Home

perchè rl

RL in comune

CARONTE'S CORNER

   COMUNICATI

   DOCUMENTI

POSTA

DIOGENE

NO-TAV

MOVIMENTO ZERO

      OLIMPIADI 2006

 OSSERVATORIO

NOTA LEGALE

CONTATTI

 

Oggi... le comiche!

Ecco come è stata data la notizia sulla concessione del voto agli stranieri residenti a Torino...

LA STAMPA, 22 Luglio 2005

NUOVI DIRITTI. D’ACCORDO IL 92% DEGLI ELETTORI DI CENTROSINISTRA ED IL 13% DI QUELLI DELLA CDL. SODDISFATTE LE COMUNITA’ STRANIERE: INTEGRAZIONE PIU’ FACILE

Voto agli immigrati, il 54% dice «sì»

Sondaggio Contacta: maggioranza di cittadini favorevoli. Chiamparino: è un bel segnale

Torino fa votare gli immigrati e i torinesi approvano la novità. Sono passate poche ore dalla conclusione della maratona in Sala Rossa e i dati raccolti da Contacta non lasciano spazio a dubbi: il 54% dei cittadini maggiorenni si dice d’accordo con la proposta di modifica dello statuto che dalla prossima primavera consentirà a circa 17 mila immigrati regolari di votare per le circoscrizioni. Il 46% invece la boccia. Sono stati 4698 i torinesi contattati ieri dalla società di sondaggi, 1427 le interviste convalidate e utili per l’analisi.
Su un tema tanto discusso la città sostanzialmente si divide, ma prevale chi si esprime a favore. Alta, ma nemmeno troppo, la percentuale degli indecisi. Fatto 100 l’intero campione, il 47% si dice infatti d’accordo con la proposta, il 39% è contrario, mentre il restante 14% risponde «non so». Tolta questa quota di indecisi il risultato è più netto: 54% contro 46. Se poi si entra più nel dettaglio e si analizzano le risposte in base all’orientamento politico si scopre che l’80% degli elettori del centrosinistra è a favore, il 7% è contrario mentre il 13% risponde «non so». Nel centrodestra invece i «sì» si fermano al 10%, con un 74% di contrari ed un 16% di indecisi. Da notare che nonostante la mobilitazione di An, Forza Italia e Lega, che da settimane protestano contro le nuove regole, è proprio tra gli lettori della Cdl che si rileva una percentuale più alta di indecisi. Togliendo i «non so» dal computo delle risposte il risultato è il seguente: 92% di sì (e 8% di no) tra gli lettori che si dichiarano di centrosinistra, 87% di no (e 13% di sì) tra quelli che preferiscono il centro-destra.
«E’ un bel segnale - commenta a caldo il sindaco Chiamparino -. Sono contento: mi aspettavo senz’altro che una buona quota di torinesi ci appoggiasse, ma non credevo che potessero essere così tanti. Per noi è senz’altro un segno molto incoraggiante». Quanto ai «no» al 47%, il primo cittadino si dice convinto che «potendo ragionare, un po’ fuori dagli schemi, molte persone cambierebbero certamente opinione».
Chi festeggia, e si prepara per la consultazione della prossima primavera, sono le comunità straniere. Il console del Marocco: «Così l’integrazione è più facile».
Cassi, Longo, Martinengo e Minucci

Peccato per questo articolo scritto con la penna intinta nella saliva che, nello stesso giorno, su "Torino Cronaca" ci sia un ben diverso riscontro:

IN DEMOCRAZIA LE SCELTE IMPOSTE NON PIACCIONO

Sul piano politico, e anche personale, Sergio Chiamparino è uno che ha il coraggio delle sue azioni e soprattutto va avanti sulla strada che si è ripromesso di percorrere: voleva essere il primo sindaco di una grande città a concedere il voto agli immigrati e ha raggiunto il risultato, chiamando Torino ad esercitarsi  nella delicata materia dell'integrazione. Peccato che lo abbia fatto con la forza delle deleghe e non con la democrazia di una larga consultazione popolare che, almeno a livello locale, sarebbe stata possibile. E a parere non solo nostro, ma anche dei lettori a cui sottoponemmo il delicato quesito ("la maggioranza che amministra il Comune di Torino ha presentato una delibera per concedere agli immigrati il diritto di voto e di elezione ai consigli di circoscrizione: lei è favorevole o contrario? E ancora: preferirebbe che la decisione fosse soggetta a referendum?") sarebbe stata auspicabile. In realtà oggi la città si sente tagliata fuori da una scelta che avrebbe voluto probabilmente meditare. E non solo, come sostiene qualcuno, perché lo scenario internazionale è stato stravolto da gravissimi episodi di terrorismo islamico e le strade di certi quartieri sono praticamente impercorribili a causa della delinquenza extracomunitaria. I torinesi sono confusi, molto probabilmente divisi a metà - come sosterrebbe un sondaggio che circola in ambienti politici ed ha invitato alla prudenza un po' tutti i partiti - tra chi ritiene che una rappresentanza nelle circoscrizioni aiuti gli immigrati ad integrarsi e chi, invece, non pensa che i tempi siano maturi. I nostri lettori sono stati più netti nelle loro scelte: su oltre 7 mila telefonate arrivate in redazione  il 94,17 per cento si è dichiarato contrario al voto. Un campione che se da una parte contraddice il sondaggio "politico", dall'altra boccia inesorabilmente la decisione della maggioranza e del sindaco. Questione di numeri e forse anche di stile. Le scelte imposte, si sa, piacciono poco. Anche se sono innovative e ci danno la palma di città pilota sull'integrazione.

Beppe Fossati

 

Ma  continuiamo nella cronaca di questa esaltante  giornata, che passerà nei libri di storia della città...

 

LA STAMPA, 22 Luglio 2005

Emanuela Minucci
«Ma vi rendete conto? E’ stato proprio il centrodestra a regalare a Chiamparino e compagni questa bella vittoria in aula. E’ incredibile, devo andarmene di qui perchè sennò spacco qualcosa...». (Agostino Ghiglia, consigliere di An, frase pronunciata uscendo dalla Sala Rossa).
Ore 11 e 45 di giovedì 21 luglio: l’Udc di Francesco Gallo, capogruppo di se stesso in Consiglio comunale, consente a Torino di diventare la prima città d’Italia in cui i cittadini extracomunitari avranno diritto al voto nelle circoscrizioni. La delibera per essere approvata necessitava della maggioranza qualificata, vale a dire i due terzi dell’assemblea. E sono appunto 34 voti. Peccato che l’Ulivo più Rifondazione (sindaco Chiamparino compreso) ieri mattina arrivassero soltanto a quota 33 (Ferragatta della Margherita reduce da un brutto incidente si è presentato in Sala Rossa in sedia a rotelle pur di non far mancare il suo voto).
Come nei sogni dei consiglieri di centrosinistra Gallo, coerentemente con quanto dichiarato fin dall’inizio, ha votato in armonia con la maggioranza citando Aristotele e Tommaso d’Aquino. «Credo che agli onesti amici extracomunitari daremo un ottimo insegnamento (...) su che cosa intendiamo per democrazia: pieni diritti e pieni doveri». 
Intendiamoci. Il Consiglio presieduto da Alessandro Altamura ci avrebbe soltanto impiegato qualche giorno in più ad approvare la mozione che modifica l’articolo 47 per allargare anche ai cittadini extracomunitari residenti sotto la Mole da almeno sei anni, il diritto al voto nelle circoscrizioni. Certo è che un finale del genere - dopo aver presentato 1200 emendamenti pesanti 7 chili e discusso per trenta ore - l’opposizione proprio non se l’aspettava.
Un finale a sorpresa che ha addirittura scatenato, nel pomeriggio, una manifestazione della Lega sotto le finestre della sede cittadina dell’Udc. E dire che questo partito, soltanto una settimana fa aveva preso le distanze dal comportamento del consigliere comunale, arrivando a ipotizzare un provvedimento disciplinare che poi non è mai arrivato.
Caso Gallo a parte, la giornata-clou della conquista multietnica del voto è scandita da un dibattito dai toni alti in cui le citazioni si sprecano (toccante quella di Giorgis tratta dai «Diritti dell’uomo e la legge naturale» di Maritain) mentre sotto, in strada, attorno al monumento al Conte verde i militanti di An - che annunciano di avere già raccolto 1700 firme per una petizione popolare contro il provvedimento - e della Lega Nord sventolano bandiere e diffondono le patriottiche note dell’inno di Mameli.
In Sala Rossa parlano i capigruppo (o i loro sostituti). Dieci minuti a testa. E se il consigliere Mina di Forza Italia accusa il sindaco Chiamparino di essere come Zapatero che cambia la Costituzione (mentre il capogruppo Chiavarino gli imputerà soltanto di voler «incassare» qualche voto in più, nelle circoscrizioni, il prossimo anno), il capogruppo di Rifondazione Castronovo parlerà di provvedimento sacrosanto «che aumenta il senso di comunità» e Ferragatta della Margherita tira in ballo la questione del terrorismo: «Nessuno si nasconde che dopo i fatti di Londra, si è accentuata la sensazione di insicurezza. Ma mi chiedo: dobbiamo darla vinta ai terroristi o creare occasioni sempre più profonde di incontro, per diminuire il senso di diffidenza?». E mentre il Rinnovamento Leghista di Airola insiste sul ricorso alle vie legali contro una delibera illegittima (in compagnia di Ventriglia, An), Nigro dei Verdi e Borgogno dei Ds plaudono a una scelta di democrazia e civiltà.

 

LA STAMPA, 22 Luglio 2005

«Qualcosa in cambio?
Non vi azzardate a dirlo»

Il consigliere comunale Domenico Gallo ha 43 anni e appartiene alla corrente «andreottiana» dell’Udc, quella che fa riferimento a Vito Bonsignore. In Sala Rossa è stato eletto nelle fila di Forza Italia, ma recentemente è uscito dal gruppo «perchè non mi riconoscevo più nelle loro scelte». Ora, da solo, abita un ufficio al secondo piano di Palazzo civico. E si stupisce se i cronisti - o anche i colleghi politici - si stupiscono della sua scelta di votare a favore della delibera che dà facoltà agli stranieri di votare per il consigli di circoscrizioni (ma anche di candidarsi per i medesimi). «Sono cattolico e credo nel riconoscimento a tutto campo dei diritti del mio prossimo - ha spiegato tranquillamente ieri mattina al termine della votazione - nessuno, da parte della maggioranza mi ha offerto qualcosa in cambio. E’ offensivo il solo fatto che una cosa simile si possa pensare»

  

LA STAMPA, 22 Luglio 2005

Marina Cassi
Oltre la metà dei torinesi apprezza la decisione della Città di consentire il voto agli immigrati almeno per le circoscrizioni. In questo caso la cosiddetta classe dirigente sembra ancora più avanti della società civile: sindacato e imprenditori, infatti, apprezzano senza riserve la scelta e naturalmente la Chiesa sostiene una opzione che spinge verso una reale integrazione.
Nelle imprese torinesi, soprattutto quelle medie e piccole, lavorano da anni centinaia di stranieri e ormai alcune decine sono stati eletti rappresentanti sindacali dai loro compagni, in particolare nel meccanico e nell’edilizia.
E così il presidente dell’Unione industriale, Alberto Tazzetti, che precisa di parlare a titolo personale, commenta: «Va bene se servirà all’integrazione e se ridurrà il sentimento di emarginazione. Quella che vive qui è ormai la seconda generazione, quella stessa che in altri Paesi sta creando problemi, quindi, ogni iniziativa che serve a far assumere diritti e doveri può essere utile».
Soddisfatto il segretario della Cna, Paolo Alberti: «E’ molto giusto: sono qui, lavorano, in alcuni settori come l’edilizia sono l’unica manodopera disponibile, creano imprese a ritmo sostenuti, pagano le tasse, contribuiscono a sostenere il nostro traballante Pil; perché mai non dovrebbero votare e diventare cittadini a tutti gli effetti?».
Anche Silvano Berna della Confartigianato è sulla stessa linea: «Per me l’immigrazione è una risorsa e non un problema; quindi bene al voto. Le nostre imprese sono piene di immigrati e questo costituisce un elemento di integrazione sociale. Accanto a questo provvedimento occorre però un serio controllo su chi non rispetta le leggi».
Parla da immigrato il segretario della Confesercenti Antonio Carta: «Quando sono arrivato qui nel ‘68 mi ha impressionato che per definire una persona perbene si dicesse “quello è un gran lavoratore”. Ora questi immigrati lavorano e tanto e acquisiscono una identità con il lavoro. Giustissimo che votino, gli è dovuto».
Da sempre sensibile al tema dell’integrazione e della difesa dei diritti il sindacato che apprezza la decisione del Comune. Per il segretario Cisl, Nanni Tosco, si tratta di «un atto equilibrato e di un importante segnale d’attenzione del mondo politico nel dare cittadinanza, con diritti e doveri, alle lavoratrici e lavoratori stranieri che vivono nella nostra comunità e contribuiscono al suo benessere».
Si sente orgogliosa di essere torinese la segretaria della Camera del Lavoro, Vanna Lorenzoni che parla di «un grande coraggio che ha prodotto un atto di grande civiltà e democrazia». Non rinuncia a una venatura polemica: «Affinché i diritti siano pieni, comunque, occorre ora continuare la battaglia per la chiusura dei Cpt e per la abolizione della Bossi-Fini».
«Meglio tardi che mai». E’ il commento del segretario Uil Giorgio Rossetto che aggiunge: «E’ uno strumento utile perché spinge le persone a sentirsi parte di questa società e a radicarsi, fare famiglia, rimanere».
Da anni ha intrecciato la sua esistenza con quella di chi arriva nella nostra città, solo, spesso in difficoltà, in cerca di un segno di solidarietà. Don Fredo Olivero, dell’Ufficio migranti della Caritas, è più che soddisfatto per la decisione del Comune. Dice: «Sono ben felice; ho anche scritto al sindaco Chiamparino per esprimergli la mia soddisfazione. Fare votare questi cittadini almeno alle Circoscrizioni è il minimo che su un piano di civiltà si possa fare».
Riflette sulla situazione, sulle ansie, i timori, i concreti pericoli che agitano e soffocano il mondo e aggiunge: «Devo rendere atto che quella scelta in questo momento è un grosso atto di coraggio e rappresenta la strada giusta verso l’accrescimento dei diritti».
Ricorda che all’inizio saranno 17 mila i votanti, ma che nel giro di tre-quattro anni arriveranno a circa 50 mila. «Sono numeri importanti, da capoluogo di un piccola provincia e rappresentano la realtà di oltre 76 mila residenti che sono qui a lavorare. Un passo decisivo per farli sentire cittadini torinesi».

 

LA STAMPA, 22 Luglio 2005


UN VIAGGIO TRA SORPRESE E TABÙ DEMOLITI: «CHI L’HA DETTO CHE SCEGLIEREMMO PER FORZA LA SINISTRA?»

Un popolo anti-Lega

ma sedotto spesso da Fini
Tutti musulmani? Macché: la maggior parte viene dall’Est Europa
Diamanti: «Un romeno se pensa alla sinistra ricorda Ceausescu»

QUANDO Gianfranco Fini venne a Torino, subito dopo la sorprendente uscita sul voto agli stranieri, per un dibattito sull’immigrazione al Sermig, lo avvicinò una ragazza marocchina di nome Saloia El Idrissi, 32 anni, «presidente, le idee di An mi piacciono, non sono razziste, ma perché state con quel Bossi lì». Avrebbe volentieri votato per lui, un giorno. Mai per Umberto Bossi.
Di cosa parliamo quando parliamo di voto agli immigrati? Di una questione politica, sociale, economica. Di un grumo di simboli, speranze, risentimenti e culture più o meno (in)comunicanti. Per dire, com’è la situazione nell’Italia dei buoni sentimenti e dei nuovi razzismi ed esclusioni, e al limite, per chi voterebbero gli stranieri residenti da noi? È poco più che una simulazione, «oltretutto rischiosa dal punto di vista scientifico», osserva Ilvo Diamanti. «Siamo sicuri che un europeo dell’est dia ai concetti di destra e sinistra lo stesso significato che gli dà un camerunense?». Ma la simulazione smonta luoghi comuni e rivela qualche sorpresa.
Nell’Europa terrorizzata dal 7 luglio e dall’11 marzo madrileno, il primo riflesso quando pensiamo a un immigrato è pensare a un immigrato musulmano. Errore. La maggior parte degli immigrati in Italia viene dall’Europa, non dall’Africa o dall’Asia. Spulciate il dossier Caritas 2005 in uscita a ottobre, dei due milioni 730 mila immigrati in Italia alla fine del 2004, un milione 289mila provengono dall’Europa, 647mila dall’Africa, 472mila dall’Asia, 314mila dall’America, solo settemila arrivano dall’Oceania o risultano «apolidi». In particolare, gli immigrati italiani giungono dall’Europa dell’est, Romania in testa, Albania subito dietro, ameni paesi dove la sinistra aveva i volti rassicuranti di Nicolae Ceausescu ed Enver Hoxa. Una pacchia per un democratico. Ecco, ragiona Diamanti, «lei provi a fare anche semplici interviste qualitative a immigrati romeni chiedendo se votano a destra o a sinistra e guardi cosa le rispondono: per loro sinistra-uguale-Ceausescu. Invece un centroafricano difficilmente riuscirà a calarsi in categorie etno-politiche radicate nel pensiero dell’Occidente come progressisti e conservatori».
In molti di quei Paesi, osserva Diamanti, «il governante deve essere o comunque apparire un uomo di polso». Ecco allora il vicepremier di Alleanza nazionale applaudito da colf sudamericane, studenti congolesi come Bob e José, una diciannovenne di nome Sharon William, appena arrivata dalla Sierra Leone a Torino ma già in grado di dichiarare a taccuini aperti: «Apprezzo il fascino di Gianfranco Fini». Giampaolo Landi, responsabile di An per l’immigrazione, conferma: «Stiamo finendo uno studio, le anticipo che il voto politico degli immigrati dell’est Europa sembra orientato in modo massiccio a destra. Consideri che sono loro la maggioranza».
Le città sono a un punto più avanzato del governo centrale. «Una mappa vera e propria non c’è», spiega il sociologo del Mulino Marzio Barbagli, «anche perché al di là della retorica, gli immigrati non hanno diritti politici in Italia». Quando votano, dice, «è quasi una rappresentazione del voto vero», quello per eleggere il Parlamento. In ogni caso Torino è laboratorio, e non è la prima volta. A Roma ci sono 300 mila immigrati, la comunità straniera più nutrita si conferma quella romena, con 42mila persone, i filippini sono al secondo posto con 21mila (fonte www.stranieriinitalia.it). Bene: Rifondazione, i verdi, l’Arci, stanno pressando il sindaco Walter Veltroni per concedere qualcosa di più del consigliere per l’immigrazione. Paolo Cento ha anche proposto a Romano Prodi di farli votare alle primarie. A Bologna Sergio Cofferati sta portando a compimento una vecchia idea del Social Forum: al consiglio comunale del 2 maggio è stato presentato un ordine del giorno per l’estensione del diritto di voto attivo e passivo nei consigli di quartiere ai cittadini stranieri residenti. Genova, la città apripista in assoluto, ha avviato nel 2002 un percorso che potrebbe portare addirittura al voto per il consiglio comunale; la stessa strada seguita a Venezia da Paolo Costa e ora Massimo Cacciari, e a Cosenza da Eva Catizone, grande sponsor l’ex leader di Potop Franco Piperno. Altrove degli immigrati hanno già votato, ma per eleggere organi ad hoc: a Lecce Fadl Albeetar, giordano, è stato eletto nel 2004 consigliere per l’immigrazione. Giunta: An. Sindaco: Adriana Poli Bortone. Dopo, è successo lo stesso a San Mauro Torinese (eletto un egiziano), a Cagliari (un tunisino), Mazara del Vallo (un tunisino ventiduenne, il più giovane in Italia), Ancona, Macerata, Ascoli...
«La cosa accertata», sostiene Diamanti, è che «se votassero, gli immigrati più che sapere per chi votare, sanno per chi non votare: la Lega». Piccolo particolare che potrebbe inquietare i sindaci-sceriffi stile Giancarlo Gentilini, è che il 60 per cento degli immigrati italiani vive al nord (il 30 al centro, il 10 al sud, fonte Caritas). Certo, questo popolo global sa bene che siamo ai primissimi passi. L’egiziano Sherif El Sebaie, rappresentante della commissione fondi attività culturali del Politecnico di Torino, annota acuto: «Esprimere il proprio voto fa differenza eccome. Anche se stiamo parlando ancora di elezioni simboliche». Per quel che conta, il 70,7 per cento degli italiani, sostiene la Fondazione nord est, è favorevole a passare dai simboli al voto pesante, quello politico: anche a dispetto di quello che continua ad accadere nella Londra del melting pot e dei romanzi sognanti di Hanif Kureishi.