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da LA STAMPA del 05 Giugno 2005
DE GUSTIBUS DISPUTANDUM EST
La tradizione
non può essere
salvata a pezzi
E’ impossibile pretendere di
salvare un patrimonio gastronomico
senza chiederci in che tipo di
cultura esso sia inserito o da quali
modelli agricoli antagonisti a
quelli di una certa area è minacciato
di
Carlo Petrini |
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UN recente incontro a Washington con i responsabili del
Folkways Festival (che si terrà dal 23 giugno al 4 luglio nella capitale
statunitense) presso lo Smithsonian Institution, ha rafforzato la
convinzione che è assolutamente necessario iniziare a guardare al mondo
agricolo e più in generale a quello della produzione del cibo attraverso una
visione molto più complessa di quella cui siamo abituati.
I metodi agro-industriali hanno ingegnato una sorta
di modello unico da applicare in tutte le zone del pianeta. Ma l'agricoltura
è invece un'attività umana che fa del rapporto con l'ambiente circostante e
con le espressioni della cultura locale un pilastro fondamentale, l'elemento
che la rende armonica con la natura e con la vita degli uomini. Non si può
generalizzare: ogni zona ha le sue peculiarità, la sua gente, la sua
biodiversità. È attraverso la ricerca di un equilibrio tra queste diversità
e del pieno potenziale di ciascuna di esse che si ottengono sistemi
produttivi sostenibili e senza distorsioni. Se dal punto di vista
agro-ecologico questi discorsi oggi sono già piuttosto sviluppati e forti di
una certa letteratura, non lo sono ancora altrettanto dal punto di vista
gastronomico e tanto meno da quello culturale più generale.
I tre aspetti invece vanno fortemente interrelati in
un visione che definirei olistica, che consenta attività di salvaguardia a
tutto tondo. Mi spiego meglio: non possiamo pretendere di salvare il
patrimonio gastronomico senza chiederci in che cultura esso è inserito o da
quali modelli agricoli antagonisti a quelli tradizionali è minacciato.
L'alveo maestro del cibo e dell'agricoltura, il principale per gli studi e
le attività di chi segue settimanalmente queste poche righe, va supportato
da una visione molto più ampia, e da questo punto di vista non è un
atteggiamento sbagliato quello di interrelare e introdurre studi su quello
che viene definito folklore: danze, canti, musica, tradizioni orali,
architettura tradizionale, strumenti, altri modi di esprimersi e, ad
esempio, di accompagnare il lavoro nei campi. Queste rappresentazioni di
identità sono state relegate, come la gastronomia per troppi anni, in un
limbo senza dignità scientifica, in ghetti etnografici che non rendono loro
giustizia. È invece giusto che queste tradizioni siano approfondite e
soprattutto che restino vive, parte integrante di sistemi agricoli e di
produzione del cibo complessi a livello locale.
Dire queste cose e pensare a livello globale, alle
comunità di Terra Madre, tanto per fare un esempio, apre prospettive
incredibili e chiama a un impegno diverso da quello che si è qui profuso.
L'interesse verso i canti popolari, le musiche, le danze, è un atto di
rispetto e di interesse sincero verso le comunità che producono cibo.
Predisporre iniziative che consentano a queste tradizioni di rimanere
simbolo vivente di identità distinte e produttive è un atto di servizio
dovuto da parte de chi vuole aiutarli.
Non è tanto balzano pensare, sullo stile dello
Smithsonian, un grande archivio multimediale che raccolga e cataloghi
sistematicamente tutte le forme di espressione delle culture contadine
tradizionali del mondo. I nuovi mezzi di registrazione e archiviazione
consentono miracoli ed è giusto incominciare a sfruttarli per questi fini.
Perché altrimenti tanta parte di questo patrimonio
secolare andrà perso, ma soprattutto andranno perse le culture stesse, e
diventerà praticamente impossibile una salvaguardia in qualsiasi ambito (a
partire da quello agro-alimentare) che non si riduca a dimensione museale, a
una riproposizione artificiosa di qualche eccellenza mentre il sistema
complessivo crolla sotto i colpi dell'omologazione consumistica. |
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