La Stampa, 30
Ottobre 2005
PROTESTA STUDENTI DI ARCHITETTURA CONTRO LA
TRASFORMAZIONE DELLE OGM IN SUPERMERCATO
«Giù le mani dal
Lingottino»
Giovanna Favro
«Giù le mani dalle Ogm». Non di mais transgenico si
tratta, ma delle ex Officine grandi motori tra via Cuneo, corso Vercelli, corso
Vigevano, via Carmagnola. Tre isolati di storia e di bellezza, firmati da grandi
architetti a cavallo tra Otto e Novecento, che stanno per essere demoliti quasi
per intero per far posto a un centro commerciale. Dodici studenti della I
facoltà di Architettura li stanno studiando per la tesi di laurea, e per
salvarli sono pronti a tutto. Con la benedizione del loro autorevole professore,
Pierre Alain Croset, (docente di progettazione architettonica) che spara contro
la volontà di «spazzare via un patrimonio straordinario: sarà sostituito da
architetture banali e conformiste, di nessun pregio rispetto a ciò che finirà
sotto le ruspe». Nessuna demonizzazione della destinazione: «Se i proprietari -
spiegano gli studenti - riutilizzassero le strutture esistenti, otterrebbero
cubature maggiori, e si troverebbero per le mani uno dei più bei centri
commerciali e residenziali d’Europa».
Al grido di «Salviamo le Ogm», i ragazzi hanno fondato
un comitato e inaugurato un sito internet. Ieri, con una ventina di compagni,
hanno portato in via Cuneo il plastico dei tre isolati, corredato dei loro
progetti alternativi. Hanno appiccicato striscioni sulle facciate e iniziato a
raccogliere firme e a distribuire volantini. Da domani faranno crescere le
adesioni piazzando un banchetto al castello del Valentino: «Tutta la facoltà ci
appoggerà». «Il complesso - spiegano Iacopo Sassi e Dario Parigi - è stato
ceduto da Fiat a un gruppo guidato dall’Esselunga. Demoliranno l’80% degli
edifici, salvando due parti protette dalla soprintendenza, ovvero il
“Lingottino” firmato da Matté Trucco, una facciata disegnata da Pietro Fenoglio
e le maniche esterne di via Cuneo. Tutto il complesso è però omogeneo, di
analogo pregio storico e architettonico. Il 90% è di grande valore, e nelle tesi
di laurea dimostriamo che si tratta di spazi flessibili, perfetti anche per
residenze e centri commerciali. Siamo stufi di veder buttar giù il patrimonio
industriale di Torino: stufi di veder cancellata la memoria operaia e
manifatturiera che incarna la storia della nostra città per far posto a edifici
più brutti». Insomma: «Le Ogm sono l’ultima testimonianza di architettura
industriale di questa bellezza rimasta intatta. Ci appelliamo al sindaco e alla
soprintendenza perché impediscano questo disastro».
L’assessore Mario Viano spiega che il progetto «E’ stato
approvato dalla giunta comunale la scorsa settimana. La discussione è ancora in
corso: presto s’approderà in commissione, poi al consiglio comunale. Credo si
sia trovato, tra conservazione e rinnovo, il giusto punto di equilibrio. Viene
salvato il 25-30%, ben più di quanto inizialmentre previsto dalla proprietà, che
si impegna a costruire e a cedere al Comune il nuovo mercato dei fiori, e
un’area che ospiterà il museo della stampa e della tipografia, con spazi per
spettacoli e attività culturali che manterranno la suggestione del luogo. E’
inevitabile che, qualsiasi decisione si assuma, si provochino opinioni
contrarie».
Per Croset, «Torino sta già costruendo tante
architetture di bassa qualità: si può permettere di mantenere qualcosa di
pregio. Gli stessi proprietari venderebbero gli alloggi a prezzi più alti, se ci
dessero ascolto. Sono comunque molto contento dei miei studenti. Forse la loro
tesi di laurea arriva troppo tardi, e nessuno ascolterà la loro voce. Ma sono il
futuro dell’architettura, e stanno dimostrando coscienza etica e civile. Hanno a
cuore la città, e fanno almeno ben sperare per gli anni che verranno».
La Stampa, 30
Ottobre 2005
Un centro commerciale
cancellerà la nostra storia
L’ha denunciato su queste
pagine pochi mesi fa anche Chiara Ronchetta, titolare della cattedra di
Progettazione del Politecnico: «Torino sta rimuovendo la sua memoria storica, la
memoria industriale. E non è mai troppo tardi per dirlo, anche se basta guardare
adesso com'è ridotta l'area di Spina 3. Che cosa è rimasto in piedi dell'ex-Michelin
o di altri stabilimenti che hanno segnato la storia della nostra città?». Ora
pare sia arrivato il turno delle O.G.M., le Officine Grandi Motori progettate da
architetti come Giacomo Mattè Trucco e Pietro Fenoglio tra via Carmagnola, corso
Vigevano, via Damiano e corso Vercelli, e risalenti agli anni del grande
sviluppo industriale di Torino, tra la fine del XIX e l'inizio del XX Secolo.
Naturalmente in quest'area nascerà tra le altre cose l'ennesimo centro
commerciale: il piano regolatore lo consente, dunque perché no? Ora, a parte il
fatto che Torino e zone limitrofe detengono il record nazionale in fatto di
centri commerciali, quello che si teme è il proseguimento del processo di
rimozione della memoria industriale in atto ormai da anni nella nostra città. Un
giorno sì e l'altro pure ci sentiamo dire che Torino deve internazionalizzarsi,
guardare all'Europa. Bene, in tutta Europa da quasi trent'anni non si fa altro
che riciclare l'enorme patrimonio architettonico costituito dalle aree
ex-industriali. Per tacere di quanto accade negli Stati Uniti: dove in certi
casi in mancanza di vecchie fabbriche vere si è arrivati al punto di costruirne
di finte. A Torino, invece, «i loft non hanno mercato». Per cui, ecco la tabula
rasa del nostro patrimonio architettonico industriale.
In questi giorni sette laureandi in architettura hanno
preso a cuore il destino delle vecchie Officine. La loro tesi di laurea è
impostata sulla conservazione dell'80 per cento delle strutture esistenti, con
un riutilizzo che (udite udite) non esclude nemmeno l'insediamento del centro
commerciale. Da parte loro, le autorità competenti assicurano che il trenta per
cento delle strutture industriali (4500 metri quadri) verrà salvato, con una
parte che resterà pubblica per farne il mercato dei fiori, e spazi dedicati
all'artigianato e alla cultura. La discussione, dicono dal Municipio, è ancora
aperta; niente è ancora stato deciso. Bene. La speranza, si sa, è l'ultima a
morire.