La Stampa, 27 Novembre
2005
FEDE E POLITICA
INCONTINENZA RELIGIOSA
Barbara Spinelli
QUANDO il contrasto tra
esigenze e opinioni diverse viene vissuto come sconfitta, quando smette di esser
visto come un elemento che feconda le democrazie e si comincia a giudicarlo
mortifero, quando lo si vuol sradicare per non averlo saputo governare, fa
apparizione nella storia europea quello che Karl Popper ha chiamato - dandogli
un colore negativo - mito della cornice. L'incontro con chi la pensa in
modo differente dal mio o ha bisogni diversi dai miei diventa impossibile e
minaccioso, se tra me e l'altro non pre-esiste una cornice comune di valori che
hanno il proprio fondamento non solo nelle leggi, nelle costituzioni, nella
politica, ma essenzialmente nella cultura e nella religione. Ma la cornice deve
fondarsi su valori non prevaricatori da parte di una maggioranza o una
religione. Il rispetto dell'altro non è negoziabile e tuttavia va sempre
ridiscusso e riorganizzato, se si vuole che il nemico della società aperta (il
cannibale descritto da Popper) sia persuaso. Chi mitizza la cornice vede in essa
qualcosa di eternamente statico, fondato esclusivamente sul vocabolario
ultimo di Dio (o meglio: sull'idea che ci si fa del vocabolario ultimo di
Dio). Per costoro, cultura e religione prevalgono su costituzioni e
leggi, come cemento destinato a tenere assieme gli individui, gli Stati, e
quell'insieme di nazioni che hanno deciso di fondare un'unità superiore come
accade nell'Unione europea.
Va da sé che cultura e religione sono, in simili casi, quelle di chi auspica la
cornice intesa come prevaricazione: in Occidente sono la cultura e la religione
cristiane, considerate uniche vere garanti delle unità nazionali e
sovranazionali. Va da sé che i garanti in questione si sentono chiamati a far
politica al posto dei politici classici, e non solo si sentono chiamati ma
giustificati: senza la loro continua interferenza, il politico d'oggi non
saprebbe che dire, come decidere. È così che le correnti dell'ortodossia
radicale cristiana (gli evangelicali da cui sono scaturiti i theo-con)
hanno preso il potere negli Stati Uniti, stringendo un'alleanza con Bush e
lanciandosi con lui in una guerra mondiale tra culture. Lo stesso accade
ultimamente in alcuni paesi dell'Unione europea, specie in Italia e Polonia. In
ambedue i casi siamo di fronte a una variante dei fondamentalismi musulmani e
anche ebraici. Una variante meno violenta ma che alla lunga può avere effetti
nefasti, sulle religiosità individuali e sulla Chiesa stessa. Una variante che
s'esprime in forme d'incontinenza patologica, a giudicare dalla sistematicità
con cui la religione viene mescolata alla cosa pubblica.
I promotori della cornice prevaricatrice sono in Italia parti importanti del
clero, a cominciare dalla Conferenza episcopale e dal suo presidente Ruini. In
Polonia è la maggioranza politica guidata dai fratelli Kaczynski a esigere che
l'Unione europea accetti l'incontinenza cattolica polacca come comune e uniforme
tavola delle leggi. Al patriottismo costituzionale, che l'Europa voleva
darsi e che avrebbe fatto fallimento a seguito dei referendum in Francia e
Olanda, occorrerebbe ora sostituire un patriottismo cristiano, di
carattere culturale. Forse vale la pena ricordare che il patriottismo
costituzionale non è un'invenzione delle sinistra e di Habermas. Fu coniato dal
filosofo Dolf Sternberger - antinazista, conservatore - in un articolo sulla
Frankfurter Allgemeine del 23-5-1979.
In Italia va sempre più crescendo, quest'interferenza di parte del clero nella
politica e nelle deliberazioni dei partiti, di governo e d'opposizione. È un
immischiarsi ormai quasi quotidiano: nelle leggi e nei referendum sulla
fecondazione assistita come sulla devoluzione, nelle procedure che regolano
l'interruzione della gravidanza come nelle riforme costituzionali, nelle unioni
di fatto come nell'uso giudiziario delle intercettazioni telefoniche e perfino
nella scelta di chi dirige la Banca d'Italia. Il giurista Gustavo Zagrebelsky ha
descritto con preoccupazione quest'attacco ai fondamenti laici della
costituzione italiana, dovuta a due fattori concomitanti: l'indebolirsi della
separazione fra politica e religione che il Concilio Vaticano II aveva sancito,
e lo svuotarsi del preambolo sulla laicità della costituzione. È per questa via,
secondo Zagrebelsky, che alcuni in Vaticano vorrebbero trasformare il
cattolicesimo in religione civile, come in America. Costoro si sentono
giustificati a intervenire nella politica perché giudicano la politica priva di
idee integratrici forti (la Repubblica, 25-11-2005).
La scarsa legittimazione del potere politico e il venir meno di un partito
cattolico è all'origine di quest'intromissione di parti consistenti del clero
nella politica italiana: un'intromissione che avviene all'insegna della
dismisura, che è ormai interferenza diretta perché non più mediata dalla Dc, e
che al tempo stesso è profondamente selettiva. Il potere ha bisogno di sentirsi
legittimato da autorità religiose perché in fondo si ritiene delegittimato:
questo è vero non solo per Berlusconi ma anche per gli eredi del Pci (i Ds), per
Rifondazione di Bertinotti, e per quei cattolici che pur essendo minoritari nei
due schieramenti aspirano all'egemonia culturale. Ma anche i rappresentanti
della Cei credono di avere bisogno della politica, per conquistarsi una
legittimazione. L'esasperata ansia di rendere la Chiesa politicamente visibile
rivela una condizione di sfinimento, di non-autosufficienza. La Chiesa come la
vede Ruini non si sente abbastanza profetica, e per questo si erge a Chiesa del
potere quasi senza accorgersi che nello stesso momento in cui ha l'impressione
di ergersi, si degrada. È una Chiesa che non riesce a evangelizzare, che cerca
le stampelle nei palazzi politici e che si trasforma in lobby, assetata di
esenzioni fiscali e privilegi come altre lobby. È una Chiesa che riduce la
religione all'etica, ma che nelle stesse battaglie morali si mostra oscuramente
selettiva. La lobby ha i suoi rappresentanti nella Conferenza episcopale e in
uomini come Lorenzo Ornaghi, già allievo-consigliere dell'ideologo leghista
Gianfranco Miglio, oggi consigliere di Benedetto XVI e rettore della Cattolica
(un articolo illuminante è apparso ieri
su questo giornale, firmato da Giacomo Galeazzi), e l'etica è da essa usata
in funzione di quel che si prefigge come lobby. Pronta a battersi su embrioni o
aborto, il suo silenzio è totale sulla morale del politico: sulla corruzione, la
mafia, il crimine che si mescola al potere, la Conferenza episcopale è muta,
abissalmente. Le parole violente di Giovanni Paolo II contro la mafia - il
Convertitevi! lanciato nella valle dei templi ad Agrigento dodici anni fa -
è da anni introvabile nel sito internet del Vaticano.
Questa debolezza del cristianesimo che si nasconde dietro l'affermazione di un
potere politico non unisce la Chiesa ma la lacera, oltre a minare la religiosità
delle coscienze. Le iniziative ecumeniche di Assisi sono messe in forse dalla
decisione di togliere l'autonomia alla basilica. Esperienze non ortodosse
faticano a esistere. Ed è significativo l'allarme accorato, forte, con cui
uomini della Chiesa reagiscono alla sua trasformazione in lobby. È il caso di
Monsignor Casale, arcivescovo emerito di Foggia. In un'intervista al Corriere
del 25 novembre, Casale insorge contro la benedizione impartita dal vescovo
Fisichella a Casini: «Torna con insistenza una concezione della cristianità che
il Concilio ci aveva fatto superare, l'idea della Chiesa difesa da uno Stato che
ne tutela i valori. Ma noi dovremo esser difesi solo dalla parola di Dio».
La Conferenza episcopale che promuove partiti, candidati: secondo Casale, molti
tra coloro che guidano la Chiesa «fanno un'opera di supplenza che sta diventando
eccessiva e pericolosa», e che provocherà possenti reazioni anticlericali. Tanto
più che l'interventismo è, appunto, selettivo: la Chiesa interviene su embrioni
«ma non si occupa dei bambini che muoiono di fame o non hanno né casa né scuola,
della giustizia sociale, della pace». Così come è concepita da parte dei propri
vertici, la Chiesa «si ritira nelle trincee dell'Occidente» e si fa
fondamentalista, pur di fuggire i nuovi compiti connessi alla propria debolezza.
È una linea di condotta pericolosa: per la religione, la Chiesa, la politica. E
lo è anche per l'Europa, perché il mito della cornice prevaricatrice tende a
escludere chi la pensa e crede in modo diverso, e rischia di sfociare in guerre
tra culture. Guerre tra culture e religioni che l'Europa ha conosciuto in
passato, e cui nel secolo scorso ha tentato di rispondere con una Comunità che
per definizione è incompatibile con una cultura religiosa omogenea. L'Europa ha
certo radici cristiane ma il suo patriottismo difficilmente potrà essere altro
che costituzionale, essendo plurale.
Ha detto giustamente lo storico delle religioni Jeffrey Stout, nel suo bel libro
su Democrazia e Tradizione, che il problema non è di sapere se le Chiese
possono o non possono esprimere con forza le loro opinioni su temi delicati come
aborto, fecondazione artificiale, divorzio. La libertà d'opinione e di religione
consente a ciascuno di dire la propria convinzione. Viviamo in società dove la
politica è stata secolarizzata dal XVII secolo, ma questa secolarizzazione
obiettiva non si identifica in alcun modo con le dottrine secolariste che
bandiscono la religione dalla conversazione cittadina. Il problema non nasce a
causa dei temi di società su cui parte delle gerarchie ecclesiastiche
intervengono sistematicamente, e non concerne neppure il loro diritto a parlare.
Il problema sono gli interlocutori e gli alleati che tali
gerarchie si scelgono: e gli interlocutori non sono le coscienze dei singoli, ma
i poteri politici su cui si esercitano pressioni. Il problema è l'aspirazione a
imporre una comune cornice basata sulla religione a società obiettivamente
plurali, nelle nazioni e anche nell'Unione europea. È un'aspirazione che Stout
considera del tutto irrealistica, solo ideologica, a meno di non optare per una
coercizione che il cristianesimo ormai da secoli respinge (Jeffrey Stout,
Democracy and Tradition, Princeton 2004).
Per una parte della Chiesa - e pensiamo qui al clero polacco - l'Unione europea
è invisa proprio per questo: perché con la sua pluralità, con l'indispensabile
secolarizzazione della sua politica, l'Europa è incompatibile con il mito di una
cornice cristiana imposta a tutti. Il potere di lobby, le Conferenze episcopali
locali lo esercitano meglio dentro gli Stati, restando per il resto, come in
Polonia, uniche depositarie di un'autorità universalista. La difesa della
cultura religiosa rischia di non differenziarsi molto, in simili casi, dalla
difesa di un'etnia. Anche questa difficoltà di accettare l'Europa laica e
plurale, da parte di alcuni frammenti del cattolicesimo, è un problema per la
Chiesa tutta intera. Il pericolo che essa corre è l'affievolirsi delle fedi,
l'emergere di un anticlericalismo vero, lo spreco di un patrimonio universalista
impareggiabile, e lo stesso vocabolario ultimo delle Sacre Scritture.

FESTA ALLA CATTOLICA CI SONO I SUGGERIMENTI DEL RETTORE
DIETRO LA LINEA INTERVENTISTA DELLA CHIESA
La visita del Papa a Ornaghi, lo stratega di Ruini
Giacomo Galeazzi
CITTA’ DEL VATICANO
Dietro le quinte della «politica del pulpito». Da allievo-successore
dell’ideologo leghista Gianfranco Miglio a consigliere politico di Benedetto XVI.
Il rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi, che ieri ha accolto il Papa
all’inaugurazione dell’anno accademico della sua maxi-università (42 mila
studenti e 1.400 docenti), è poco noto al grande pubblico ma ben conosciuto nei
Palazzi di entrambe le sponde del Tevere. Una presenza che è segno di
particolare considerazione, tanto più che il Papa nel suo intervento alla
cerimonia ha affrontato temi di grande rilievo confermando il no forte della
Chiesa a ogni forma di contraccezione e alla fecondazione artificiale.
Ci sono i suggerimenti di Ornaghi, osservano in Curia, dietro la nuova strategia
interventista della Chiesa: dalla battaglia referendaria sulla procreazione
assistita alla mobilitazione delle associazioni cattoliche a favore della
presenza dei volontari antiabortisti nei consultori. Responsabile dell’agenzia
per le Onlus, Ornaghi ha trasformato l’ateneo di padre Gemelli, da sempre
autonomo dalle autorità ecclesiastiche, nel «cantiere culturale della Cei». Ora
Joseph Ratzinger lo consulta sempre più spesso sugli scenari politici italiani e
sul processo d’integrazione europeo. La settimana scorsa, nel pieno delle
«consultazioni» papali dei leader del moderatismo post-Dc Pier Ferdinando Casini
e Silvio Berlusconi, Ornaghi era accanto al Pontefice all’anteprima del film su
Giovanni Paolo II. Avversario dichiarato dei cattolici progressisti, è al
vertice delle principali istituzioni controllate dalla presidenza Cei. Tre anni
fa la sua nomina a rettore spaccò il mondo cattolico. L’istituto Toniolo, che
gestisce l’università, diede il via libera solo dopo una guerra interna senza
precedenti, con il parere contrario di Oscar Luigi Scalfaro, Emilio Colombo e
dell’ex ministro Giancarlo Lombardi. Vicino al centrodestra, Ornaghi, 55 anni,
politologo, dai modi riservati ma non privo di calore umano, ebbe la meglio sul
dossettiano Sergio Zaninelli proprio grazie al sostegno di Camillo Ruini.
Dipende anche dalla sua influenza Oltretevere se fino ad oggi hanno varcato il
Portone di Bronzo solo i «moderati». Dall’elenco delle udienze papali ai
politici italiani, su discreta regia del consigliere pontificio Ornaghi, affiora
sempre la sagoma del «grande centro», specie nell’evenienza, con il ritorno al
proporzionale, di un pareggio tra Unione-Cdl e la marginalizzazione, a destra e
sinistra, delle forze estreme. C’è lo «zampino» di Ornaghi, sussurrano in
Vaticano, sulla circostanza che finora nell’agenda di Benedetto XVI hanno
trovato spazio soltanto gli eredi, a vario titolo, della stagione dell’unità
politica dei cattolici: da un lato gli ex democristiani «doc» Clemente Mastella
e Pier Ferdinando Casini, dall’altro i leader che della Dc aspirano a colmare il
vuoto, Silvio Berlusconi e Francesco Rutelli. Una scelta, anche nei tempi, che
equivale ad un segnale di apprezzamento e di attenzione. E nella strategia
suggerita da Ornaghi, quasi un’investitura, l’indicazione di una possibile «Casa
dei moderati» e della marginalizzazione delle estreme, qualora dalle urne esca
un risultato di parità tra i Poli come in Germania. Del resto proprio
dell’italianizzazione delle prospettive del governo tedesco di Grande coalizione
guidato dalla dc Merkel, il rettore della Cattolica ha recentemente discusso con
Benedetto XVI. E’ stato suo il consiglio di procedere a «consultazioni», ossia,
prima di entrare nel vivo della campagna elettorale, «conversazioni» per
affrontare questioni di rilevanza pubblica. Su scuola, famiglia, presenza della
Chiesa nella società, radici cristiane dell’Europa e questioni internazionali,
Joseph Ratzinger ha seguito la sollecitazione di Ornaghi, discutendo con i
leader moderati prospettive, scenari, chiavi di lettura. Determinanti i buoni
uffici di Ornaghi per l’astensionista Rutelli e Casini, «paladino» delle
politiche sociali a favore della famiglia e della libertà di scelta dei genitori
tra istruzione statale e privata. Sullo sfondo, oltre alle elezioni, la corsa al
Quirinale.