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LA STAMPA, 30 Ottobre 2005


IL SINDACO DI BOLOGNA REPLICA ALLE ACCUSE «DI FRONTE ALLE RESPONSABILITÀ SI DEVE POTER SCEGLIERE: NELLE CITTÀ COME AL GOVERNO»


Cofferati


«C’è chi gioca al tanto peggio tanto meglio»

«Il rispetto della legge è di sinistra, giusto rimandare a casa chi non è in regola per accogliere chi ne ha diritto»

 

Federico Geremicca


ROMA
Un lungo corteo e uno striscione: «Zona decofferatizzata». Poi, un po’ di teatro davanti al palazzo comunale, con un Cofferati-Imperatore rimproverato da un Cofferati-Tex Willer. Infine, lo slogan: «Chiediamo diritti, ci danno polizia. E’ questa la loro democrazia». Un affronto sanguinoso per l’uomo che della difesa dei diritti dei più deboli ha fatto quasi una religione. Ma è così che va il mondo: e sono settimane, ormai, che il capo carismatico di un movimento che ha ridato linfa alla sinistra negli anni d’avvio del terzo millennio, è lì che deve difendersi dall’accusa di esser diventato un «destro». Anzi: traditore e «destro». Puntano l’indice contro di lui vecchi compagni di cordata come Fabio Mussi e ideologi di quel movimento come Flores d’Arcais e Asor Rosa. E soffia sul fuoco, naturalmente, Fausto Bertinotti: che non l’ha mai amato, e il cui partito - a Bologna - sta rendendo la vita durissima al sindaco-sceriffo. Il tutto, per lo sgombero di case illegalmente occupate, di un albergo-lager zeppo di immigrati e per la rimozione di baracche fatiscenti in riva al Reno.
Come si sta nei panni di sindaco di destra?
«Onestamente, non credo sia una domanda che possa fare a me».
Però è di questo che l’accusano.
«Secondo lei, è più di sinistra un sindaco che lascia al freddo e al buio immigrati regolari e clandestini in un albergo fatiscente, come è quello delle Ferrovie, oppure un sindaco che dà un alloggio dignitoso a quelli che ne hanno titolo o sono deboli, rimandando a casa chi non è in regola? Io ho fatto la seconda cosa. La vecchia giunta di centrodestra, la prima: con il plauso di alcune aree radicali, naturalmente...».
Detta così, non c’è discussione. E non si vede nemmeno la ragione di tante polemiche. Ma perché, allora, Bologna somiglia sempre più a una polveriera?
«Perché una parte delle forze politiche, anche della maggioranza che mi sostiene, è contraria al tipo di interventi decisi dall’amministrazione. La tesi che sostengono è che tutti quelli che erano o sono nelle condizioni di cui le dicevo - immigrati che, per esempio, sono clandestini ma hanno un lavoro - vanno comunque tutelati. E poi, aggiungo, perché pensano di poter rappresentare queste persone e dunque usarle nella dialettica politica. Io credo che, nell’immaginare di utilizzare strumentalmente sacche di disperazione, ci sia il rischio di sposare una specie di sottocultura del “tanto peggio tanto meglio”. Insomma: se dei disperati dormono sulle sponde del Reno, invece che nei prefabbricati che stiamo mettendo a loro disposizione, sono più utilizzabili per una sorta di astratta battaglia politica... Io, naturalmente, non sono d’accordo».
C’è chi si chiede che diavolo ha da guadagnarci, lei, ficcandosi in questa storia...
«E che c’entra il guadagno? A me stava a cuore rompere una sorta di coltre di silenzio e uscire da alcune contraddizioni di comportamento - che c’erano o potevano esserci nella mia maggioranza - tra azione amministrativa e, diciamo, l’azione politica di chi è nella coalizione. Punto e basta. E devo dire che su questi temi, intendo quelli della legalità e della sicurezza, come si è visto, delle contraddizioni c’erano».
Insomma, come si dice: non è pentito e rifarebbe tutto quel che ha fatto, è così?
«Ma guardi che io non credo affatto che su temi così si possa decidere se fare o non fare. Per la sinistra, per altro, per l’Unione, è fondamentale mettere le mani in questioni come la legalità e la sicurezza. Questa faccenda che noi dovremmo occuparci solo di alcune cose e la destra di altre, è ridicola. Alcuni temi sono ineludibili e infatti si ripropongono a tutti i livelli ai quali si agisce politicamente: dalle città al governo nazionale. E’ chiaro che le modalità di intervento vanno definite a seconda del contesto: ma i criteri ispiratori dovrebbero essere gli stessi».
Quindi lei sostiene che la filosofia che ha ispirato le sue decisioni a Bologna dovrà improntare anche l’azione di un possibile, futuro governo di centrosinistra a Roma?
«A dire la verità, io non credo che da Bologna arrivi chissà quale insegnamento... Penso semplicemente che sia necessario avere dei valori ai quali riferirisi e non eludere i problemi. Nemmeno i più rognosi. Insomma, occorre assumersi le proprie responsabilità, e non fuggirle. Assumere responsabilità, naturalmente, vuol dire scegliere e sopportare le conseguenze di queste scelte. Quelli che tollerano tutto e non scelgono mai, non sono di sinistra, sono un’altra cosa».
Lei ha scelto e ne sta pagando, in qualche modo, le conseguenze: ha sentito attorno a sé la solidarietà del gruppo dirigente dell’Unione?
«Ho sentito prima di tutto la solidarietà di tanti cittadini, e poi ho avvertito la condivisione del gruppo dirigente nazionale dell’Unione intorno alla scelta fatta. Non ho visto in giro imbarazzi, timidezze. Poi, cosa vuole, tra le tante dichiarazioni registro anche quelle di Mussi. Mi fa solo un po’ di tristezza...».
Per la verità, anche altri - da Flores d’Arcais a Asor Rosa - hanno avuto da ridire sulle sue scelte di oggi, in rapporto a quel che diceva e faceva da leader sindacale. Parlano di tradimento, di metamorfosi. Come replica?
«E’ un discorso strano, che non capisco. Io ho sempre combattuto per le stesse cose. Si può avere qualunque giudizio su quel che ho fatto in Cgil, ma mi sono sempre battuto perché l’azione sindacale avvenisse nel rispetto degli utenti - quando ad agire erano, per esempio, i lavoratori dei servizi - e nel rispetto perfino delle cose materiali quando si lottava nel manifatturiero. Ho sempre polemizzato con chi nell’agire immaginava di uscire dai confini del lecito e del rispetto. Guardi che nella storia dei processi di emancipazione delle classi povere, l’acquisizione del concetto di rispetto della legge è stata fondamentale. Anzi: il rispetto della legge e una lotta che sia rispettosa delle regole, perché devi creare simpatia, condivisione intorno alla tua battaglia. Non è che l’abbia inventato io, è la storia del movimento operaio...».
Sì, ma lei è pur sempre il leader dei tre milioni in corteo fino al Circo Massimo.
«Già. Tre milioni di persone e non un mattone del Circo Massimo spostato... Io non so, Asor Rosa può aver capito quello che vuole di quella fase, ma io ero e resto convinto che il rispetto della legge e della regola sia una componente fondamentale della cultura della sinistra. Comunque, per tornare all’oggi, credo anche che occorra sdrammatizzare un po’ la portata di quel che sta avvenendo. Credo, infatti, che di fronte a un problema oggettivo, se non c’è un sovraccarico ideologico e non ci sono intenzioni strumentali, la soluzione si cerca e si trova. Non stiamo parlando di problemi irrisolvibili: delicati sì, seri anche, ma si possono affrontare».
Col dialogo, verrebbe da aggiungere. Cosa che però le rimproverano di non fare...
«Certo, c’è una questione di metodo. Che vale a Bologna come in altre città, come a Roma. Quando c’è un problema, il confronto aperto tra le opinioni è indispensabile. Poi, però, dopo la discussione bisogna arrivare alla decisione. E nel decidere, ognuno deve prendere le proprie responsabilità: chi è favorevole all’azione che si intraprende e chi invece non la condivide. Quel che non funziona, secondo me, è fingere di non vedere i problemi, non decidere. Usando magari la tattica strumentale del confronto fine a se stesso, della discussione che non finisce. E naturalmente, mentre la discussione continua, le situazioni si aggravano e si incancreniscono. Così, chi dorme in riva a un fiume continua a star lì mentre arriva l’inverno; e chi attende la casa assegnatagli perché è povero e ne ha diritto, continua ad attendere, essendo occupata da qualcun altro che quel diritto non ce l’ha...».

Finalmente qualcuno di sinistra che esce dalle paludi della demagogia e dell'astrattismo.

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