La Stampa, 19 Novembre 2005
L’«ingerenza»
«Nessuno di noi
si è messo a dire
il Papa mi piace o no»
ROMA
Onorevole Pagliarini, ai vescovi italiani non piace la devolution.
«Ho letto. E non mi è sembrata una cosa bella da parte loro. Nessuno, per
esempio, si è messo a dire ai vescovi questo Papa mi piace oppure non mi piace».
Non le piace?
«Ma sì, mi piace, non è questo il punto. Il punto è che un giudizio del genere,
visto il peso che ha, la Cei se lo poteva tenere per sé. Non capisco a che serva
renderlo pubblico».
E’ solo un’opinione. O pensa anche lei che sia ingerenza?
«Chiamiamola ingerenza o in altro modo, ma era meglio se i vescovi stavano
zitti. Indipendentemente dal fatto che abbiano torto oppure no, hanno buttato lì
un giudizio inappellabile su una legge dello Stato che deve passare da un
referendum».
Perché il suo partito, la Lega, non dice nulla?
«Non l’ho capito, ma francamente del mio partito comincio a capire molto poco.
Insomma, ero in aeroporto e stavo leggendo questa cosa dei vescovi, e due
colleghi deputati, non della Lega, mi dicono: ah sì, allora noi adesso togliamo
le agevolazioni sull’Ici...».
Quali colleghi?
«Non lo dico. Comunque, uno era della maggioranza e l’altro dell’opposizione ed
erano d’accordo: i preti sono sempre lì a giudicare col dito alzato il nostro
lavoro, e questo va bene, e questo va male. E allora vediamo che cosa pensano di
questa iniziativa: anche la Chiesa paghi l’Imposta sugli immobili come tutti gli
altri».
Lei è d’accordo?
«Mah, sulle agevolazioni per i luoghi di culto si può anche ragionare. C’è una
certa logica. Ma che non paghino l’Ici i negozi che vendono immaginette, o
addirittura i bar e i ristoranti soltanto perché appartengono alla curia, mi
pare del tutto comico».
E allora via anche l’otto per mille?
«Fosse per me, via subito. Io lo darei ai sindaci».
L’otto per mille ai sindaci?
«Esatto. Non capisco perché ai preti sì e ai sindaci no. I sindaci sono i
rappresentanti dei cittadini. Gli si dia l’otto per mille e poi loro decidano,
magari insieme con i Consigli comunali, se comprare un Rolls Royce oppure
costruire una cattedrale».
Una forma di federalismo.
«Ma andiamoci piano con questa parola. E’ stata molto strumentalizzata,
ultimamente. La parola federalismo, etimologicamente, indica dei diversi che
liberamente sottoscrivono un patto e si mettono insieme. Questo è il
federalismo. Tutto il resto è altro».
E la devolution, allora?
«Ecco, perfetto, la devolution sarà anche una buona cosa, anzi lo è di sicuro,
ma col federalismo non c’entra nulla. E’ un tentativo di riorganizzazione dello
Stato, e per di più un tentativo ancora incompleto».
Insomma, la Lega fa una legge che spaccia per federalismo. Poi, quando la legge
viene criticata dai vescovi, tace, dimenticando le anarcoidi tensioni
anticlericali delle origini. Che succede?
«L’ho detto, nella Lega succedono molte cose che non capisco. Dico, la difesa di
Antonio Fazio che senso aveva? Ma senza infilarsi nel ginepraio di Bankitalia,
sostengo che adesso, per non prendere in giro nessuno, dobbiamo stendere un
testo che stabilisca punto per punto l’introduzione del federalismo fiscale. E
farlo sottoscrivere agli alleati prima delle elezioni».
Difficile che ci stiano.
«E pazienza. Proviamoci, magari non ci riusciamo ma proviamoci. Che i nostri
elettori sappiano che cosa vogliamo e che cosa siamo in grado di portare a casa.
Sappiano qual è la nostra forza reale. Sennò poi va a finire che spacciamo la
devolution per federalismo».
Quella festa a Bossi non le è piaciuta?
«No, no, mi è piaciuta eccome. Bellissima. La festa mi è piaciuta parecchio.
Eppoi Umberto se la meritava, poverino. Si è fatto un mazzo così, questo lo
dicono tutti. Noi pure abbiamo sgobbato, in tanti anni, ma lui... E comunque non
dico mica che è brutta, la devolution, se l’hanno attaccata i vescovi e la
sinistra, significa che qualcosa di buono c’è. Ripeto, deve essere un punto di
partenza».
Diciamo che per ora le è piaciuta più la festa che la devolution.
«Per ora, per ora».