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LA STAMPA - 17 Luglio 2005
La strage del 7 luglio a
Londra ha suscitato un orrore misto a stupore per l'identità degli assassini.
Erano «bravi ragazzi», come risulta dai loro comportamenti normali, come
ripetono, sbigottiti e fors'anche distratti, i musulmani della nutrita comunità
di Leeds. Erano, soprattutto, immigrati di seconda generazione, cittadini
inglesi a tutti gli effetti, e ben inseriti per quanto riguarda il lavoro, la
qualità delle abitazioni, i tratti più appariscenti, come la passione per lo
sport e la musica moderna. La loro diversità consisteva in qualcosa di
impalpabile, l'odio astratto che li ha portati, zaino in spalla come boy-scouts,
a farsi saltare in aria per essere sicuri di realizzare una carneficina di
innocenti. Fallimento di una società aperta, tollerante e cosmopolita come
quella inglese e in senso lato europea? O non piuttosto di una cultura
senescente che, nelle sue punte velenose, coltiva una sotterranea ghettizzazione
in attesa di una mirifica, universale conquista? Sia come sia, i fatti di Londra
vanificano molte illusioni, prima fra tutte che la libertà renda necessariamente
liberi: dal fanatismo, dal pregiudizio, dall'antistoria (continuano a
prendersela con le Crociate senza immaginare che altri potrebbero, alla stessa
stregua, prendersela con le non pacifiche incursioni della Mezzaluna nel bacino
del Mediterraneo). E si dimostra anche che il terrorismo non è alimentato
soltanto dalla povertà e dallo sfruttamento. |