte offrono anche tagliandi prepagati

ANDREJ ha 10 anni. Se ne sta schiacciato tra due parallelepipedi di metallo arancione, inventati per inghiottire soldi e sputare ticket per il parcheggio «Re Umberto». «Prendo 5, massimo 10 euro al giorno. Ci compro le caramelle» dice al cronista. Il sorriso tradisce la bugia. E lo sguardo da cucciolo abbandonato intenerisce chiunque si avvicini a quelle macchinette. Elemosina. Il futuro di Andrej è a un centinaio di metri. Un ragazzo in età da scuola media si avvicina senza parlare alle auto in arrivo, indica un posteggio libero ai guidatori e poi rimane impalato in attesa di una mancia. Qualche volta, riceve in pagamento qualche ticket non ancora scaduto e lo rivende.
«Abbiamo un registro delle chiamate fatte alle forze dell’ordine, almeno due per il turno del mattino e altrettante per quello del pomeriggio» racconta Massimiliano, dipendente Gtt, matricola aziendale 49275.6, affacciato allo sportello del gabbiotto. Aggiunge: «Le pattuglie passano, i parcheggiatori abusivi vanno via e tornano quando la situazione è più tranquilla». L’anno scorso, nel parcheggio «Re Umberto» c’erano agenti di vigilanza privata. Un servizio voluto da Gtt e durato qualche settimana. «Gli abusivi erano spariti» confessa Massimiliano. «Tollero quelli più gentili, ma a volte sono anche insistenti. Ho anche ricevuto minacce» racconta Nadia Volpato, 57 anni, di Rivoli, arrivata in compagnia dell’amica Fiorenza Fantino, di 56, residente ad Airasca.
Qualcuno si è abituato e fa pure affidamento su quei posteggiatori abusivi. Ma il servizio è assai poco efficiente. E a volte costa caro. Come ha sperimentato sul proprio portafogli Adamo Antonaccio, 54 anni, furgone posteggiato un po’ fuori dalle righe blu in piazza Statuto per raggiungere in tempo il locale in via Garibaldi, dove lavora alla risistemazione dell’impianto di condizionamento dell’aria. «Ho pagato due euro e mezzo per lasciare il furgone un po’ fuori dalle strisce blu. Ho detto a quel giovane di chiamarmi in caso di problemi...» abbassa lo sguardo. Il suo furgone ha bloccato per due ore una station wagon bianca. La proprietaria ha chiamato la polizia municipale, che ha provveduto a multare Antonaccio. Davanti al parcometro, una giovane ritira il ticket per la sosta. «E’ molto fastidioso, pretendono soldi» s’incupisce Carmela Cammisa, 24 anni; «A me non danno fastidio, sono ben altri i problemi...» sentenzia Marisa Tedeschi, 75 anni, avvolta in una pelliccia. «Ci sono sovente quei personaggi. L’ultima volta che uno è venuto a chiedermi soldi gli ho risposto di stare lontano dalla mia auto, altrimenti lo avrei preso a bastonate» taglia corto Vincenzo Piazza, 36 anni.
Vicino agli ospedali, il taglieggiamento pesa di più. «Qui viene gente che ha problemi, deve andare a farsi curare oppure va ad assistere familiari - dice Sara Scalmani, 48 anni, auto appena posteggiata in via Foa, zona Molinette -. E’ una tassa aggiuntiva, che si aggiunge all’aumento del prezzo del ticket. E’ passato da 50 centesimi a un euro, uno scandalo, soprattutto considerato che riguarda la zona vicino a un ospedale». E il parcheggiatore abusivo è difficile da sopportare. «A volte, tiro dritto quando vedo che c’è un personaggio di quelli a indicare un posteggio libero. Ma non sempre è facile trovarne altri».
«E’ una vergogna che una città come Torino permetta episodi del genere - sostiene Giovanni Martelli, 52 anni -. Soprattutto in un momento di crisi economica come questa. Gli abusivi pretendono denaro da gente che già è in difficoltà. I poveri chiedono soldi ad altri poveri, una situazione difficile da tollerare». «Viaggio con i biglietti prepagati, ma nonostante questo mi tocca a volte dare soldi pure ai posteggiatori abusivi. Non voglio rischiare di trovarmi l’auto rovinata» dice Irene Corazzesi, 35 anni.
Stessa situazione davanti alla Prefettura. «Mi sono imposta di non pagare nessuno, anche se sovente questi personaggi sono insistenti - racconta Marita Peroglio, 54 anni -. Per lavoro, parcheggio sovente in questa zona e vicino a Porta Palazzo. Ormai non faccio nemmeno più caso alle righe sulla carrozzeria. Non so se ci sia un nesso con i miei rifiuti a pagare...». In Piazza Vittorio Veneto, un giovane nordafricano allampanato e vestito di nero svicola appena vede spuntare l’obiettivo della macchina fotografica. Ne beneficia Simona De Vizia, 33 anni, studentessa universitaria. «E’ una tassa aggiuntiva. Per non aver pagato, ci ho rimesso la fiancata» dice, indicando una riga lunga da cofano a bagagliaio. Il giovane vestito di nero è corso incontro a un’altra giovane, capelli biondi e sguardo impaurito. Un «bersaglio» facile. Soldi sicuri.

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