La Stampa, 12 Febbraio 2006
LO SCONTRO SULLE VIGNETTE
ASSEDIO
ALL’ISLAM
EUROPEO
[FIRMA]Barbara Spinelli
VISTO che ormai comincia a farsi strada la verità sulla guerra delle caricature,
conviene domandarsi perché s’è acceso un sì grande incendio, e quel che gli
incendiari si propongono. Dodici vignette pubblicate mesi fa in Danimarca hanno
offeso un certo numero di associazioni musulmane danesi, per motivi
comprensibili e umani. Queste associazioni hanno avuto l’impressione, vedendo
raffigurato il profeta con una bomba sul capo al posto del turbante, che la loro
religione fosse considerata terrorista. Si sono rivolti dunque alla giustizia, e
hanno intentato una causa per diffamazione e blasfemia. Ma col passare dei mesi
l’affare è passato dalle loro mani a quelle di chi l’Islam lo usa a fini
ideologici e geo-politici, e sono costoro che oggi parlano per tutti.
L’integralismo non aveva alcun interesse a imboccare le vie legali offerte dalla
democrazia alle minoranze, e si è dunque rivolto agli estremisti arabi perché
reagissero con fatwe di morte, boicottaggi commerciali, incendi di
ambasciate, intimidazioni.
Quest’estremismo è minoritario nell'Islam ma parla a voce talmente alta da
sembrare fortissimo e rappresentativo. Il suo esponente in Danimarca è l’imam
Abu Laban, noto in Europa e Italia per le opinioni favorevoli al terrorismo. Abu
Laban si è dato da fare per creare due immagini utili all’islamismo radicale:
l’immagine di una guerra di civiltà con la democrazia, e l’immagine di 1,2
miliardi di musulmani identificati con l'integralismo.
E’ ovvio che alcuni Stati o gruppi sono oggi particolarmente interessati a
questa raffigurazione (Siria, Iran di Ahmadinejad, Hezbollah in Libano, Hamas in
Palestina): non perché si sentono forti, ma perché abbisognano di diversivi.
L’immagine è tuttavia totalmente falsa. La minoranza violenta non è
rappresentativa dell’Islam, e soprattutto non dell’Islam in Europa. Le
associazioni musulmane in Germania lo hanno detto: «La libertà d'espressione è
intangibile in Europa», «La reazione alle vignette aggredisce soprattutto noi».
Il più chiaro è stato Amir Taheri, scrittore-riformatore iraniano vivente in
Europa: «Che il mondo islamico non sia abituato a ridere della religione è vero,
ma solo se lo limitiamo a Fratelli Musulmani, salafiti, Hamas, Jihad islamico,
Al Qaeda. Tutte queste, però, sono organizzazioni politiche mascherate da
movimenti religiosi, non rappresentano l’Islam, così come il partito nazista non
era l'unica espressione della cultura tedesca». (Wall Street Journal, 8
febbraio).
Questa minoranza ha dunque come vero bersaglio l’Islam émigré. Vuol
mettere a tacere ogni sua critica, ogni desiderio di riformare il rapporto con i
testi sacri, con la legge coranica (sharia), con la politica. E’ ostile alle
libertà dell’individuo, perché l’individuo spezza l’appartenenza comunitarista e
religiosa. Sa che in Europa l’Islam è influenzato da quel che fonda l'identità
europea: la separazione fra politica e religione, la preminenza
dell’individuo-cittadino sulle comunità d’appartenenza. La maggior parte degli
europei in queste settimane ha reagito in maniera laica, molto più dell’America
che alla laicità è meno sensibile. Non è un caso che Bush sia molto critico
delle vignette. Entrando in guerra contro l’Iraq, egli ha esacerbato il
terrorismo integralista, voluto lo scontro di civiltà, e scelto il radicalismo
come solo interlocutore.
La riforma laica cui tanti musulmani aspirano: questo è il nemico degli zeloti
islamici. E’ tale nemico che va intimidito, e i riformatori ne sono coscienti.
Tra loro Magdi Allam, di origine egiziana, vicedirettore del Corriere. Un
suo recente articolo ricorda come l’iconoclastia (divieto delle immagini) non
sia iscritta nel Corano ma solo nei detti (hadith) del profeta. In un
altro articolo enumera le voci critiche e i siti alternativi (tra cui Middle
East Transparent e www.kikah.com, cui aggiungiamo muslim-refusenik.com e
www.qantara.de). Un altro esempio è Samir Kassir, il giornalista libanese
assassinato nel 2005: la più grande infelicità araba, egli dice, è nel rifiuto
di venirne fuori (L'infelicità araba, Einaudi). Secondo Raja Ben Salama,
letterato tunisino, l'Islam violento è un Islam morente, che reagisce con bombe
a una mosca.
Questi riformatori sono raramente ascoltati. L’Occidente preferisce negoziare
con le avanguardie estreme, e questo lo rende cieco alle diversità-metamorfosi
dell'Islam. Faticano specialmente le sinistre, perché il loro multiculturalismo
dà più spazio ai collettivi che alla persona. L'Islam riformatore respinge la
versione bellica del gihàd (gihàd è anche «sforzo per frenare le
proprie tendenza malvagie»). Rispetta il Corano ma vuole resuscitare il
Ijtihàd, che è la meditazione personale e razionale sulle Scritture,
praticata agli inizi. «Verso la fine dell'XI secolo», scrive l'ugandese Irshad
Manji, «le porte del Ijtihàd si sono chiuse e il pensiero indipendente
s'è spento». E’ ora che venga riacceso, e i riformatori sostengono che l'Islam
europeo inizierà tale Rinascimento.
Rinascimento vuol dire anche domandarsi se vignette simili sarebbero apparse, se
non esistesse quel che è stato fatto in nome di Mohammad: l’11 settembre, le
decapitazioni esibite in tv, i kamikaze. Per aver avanzato questo dubbio il
giornalista giordano Momani è stato incarcerato. Nel settimanale Shihane
si era chiesto: «Cos’è più dannoso per l’Islam: queste caricature, o le immagini
di sequestratori che sgozzano gli ostaggi davanti alle telecamere?».
Tutte queste cose gli estremisti le sanno, le temono. Tanto più importante è che
l’atteggiamento cambi in Europa. Che i riformatori musulmani divengano
protagonisti dei dibattiti cittadini che dovremo pur sempre avviare, con 15
milioni di islamici europei. Che il dibattito non venga delegato al dialogo
inter-religioso, perché raramente le Chiese risolvono le dispute tra monoteismi
e tutte, oggi, sono interessate a contare di più in politica. La laicità è la
risposta alle dispute, e in questi giorni l'Europa scopre che è forse qui la sua
identità. Un’identità che ha radici cristiane, ma che non saranno i cristiani da
soli a poter governare.